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Solo obbligo di firma per chi violenta una tredicenne?Legittima la critica dell’opinione pubblica alla scelta della misu...
03/09/2026

Solo obbligo di firma per chi violenta una tredicenne?
Legittima la critica dell’opinione pubblica alla scelta della misura cautelare

di Fabio Valerini

Tutto inizia con una notizia che subito diventa virale: scarcerato perché dispiaciuto della violenza sessuale su minorenne.
La sintesi giornalistica verrà criticata (anche se, per essere una sintesi, non si allontana dal vero).
Tuttavia, il caso, per come si è manifestato in concreto, appare da subito esemplare e ben si presta alla riflessione perché sembrano non esserci troppo spazio per dubbi sulla ricostruzione dei fatti (quantomeno nella fase cautelare anche se per la presunzione di innocenza solo il processo ce lo potrà dire definitivamente).
Il caso è avvenuto a Torino: il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto di un indagato per violenza sessuale su una minorenne tredicenne e ha applicato non una misura cautelare custodiale (carceraria o domiciliare) ma soltanto un obbligo di firma per preve**re la reiterazione del reato.
Il dibattito diventa presto politico e vede, da un lato, il Governo criticare la scelta del giudice additata come la causa della mancanza di effetti pratici delle scelte securitarie e, dall’altro lato, l’Associazione Nazionale Magistrati rivendicare l’autonomia e indipendenza della magistratura a seguito di un’ispezione disposta dal Ministro della Giustizia.
Ma c’è qualcosa, però, del dibattito tra i commentatori della notizia che a me personalmente non torna.
Leggendo molte reazioni a caldo sembra che l’opinione pubblica non possa manifestare una decisa sorpresa per la scelta del giudice ritenuta troppo blanda.
È come se la correttezza formale del giudice coprisse la possibilità di criticare quella che è una scelta discrezionale evidentemente “non percepita” come efficace.
Senonché, quando viene esercitata la discrezionalità – perché è questo sembra il punto nel caso di Torino, non la legalità del provvedimento che non sembra ve**re in discussione- la scelta finale può piacere come no.
E l’opinione pubblica ha voce in capitolo perché i provvedimenti non soltanto sono emessi “in nome del popolo italiano”, ma sono motivati proprio per essere valutati dall’opinione pubblica oltre che dagli addetti ai lavori e dalle parti direttamente interessate (che – solo loro - possono impugnare se insoddisfatte).
Prima di tutto dobbiamo mettere in ordine i fatti storici per come sono emersi (ferma restando come sempre la presunzione di innocenza dal momento che la vicenda è in una prima fase cautelare).
In un negozio un uomo che lavora approfitta della presenza per degli acquisti di una tredicenne per abbracciarla e palparle il seno contro la volontà della minore.
Scattato l’allarme intervengono le forze dell’ordine e dalle registrazioni delle telecamere – consegnate dallo stesso indagato - sembra emergere la sostanziale conferma di quanto raccontato dalla minore, ma anche che una condotta analoga fosse stata compiuta poco prima su una donna maggiorenne.
Da qui l’arresto (che non verrà convalidato) e la decisione del giudice di applicare una misura cautelare personale individuata nell’obbligo di firma (e cioè presentarsi negli uffici di polizia per attestare la propria presenza).
Orbene, fermiamoci qui e ipotizziamo per il momento e per la fase cautelare che siano proprio questi i fatti su cui ragionare.
Siamo in presenza di una condotta costrittiva dell’uomo nei confronti della tredicenne che potrebbe integrare un’ipotesi:
(a) di violenza sessuale (nella forma consumata e non tentata) punita dal primo comma dell’art. 609 cod. pen. con una pena base da sei a dodici anni;
(b) aggravata perché commessa nei confronti di una persona che non soltanto non aveva compiuto gli anni diciotto (art. 609-ter comma 1, n. 5) cod. pen. ) ma neppure i quattordici anni (art. 609-ter comma 2) cod. pen. ) con conseguente aumento della pena base delle metà.
Il fatto che la violenza sessuale sia consistita nell’aver palpato il seno della vittima potrebbe dare luogo ad un’ipotesi di “minore gravità del fatto” con la possibilità diminuire la pena in misura non eccedente i due terzi?
Al momento non possiamo dirlo, dipenderà da una serie di circostanze, come ci insegna la giurisprudenza della Suprema Corte.
La sola tipologia dell’atto sessuale non è, di per sé, elemento sufficiente per decidere sull’attenuante, anche se il diniego dell’attenuante può fondarsi anche sulla presenza di un solo elemento di conclamata gravità (come potrebbero essere le circostanze in cui il fatto è avvenuto).
Quindi, così ragionando la pena base è di 9 anni: l’entità della pena traduce il forte disvalore che il legislatore (giustamente) riconosce a queste fattispecie (poi, se del caso, si valuteranno le circostanze attenuanti e/o attenuanti o la minore gravità).
