Il Corpo Estraneo

Il Corpo Estraneo Qui troverai un lavoro di analisi e decostruzione di stereotipi, pregiudizi, luoghi comuni su adozione/affido
(a cura di Monya Ferritti).

Il bionormativismo è l'insieme di norme, rappresentazioni e aspettative sociali che attribuiscono ai legami biologici un...
03/06/2026

Il bionormativismo è l'insieme di norme, rappresentazioni e aspettative sociali che attribuiscono ai legami biologici un valore privilegiato nella definizione della famiglia e della parentela.

Si manifesta nel linguaggio quotidiano, nelle rappresentazioni mediatiche, nei modelli educativi, contribuendo a costruire la parentela biologica come riferimento implicito e universale.

L'effetto principale di questo paradigma è la tendenza a considerare le altre forme di famiglia come deviazioni rispetto a una presunta normalità.

Le relazioni adottive, affidatarie, ricostituite o nate attraverso altri percorsi di genitorialità vengono così lette attraverso una lente che le confronta costantemente con il modello biologico.

Il bionormativismo non è soltanto la rappresentazione culturale di ciò che è famiglia.
È un sistema di significati che produce gerarchie simboliche tra legami differenti, attribuendo maggiore legittimità sociale ad alcuni percorsi familiari rispetto ad altri. In questo modo influenza il linguaggio, le aspettative sociali, le pratiche istituzionali e le esperienze quotidiane delle persone coinvolte.

Analizzare il bionormativismo significa interrogare i presupposti culturali che orientano il nostro modo di pensare la famiglia, la filiazione e l'appartenenza. Significa riconoscere che il valore delle relazioni non deriva necessariamente dalla condivisione del patrimonio genetico, ma può fondarsi anche sulla cura, sulla responsabilità e sul riconoscimento reciproco.

Per approfondire questi temi: leggi Sangue del mio sangue e segui questa pagina.

Davanti alla morte della piccola Beatrice leggo nei commenti social, in maniera ricorrente, che lo Stato interviene sull...
01/06/2026

Davanti alla morte della piccola Beatrice leggo nei commenti social, in maniera ricorrente, che lo Stato interviene sulla cosiddetta famiglia del bosco, allontanando dei bambini felici, mentre non interviene in situazioni di violenza gravissima.
Da qui la conclusione implicita che la tutela minorile sbaglia bersaglio e colpisce dove non dovrebbe e manca dove dovrebbe esserci.

Questo ragionamento sembra funzionare perché mette insieme due situazioni estreme, da una parte dei bambini "strappati" a una famiglia percepita come eccentrica ma non violenta; dall’altra una bambina morta in un contesto familiare in cui la violenza avrebbe dovuto essere intercettata.
Ma questa è soltanto una semplificazione. Vediamo perché.

La tutela minorile non ha come unica soglia la violenza fisica già agita. Nel caso di Beatrice, per quanto emerge dalle cronache, la violenza era agita, quotidiana (maltrattamenti, bambine lasciate sole di notte per più notti, ecc.). In una situazione simile, l’intervento di protezione avrebbe dovuto arrivare prima.
Nel caso della cosiddetta famiglia del bosco, la questione pubblica viene invece costruita intorno all’apparente assenza di violenza diretta. Questo è il punto su cui si innesta l’equivoco: si assume che, in mancanza di percosse o maltrattamenti visibili, l’intervento istituzionale sia per definizione arbitrario.

Tuttavia la legge e la cultura della protezione guardano anche alla continuità della cura, alla salute, all’istruzione, alla socialità, alla possibilità per i bambini di avere relazioni esterne, controlli sanitari, accesso alla scuola, adulti terzi in grado di intercettare eventuali segnali di rischio.
L’assenza apparente di violenza non coincide con l’assenza di pregiudizio. Può esistere una condizione problematica anche senza maltrattamenti fisici. Può esistere un rischio quando i bambini sono collocati dentro un isolamento prolungato, quando la loro vita si svolge fuori dai normali dispositivi di osservazione sociale, quando la famiglia diventa l’unico spazio di definizione dei bisogni, dei diritti e delle relazioni dei figli.

