RadioDanza

RadioDanza Radiodanza.it - webradio Italiana dedicata al ballo e alla danza. Ascoltabile attraverso il sito www.radiodanza.it, tutti i giorni 24h su 24.

RadioDanza.it - la radio che balla! Ci occupiamo della divulgazione e promozione della danza in tutte le sue forme. Sito web www.radiodanza.it

L'EDITORIALE DI GIACOMO MOLINARIRai, i conti tornano. Ma il servizio pubblico sta davvero investendo nel proprio futuro?...
25/05/2026

L'EDITORIALE DI GIACOMO MOLINARI

Rai, i conti tornano. Ma il servizio pubblico sta davvero investendo nel proprio futuro?

Il ritorno della Rai a un bilancio in attivo dopo quasi un decennio è certamente una notizia positiva. Nessuno può negare l’importanza di un’azienda pubblica che ritrova stabilità economica dopo anni difficili. Ed è giusto riconoscere il valore di una gestione che riesce a riportare il segno positivo nei conti.

Ma il problema è un altro.

Perché quando si parla di “fine degli sprechi” bisognerebbe avere il coraggio di capire davvero dove gli sprechi si annidano. E soprattutto bisognerebbe evitare la tentazione più semplice: tagliare ciò che appare sacrificabile solo perché culturalmente considerato secondario.
Negli ultimi anni il sistema Rai ha progressivamente ridotto tutto ciò che produceva cultura viva, presenza artistica, sperimentazione, orchestra, danza, teatro, corpi di ballo, professionalità artistiche e produzioni strutturate. Tutto ciò che richiede investimento, tempo, visione e continuità viene ormai percepito come un costo e non più come una funzione naturale del servizio pubblico.
Eppure il vero nodo non è mai stato affrontato fino in fondo.
Perché mentre si racconta la necessità di razionalizzare, esiste una gigantesca macchina amministrativa e dirigenziale che continua a rimanere praticamente intoccabile.
La Rai negli anni è diventata un sistema estremamente appesantito da strutture interne, uffici, sottostrutture, consigli, organismi, consulenze, capi, sottocapi, dirigenti blindati e figure amministrative spesso sovrapposte tra loro. Una macchina enorme che costa moltissimo e che raramente viene messa realmente in discussione.
E allora viene spontaneo chiedersi: qualcuno si è mai posto seriamente il problema di quanto costi amministrare la Rai?
Perché il punto non è soltanto quanto costa produrre cultura.
Il punto è capire quanto costi l’apparato che gestisce quel sistema culturale e di informazione.
Quanto pesa economicamente questo dedalo di strutture, incarichi, consigli di amministrazione, apparati intermedi, dirigenti con stipendi elevatissimi e livelli decisionali frammentati.
Si parla continuamente dei costi delle produzioni artistiche, ma molto meno del costo complessivo della macchina burocratica che ruota attorno al sistema Rai.

Ed è qui che il discorso diventa inevitabilmente scomodo.

Perché troppo spesso i sacrifici vengono scaricati sempre sugli stessi: sulle ultime ruote del carro. Sui lavoratori creativi. Sugli artisti. Sui ballerini, sui musicisti, sulle orchestre, sui tecnici dello spettacolo, sui professionisti che rappresentano poi l’anima reale della produzione culturale.
Tutto quel mondo viene raccontato come economicamente “pesante”, quasi fosse un lusso non più sostenibile.

Ma davvero il problema della Rai sono le arti?

Davvero il peso economico principale è rappresentato da chi produce cultura, spettacolo, identità e valore artistico?
Oppure il problema sta in un sistema che negli anni ha moltiplicato apparati e frammentazioni amministrative senza mai avere il coraggio di riformarsi davvero?
A questo si aggiunge poi un altro tema enorme, di cui si parla ancora troppo poco: quello degli appalti esterni.

Da molto tempo la Rai ha progressivamente demandato gran parte del sistema produttivo a società esterne. Un meccanismo che spesso genera una lunga catena di intermediazioni, consulenze e passaggi che finiscono inevitabilmente per far lievitare i costi in maniera enorme.