Se questi sono i fatti storici inevitabile, direi, l’allarme sociale generato e l’interesse conseguente mostrato dall’opinione pubblica (dovremmo sorprenderci del contrario semmai) e, quindi, anche per l’interesse per l’esito giudiziario (seppur di un primo grado cautelare).
Per l’opinione pubblica e per il Governo (ma anche per parte degli addetti ai lavori ) questo il commento: “la misura è troppo blanda”.
Criticare la scelta perché ritenuta troppo blanda non pone la critica fuori dal sistema penale per almeno due ragioni.
La prima ragione è che le misure cautelari sono chiamate anche a fronteggiare l’esigenza di allarme sociale generata da un fatto tanto è vero che si applicano quando c’è il rischio di reiterazione del reato: non è questione di voler vedere anticipata la pena (questo non può essere tenuto in nessuno conto) ma di preve**re possibili comportamenti futuri in violazione delle norme a tutela, prima, della vittima e, poi in ogni caso, anche di tutti i consociati.
La seconda ragione è che se pensiamo alla pena (ma questa volta siamo ancora lontani temporalmente dall’irrogazione della sanzione) questa ha ontologicamente più funzioni: non soltanto quella di rieducare il condannato, ma anche quella di prevenzione sociale.
Aspettarsi una certa pena è lecito dall’opinione pubblica se non si arriva alla richiesta di “pene esemplari” (perché soltanto questa richiesta sarebbe incompatibile con il modello dell’art. 27 della nostra Costituzione).
In fondo sono le norme come applicate quotidianamente sia nella prassi che nelle aule dei Tribunali a determinare l’efficienza di un ordinamento a preve**re reati e tutelare le vittime (ce lo ricorda molto bene il rapporto della Commissione parlamentare sul femminicidio).
Chiarito questo aspetto veniamo ai fatti processuali che hanno portato ad escludere la sussistenza delle esigenze per una misura cautelare restrittiva in carcere o al domicilio dell’indagato.
Intanto perché è stata applicata una misura cautelare?
Perché il giudice ha riconosciuto sussistenti i presupposti di applicazione e, quindi, oltre alla gravità indiziaria sull’aver commesso il fatto da parte dell’indagato, la possibilità di reiterazione del reato anche perché sarebbe stato riconosciuto che l’indagato avrebbe difficoltà a tenere sotto controllo i suoi impulsi.
Il giudice avrebbe potuto applicare la custodia cautelare in carcare o domiciliare?
Secondo il codice di procedura penale in casi come questi opera una presunzione relativa di adeguatezza della custodia cautelare in carcere o comunque di quella domiciliare rispetto anche alla tutela della vittima.
Ed allora perché non ha previsto la custodia cautelare in carcere o domiciliare?
Perché il giudice ha valutato positivamente alcune circostanze e cioè che l’indagato:
1. abbia fornito spontaneamente le registrazioni delle telecamere;
2. abbia espresso “pentimento” per il comportamento tenuto;
3. fosse incensurato.
In questo contesto per il giudice per le indagini preliminari le esigenze cautelari erano attenuate anche perché l’aver passato l’indagato due notti in carcere può svolgere un’efficace prevenzione rispetto al commettere nuovamente fatti del genere.
Non mi sembra che ci siano violazioni di legge (il giudice non ha detto, per esempio, che non siamo in presenza di una violenza sessuale), ma soltanto valutazioni discrezionali che tengono conto del caso concreto.
Questo esclude la possibilità per l’opinione pubblica di sorprendersi? Direi di no.
Impedisce all’opinione pubblica di formarsi un convincimento che in casi come questi una misura custodiale sia più appropriata? Anche qui direi di no.
Affermare l’inadeguatezza della misura non significa necessariamente andare incontro a richieste giustizialiste di anticipo di pena (che la nostra Costituzione giustamente non ammette stante la presunzione di innocenza).
Significa dover tenere conto anche alle esigenze della vittima e della società per cui quelle norme e quei processi sono pensati.
Il processo penale non è un processo dove esiste soltanto il rapporto tra lo Stato e l’indagato -imputato (e che costituisce certamente il cuore che non può mai mancare), ma, sempre di più, il nostro processo considera anche la vittima e anche (seppur in un limitatissimo spazio) la società (e sicuramente la considera nella giustizia riparativa).
Ed anche la percezione della società di come viene applicata la discrezionalità gioca un ruolo fondamentale per la tutela delle future (o passate) vittime: il rischio da tenere sempre a mente è che si possa diffondere un’idea di non poter fare affidamento sulla giustizia.
Anche se i gradi di giudizio successivi dovessero ritenere appropriata la detenzione domiciliare o in carcere o, al contrario addirittura nessuna, non ci sarebbe un errore del giudice ma una diversità di vedute che – per quanto possa apparire strano – è un bene per la giustizia.
Così come è un bene per la società che davanti a fatti come questi si resti sopresi dell’assenza di misure cautelari custodiali e che si possa aprire ad una riflessione su quali siano i limiti alla discrezionalità giudiziaria in ragione delle esigenze della società.