Questo non significa che ogni stile di vita eccentrico debba produrre un allontanamento. Significa che la valutazione non può essere ridotta alla formula “c’è violenza/non c’è violenza”. Come accade dopo il caso della piccola Diana.

E proprio come accade per Diana anche la vicenda tragica di Beatrice mostra il fallimento di una rete che non ha visto una violenza già agita. La famiglia del bosco apre invece il tema opposto, cioè cosa fa una rete quando ritiene di vedere un rischio prima che quel rischio produca un danno. Sono due piani diversi della stessa funzione pubblica. Nel primo caso la protezione arriva tardi. Nel secondo viene contestata perché arriva prima.

Si tende a giudicare, infatti l’intervento dei Servizi solo in una logica retrospettiva, a partire dall’esito finale: se un bambino muore, allora bisognava intervenire; se un bambino è vivo e viene allontanato, allora l’intervento appare eccessivo perché "i bambini non si strappano" oppure siamo di fronte a "madrectomia".

Però questa è una logica fallace, perché riconosce il rischio solo quando il danno è già avvenuto. In questo modo la tutela viene legittimata soltanto davanti al corpo ferito, alla morte, alla violenza.
Ma la protezione minorile serve decisamente prima, quando il danno non è ancora irreversibile, quando i segnali sono ambigui, quando la trascuratezza non ha ancora prodotto una tragedia, quando l’isolamento, la deprivazione, la sottrazione alla scuola, alla sanità, alle relazioni e agli sguardi esterni costruiscono una condizione di vulnerabilità progressiva.

Per questo occorre una rete capace davvero di vedere i bambini, ma davvero. Servizi sociali, scuola, sanità, autorità giudiziaria, forze dell’ordine, comunità adulta dovrebbero funzionare come sistema di osservazione, prevenzione, sostegno e, nei casi necessari, protezione. Cosa ha visto la rete vicina a Beatrice e come ha interpreto ciò che ha visto? Nessuna di queste bombette, né Diana né Beatrice, vivevano in un contesto di completo isolamento.

Nel caso di Beatrice poi, sono state tre le bambine che non sono state viste in tempo. Non solo Beatrice, ma anche le sorelle che sono state esposte a quella violenza e che sono state viste solo dopo che sono entrate in un fascicolo.

Usare però la storia di Beatrice contro altri interventi di tutela significa rovesciare il problema. La domanda pubblica, infatti, dovrebbe spostarsi dalla sfiducia generalizzata verso chi protegge alla qualità ed efficacia delle reti che dovrebbero proteggere.

La tutela minorile può sbagliare, e proprio per questo deve essere controllata, qualificata, rafforzata. Ma delegittimarla ogni volta che interviene prima significa consegnare i bambini alla prova del danno. E la prova del danno, nel caso di Beatrice è arrivata troppo tardi.

Ciao Fabio.Ti pensiamo sempre. ❣️
30/05/2026

Ciao Fabio.
Ti pensiamo sempre. ❣️

L'adozione non è salvare un/una bambino/a.L’adozione è creare una famiglia. Insieme. Con fatica, con tempo, con cura.L’i...
27/05/2026

L'adozione non è salvare un/una bambino/a.
L’adozione è creare una famiglia. Insieme. Con fatica, con tempo, con cura.

L’idea che l’adozione sia un atto di salvezza è una delle narrazioni più tossiche che ancora circolano, spesso mascherata da buon senso o da sentimentalismo. Ma la salvezza, in questo contesto, porta con sé due parole pericolose: gratitudine e beneficenza.

Pensare ai genitori adottivi come "salvatori" e alle persone adottate come "salvati" imposta la relazione su un piano diseguale, in cui chi riceve l’accoglienza deve restituire qualcosa, solitamente riconoscenza, obbedienza, riconferma continua di essere "valido", "meritevole", "all’altezza". È un debito che non dovrebbe esistere, ma che molte persone che sono state adottate si portano dietro.

L’adozione non è un premio per chi non può/riesce ad avere figli. L'adozione non è né una missione né una favola da raccontare per commuovere.

Nessuna famiglia può fondarsi su un’asimmetria di potere o sulla narrazione del "ti ho salvato".