E alla fine accade il paradosso.

Si esternalizza per risparmiare e si finisce invece per spendere di più, impoverendo contemporaneamente le competenze interne e indebolendo la capacità produttiva diretta del servizio pubblico.
Così la Rai perde progressivamente la propria identità industriale e culturale, diventando sempre più una struttura che coordina e sempre meno una struttura che crea davvero.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno investimenti artistici, meno coraggio editoriale, meno sperimentazione, meno produzione culturale strutturata.
E questo in un Paese che possiede una delle tradizioni artistiche più importanti del mondo.
La danza continua ad avere uno spazio marginale, spesso utilizzata come semplice elemento estetico di accompagnamento. Le orchestre vengono considerate un costo. I corpi di ballo vengono ridotti o smantellati. Interi comparti artistici vengono trattati come accessori sacrificabili.
Ma qui non si parla soltanto di intrattenimento.
Qui si parla di identità culturale.
Quando un Paese smette di investire davvero nella propria produzione artistica, smette lentamente anche di investire nella propria capacità di raccontarsi.
E il servizio pubblico dovrebbe essere il primo luogo deputato a custodire questa responsabilità.

La Rai non può limitarsi a sopravvivere economicamente. Deve avere il coraggio di rinnovarsi davvero, ampliando la propria offerta culturale e ripensando il proprio sistema produttivo senza continuare a colpire sempre gli stessi settori.

Perché eliminare gli sprechi è sacrosanto, ma gli sprechi non si eliminano distruggendo il patrimonio creativo.
Gli sprechi si eliminano avendo finalmente il coraggio di mettere mano a quelle strutture diventate negli anni gigantesche, blindate e spesso autoreferenziali.
Altrimenti il rischio è semplice: ritrovarsi con conti migliori ma con una Rai progressivamente svuotata della sua funzione culturale, artistica e produttiva.
E a quel punto il prezzo pagato sarebbe infinitamente più alto di qualsiasi bilancio in rosso.

Ma allora quale potrebbe essere una soluzione concreta, forte e realmente sostenibile?

Forse la Rai dovrebbe avere il coraggio di fare ciò che nessuno ha mai fatto davvero: trasformare la cultura da “centro di costo” a vero motore produttivo ed economico del servizio pubblico.
Come?
Creando una grande divisione Rai Cultura & Performing Arts autonoma, stabile e produttiva, capace non solo di realizzare contenuti artistici per la televisione, ma di diventare una vera industria culturale italiana esportabile nel mondo.
Una struttura che riunisca orchestra, danza, teatro, musica dal vivo, produzioni originali, documentari culturali, eventi, talent artistici e sperimentazione contemporanea, lavorando in sinergia con teatri, conservatori, accademie, festival e istituzioni culturali italiane.
Non più comparti marginali relegati a riempitivi notturni o programmi di nicchia, ma un polo centrale della produzione Rai.
E soprattutto un sistema economicamente attivo.
Perché oggi la cultura non vive soltanto in televisione.
Vive sulle piattaforme streaming, nei social, negli eventi live, nei format internazionali, nei contenuti educational, nelle tournée, nelle collaborazioni internazionali e nelle grandi produzioni multipiattaforma.
La Rai possiede già strutture, archivi, professionalità, spazi produttivi e un marchio storico riconosciuto ovunque. Quello che è mancato finora è stata la visione industriale.
Un grande progetto culturale Rai potrebbe generare nuove entrate attraverso distribuzione internazionale, partnership europee, piattaforme digitali dedicate, produzioni live, contenuti educational e format esportabili, riportando contemporaneamente lavoro stabile e centralità alle professionalità artistiche interne.
In pratica: non tagliare la cultura per risparmiare, ma farla diventare finalmente un investimento produttivo.
Perché il vero paradosso italiano è questo: possediamo uno dei patrimoni culturali più potenti del pianeta, ma continuiamo a trattarlo come un peso economico invece che come una delle più grandi risorse strategiche nazionali.
E forse il futuro della Rai potrebbe ripartire esattamente da lì.