Nella foto il Palazzo di Giustizia "Bruno Caccia" di Torino - (C) Fabio Valerini 2025

Minori e social networkQuando vietare appare più facile che regolaredi Fabio Valerini Sembrava la panacea di tutti i mal...
16/08/2026

Minori e social network
Quando vietare appare più facile che regolare

di Fabio Valerini

Sembrava la panacea di tutti i mali social: vietare l’accesso ai minori.
Dall’Australia al Regno Unito, dalla Danimarca alla Francia fino alla Commissione Europea: tutti nell'unica direzione di fissare un'età minima per poter usare i social.

Ma il 14 agosto dalla Corte Costituzionale francese è arrivato uno stop tanto chiaro quanto potente e forse destinato a fare scuola: non si può prevedere semplicemente un divieto generalizzato.

È vero che tutti noi ricorriamo, consapevolmente o no, a scorciatoie per raggiungere i nostri obiettivi da quelli più semplici a quelli più complessi: è questione di sopravvivenza.
Ma quando si tratta di tutelare i minori il legislatore non può pensare soltanto a soluzioni troppo semplici come quella di vietare l’accesso ai social ai minori di una certa età (quindici o sedici poco importa).

Perché questo potrebbe – come è successo proprio in Francia – determinare una battuta d’arresto e obbligare a ricominciare da capo.
Il legislatore deve cercare di trovare e mettere in campo misure necessarie e proporzionate per raggiungere i suoi obiettivi avvantaggiandosi di tutta l’attività istruttoria di cui può disporre: e spesso è un mix di interventi, educativi e di sostegno alle famiglie, che devono essere messi tempestivamente in campo con adeguate risorse.

