17/03/2026
L'automa è già scivolato come un ladro nelle nostre stanze, espropriandoci di quei compiti che un tempo costituivano l'impalcatura stessa della nostra realizzazione spirituale e culturale, e che ora abbandoniamo a un maggiordomo invisibile, capace di assolverli con una muta, e quasi offensiva, efficienza...
Uno schiavo perfetto? È un errore di prospettiva: come insegnava Hegel, chi smette di misurarsi con la fatica della materia finisce per diventarne prigioniero. Delegando il fare, rischiamo di perdere il sapere; e quello schiavo, a forza di servirci, finirà per toglierci l'unica cosa che ci rendeva padroni: la nostra libertà di pensiero.
Un recente studio di Anthropic (la società che ha creato Claude) getta una luce nuova e un po' meno catastrofista sull’impatto dell'AI nel nostro settore.
Il report "Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence", uscito a marzo 2026, dice fondamentalmente che il potenziale teorico dell'AI è sì enorme, ma che il suo uso reale è ancora una frazione di ciò che è possibile. Eppure, per chi lavora con i testi, per chi scrive, traduce, corregge ed edita, qualcosa è già cambiato...
A differenza di altri settori, nel campo della scrittura l'AI è già realtà. Correzione di bozze, formattazione e sintesi sono compiti ad alta automazione. In queste aree, l'AI sta già sostituendo l'attività umana, quasi interamente.
Per i compiti più complessi e creativi, l'AI non ci sostituisce, ma può dimezzare i tempi. Diventa una sorta di assistente. Un copilota. Uno strumento che richiede una supervisione umana costante. Il professionista del futuro, probabilmente, non sarà chi scrive da zero, ma chi sa guidare e correggere l'output della macchina.
La sfida non è più solo imparare il mestiere, ma imparare a fare ciò che l'AI non può ancora fare: gestire la complessità, farsi cosciente interprete di una sensibilità culturale ed esercitare una visione d'insieme.
Il professionista che verrà non somiglierà più allo scrivano che faticava sulla pagina bianca, ma piuttosto a un direttore d’orchestra, o a un giardiniere che guida la crescita di una pianta rara.
L'editoria non sta scomparendo. Sta cambiando pelle. E non è detto che sia un male. Noi di Psocoidea restiamo custodi di questa parola umana che, lungi dal soccombere all'invasione di contenuti puliti ma irrimediabilmente mediocri, deve ora più che mai osare, infrangere le simmetrie troppo perfette della macchina e rivendicare la propria originaria, disordinata bellezza. Poiché la qualità, quell'essenza inafferrabile che risiede nell'originalità dello stile e nell'ardore della retorica intesa nella sua forma più pura, diventerà un bene ancor più prezioso, un tesoro ricercato con passione proprio perché nessun calcolo matematico, per quanto raffinato, potrà mai sperare di replicare il brivido o il tormento di un pensiero che nasce dal cuore.
Nel dominio dell'intelligenza vera, l'intelligenza artificiale non giunge per spodestarci.
[nell'immagine, Merz 3, di Kurt Schwitters, litografia, Museum of Modern Art di New York]