L'EDITORIALE DI GIACOMO MOLINARI " EUROVISION", "AMICI" E LA DANZA RIDOTTA A CONTORNO : DOVE SONO FINITI I ERI CORPI DI ...
19/05/2026

L'EDITORIALE DI GIACOMO MOLINARI
" EUROVISION", "AMICI" E LA DANZA RIDOTTA A CONTORNO : DOVE SONO FINITI I ERI CORPI DI BALLO?

C’è una domanda che oggi il mondo della danza dovrebbe avere il coraggio di fare senza paura di risultare scomodo: perché continuiamo a formare talenti straordinari se poi il sistema non offre più luoghi reali dove quella danza possa esistere davvero?

Negli ultimi anni Amici ha avuto il merito indiscutibile di riportare la danza al centro dell’attenzione popolare. E bisogna riconoscerlo con onestà: sotto il profilo artistico e tecnico il programma è cresciuto molto. Oggi vengono selezionati ragazzi preparati, versatili, con basi solide nel classico, nel moderno, nel contemporaneo e nell’urban. Giovani che studiano per anni con disciplina feroce, sacrificando adolescenza, tempo, soldi, vita sociale. Talenti veri.

Eppure, una volta terminato quel percorso, la domanda resta sempre la stessa: dove vanno a danzare davvero questi artisti?

Perché la verità è che moltissimi di loro, per trovare esperienze importanti, produzioni serie e percorsi professionali concreti, sono costretti ad andare all’estero. Londra, Parigi, Berlino, Amsterdam, Los Angeles. È lì che spesso trovano ciò che l’Italia non riesce più a offrire: strutture produttive, compagnie, ricerca artistica, continuità lavorativa, visione.

E allora il problema non è la formazione. Il problema è il vuoto che arriva dopo.

In Italia il lavoro per i danzatori si è progressivamente ristretto fino quasi a scomparire. Gli enti lirici hanno ridotto o smantellato i corpi di ballo stabili. I grandi varietà televisivi praticamente non esistono più. I musical sono pochi e spesso costruiti con logiche produttive che comprimono sempre di più il ruolo della danza. Nei teatri si produce meno. In televisione la danza è diventata decorazione rapida, riempitivo scenico, contenuto da social.

E così il mercato si è spostato quasi esclusivamente verso eventi, convention, dinner show, serate commerciali, intrattenimento per brand. Realtà che possono certamente rappresentare opportunità lavorative, ma che non possono diventare l’unico orizzonte professionale di un’intera categoria artistica.

Perché quello dovrebbe essere un “di più”, non il cuore di un sistema culturale.

E il problema più grave è che parallelamente si sta impoverendo anche il linguaggio stesso della danza.

Oggi si vedono sempre meno costruzioni coreografiche realmente strutturate. Sempre meno racconto. Sempre meno tecnica. Sempre meno identità stilistica. Anche nei grandi eventi internazionali sembra dominare una tendenza precisa: corpi sempre più nudi, provocazione estetica, ammiccamento continuo, movimenti ripetitivi, sequenze pensate più per diventare virali sui social che per lasciare una traccia artistica.

Guardando l’ultima edizione dell’Eurovision, questa sensazione è stata fortissima.

Molte performance sembravano costruite sulla stessa grammatica visiva: energia immediata, immagini forti, sensualità esasperata, ma pochissima scrittura coreografica reale. Pochissime idee. Pochissimo racconto. Pochissima tecnica riconoscibile.

E questo dovrebbe far riflettere tutti.

Perché non si tratta di essere nostalgici o di rifiutare il contemporaneo. La danza evolve, cambia, contamina linguaggi diversi ed è giusto che accada. Ma evoluzione non significa impoverimento. Modernità non significa superficialità tecnica.