Non c’è alcun dubbio: quando i minori sono esposizione in modo incontrollato ai social sorge una questione complessa e multiforme come possiamo cogliere già soltanto se riflettiamo come la nostra vita sociale sia sempre più social e la nostra identità personale comprenda anche la nostra identità digitale che deve essere tutelata.

Con molta efficacia l’annuale infografica realizzata da DOMO Data never sleeps ci fa capire quale sia il volume di dati creati nel mondo della comunicazione digitale su internet ogni minuto: 3.472.222 video visti su YouTube, 16.000 video caricati suTikTok e quasi 139 milioni di reels su Facebook e Instagram.

Jeremy Rufkin aveva scritto che la nostra è oramai un’era dell’accesso: ciò che conta sono i servizi cui possiamo accedere compresi quelli, ovviamente, attraverso cui possiamo comunicare e, quindi, esprimerci.
E questo vale per gli adulti, ma anche per i minori.

Quando però parliamo del rapporto tra minori e social network (e non solo) qualcuno si deve prendere cura di loro per evitare che i pericoli possano danneggiarli: gli studi dimostrano come tra i rischi via siano quelli di dipendenza comportamentale, isolamento ed esposizione a pornografia, molestie o frodi.
Per averne un quadro la lettura del documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sul fenomeno delle dipendenze patologiche diffuse tra i giovani approvato nel 2022 dalla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza ci restituirà un quadro preoccupante.
Il problema, dunque, è come affrontare un problema fondamentale, ma anche urgente, non più differibile tanto che recentemente si sono moltiplicate le iniziative legislative (e non) volte a limitare l’accesso dei minori ai social.
Anche la Commissione Europea ha annunciato un’iniziativa per fissare un’età minima comune in tutta Europa (forse a 16 anni) per l’iscrizione ai social.

Ma qualche punto fermo inizia però a fare capolino nel quadro giuridico di riferimento che i legislatori devono rispettare.
Tra le varie proposte di legge sul tema quella francese, poi approvata dall’Assemblea Nazionale ,avrebbe voluto essere risolutiva : i minori di quindici anni non avrebbero potuto accedere a nessun social network.
Sarebbero stati consentiti soltanto essenzialmente i servizi educativi, mentre sarebbe ricaduti nel divieto i servizi collaborativi per la condivisione di contenuti di svago, informazione le applicazioni di giochi online.

Senonché, il Conseil Constitutionnel francese chiamato a pronunciarsi da due gruppi di parlamentari ha dichiarato quella legge incostituzionale proprio per aver voluto essere risolutiva in modo troppo tranchant.
Un conto è bloccare l’accesso a siti pornografici, altro è porre un divieto generalizzato che non distingue tra servizi on line e che, alla fine, impedisce ai minori di “connettersi e comunicare tra loro, condividere contenuti e scoprire altri utenti e contenuti” utilizzando i servizi di social networking online.
La protezione dei minori è questione seria e che può giustificare restrizioni all’utilizzo di servizi on line, ma non può giustificare un divieto generalizzato di accedere ai social network: ne va anche della vita democratica del Paese.
Del resto, oggi lo sviluppo delle tecnologie della comunicazione comporta che il diritto di espressione implica la libertà di accedere a tali servizi e di esprimersi al loro interno.
Peraltro – hanno scritto i giudici costituzionali francesi –“vietando l'accesso a determinati servizi online a qualsiasi minore di età inferiore ai quindici anni, le disposizioni contestate implicano, di per sé, che qualsiasi persona, anche adulta, debba dimostrare la propria età prima di accedervi”.

Il messaggio della Corte Costituzionale francese è chiaro: quando il legislatore interviene (giustamente) per proteggere i minori non può scegliere la strada più semplice (quella del solo divieto generalizzato) ma deve trovare quale sia la strada (anzi le strade compresa quella educativa che riguardi anche i genitori e la scuola) che possano consentire di raggiungere l’obiettivo valorizzando tutti gli interessi in gioco compreso quello che i minori devono pur poter comunicare tra loro.

