15/05/2018
Cari lettori, il Saloon è finito e la nostalgia galoppa già. Prima di tuffarvi nei libri che avete scoperto in questi giorni, prendetevi due minuti per leggere il discorso di chiusura del direttore Nicola Lagioia. C'è tutto il senso del lungo lavoro di quest'anno, c'è un'idea e una visione di cosa potrebbe e dovrebbe essere la cultura in questo Paese e c'è anche un appello per il futuro.
"Prima di eclissarsi per un po' e tornare a parlare d'altro, alcune considerazioni sul Salone Internazionale del Libro appena concluso.
Sui numeri. Sul successo senza bisogno di nemici. Su cosa significa affidare un progetto di questo tipo a una squadra di scrittori e intellettuali. Su editoria e politica.
Prima considerazione.
Che il Salone sia un successo clamoroso è sin troppo evidente.
Eventi sold out. File interminabili. Stand degli editori pieni di visitatori. Tanti libri venduti. Spazi a disposizione degli espositori assegnati fino all'ultimo millimetro. A un certo punto, in questi giorni, il Lingotto è stato anche chiuso per un po' perché aveva raggiunto la massima capienza consentita dalle misure di sicurezza.
Ora... si può fare meglio, ma è difficile fare di più. Quindi inviterei tutti (noi per primi, e poi la stampa) a non diventare schiavi dei numeri. Lo dico in un anno di numeri strepitosi.
Obbediente alle leggi della fisica, lo spazio a disposizione è sempre limitato per natura. Pretendere di fare ogni anno uno/dieci/mille/diecimila visitatori in più (quando hai raggiunto il massimo consentito) non è discutibile sul piano delle opinioni, ma su quello della geometria euclidea.
Poi magari invece lo spazio espositivo ancora aumenterà, e si faranno numeri ancora più grossi.
Però, con un pizzico spero di saggezza... farei una modesta proposta: diciamoci gli uni con gli altri che oltre una certa soglia (che quest'anno abbiamo superato abbondantemente) il Salone ha centrato un obiettivo che i numeri di solito certificano (cioè ha confermato per l'ennesima volta di essere la fiera nazionale, quella dove ci sono più editori, più autori internazionali, più lettori e quella dove si vendono più libri), rassereniamoci o (rassegniamoci) su questo piano e pensiamo a come migliorare il resto.
Perché, ad esempio, se uno spazio è limitato per natura, è invece sempre perfettibile la qualità del progetto culturale, ed è su quello che ci dobbiamo concentrare.
Seconda considerazione.
Detto questo però... è anche vero che i numeri della ###I edizione dicono una cosa anche sul piano culturale e di politica editoriale.
Questa è stata la prova di maturità del Salone e della sua comunità.
"Perché mi serve un nemico?" Così recita la seconda delle 5 domande che quest'anno sono state la spina dorsale del Programma del Salone.
In questi ultimi anni, purtroppo sempre più spesso, le comunità si sono abituate a darsi un'identità rispetto a un nemico. Ci chiedevamo: la costruzione di un nemico è una condizione indispensabile perché una comunità possa darsi un'identità solida?
Il moralista fa la morale agli altri, l'uomo morale la fa per primo a sé. Quindi questa è una domanda che dovevamo rivolgere innanzitutto a noi stessi.
L'anno scorso la situazione di rivalità tra fiere editoriali che si era venuta a creare (il clima da curva nord/curva sud che si era creato) aveva giovato al Salone: c'era stata la prova d'orgoglio di tutti coloro che si riconoscono in questo progetto, venuti a ribadirne la centralità.
Quest'anno non ce n'è stato bisogno.
Quest'anno il Salone ha dimostrato di essere forte senza bisogno di un nemico o di un avversario. Prova di maturità del Salone, della sua comunità.
Ma anche grande prova di maturità degli editori per ciò che riguarda la loro convivenza.
Quest'anno sono tornati alcuni grandi gruppi editoriali che non c'erano l'anno scorso. Il successo del Salone avrebbe potuto creare dei problemi di convivenza. Così non è stato – o è stato in minima parte (mi scuso per i disagi che possono esserci stati; ci lavoreremo; ma tra i disagi legati al successo e i disagi legati all'insuccesso, permetteteci di privilegiare i primi)... a ogni modo cari editori – grandi gruppi e indipendenti – avete dimostrato di poter stare tutti quanti insieme nella casa comune dell'editoria italiana (dove avete incontrato i vostri tantissimi lettori, avete fatto felici i vostri autori, e vi siete incontrati tra di voi) e questo è un ottimo segnale.
Il dialogo tra editori è importante. Ognuno ha qualcosa da insegnare all'altro.
Terza considerazione.