Ed è proprio per questo che una delle coreografie che ha colpito maggiormente il pubblico è stata quella firmata da Marcello Sacchetta per Sal Da Vinci. Perché lì, improvvisamente, si rivedeva qualcosa che ormai sembra quasi raro: costruzione scenica, dinamica, utilizzo del corpo come linguaggio narrativo, chiavi tecniche, teatralità, racconto. Persino l’elemento acrobatico aveva una funzione dentro la narrazione e non era semplice effetto estetico.

E allora viene spontaneo chiedersi: possibile che oggi vedere una coreografia strutturata debba quasi diventare un’eccezione?

Ma c’è un’altra domanda ancora più importante che il settore dovrebbe porsi.

Perché eventi giganteschi come Sanremo o l’Eurovision non possiedono più un vero corpo di ballo stabile? Perché non esistono più sigle coreografate iconiche, grandi aperture, numeri centrali, finali costruiti artisticamente come accadeva nei grandi varietà internazionali?

Perché la danza è diventata sempre marginale persino nei luoghi dello spettacolo che dovrebbero celebrarla?

Una volta i corpi di ballo erano identità artistiche riconoscibili. Esisteva una direzione stilistica, esisteva un immaginario, esisteva un lavoro collettivo fatto di disciplina, tecnica e visione. Oggi invece tutto sembra frammentato, temporaneo, usa-e-getta. Si assembla un gruppo per un evento e il giorno dopo tutto sparisce.

E questo produce una conseguenza devastante anche sulle nuove generazioni.

Perché i ragazzi iniziano a credere che la danza sia soltanto esposizione social, immagine, velocità, hype, sensualità, viralità. Si studia sempre meno in profondità. Persino nell’urban — che è una cultura enorme e complessissima — stanno sparendo discipline fondamentali come locking, popping e breaking studiati seriamente. Si confonde il freestyle improvvisato con la preparazione tecnica. Si scambia l’atteggiamento per formazione.

Ma la danza non può sopravvivere senza studio.

Non può vivere senza tecnica.

Non può esistere senza cultura del corpo, del movimento e dell’interpretazione.

E soprattutto non può continuare ad avere un ruolo secondario in un Paese che possiede una delle tradizioni artistiche più importanti del mondo.

Perché qui non si parla soltanto di spettacolo. Si parla di identità culturale.

Quando una nazione smette di investire davvero nella danza, smette lentamente anche di investire nella propria capacità di raccontarsi attraverso il corpo, la musica, il teatro, la bellezza e l’immaginazione.

E allora forse è arrivato il momento di smettere di utilizzare la danza solo come contorno estetico degli eventi.

Forse è arrivato il momento che la politica culturale, le televisioni, le produzioni e lo stesso settore artistico si assumano una responsabilità precisa: ricostruire uno spazio reale per la danza professionale.

Non come riempitivo.

Non come moda temporanea.

Ma come arte.

Perché continuare a formare talenti straordinari senza costruire un sistema capace di accoglierli significa una sola cosa: continuare a consumare bellezza senza avere il coraggio di darle davvero un futuro.

Eurovision 2026, la prima semifinale accende Vienna: spettacolo, polemiche e primi finalistiLa 70ª edizione dell’Eurovis...
13/05/2026

Eurovision 2026, la prima semifinale accende Vienna: spettacolo, polemiche e primi finalisti