Dopo 13 anni di occupazioni ed allacci abusivi, denunciati da anni, questa notte una parte dello stabile di SPIN TIME LA...
30/07/2026

Dopo 13 anni di occupazioni ed allacci abusivi, denunciati da anni, questa notte una parte dello stabile di SPIN TIME LABS ha preso fuoco. L'incendio si e' sviluppato probabilmente a partire da un volume tecnico . Attualmente lo stabile e' stato dichiarato inagibile dai vigili del fuoco. Le famiglie e gli altri occupanti del Teatro, della Redazione del giornale e della trattoria interna, sono stati evacuati e le persone sono in strada assistite da Protezione civile e servizi sociali. La polizia accompagna insieme ai vigili del fuoco chi avesse esigenza di recuperare effetti personali. La organizzazione di spin time ha chiamato una adunanza di tutti i cittadini che solidarizzano con il centro occupato. Sono attese migliaia di persone a raccolta. la polizia ha circoscritto l'area. (di Furio Capozzi)

“In Italia, ‘farsi giustizia da soli’ è reato, disciplinato dagli articoli 392 e 393 del Codice Penale (Esercizio arbitr...
03/04/2026

“In Italia, ‘farsi giustizia da soli’ è reato, disciplinato dagli articoli 392 e 393 del Codice Penale (Esercizio arbitrario delle proprie ragioni). È punito chi, potendo ricorrere al giudice, usa violenza o minaccia sulle cose o persone per esercitare un preteso diritto. Le pene includono multe (violenza sulle cose) o reclusione (violenza/minaccia alle persone)”



Sospensione dei deputati e tensioni istituzionali: il caso della conferenza stampa di CasaPound. di

La recente sospensione di numerosi deputati alla Camera riaccende il dibattito sui limiti dell’azione politica e sulle modalità di protesta all’interno delle istituzioni. Il provvedimento disciplinare, che ha colpito esponenti di diverse forze politiche, è legato agli eventi verificatisi durante una conferenza stampa riconducibile a CasaPound, contestata da alcuni parlamentari.

Secondo quanto ricostruito, l’iniziativa è stata ostacolata da un gruppo di deputati che hanno fisicamente occupato gli spazi, impedendo di fatto lo svolgimento dell’evento. Una protesta che, nelle intenzioni dei partecipanti, voleva essere una presa di posizione politica netta contro la presenza del movimento, ma che è stata interpretata dagli organi della Camera come una violazione delle regole parlamentari.

Le sospensioni: cinque e quattro giorni

Sono stati sospesi per cinque giorni i deputati del Partito Democratico:
Souad Sbai Bakkali (nota come Bakkali), Gianni Cuperlo, Matteo Orfini, Andrea De Maria, Marco Sarracino, Arturo Scotto, Nico Stumpo, Roberto Morassut, Laura Boldrini e Gianluca Casu.

Per il Movimento 5 Stelle, la sospensione ha riguardato:
Gilda Sportiello, Riccardo Ricciardi, Gaetano Auriemma, Antonio Caso, Davide Ferrara, Arnaldo Lomuti, Andrea Quartini e Francesco Silvestri.

Per Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), i provvedimenti hanno colpito:
Filiberto Zaratti, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Mari.

A questi si aggiungono altri dieci deputati sospesi per quattro giorni per aver contribuito alla saturazione degli spazi, rendendo impossibile lo svolgimento della conferenza:
Alifano, Stefania Di Biase, Vittoria Baldino D’Orso, Chiara Gribaudo, Pasquale L’Abbate, Claudio Mancini, Anna Laura Orrico, Marina Ricciardi, Paolo Ciani e Romeo.

Il nodo politico e giuridico

La vicenda apre una questione delicata: fino a che punto è legittima la protesta politica dentro le istituzioni? Il richiamo iniziale agli articoli 392 e 393 del Codice Penale non è casuale. Anche se il contesto parlamentare gode di specifiche tutele, il principio generale resta quello della prevalenza delle regole e delle procedure legali rispetto ad azioni dirette che impediscono ad altri di esercitare diritti.