Quando, ormai 2 anni fa, mi è stato chiesto di occuparmi del Salone del Libro, e ho presentato quello che poi è stato il progetto culturale prima della ### e poi della ###I edizione, qualcuno ha espresso nel migliore dei casi timore e nel peggiore dei casi perplessità per una cosa:
e cioè il fatto che il progetto editoriale fosse affidato non a una squadra di tecnici, ma a una squadra di scrittori, artisti, traduttori, intellettuali, operatori editoriali con una fortissima impronta culturale.
Quello che ci dicevano era: questi saranno pure capaci di scrivere i libri, di tradurli, di fare discorsi sulle sorti del mondo, ma se si passa dalla teoria alla pratica potrebbe non funzionare.
Nel peggiore dei casi questo timore poteva tradursi in un consiglio: continuate a fare le anime belle, che ai giochi dei grandi ci pensiamo noi.
Invece, mi fa molto piacere aver deluso gli scettici: ha funzionato alla grande. Bastava contare i sold out delle sale in questi giorni, bastava vedere le lunghissime file dietro la Sala Gialla, la Sala Azzurra, la Sala Rossa, la Sala Blu per capire qual è stato l'apprezzamento da parte dei lettori (un pubblico molto numeroso) del nostro programma culturale.
E allora una domanda va fatta: perché una squadra di scrittori, artisti, intellettuali riesce a raccogliere intorno a sé questa enorme comunità di lettori?
Risposta: perché forse, con i libri, le normali regole del marketing, regole che andrebbero bene per i deodoranti (con tutto il rispetto per i deodoranti, specie tra le affollate corsie del Salone) non valgono, o valgono in maniera diversa.
A ogni stagione della mia vita editoriale ho sempre trovato gran disponibilità di esperti che ripetevano: "alzate l'asticella e vedrete che il pubblico si ridurrà. Il resto sono favole".
Invece è successo il contrario. Proprio lì dove c'è stata l'asticella più alta c'è stato più pubblico. È la qualità e i contenuti ad aver creato il mercato e non il contrario.
Non c'erano le sale piene per vedere Lady Gaga (con l'ovvio rispetto per Angelina Germanotta). C'erano le sale piene per sentir parlare di Simone Weil, di Franco Basaglia, di David Foster Wallace, di Anna Maria Ortese.
La gente era in fila per vedere Edgar Morin, Herta Müller, Javier Marías, Fernando Aramburu, Antoine Volodine, Lize Spit, Bernardo Bertolucci... eccetera eccetera.
Non abbiamo avuto paura della complessità e siamo stati premiati.
Già il titolo della ###I edizione ("Un giorno, tutto questo") non era propriamente un titolo facile. Non era facile né immediato il progetto sulle 5 domande, eppure (contro ogni buona regola di marketing non applicato ai libri) hanno funzionato molto più che se avessimo seguito le regole dei master MBA.
E perché? Perché il libro è un'altra cosa.
Altro segreto (sembra banale ma è quello che abbiamo fatto): il lavoro sul territorio.
I rapporti con le scuole, con le biblioteche, con le librerie, con gli ospedali, con le carceri, con il mondo del sociale.
Aver mantenuto rapporti così stretti con tutta la filiera legata al mondo della lettura credo sia stato importante. Tanto per dirne una: nel mese che ha preceduto il Salone, io e il vicedirettore Marco Pautasso eravamo ogni sera in una libreria, in una biblioteca diversa. A Torino e in provincia, e in luoghi che solo Pautasso conosce.
Ultima considerazione (e un appello)
All'apertura del Salone quest'anno è venuta la seconda carica dello Stato, la terza carica dello Stato, il ministro della cultura, e altri ministri. Insomma, le istituzioni qui sono di solito molto rappresentate. E allora. Allora sarebbe utile che gli editori (per quanto divisi su tanto punti vista la differenza di grandezza e obiettivi) trovino dei punti in comune su cui fare delle battaglie tutti insieme e su queste fare pressione sulle istituzioni. Abbiamo non a caso invitato la Francia come paese ospite quest'anno. La Francia ha uno straordinario patrimonio culturale e ho l'impressione che riesca a difenderlo spesso meglio di noi. Ecco: il Salone (o altro luogo, purché si faccia!) può essere un'occasione per un confronto tra mondo dell'editoria e istituzioni. Il mondo del cinema ho l'impressione sappia fare molto bene quadrato quando c'è da andare ad avanzare richieste. Dovremmo farlo meglio anche noi.
Vorrei ringraziare tutte le ragazze e i ragazzi, le donne e gli uomini che hanno lavorato per un anno gomito a gomito al fine di realizzare questo progetto. (Non è un evento, è un progetto intorno a cui si raccoglie una comunità difficile da ignorare). È stato un anno molto duro, molto difficile, non privo di sofferenze, molti di noi hanno lavorato in condizioni molto precarie. Quindi questo risultato è ancora più significativo.
La ###II edizione del Saloon si terrà dal 9 al 13 maggio 2019.
Un abbraccio, grazie. Nicola e tutta la band."
È stato un bellissimo