26/11/2025
"Caro Direttore, salvando il Liceo Classico salveremo tante cose. Come i panda"
Olivia Ninotti, neuropsichiatra infantile sul Corriere della Sera online www.corriere.it
Nel quadro internazionale la struttura del nostro liceo classico non ha un equivalente sovrapponibile in altri paesi europei. L’unicità italiana è data sia dall’intensità con cui il greco antico è mantenuto fino alla maturità, con un’impostazione sistematica più completa e lunga del Gymnasium umanistico tedesco che è il suo parente più stretto e simile, sia dall’importanza fondativa ancora motivante che tiene dritta metaforicamente la colonna vertebrale degli studenti. Negli altri paesi europei si può ancora studiare latino o greco, ma come opzione, non come asse portante; il modello classico puro è scomparso come percorso istituzionale. Non va meglio nella patria del mito, della filosofia e del pensiero occidentale, cioè la Grecia, dove tra l’altro a quel tempo il greco antico lo parlavano pure.
Il liceo classico come istituzione strutturale e accessibile a tutti è, di fatto, un unicum italiano che va preservato e protetto esattamente e veramente come il panda, quell’orso vegano che fa tanta tenerezza ma che sembra poco utile tanto alla catena alimentare quanto al suo ecosistema. Il panda però è un simbolo; da solo rappresenta un intero habitat. E proteggendo il panda, ci si impegna per salvare tutti gli ecosistemi dove vivono moltissimi altri organismi, non a caso è l’animale che il WWF ha scelto per essere immediatamente riconoscibile.
Ecco il punto del liceo classico. Il suo valore simbolico.
Il liceo classico rappresenta una resistenza culturale, un atto di fede nell’idea che la formazione dell’uomo passi ancora attraverso la parola, la memoria e il pensiero critico.
Ma proprio per questo, la sua crisi non riguarda solo la scuola, ma rappresenta la crisi di civiltà, del modo in cui l’Europa pensa il rapporto fra sapere e vita.
In un mondo in cui le competenze tecniche, digitali, scientifiche sono fortemente richieste — da parte del mercato del lavoro, della cultura dominante — la formazione umanistica appare meno immediatamente utile. Questo porta studenti e famiglie a privilegiare indirizzi che appaiono più spendibili (tecnici, informatici, scientifici).
Scegliere il classico richiede una motivazione interna, un’identificazione con un modello di studio più alto, più astratto; non tutti gli adolescenti la possiedono, o possono mantenere questa motivazione in un contesto in cui il successo viene sempre più misurato in termini immediati. Faccio il classico perché l’ha fatto mio padre, non funziona. Ma non funziona neanche: non faccio il classico perché le lingue morte sono morte.
Anche Dante è morto ma va letto uguale, ci sarà un motivo.
Poi certo , la scelta della scuola superiore in terza media è ai giorni nostri complicata. Direttore, a 13 anni Lei sapeva cosa voleva fare? Io volevo fare l’artista di strada e sono stata cassata e buttata al liceo classico perché facevo bene i temi d’italiano. Mio fratello era bravo in matematica e la traiettoria era già definita per lo scientifico. Se disegnavi bene, mica l’artistico, lo stesso, facevi il classico o scientifico. Un tempo si usava così.
I licei per i figli erano i salti di qualità per una famiglia di ceto medio o medio -basso. Era il trampolino di lancio più democratico del mondo. Dovevi solo studiare.
Oggi la società orienta le famiglie verso la sicurezza o verso ciò che sembra utile e il classico può apparire come un rischio, senza parlare della percezione della difficoltà del classico (greco, latino, traduzioni complesse) che scoraggia anche solo per il timore di trovare qualche universitario che faccia ripetizioni in agosto. Da che mondo e mondo se un ragazzo non si sente predisposto o supportato per un percorso così impegnativo, la scelta cambia.
Allora la crisi del classico può essere vista come un’emergenza della cultura e la rinuncia alla fatica.
Perché la cultura in senso umanistico e pieno del termine è fatica, è tolleranza alla frustrazione, è abitudine all’attesa, al pensiero critico e al riconoscimento di sé.
Se rinunciamo a formare menti che sanno pensare e non solo eseguire, rischiamo di impoverire il tessuto democratico e critico di una società.
Il liceo classico, con la sua tensione verso la memoria, il rigore, la traduzione, la lettura di testi difficili, è un laboratorio di cittadinanza: sapere antico, riflessione, contatto con i fondamenti della cultura occidentale. Se tale spazio si riduce, domande come chi siamo, da dove veniamo, come pensiamo saranno marginalizzate a favore solo di percorsi formativi che preparano al lavoro, ma non è detto che preparino l’essere umano in quanto essere pensante e senziente.
La crisi di questo tipo di liceo simbolizza il rapporto conflittuale di oggi tra pensiero umanistico e società contemporanea, la tensione fra immediatezza utilitaristica e formazione a lungo termine, la percezione distopica del ruolo della scuola nella formazione dell’individuo e del cittadino.
Tuttavia per mestiere credo che la crisi non sia fatalità.
Può essere anche occasione per ripensare il valore dell’umanesimo nella scuola, per innovare e per rilanciare la modalità di studio classico come risorsa in un mondo che ha bisogno, forse più che mai, di persone che sappiano non solo fare, ma anche pensare.
Caro Direttore, salvando il liceo classico, salveremo tante cose.
Come i panda."
Sul Corriere della Sera