Nel caso specifico, i deputati coinvolti rivendicano una scelta politica e morale: impedire spazio a un movimento ritenuto incompatibile con i valori costituzionali. Dall’altra parte, la Presidenza della Camera ha ritenuto che tale azione abbia oltrepassato i limiti consentiti, trasformandosi in un comportamento ostruzionistico e lesivo delle prerogative istituzionali.

Un precedente destinato a pesare

Le sospensioni rappresentano un segnale forte: la tutela dell’ordine parlamentare viene considerata prioritaria, anche a fronte di proteste politicamente motivate. Tuttavia, il caso rischia di creare un precedente significativo, perché pone in tensione due principi fondamentali: la libertà di espressione politica e il rispetto delle regole democratiche.

Il dibattito è destinato a proseguire, dentro e fuori il Parlamento. E la domanda resta aperta: quando la protesta diventa violazione delle regole, e quando invece rappresenta una forma legittima di resistenza politica? immagine realizzata con AI.

02/04/2026

Crisi di Governo e le sfide del Campo Largo: il confronto a distanza tra Schlein e Renzi su "Scanner". di Furio Capozzi
La politica italiana attraversa giorni di intensa turbolenza. Tra le scosse interne all'esecutivo guidato da Giorgia Meloni e un centrosinistra che cerca di riorganizzarsi, la puntata di "Scanner Live" con Valerio Nicolosi su Fanpage.it – introdotta dalla comicità pungente di Monir Ghassem e condotta dalla redazione politica – ha offerto una panoramica chiara degli scenari futuri, grazie anche agli interventi di Elly Schlein (segretaria del PD) e Matteo Renzi (leader di Italia Viva).
Il contesto: la maggioranza trema, il centrosinistra si prepara
L'apertura della trasmissione, affidata all'analisi di Luca Pons, ha delineato un quadro di profonda incertezza per il governo: la recente sconfitta al referendum sulla giustizia ha innescato un effetto domino, portando a dimissioni eccellenti tra ministri e sottosegretari e alimentando i malumori interni, in particolare in Forza Italia. Di fronte alle pressioni per un rimpasto e al silenzio della premier Meloni, la prospettiva di elezioni anticipate non è più un tabù e costringe i partiti a ragionare su una nuova legge elettorale.
Le posizioni di Elly Schlein e le priorità del Partito Democratico
Nel corso della sua intervista, Elly Schlein ha ribadito che il centrosinistra si sta preparando all'ipotesi di tornare alle urne. La linea della segretaria dem si concentra sull'urgenza di dare risposte sociali forti di fronte al calo del potere d'acquisto. Al centro dell'agenda politica del PD c'è la tutela dei lavoratori, la necessità di interve**re in modo strutturale sull'evasione fiscale – definita "endemica" e scaricata quasi interamente sulle spalle dei lavoratori dipendenti e dei pochi autonomi che pagano le tasse – e l'istituzione del salario minimo.
L'analisi di Matteo Renzi: lavoro, sindacati e riforme
Dall'altra parte, il leader di Italia Viva Matteo Renzi (intervenuto in collegamento) ha offerto una lettura pragmatica delle dinamiche del mondo del lavoro e delle alleanze. Renzi ha affrontato il delicato nodo del salario minimo, sottolineando come per anni siano stati gli stessi sindacati a frenarne l'introduzione per paura di perdere la propria centralità nella contrattazione nazionale, preferendo restare il "sindacato dei contratti" piuttosto che trasformarsi in un "sindacato dei servizi". Tuttavia, ha ammesso che la situazione odierna – con l'Italia tra i pochi Paesi europei sprovvisti di tale tutela e incapace di stare al passo con l'aumento del costo della vita – richiede interventi drastici e una revisione profonda del sistema.
Il punto dei giornalisti: Salvini e Menafra
A fare da collante tra le dichiarazioni dei leader politici è stato il dibattito animato da Giacomo Salvini (cronista de Il Fatto Quotidiano) e Sara Menafra (vicedirettrice di Open). I due giornalisti hanno evidenziato la debolezza del governo e l'immobilismo su riforme cruciali. Sul fronte economico, è emerso un triste parallelismo storico: l'ultima vera e incisiva battaglia contro l'evasione fiscale risale al governo Prodi (con Visco), un tabù che oggi quasi tutti gli schieramenti hanno paura di affrontare. Senza una riforma fiscale strutturale, hanno concordato gli opinionisti, il sistema italiano è destinato a non reggere, scaricando costi sempre maggiori su una platea di contribuenti sempre più stretta.
La diretta di Fanpage.it traccia un quadro dove il "campo largo" è chiamato alla prova della maturità. Con un governo Meloni in evidente affanno e l'ombra del voto anticipato, il dialogo (e a volte lo scontro) tra figure come Schlein e Renzi diventerà l'ago della bilancia per capire se l'opposizione riuscirà a presentarsi unita, superando gli storici attriti su temi dirimenti come il lavoro e il fisco.