A proposito di film da vedere, vi ripropongo la recensione di un film davvero bello uscito qualche anno fa. Adesso è sul...
24/05/2026

A proposito di film da vedere, vi ripropongo la recensione di un film davvero bello uscito qualche anno fa.
Adesso è sulle piattaforme, Mubi e Prime a pagamento, tuttavia la prova è di 7 giorni e lo proverei proprio per questo meraviglioso film.

RITORNO A SEOUL

Aspettavo questo film da un anno, da quando ha vinto il premio Un Certain Regard a Cannes lo scorso anno (2021) e ho sperato fortemente che un distributore italiano lo comprasse.

Butto prima giù i carichi da 90 e poi proseguo con la micro-recensione: Ji-Min Park l’attrice principale che interpreta Freddie è PAZ-ZE-SCA e da sola vale tutto il film (qualsiasi film) nonostante debutti proprio con Ritorno a Seoul; la sua complessità scenica permette al film di funzionare perfettamente.

Il regista – Davy Chou – è francese con origini cambogiane e, in un’intervista, ha dichiarato di aver fatto più di un viaggio in Cambogia alla ricerca delle sue radici (il film sarà presentato agli Oscar come miglior film in lingua straniera proprio per la Cambogia).

Questo film ha uno sguardo nuovo sull’adozione, privo di cliché, e anche per questo va visto. Infine, ultimo carico, la colonna sonora ipnotica, è parte integrante del film sia quella coreana che quella dance; lo accompagna e lo completa.

Il film segue un pezzo di vita di una ragazza francese di 25 anni, molto intraprendente e volitiva, Freddie, che casualmente si trova in Corea del Sud dove è nata e cresciuta prima di essere adottata. Un viaggio inaspettato e non cercato in un paese di cui sa poco o nulla, di cui non conosce la lingua e la cultura e in cui, per caso, comincia a chiedere risposte a domande che non si era ancora fatta.

Come si fa a tornare in un posto che non è nei tuoi ricordi? Di cui non possiedi fonti e quando le hai non sono quello che pensavi?

L’arco temporale del film è di 8 anni e segue le trasformazioni interne ed esterne di Freddie, i suoi look, i suoi tagli di capelli, le sue relazioni, la sua nuova lingua, Seoul che diventa casa. Una delle case. Lei sempre magnetica e seducente che resta Freddie nonostante faccia molti passi nelle scarpe di Yeon-Hee.

Cosa non è Ritorno a Seoul: non è un film sulla bellezza dell’adozione e non è un film sulla ricerca dell’identità. Non c’è nessuna catarsi emotiva ma c’è incertezza e indeterminatezza ed è tutto in chiave crudamente realistica in cui si affacciano aspettative irrisolte, incomunicabilità e sensi di colpa mai sopiti. Il regista, che è anche lo sceneggiatore, ci rompe le lenti rosa e non ci concede nessuna mistificazione stereotipata su cosa significhi essere stati adottati, avere quattro genitori in luoghi diversi del mondo, trovarsi sempre fuori posto come corpi estranei, scoprire domande che non sapevi di avere scoprendo che puoi non avere risposte. Fa capire anche un’altra cosa rispetto a un mantra troppo spesso ripetuto da chi ha un background adottivo e da genitori e operatori esperti: chiudere il cerchio. La ricerca delle origini genetiche, spesso, NON chiude cerchi ma ne apre altri e questi possono essere incontrollabili.

Ma l’adozione che sorregge tutto il film in maniera realistica, come ho detto, è anche una metafora perfetta e universale della transizione all’età adulta in cui vivono disorientamento, ansia, insicurezza, pressioni sociali, distacco dalla famiglia di origine e ricerca di un posto al quale appartenere. Infatti, ci spiega bene Freddie, la vita, è uno spartito da leggere a prima vista, in cui valuti il grado di difficoltà in pochi secondi e poi inizi a attraversarlo, come puoi, imparando a leggere i segni nascosti poiché tutti noi conteniamo tutte le persone che siamo stati e tutte quelle che non saremo mai.

