31/08/2026
La scelta di Benedetta Rossi e Marco Gentili di non mostrare il volto delle loro figlie è stata molto apprezzata. Qualcuno ha però osservato che ne conosciamo i nomi, l’età e il Paese di provenienza e che, quindi, la loro privacy sarebbe stata comunque violata.
In tanti mi avete chiesto cosa pensassi di questa scelta. Quelle che seguono sono le mie riflessioni, che spero possano essere anche un’occasione per ragionare insieme sulla privacy dei figli e sulla loro presenza sui social.
Parto da una premessa, sono contraria allo sharenting, cioè alla condivisione sui social, da parte dei genitori, anche su profili privati, di foto/video dei propri figli. L'ho scritto numerose volte.
I bambini e le bambine non dovrebbero diventare materiale della produzione social degli adulti e immagini, video e racconti costruiscono una presenza digitale prima che possano decidere autonomamente cosa rendere pubblico di sé.
Questo fenomeno, ormai, è andato molto oltre la fotografia familiare pubblicata occasionalmente. Esistono profili con decine o centinaia di migliaia di follower nei quali è la famiglia stessa a costituire il contenuto. La quotidianità dei figli alimenta una narrazione continua: crescita, scuola, vacanze, malattie, difficoltà, conquiste. Se usate i social avrete visto quanti personaggi famosi o persone qualsiasi (però con tantissimi follower,) utilizzino questa strategia di comunicazione.
Sarebbe ingenuo ignorarne la dimensione economica: attenzione, visualizzazioni e follower producono valore, direttamente o attraverso collaborazioni e sponsorizzazioni e il racconto dei figli contribuisce anche alla notorietà e al valore economico del profilo.
Ultimamente si notano in giro anche famiglie adottive che utilizzano questa forma di narrazione facendo dell'adozione e della quotidianità dei figli una parte significativa dei propri contenuti. Vi sono capitate?
La questione è talmente delicata che in Francia dal 2024 il diritto all’immagine del minore è esplicitamente ricondotto all’esercizio dell’autorità genitoriale e alla tutela della sua vita privata.
Noi, però, abbiamo uno strumento molto semplice. Se non vogliamo che l’infanzia diventi un prodotto dell’economia dell’attenzione, possiamo smettere di consumarla: togliere il follow. Senza pubblico, quel modello perde una parte essenziale del proprio valore.
Torniamo a Benedetta Rossi. Rossi è una delle personalità social più conosciute in Italia e aveva costruito notorietà, pubblico e attività professionale molto prima di diventare madre. Le sue figlie non sono piccole e dunque non possono semplicemente comparire nella sua vita e contemporaneamente essere trattate, nella sua dimensione pubblica, come se non esistessero.
Sarebbe inoltre paradossale se, proprio per tutelare bambini e bambine che sono stati adottati, finissimo per rendere invisibile l’adozione. Ma una famiglia adottiva può e deve essere visibile senza trasformare l’adozione in contenuto.
Millie Bobby Brown, anche lei un personaggio di enorme notorietà internazionale, ha scelto una tutela ancora più restrittiva (ne abbiamo parlato proprio su questa pagina), ha reso pubblica la maternità adottiva mantenendo sostanzialmente privata l’identità della figlia e senza comunicarne il nome. È una scelta possibile, ma non per questo l’unico parametro attraverso cui misurare la tutela.
Perché sapere il nome di un bambino, la sua età e il paese in cui è nato non equivale a sapere perché sia diventato adottabile, che cosa abbia vissuto nella famiglia di origine, quali separazioni abbia attraversato, se abbia subito esperienze traumatiche o quali siano le sue eventuali fragilità.
Un nome identifica una persona mentre una storia entra nella sua intimità, e nell’adozione questa distinzione conta moltissimo.
Nelle presentazioni di Sangue ho fatto spesso la differenza tra privato e segreto. Le informazioni che i genitori hanno sulla parte precedente al loro arrivo della vita dei figli, sono utili per comprenderli e accompagnarli nella vita; quelle informazioni non devono diventare materiale disponibile per raccontare pubblicamente la propria esperienza di genitorialità.
L’adozione può essere raccontata e deve anche poter essere rappresentata nello spazio pubblico, ma c’è una differenza sostanziale tra parlare di adozione e raccontare la storia adottiva di un figlio così come c’è una differenza altrettanto importante tra rendere visibile una famiglia adottiva e costruire una presenza sui social raccontando continuamente la vita dei propri figli, soprattutto quando sono proprio quei racconti a generare attenzione, follower e guadagni.
Per questo, nel caso di Benedetta Rossi, mi interessa relativamente che conosciamo i nomi delle sue figlie (è un personaggio pubblico,in ogni caso, le faranno interviste, le chiederanno come si chiamano, vive in un piccolo paese dove tutti si conoscono, non c'è bisogno di alimentare un segreto), mi interesserà molto di più osservare quanto della loro vita e della loro storia ci verrà chiesto di conoscere.
Questa deriva l'abbiamo vista chiaramente in un personaggio super noto come quello di Ferragni. Il suo era già un profilo seguitissimo a livello internazionale e fortemente targettizzato per lifestyle e moda. Poi, dalla prima ecografia, i suoi figli sono diventati una parte importante dei suoi contenuti social.
Diversi analisti hanno osservato come i post che avevano per protagonisti i suoi figli generassero livelli di engagement sensibilmente più alti rispetto a quelli in cui appariva Ferragni da sola.
Questo accade anche con altri personaggi pubblici o con famiglie social. Fateci caso.
Mi stupirebbe scoprire che le pagine social di Benedetta Rossi seguissero questo tipo di andamento anziché rimanere saldamente ancorate al loro tema principale ossia la condivisione di buone ricette di cucina casalinga. E per come ha annunciato la sua partenza verso il paese delle figlie e anche il rientro a casa, mi sento ragionevolmente di
pensare che l’intenzione sia quella di mantenere questa esperienza all’interno di un perimetro di riservatezza, senza trasformare le bambine in un nuovo contenuto editoriale.