Rivista quadrimestrale di ricerca e critica storica edita da: Società Editrice Dante Alighieri E così fu. LXIV. E tale è rimasta. Nord e Media Italia.
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La rivista e la sua storia
La «Nuova Rivista Storica» fu fondata nel 1917 da Corrado Barbagallo: era in corso la prima guerra mondiale ed è probabile che quanto avveniva nel nostro paese e in tutta l’Europa sia stato determinante nel condizionarne il programma che fu pensato «un po’ diverso da quello comune alle altre riviste storiche» (Il nostro programma, firmato La Redazione, fasc.1, a. 1 gennaio-marzo 1917). In esso si auspicava infatti di poter «esercitare una speciale azione nell’ambito della nostra cultura storiografica: quella che nel pensiero dei suoi ideatori è parsa la più conforme ai bisogni dell’ora che volge». In altre parole, dare maggiore spazio alla vita e alla politica da cui, nei tempi passati la storiografia «attingeva il suo più vital nutrimento» (Barbagallo stesso stava passando da interessi per la storia antica alla storia contemporanea) nei confronti di quel metodo critico-storico ereditato dalla storiografia tedesca che, pur essendo stato utile per la metodologia delle fonti, stava trasformando la storia in filologia, paleografia, diplomatica, archeologia, perdendo di vista l’interesse e il panorama generali. Un rischio, se ci si pensa con attenzione, che colpisce la storiografia con corsi e ricorsi ciclici. Nel primo fascicolo dell’anno II (1918), ancora La Redazione (certamente Corrado Barbagallo, Guido Porzio, Ettore Rota), dava conto del successo ottenuto dalla Rivista malgrado le circostanze sfavorevoli in cui era nata, ribadendo il concetto informativo di base, ossia «fare in modo… che lo scrivere di storia torni ad essere in Italia, non già tediosa esercitazione critica su questioni minute e disorganiche, non già illustrazione spicciola di testi e di documenti, ma, essenzialmente, interpretazione e intelligenza dei fatti sociali, specie di quelli politici, nel senso più ampio e comprensivo della parola» (p. 3). E così fu. Se si pensa a quale fosse la storiografia ufficiale in quegli anni, ci si rende conto dello sforzo coraggioso e intelligente compiuto da quel gruppo di studiosi, alcuni giovani, altri meno, per muovere le acque dell’accademismo e del filologismo che impregnavano la cultura storica italiana. «La storiografia – lo rilevava Giuseppe Martini nelle pagine di Cinquant’anni con le quali nel 1967 celebrava il cinquantesimo anniversario della Rivista (fascicolo gennaio-aprile, pp. 1 ss.) – doveva essere scienza, non semplice descrizione dei fatti». Non mancava, in quel periodo, né in Barbagallo, né negli altri redattori, l’attenzione per i problemi del materialismo storico sebbene filtrato dall’originale interpretazione di Arturo Labriola, e quindi inteso piuttosto come ispirazione, suggerimento, verifica che come dottrina rigidamente definita e applicata. Barbagallo stesso aveva pubblicato nel 1899 uno scritto «Pel materialismo storico», poi ampliato nel saggio del 1916 «Il materialismo storico», ed appare chiaro come a lui e ai suoi collaboratori le pagine di Gaetano Salvemini e la sua azione politica e sociale risultassero quasi paradigmatiche. Tuttavia, nel programma della «Nuova Rivista Storica» il materialismo storico non è nominato ed è chiaro pertanto che il periodico non intendeva nascere sotto questa insegna, fosse questa un’opportunità imposta dallo stato di guerra in atto o dalla tendenza eclettica di Barbagallo che lo portava ad una grande elasticità interpretativa. Trascorsero anni buoni e anni difficili: nel 1930 la redazione era composta da Barbagallo, da Gino Luzzatto che gli subentrava nei compiti di coordinamento generale fino ad allora da lui tenuti, Piero Pieri, Porzio e Rota, in un regime che non vedeva di buon occhio l’impostazione della Rivista. Nel 1932, infatti, si ebbe una campagna di stampa ostile; nel 1939, scoppiò la seconda guerra mondiale, alla quale il periodico fece fronte con riduzione nel numero dei fascicoli e nelle pagine, ma sopravvisse ad entrambe.