Poco fa al Festival di Cannes la Palma d'oro è stata assegnata a un film che ci interessa, Fjord del regista rumeno Cris...
23/05/2026

Poco fa al Festival di Cannes la Palma d'oro è stata assegnata a un film che ci interessa, Fjord del regista rumeno Cristian Mungiu.

La famiglia Gheorghiu — lui romeno, lei norvegese — si trasferisce nel paese d’origine della moglie cercando una vita più stabile e “protetta” per i figli, dentro una comunità apparentemente tranquilla e coesa.

All’inizio il rapporto con i vicini sembra positivo, i bambini giocano insieme, la comunità li accoglie, la famiglia entra gradualmente nella vita del villaggio, ma le profonde differenze culturali e educative non tardano ad emergere. I Gheorghiu, infatti, hanno un’impostazione religiosa molto rigida, fondata su disciplina, controllo e separazione netta dei ruoli familiari. Molto poco in linea con il modello educativo norvegese.

La situazione precipita quando la figlia adolescente, Elia, arriva a scuola con lividi sul corpo. Da quel momento si attivano i servizi di protezione minorile norvegesi e la famiglia diventa oggetto di sospetto pubblico.

Ieri l'ISS ha presentato i dati sui primi 1000 giorni di vita dei bambini e delle bambine. Si è monitorato l'allattament...
22/05/2026

Ieri l'ISS ha presentato i dati sui primi 1000 giorni di vita dei bambini e delle bambine. Si è monitorato l'allattamento esclusivo al seno, l'esposizione al fumo e all'alcool in gravidanza, la lettura di libri, il tempo davanti agli schermi e molte altre cose. Un monitoraggio sistematico che, in caso di bisogno, si traduce in politiche pubbliche.

Nessuno raccoglie i dati sui primi 1000 giorni dall'adozione.

Non ci stupiamo perché in Italia non esiste nemmeno un rapporto di monitoraggio sistematico sulle adozioni nazionali. Quando lo devo spiegare ai colleghi all'estero faccio fatica a farmi capire.

Non sappiamo quante adozioni sono concluse ogni anno, quante legittimanti, quanti collocamenti e quanti affidi preadottivi e dove, quali età dei bambini e dei genitori, cosa succede nei percorsi post-adottivi, dove il sistema funziona e dove no.

C'è stato un periodo non molto lontano in cui nemmeno le adozioni internazionali venivano più conteggiate perché, si diceva, che le coppie adottive non leggevano i dati della Commissione Adozioni Internazionali per farsi un'idea dei paesi e degli enti autorizzati e quindi non era necessario rendere il monitoraggio pubblico.
Non ci crederete, ma questo oscuramento era fatto con il benestare di diversi enti autorizzati e di una parte molto vocale di genitori adottivi dell' epoca, ora spariti dai radar.

Il Coordinamento Care rimase isolato nel richiedere alle istituzioni, insistentemente e continuamente, di ripristinare il monitoraggio annuale. Finché non ci riuscí.

Ma quello che non viene contato non conta.

Non nel senso retorico della frase, ma in quello letterale. Senza dati non ci sono politiche, senza politiche non ci sono risorse, senza risorse le famiglie adottive gestiscono da sole quello che dovrebbe essere un percorso sostenuto collettivamente.

La domanda non è se i dati siano importanti. È perché ancora mancano.

Ricordatevi di farlo girare!!
22/05/2026

Ricordatevi di farlo girare!!

📍 Docenti e dirigenti scolastici, Estraniers tutti e tutte vi chiedo 5 minuti.

Il Coordinamento CARE promuove un breve questionario rivolto a docenti e dirigenti delle scuole di ogni ordine e grado.

Lo studio esplora come, nei contesti educativi, vengono lette le difficoltà scolastiche e di partecipazione di studenti e studentesse, e in quali situazioni si ritiene opportuno attivare forme di supporto o intervento.

Il questionario presenta due situazioni ipotetiche, molto simili tra loro. A partire dalla vostra esperienza professionale, vi verrà chiesto di indicare quali valutazioni e decisioni riterreste più appropriate.

La compilazione richiede meno di 5 minuti ed è completamente anonima, non vengono raccolti nomi, indirizzi email o indirizzi IP. Le risposte saranno utilizzate solo in forma aggregata per finalità di ricerca (lo faremo io e un mio collega).