La 70ª edizione dell’Eurovision Song Contest 2026 ha ufficialmente preso il via ieri sera alla Wiener Stadthalle di Vienna con la prima semifinale, tra scenografie monumentali, performance spettacolari e un clima inevitabilmente attraversato anche da tensioni politiche e polemiche internazionali.
Quindici Paesi si sono sfidati per conquistare uno dei dieci posti disponibili per la finalissima di sabato 16 maggio. A qualificarsi sono stati Belgio, Croazia, Finlandia, Grecia, Israele, Lituania, Moldavia, Polonia, Serbia e Svezia, protagonisti di una serata dal ritmo serrato e dall’altissimo impatto visivo. Restano invece fuori Estonia, Georgia, Montenegro, Portogallo e San Marino.
Tra i momenti più commentati della serata, l’esibizione della favorita finlandese Linda Lampenius con “Liekinheitin”, performance che ha infiammato il pubblico viennese e consolidato ulteriormente i pronostici che la vedono tra le candidate più forti alla vittoria finale. Grande attenzione anche attorno alla partecipazione di Israele, accompagnata da proteste e contestazioni che continuano a dividere pubblico e opinione pubblica internazionale.
L’Italia, già qualificata di diritto alla finale in quanto membro dei “Big Four”, si è comunque esibita durante la serata con Sal Da Vinci e il brano “Per sempre sì”, vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo. La performance italiana, elegante e profondamente legata alla tradizione melodica partenopea, ha raccolto reazioni molto positive sui social e tra gli appassionati del contest.
Questa edizione dell’Eurovision si presenta però anche come una delle più discusse degli ultimi anni. Alcuni Paesi, tra cui Spagna, Irlanda, Islanda, Slovenia e Paesi Bassi, hanno scelto di non partecipare in segno di protesta legata alla presenza israeliana nella competizione. Una situazione che ha inevitabilmente trasformato il contest musicale europeo in uno specchio delle tensioni geopolitiche contemporanee.
Nonostante tutto, l’Eurovision continua a confermarsi un gigantesco evento pop capace di unire musica, identità culturali, spettacolo televisivo e fenomeni sociali in un’unica grande macchina scenica. Vienna, con le sue atmosfere eleganti e una produzione visivamente imponente, ha già dimostrato di voler celebrare nel migliore dei modi i 70 anni della manifestazione.
“L’Eurovision resta uno degli esempi più evidenti di come la musica possa ancora diventare linguaggio universale, spettacolo condiviso e racconto collettivo del nostro tempo. Nel bene e nel male, il palco europeo continua a riflettere ciò che accade fuori dal teatro.”
Così dice il nostro editore Giacomo Molinari.

11/05/2026

Domani martedì 12 Maggio alle ore 16:00 in diretta su RadioDanza , incontra attore e creatore di fantastici contenuti social.
Per rivolgere delle domande al nostro ospite potete scrivere al numero 351-6849203
Per ascoltarci scaricate l’applicazione RadioDanza o seguiteci attraverso il nostro sito www.radiodanza.it
Avete già pensato a quale domanda fare a Lorenzo ?

“L’Italia continua a formare straordinari talenti della danza.Ma poi? Dove lavorano davvero questi professionisti?”Teatr...
11/05/2026

“L’Italia continua a formare straordinari talenti della danza.
Ma poi? Dove lavorano davvero questi professionisti?”

Teatri che producono meno danza.
Corpi di ballo smantellati.
Pochi spazi, poche tutele, poca continuità.

Mentre il talento cresce, il sistema resta fermo.

La danza non è solo competizione o intrattenimento:
è arte, cultura, lavoro, identità.

E senza una vera progettualità nazionale, rischiamo di continuare a consumare eccellenza senza costruirne il futuro.

✍️ Di
Per leggere l’articolo completo 👉 link nelle storie.

L’EDITORIALE DI GIACOMO MOLINARIL’ITALIA FORMA TALENTI DELLA SANZA…MA POI LI ABBANDONA AL VUOTO DEL SISTEMACi sono doman...
11/05/2026

L’EDITORIALE DI GIACOMO MOLINARI

L’ITALIA FORMA TALENTI DELLA SANZA…MA POI LI ABBANDONA AL VUOTO DEL SISTEMA

Ci sono domande che questo settore continua a evitare da troppo tempo. Domande scomode, certo, ma inevitabili. E una su tutte dovrebbe ormai diventare centrale in qualsiasi riflessione seria sulla danza in Italia: dove vengono collocati oggi i professionisti che continuiamo a formare?

Perché il punto non è la mancanza di talento. Il talento in Italia continua a essere straordinario. Lo vedo ogni giorno da quarant’anni, lavorando nella formazione, nella divulgazione e nella direzione artistica. Ragazzi e ragazze con capacità tecniche impressionanti, preparazione fisica, sensibilità interpretativa, sacrificio, disciplina. Un patrimonio umano enorme.

