23/02/2026
Luca Coscioni, venti anni dopo. Una vita politica che rinasce ogni giorno
di Valter Vecellio
Il 20 febbraio del 2006 moriva l’uomo che ha fatto della sua malattia la sua battaglia politica. Combattuto, ostacolato, sfregiato ma non battuto, perché di lui e delle sue battaglie tocca parlare ancora
In un suo racconto Leonardo Sciascia fantastica che i magistrati, superato il concorso, come parte di un concreto tirocinio, trascorrano un certo periodo come detenuti; indica anche i due istituti di letterale pena: il napoletano Poggioreale e il palermitano Ucciardone. “Fantasia” che qualcuno ha anche voluto tradurre in proposta di legge. Facile la profezia che non avrà alcuna possibilità d’essere approvata. Ove lo fosse, sarebbero opportuni emendamenti. Perché solo i magistrati? Sarebbe utilissima esperienza anche per altre categorie, come i giornalisti e i politici (questi ultimi possono obiettare che per loro non c’è bisogno, data la buona probabilità di farla, l’esperienza carceraria, per altre ragioni).
Sempre fantasticando. Gioverebbe anche una settimana in un pronto soccorso, come paziente infortunato tra pazienti sfortunati. Politici e chiunque sia chiamato ad amministrare la sanità pubblica: “inchiodati” per una settimana su una sedia a rotelle, in un letto antidecubito, impossibilitati a comunicare se non con stentati mugolii o attraverso sintetizzatori vocali, gli arti immobili, “prigionieri” di un corpo che non risponde…
Pensieri bislacchi? Forse. Ma se si vivesse queste esperienze con lo spirito faciamus experimentum in corpore vili, probabilmente una quantità di cose non andrebbero come invece vanno.
Venerdì 20 febbraio sono venti anni dalla morte di Luca Coscioni. Quel giorno “Radio Radicale” diffonde una voce spezzata dai singhiozzi, quella di Marco Pannella: “Ci ha lasciato la forza di combattere… Luca era un leader perché era in prima linea… Era in prima linea ed è caduto. Direi che è stato ammazzato anche dalla qualità di questo paese, della sua oligarchia, che lo corrompe e lo distrugge”.
Dolore, e un misto di rabbia, indignazione: perché Luca aveva patito assurde, incredibili, violente censure; spesso proprio da coloro che avrebbero dovuto sostenerlo: “Fu continuamente censurato anche a livello politico. Non gli fu permesso di intervenire nella vita politica italiana. In occasioni di elezioni regionali il centrosinistra rifiutò l’accordo con i radicali perché le liste dei radicali portavano il nome di Luca”. Quel nome non doveva comparire. Escluso dal Comitato nazionale di bioetica voluto dall’allora governo Berlusconi, nonostante il sostegno di ben cento premi Nobel e di migliaia di scienziati, ricercatori, professori di tutto il mondo. Continui “rifiuti” che avrebbero schiantato un bue, e invece sembravano renderlo più forte…
“Non è una battaglia che ho scelto io, è lei che ha scelto me”, ci diceva. Raccoglie la sfida con la caparbietà e la risolutezza del guerriero. La SLA lo stronca a 38 anni. Rifiuta la tracheotomia, non vuole continuare a vivere appeso a una macchina; non può più emettere suoni, è bloccato su una sedia a rotelle, completamente dipendente nei movimenti; e tuttavia fino all’ultimo assetato di vita, e per il diritto a una vita dignitosa lotta.
Per questo assieme alla moglie Maria Antonietta Farina si batte per i diritti di informazione, per la libertà di ricerca scientifica, e letteralmente costringe il Partito radicale a occuparsi di tematiche fino a quel momento ignorate. Luca e Maria Antonietta individuano nel partito di Pannella l’utensile per trasformare la malattia in politica. Pannella intuisce la portata e la rilevanza di queste problematiche: “esalta” lo scandalo di questo giovane che non chiede e non accetta pietà, ma esige giustizia per sé e per i tanti malati come lui. Un impegno, una lotta, che non gli vengono perdonati. È un fastidio, irrita, questo suo lottare per il rispetto dei diritti previsti dalla Costituzione: il diritto a una vita dignitosa. Intollerabile il suo caparbio no a ogni proibizionismo nella ricerca scientifica.
Incompreso. Eppure, quello che il destino gli ha riservato non ha nulla di “eccezionale”: “Mentre mi alleno per la maratona di New York, fatti pochi passi, sono costretto a fermarmi, non riesco più a correre. Ancora non lo sapevo, ma quello sarebbe stato il mio ultimo allenamento. Due mesi dopo, mi viene diagnosticata la SLA. Il neurologo non ha la forza di comunicami personalmente che è stata emessa, nei miei confronti, una sentenza di condanna a morte. Mi consegna, quindi, in busta chiusa, una lettera, che avrei dovuto consegnare al mio medico di famiglia. Su quella lettera c’era scritto che entro tre-cinque anni sarei morto, paralizzato nel mio letto”.
Comincia il calvario. Luca condivide il destino di altre migliaia di malati di SLA. I movimenti degli arti sono compromessi. Problematica la nutrizione, l’uso della parola. Intatte le capacità intellettuali; sposa Maria Antonietta. Quando il Parlamento europeo vota una mozione contro la clonazione terapeutica, nel 2000, si candida alle elezioni on line per il Comitato nazionale dei radicali; dà vita a una campagna all’insegna dei valori della laicità e della tutela dei diritti civili, contro il proibizionismo nella ricerca scientifica. Viene eletto, e impone al partito la battaglia per la libertà di ricerca sulle cellule staminali.
Il suo è un messaggio semplice e chiaro: non ci si deve arrendere e lasciare andare. Pannella amava citare un passaggio della Lettera ai Romani di Paolo da Tarso. Quello in cui ci si riferisce all’incrollabile fede di Abramo, il padre di tutti i Profeti: “Egli ebbe fede sperando contro ogni altra speranza: qui contra spem in spem”. Luca quel messaggio lo incarna: è fonte di speranza perché lui stesso è stato speranza. Trasforma la malattia in iniziativa politica: atto di accusa verso l’indifferenza di tanti, la colpevole inerzia di molti. In questo è stato radicalmente pannelliano, almeno quanto Pannella è stato radicalmente coscioniano. Entrambi combattono e sono combattuti, ostacolati, sfregiati e negati nella loro identità.
Luca Coscioni è un evento nella storia del nostro paese. “È nato” racconta la moglie, “quando il suo corpo si è spento. La sua battaglia ha travolto e trova eco in tutte le voci che all’indomani della sua morte sono esplose. È come se Luca avesse dettato una sorta di tavola dei comandamenti di libertà della dignità umana che sono dei comandamenti che non proibiscono, ma comandamenti che aprono e quindi la battaglia per la libertà di ricerca scientifica e per i diritti civili per la dignità umana, del vivere e del morire”.
A distanza di vent’anni dalla morte, questo Paese, la classe politica, tutti coloro che detengono una qualsiasi forma di potere, dovrebbero fare un bell’esame di coscienza; tanti di noi dovrebbero chiedere finalmente scusa a Luca Coscioni: per non aver capito quello che si poteva comprendere, per non aver detto quello che si poteva dire, per non aver fatto quello che si poteva fare.
Cosa buona e giusta sarebbe se il presidente della Repubblica, che in tante occasioni ha saputo trovare le giuste parole, si rendesse interprete di questo necessario gesto. Basterebbero due sole parole riparatrici: “Grazie, perdonaci”.