Infomaniak: L'Alternativa Etica e Sostenibile nel Cuore dell'Europa Digitaledi Furio Capozzi In un'era digitale sempre p...
01/04/2026

Infomaniak: L'Alternativa Etica e Sostenibile nel Cuore dell'Europa Digitale
di Furio Capozzi
In un'era digitale sempre più centralizzata e dominata dai giganti della tecnologia (i cosiddetti GAFAM), la necessità di alternative etiche, sicure e rispettose dell'ambiente non è mai stata così urgente. In questo panorama, Infomaniak, storica azienda svizzera fornitrice di servizi cloud e web hosting, emerge non solo come un'eccellenza tecnologica, ma come un vero e proprio manifesto di responsabilità sociale e ambientale.
Scegliere Infomaniak oggi significa abbracciare una filosofia aziendale che mette al centro il valore collettivo, la privacy degli utenti e la tutela del nostro pianeta.
Un Impegno Radicale per la Sostenibilità Ambientale
Uno dei pilastri fondamentali dell'etica di Infomaniak è il suo approccio pionieristico all'ecologia. I data center, notoriamente idrovore di energia, vengono qui ripensati per essere in armonia con l'ambiente circostante.
• Energia 100% Rinnovabile: L'azienda utilizza esclusivamente energia di origine locale e rinnovabile, compensando le emissioni di CO2 rimanenti (legate ad esempio alla produzione dell'hardware) al 200%.
• Innovazione senza Aria Condizionata: Infomaniak ha sviluppato data center all'avanguardia che non necessitano di aria condizionata tradizionale, raffreddandosi esclusivamente con l'aria esterna. Questo ha permesso di raggiungere indicatori di efficienza energetica (PUE) tra i più bassi al mondo.
• Economia Circolare e Comunità Locale: Il calore generato dai server non viene disperso, ma recuperato per riscaldare le abitazioni locali. Un esempio brillante è il loro ultimo data center, progettato per reimmettere l'energia termica nella rete di riscaldamento della città di Ginevra, trasformando uno scarto tecnologico in una risorsa preziosa per la comunità.
Sovranità dei Dati e Rispetto per l'Individuo
L'etica digitale passa inevitabilmente per il rispetto della privacy. A differenza dei modelli di business basati sull'estrazione e la vendita dei dati degli utenti, Infomaniak adotta una politica di privacy by design.
• Indipendenza Totale: L'azienda sviluppa internamente le proprie soluzioni software e gestisce i propri data center, senza dipendere da terze parti. Questo garantisce che i dati non escano mai dalla giurisdizione svizzera, una delle più severe al mondo in materia di protezione dei dati personali.
• Il Cittadino al Centro: Non analizzando né vendendo i dati personali, l'azienda restituisce agli utenti e alle imprese la sovranità sulle proprie informazioni. È una democratizzazione del cloud che tutela i diritti civili digitali della collettività.
Un Modello Aziendale per la Comunità
Il valore collettivo generato da Infomaniak si riflette anche nella sua struttura societaria e nel modo in cui interagisce con l'ecosistema in cui opera.
• Azienda dei Dipendenti: Infomaniak è un'azienda indipendente che non risponde a fondi di investimento speculativi. Una parte significativa del capitale è detenuta dagli stessi dipendenti. Questo modello garantisce che le decisioni aziendali siano guidate da una visione a lungo termine e dal benessere dei lavoratori, piuttosto che dalla mera massimizzazione del profitto a breve termine.
• Supporto all'Open Source e alle Alternative Libere: L'azienda contribuisce attivamente alla comunità open source, restituendo valore all'ecosistema globale degli sviluppatori. Inoltre, si impegna a fornire alternative accessibili, e spesso gratuite, alle suite di produttività proprietarie (come Infomaniak Meet o kDrive), favorendo l'inclusione digitale.
• Impatto Fiscale ed Economico Locale: Mantenendo le proprie operazioni, la ricerca e lo sviluppo e l'assistenza clienti sul territorio svizzero ed europeo, Infomaniak contribuisce direttamente alla crescita economica locale, pagando le tasse nel paese in cui genera valore e creando posti di lavoro qualificati.
Conclusione: Il Cloud come Atto di Responsabilità
Infomaniak dimostra che è possibile fare impresa nel settore tecnologico ad altissimi livelli senza rinunciare ai propri valori. La sua esistenza e la sua crescita continua sono la prova che i consumatori e le aziende sono sempre più alla ricerca di un'innovazione che sia anche eticamente sostenibile.
Scegliere servizi cloud progettati per proteggere la privacy, azzerare l'impatto climatico e supportare l'economia locale non è solo una decisione informatica, ma un atto di responsabilità. È un investimento in un futuro digitale in cui la tecnologia serve l'umanità e le sue comunità, e non viceversa. https://www.infomaniak.com/it