Nel 1942, mentre continuavano nel loro impegno Barbagallo, Rota e Porzio, scomparve dalla Redazione il nome di Luzzatto colpito dalle leggi razziali; vi ritornerà a guerra finita. Su La «Nuova Rivista Storica» e la storiografia del ‘900 (1917-1945) si veda l’articolo di Manuela Doglio sul fascicolo III-IV 1980, a. LXIV. Nel 1952, si spense a Torino Corrado Barbagallo: nella Rivista rimasero Gino Luzzatto, Piero Pieri, Guido Porzio, Ettore Rota, Segretario di redazione Angelo Tursi, che fu poi per molti anni nume tutelare del periodico. Nel 1958 morì anche Guido Porzio e, a fianco di Gino Luzzatto, rimasero Domenico Demarco, Piero Pieri e Nino Valeri. Nel 1963, Luzzatto, ormai malato e stanco, tramite Bruno Caizzi, chiese a Martini di assumere la direzione della «Nuova Rivista Storica», rimanendo però nel Comitato di direzione fino alla sua morte, l’anno seguente. Assumere la direzione del periodico fu per Martini un momento di grande gioia, del quale siamo stati partecipi: aveva colto subito l’importanza dell’occasione che gli si offriva e che gli avrebbe permesso di essere di aiuto soprattutto ai giovani i quali avrebbero potuto rivolgersi a lui per pubblicare le proprie ricerche, se meritevoli, senza troppo pregare. La rivista era uno strumento prezioso, ricco di una tradizione culturale di quasi mezzo secolo e sostenuto da una Casa Editrice intelligente, una rivista da sempre palestra aperta a tutti gli storici, senza divisioni ideologiche o di corrente. E tale è rimasta. Nell’assumerne la direzione, Martini, scriveva in alcune pagine il suo programma nel quale si richiamava all’impostazione data al periodico da Barbagallo, nella strenua lotta contro il filologismo e il negativo positivismo negli studi storici, richiamando quale movente e stimolo agli studi stessi l’interesse e la passione per i fatti della vita vissuta senza i quali «non sorgono idee stimolanti, né in storiografia, né in alcun altro campo; la cultura intristisce, e diventa pretesto di erudite ma squallide esercitazioni» (fascicolo gennaio – aprile 1964, p. 5). Martini rilevava che oggi (1964) «non si richiede più allo storico la totale insensibilità ai problemi vivi del proprio tempo», tuttavia si domandava se avremmo potuto essere ben sicuri «che ogni pericolo sia superato e che certi atteggiamenti mentali… non si ripropongano sotto forme attenuate o clandestine», come, ad esempio, l’insofferenza per ogni discussione metodologica o di ricerca di storia della storiografia insieme alla diffidenza con la quale veniva accolto l’insegnamento della storia contemporanea nelle Università, per la cui collocazione si cominciava allora a battersi nella neonata «Società degli Storici Italiani» (sulla quale si veda in questa Rivista, a firma di chi scrive: Per il ricupero della memoria: i primi dieci anni di vita della «Società degli Storici Italiani»: 1964-1974, fascicolo II, 2000, pp. 337-364). Martini ribadiva che la «storia deve intendersi in senso ‘globale’, cioè come l’insieme delle manifestazioni politiche, culturali, religiose, giuridiche, economiche di una certa società, la quale ne costituisce sempre il fondamento unitario», il che non disconosceva peraltro la necessità di approfondimento specializzato ma senza perdere di vista la sintesi generale. Come già Barbagallo, Martini ricordava un altro difetto della nostra storiografia, ossia il suo «estremo provincialismo» e auspicava la presenza degli storici stranieri nelle ricerche e nelle pagine della Rivista. In quel primo fascicolo con cui si apriva la direzione di Martini, la redazione comprendeva chi scrive, poi divenuta ordinario di Storia Medioevale nell’Università degli Studi di Milano, Giorgio Chittolini che ora ricopre la medesima cattedra e Enrico Decleva che oggi ne è il Magnifico Rettore: sono esempi interessanti, ma molti degli storici che oggi sono noti e vanno per la maggiore, hanno cominciato la loro carriera sulle pagine della «Nuova Rivista Storica».
Martini diresse la Rivista fino al 1979, anno della sua scomparsa, e in quei quindici anni non si allontanò dalle linee programmatiche che aveva tracciato all’inizio del suo lavoro. A qualcuno forse l’indirizzo del periodico parve un po’ sfumato, ma esso era del tutto in sintonia con il concetto che egli aveva della ricerca storica, con la sua grande cultura, la sua profonda umanità, la sua apertura mentale e il suo mai sopito amore per la libertà dello spirito e dell’individuo. Fin dai primi tempi, furono piuttosto numerosi i riferimenti alla storiografia extraitaliana; fu altrettanto attento a mettere in rilievo e ad ampliare la visione metodologica, qualunque fosse il settore o l’epoca della ricerca; frequenti le ricerche sulla storia delle strutture economiche, sociali, politiche, culturali delle terre padane, ma la visione si allargava anche a comprendere l’Oriente greco e bizantino, il mondo islamico e quello iraniano. Dal 1971 aveva dato vita ad una rubrica di «Storia, psicologia e scienze sociali”, allora emergenti nella ricerca. Quasi nello stesso periodo cominciava il lavoro per gli «Indici generali del cinquantennio». 1917-1966.