I risultati saranno presentati a settembre in una conferenza internazionale e successivamente resi pubblici.

Per chi lavora nella scuola, partecipare significa contribuire a comprendere meglio i processi decisionali che attraversano la quotidianità educativa e le forme attraverso cui si riconoscono bisogni, difficoltà e diritti.

Vi chiedo di fare compilare e fare girare fra colleghi e insegnanti dei vostri figli.

PER COMPILARE CLICCA QUI
https://forms.gle/yomKuBXNB4bpeJxk6

"Non sembrate neanche una famiglia adottiva." Oppure "Vi somiglia proprio".Frasi come questa, apparentemente innocue o a...
20/05/2026

"Non sembrate neanche una famiglia adottiva." Oppure "Vi somiglia proprio".

Frasi come questa, apparentemente innocue o addirittura intese come complimenti, rivelano molto più di quanto appaia a una prima lettura.

Sono frasi bionormativiste perché rivelano uno sguardo sociale che tende a valutare la legittimità delle famiglie adottive sulla base della loro capacità di “restituire” un’immagine familiare conforme a modelli conosciuti ossia nuclei omogenei e visivamente riconoscibili come "famiglia standard".

Questa modalità di riconoscimento condizionato riflette un’esigenza diffusa di rassicurazione da parte della società maggioritaria. Le famiglie adottive, in quanto incontri di biografie, mettono in crisi l’ordine simbolico della parentela tradizionale, osi come siamo abituati a conoscerla e immaginarla.

In risposta, lo sguardo pubblico tende a “normalizzare” le famose adottive valorizzandole solo nella misura in cui si rendono invisibili nelle loro specificità. Sembrano proprio come le altre, come "le nostre" o come "devono essere".

Il complimento che si nasconde dietro il "non sembrate una famiglia adottiva" implica che una “vera” famiglia adottiva dovrebbe portare visibilmente i segni della sua “diversità”, cioè attraverso tratti somatici diversi fra loro, magari dinamiche affettive problematiche e narrazioni dolorose o di salvezza/riscatto.

Quando questi segni non sono evidenti, quando il nucleo adottivo appare “armonico”, allora lo sguardo esterno sospende il giudizio critico e concede una forma di accettazione temporanea, subordinata però alla cancellazione della complessità.

Questa tensione tra visibilità e riconoscimento si traduce in una pressione costante verso l’omologazione. Alle famiglie adottive viene implicitamente chiesto di aderire a un modello familiare idealizzato, nel quale le differenze siano minimizzate, i conflitti taciuti e le origini rimosse o trasfigurate. Il risultato è una narrazione pubblica dell’adozione spesso edulcorata, dove la genitorialità adottiva viene inclusa solo se è in grado di produrre figli “ben adattati”, grati, integrati, e soprattutto silenziosi sul proprio passato altrimenti diventano "ingrati".

Quando includete le famiglie di origine o "normalizzate" i pensieri sulle origini dei vostri figli, quelli strani diventati voi, vi siete dovuti accontentare.

Tuttavia, l’adozione è una esperienza relazionale e identitaria complessa.
Per questo è fondamentale interrogare lo sguardo con cui la società osserva e valuta le famiglie adottive. Questo è il lavoro principale che si fa su questa pagina.

Una famiglia adottiva non deve “sembrare” nulla per essere reale, la sua esistenza è legittima in sé, nella sua unicità, nella sua storia, nelle sue fratture e nelle sue continuità a prescindere dallo sguardo esterno.

Questo e molto più di questo lo potete leggere su "Sangue del mio sangue. L'adozione come corpo estraneo nella società" (Edizioni Ets 2023).

Molte delle riflessioni che porto qui trovano un approfondimento più ampio in "Sangue del mio sangue. L’adozione come co...
19/05/2026

Molte delle riflessioni che porto qui trovano un approfondimento più ampio in "Sangue del mio sangue. L’adozione come corpo estraneo nella società" (ed. ETS 2023).
Un libro sul modo in cui linguaggio, cultura e immaginario sociale costruiscono l’idea di famiglia e di appartenenza.
Per chi vuole, è ordinabile online e in libreria.

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