E va detto con chiarezza: gran parte di questo lavoro viene portato avanti soprattutto da strutture private di eccellenza che, spesso nel silenzio e senza reali sostegni, continuano a sostenere il peso della formazione professionale nel nostro Paese.

Ma il problema arriva dopo. Sempre dopo.

Perché una volta terminato il percorso di studio, una volta conclusi anni di investimento economico, fisico ed emotivo, questi artisti si trovano davanti a una realtà drammatica: il sistema non è stato in grado di evolversi insieme alla formazione.

Negli ultimi trent’anni il mondo dello spettacolo è cambiato radicalmente: sono cambiati i linguaggi, le piattaforme, i consumi culturali, il rapporto con il pubblico, la tecnologia, la comunicazione, le economie creative. E mentre tutto questo accadeva, l’Italia ha progressivamente smesso di investire nella costruzione di un vero sistema produttivo per la danza.

Si è preferito tagliare. Dismettere. Ridurre. Esternalizzare.

Si è smesso di credere che la cultura potesse essere anche un motore economico, sociale e identitario.

Eppure il benessere di un popolo si misura anche dal suo grado di cultura. E per cultura non intendo soltanto custodire ciò che il passato ci ha lasciato. Cultura significa anche creare nuovo immaginario, produrre contemporaneità, permettere agli artisti di esistere nel presente.

Oggi invece abbiamo una società sempre più disabituata allo spettacolo dal vivo. Sempre meno persone entrano in un teatro per assistere a un balletto, a un’opera o a una produzione coreutica. E questo accade perché negli anni si è progressivamente interrotto il rapporto tra pubblico e produzione culturale.

La danza italiana è stata lasciata senza una reale progettualità nazionale.

I teatri producono sempre meno danza. I circuiti distribuiscono poco o nulla della danza nazionale. Le grandi produzioni preferiscono acquistare format e spettacoli già pronti dall’estero piuttosto che investire nella creatività italiana. Le fondazioni lirico-sinfoniche, invece di ricostruire i corpi di ballo stabili, hanno scelto troppo spesso la strada dell’esternalizzazione, aumentando precarietà e frammentazione.

E allora succede qualcosa di paradossale: continuiamo a formare professionisti senza aver costruito il mercato che dovrebbe accoglierli.

Oggi, realisticamente, l’unico format televisivo che prova davvero a dare un contributo importante alla visibilità e all’inserimento dei giovani talenti è Amici. Lo si può criticare, si possono avere opinioni differenti sul linguaggio televisivo, ma resta uno dei pochissimi contenitori capaci di offrire alla danza una presenza popolare, continuativa e nazionale.

Ed è inutile fingere che non sia così.

Il problema, però, resta sempre lo stesso: cosa accade dopo?

Quanti di quei ragazzi riescono davvero a costruire una carriera stabile? Quanti trovano strutture produttive in grado di sostenerli? Quanti riescono ad avere continuità lavorativa, tutele, prospettive?

La verità è che oggi il mercato assorbe quasi esclusivamente eventi, convention, produzioni commerciali, dinner show, intrattenimento per brand, spettacoli temporanei, format televisivi, esperienze immersive.

Ed è giusto che esistano anche queste realtà, perché rappresentano comunque opportunità lavorative. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma non può essere questa l’unica prospettiva culturale per un intero comparto artistico.

Anche perché oggi si sta creando una confusione gravissima sul concetto stesso di danza professionale. Si tende a far passare come rappresentazione artistica della danza una moltitudine di scopiazzamenti, imitazioni, format ripetitivi e rappresentazioni che spesso appartengono più all’ambito sportivo dilettantistico che a quello artistico e professionale.

Ma la danza non è uno sport. Non è un passatempo. Non è soltanto competizione.

La danza è arte. È linguaggio. È interpretazione. È cultura. È lavoro.