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Ecce Homo di Antonello da Messina esposto a Palazzo della MinervaL'opera Ecce Homo di Antonello da Messina è esposta, da...
31/03/2026

Ecce Homo di Antonello da Messina esposto a Palazzo della Minerva

L'opera Ecce Homo di Antonello da Messina è esposta, dal 27 marzo e fino al 7 aprile, nella Sala Capitolare di Palazzo della Minerva a Roma, su iniziativa del Senato della Repubblica, in collaborazione con il Ministero della Cultura.

L'inaugurazione ha avuto luogo giovedì 26 marzo, alla presenza del Presidente del Senato Ignazio La Russa e del Ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Si tratta di un'anteprima mondiale dopo il ritorno dell'opera in Italia a seguito dell'acquisto per 14.9 milioni di euro da parte dello Stato da Sotheby’s e in attesa della sua collocazione permanente nel MuNDA - Museo Nazionale d'Abruzzo dell'Aquila.

L'opera, le cui piccole dimensioni hanno fatto pensare a un oggetto di devozione privato (Federico Zeri), è rappresentata da un pannello dipinto su entrambi i lati: da un lato è presente l' "Ecce Homo" e, dall’altro, San Girolamo penitente.

Il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha dichiarato che "l’opera rappresenta un unicum nel panorama artistico del Quattrocento italiano, punto fondamentale nella strategia di ampliamento e valorizzazione del nostro patrimonio culturale, da mettere a disposizione dei cittadini italiani e dei visitatori provenienti da tutto mondo”.

L'esposizione è aperta dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 20. Prossime aperture straordinarie, dopo la grande affluenza di pubblico sabato 28 e domenica 29 marzo, sono previste il 4, 5 e 6 aprile (10-18) con ingresso libero senza prenotazione. Fabio Valerini

Indirizzo

Via Amedeo Cencelli 64
Rome
00177

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