Qui si parla di professione, non di competizione.

Esattamente come accade per un musicista, per una cantante, per un attore, per una indossatrice, per una truccatrice o per qualsiasi altra figura artistica e creativa che costruisce il proprio percorso attraverso studio, tecnica, esperienza, sacrificio e professionalità.

Ridurre tutto a gare, classifiche, esibizioni standardizzate o dinamiche puramente commerciali significa impoverire il valore culturale e professionale di un intero settore.

Perché una nazione che possiede una delle più grandi tradizioni artistiche del mondo non può ridurre il futuro della danza soltanto all’intrattenimento occasionale o agli eventi.

Manca una vera politica produttiva. Manca una riforma concreta del settore. Manca un contratto nazionale realmente specifico e moderno. Manca il coraggio di affrontare il tema delle tutele professionali, della continuità occupazionale, della dignità economica degli artisti.

E soprattutto manca una visione.

Perché oggi si parla continuamente di formazione, di eccellenza, di giovani, di talento. Ma se poi quei talenti non trovano spazio, non trovano produzione, non trovano circuitazione, non trovano stabilità, allora il rischio è trasformare la formazione in una gigantesca catena che produce aspettative destinate a infrangersi contro il vuoto del sistema.

La creatività italiana continua a esistere. Il talento continua a nascere. La voglia di esprimersi continua a essere fortissima.

Ma attorno a tutto questo si è creato un sistema che troppo spesso si muove per relazioni, nomi, lobby e rendite di posizione, lasciando fuori energie nuove e professionalità straordinarie.

Ed è qui che dovrebbe iniziare una riflessione vera. Non più rinviabile. Non più cosmetica. Non più fatta di slogan.

Perché continuare a parlare di eccellenza senza costruire il futuro di chi quell’eccellenza la incarna ogni giorno, significa semplicemente continuare a consumare talento senza mai avere il coraggio di investirci davvero.

09/05/2026

🏆 I vincitori di Respiri Festival – Frame #2 sono loro ✨

“Madame” di Mara Foschini / Amara Dance Theatre conquista il palco del Molinari Art Center TeatroLibero con un viaggio potente e viscerale nell’universo femminile. 🌹

Forza, fragilità, memoria e trasformazione diventano movimento, emozione pura, presenza scenica.

Complimenti ai vincitori ✨

09/05/2026

PEN(N)SARE: La Bilancia dell’Anima ✨
Oggi al Respiri Festival, la Compagnia Ames ci porta a riflettere sulla responsabilità del linguaggio attraverso il movimento. Non è solo danza, è un pensiero che prende forma.
Il titolo “PEN(N)SARE” è un invito potente: misurare e pesare le forze e le conseguenze di ogni nostra parola. ⚖️
📍 Molinari Art Center - Teatrolibero
🩰 Coreografie di .mons
IlariaMonti Linguaggio PerformanceArt

09/05/2026

La danza come rinascita. 🌿
Oggi al Molinari Art Center Teatrolibero per il Frame #2 di Respiri Festival, la Compagnia DNA presenta “ADOL-ESSENZA”. Un’opera che trasforma le fragilità e i silenzi dell’adolescenza in pura espressione artistica.
Non mancate! 🎭
Hashtag consigliati:
CompagniaDNA AdolEssenza RadioDanza DanzaRoma EventiRoma

09/05/2026

Oggi al Molinari Art Center TeatroLibero, nell’ambito di Respiri Festival – Frame #2 ✨

“Madame” di / attraversa l’universo femminile: forza, fragilità, memoria, desiderio e trasformazione prendono corpo in scena attraverso il movimento.

Un viaggio intenso e viscerale che racconta le infinite sfumature dell’essere donna.
Oggi, al TeatroLibero. 🌹

MaraFoschini TeatroLibero DanceTheatre ContemporaryDance UniversoFemminile PerformanceArt

Indirizzo

Via Antonino Lo Surdo 51
Rome
00146

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando RadioDanza pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

In evidenza

Condividi

Digitare