Roberta Bruzzone Psicologa e Criminologa

Roberta Bruzzone Psicologa e Criminologa Criminologa Investigativa, Psicologa Forense, Esperta di Analisi della Scena del Crimine
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È AMORE O SEI DIVENTATA/O OSTAGGIO DELLA RELAZIONE?Le relazioni tossiche raramente cominciano come relazioni tossiche.Al...
24/09/2026

È AMORE O SEI DIVENTATA/O OSTAGGIO DELLA RELAZIONE?

Le relazioni tossiche raramente cominciano come relazioni tossiche.
All’inizio spesso sembrano intensissime, speciali, totalizzanti.

Il problema arriva quando, poco alla volta, per stare con quella persona inizi a perdere te stessa.

Vuoi capire se sei semplicemente dentro una relazione difficile oppure se stai scivolando nella dipendenza affettiva?

Fatti queste domande. E risponditi senza raccontarti favole.

🔴 Hai paura costante che ti lasci, anche quando ti tratta male?

🔴 Accetti comportamenti che un tempo avresti considerato inaccettabili pur di non perderlo/a?

🔴 Il tuo umore dipende quasi completamente da come quella persona ti tratta quel giorno?

🔴 Quando si allontana entri in ansia, controlli il telefono, i social, gli accessi, cerchi disperatamente un contatto?

🔴 Hai progressivamente rinunciato ad amici, famiglia, interessi, lavoro o spazi personali per evitare discussioni o gelosie?

🔴 Ti ritrovi continuamente a giustificare umiliazioni, tradimenti, bugie, silenzi punitivi o svalutazioni?

🔴 Vivi alternando momenti di euforia assoluta a momenti di disperazione profonda a seconda di ciò che accade nella relazione?

🔴 Pensi: “So che mi fa male, ma non riesco ad andarmene”?

🔴 Quando provi a chiudere, basta una telefonata, una promessa o qualche giorno di attenzioni per farti tornare indietro?

🔴 Hai iniziato a dubitare continuamente di te stessa/o, delle tue percezioni e persino del tuo valore?

🔴 Ti senti responsabile delle sue reazioni, della sua rabbia, della sua gelosia o dei suoi comportamenti aggressivi?

🔴 Passi più tempo a cercare di evitare che si arrabbi che a chiederti se tu sei felice?

E soprattutto:

SE QUESTA PERSONA USCISSE OGGI DALLA TUA VITA, AVRESTI ANCORA UNA VITA TUA?

Questa è una delle domande più importanti.

Perché amare qualcuno significa sceglierlo.

La dipendenza affettiva significa arrivare a pensare di non poter esistere senza di lui/lei.

E attenzione a un altro punto:
una relazione non diventa tossica soltanto quando arrivano schiaffi o minacce.

Può esserlo molto prima.

Quando c’è controllo.
Quando c’è isolamento.
Quando c’è svalutazione.
Quando devi camminare sulle uova.
Quando vieni punita con il silenzio.
Quando ti senti continuamente inadeguata.
Quando perdi progressivamente libertà, autostima e capacità di decidere.

L’amore non dovrebbe chiederti di diventare più piccola/o per permettere all’altro di sentirsi più grande.

…soprattutto una relazione sana aggiunge qualcosa alla tua identità.
Una relazione tossica, lentamente, te la porta via.

Se per rimanere con qualcuno devi smettere di essere te stessa/o, forse la domanda non è più:

“Quanto lo amo?”

La domanda è:

“Quanto mi sto facendo male per continuare a chiamarlo amore?”

24/09/2026

Un uomo nel Bergamasco ha tentato di uccidere l’ex davanti al figlio e l’ha rapinata. La mia analisi dei fatti a Vita in diretta.
Morta a 2 anni, la madre prova a scaricare tutta la responsabilità sul compagno ma non è credibile.
Trovato quasi 1 milione di euro nella disponibilità di Pamela. Ne abbiamo parlato con Francesco Dolci.

PRIMA IL PIANO. POI LA CHAT. POI LA VALIDAZIONE. INFINE L’AZIONE. COSÌ LA VIOLENZA DIVENTA UN FORMAT.È un copione che or...
24/09/2026

PRIMA IL PIANO. POI LA CHAT. POI LA VALIDAZIONE. INFINE L’AZIONE. COSÌ LA VIOLENZA DIVENTA UN FORMAT.

È un copione che ormai osservo da tempo e che sta assumendo una forma sempre più riconoscibile.

Ragazzi che, prima ancora di mettere in atto condotte gravissime, annunciano il proprio progetto criminale online. Telegram, chat private, gruppi chiusi. Lo raccontano. Lo mostrano. Lo anticipano.

Perché?

Perché spesso hanno bisogno di qualcosa che, da soli, non riescono a produrre: una validazione esterna.

Cercano qualcuno che dica:
“hai ragione”.
“fallo”.
“fagliela pagare”.
“sei tu quello forte”.
“finalmente dimostrerai chi sei”.

E quel qualcuno può essere persino uno sconosciuto, conosciuto soltanto attraverso uno schermo.

È qui che il fenomeno diventa inquietante.

Perché il gruppo virtuale può trasformarsi in una camera di amplificazione della rabbia: riduce i dubbi, normalizza l’idea violenta, rafforza il senso di legittimazione e trasforma una fantasia aggressiva in qualcosa che, nella mente del soggetto, comincia ad apparire possibile, condiviso, persino “giusto”.

E molto spesso all’origine non c’è affatto un adulto che “ha deluso” il ragazzo.

C’è un adulto che ha fatto esattamente ciò che un adulto dovrebbe fare: ha posto un limite.

Ha detto no.
Ha dato un voto insufficiente.
Ha segnalato un comportamento scorretto.
Ha rappresentato che non tutto è dovuto.
Ha imposto una regola.
Ha comunicato che non ci si è impegnati abbastanza.

E quel limite viene vissuto non come parte normale della crescita, ma come un affronto intollerabile.

Questo è il punto.

Stiamo crescendo soggetti che, in alcuni casi, non cercano qualcuno che li aiuti a tollerare la frustrazione. Cercano qualcuno che dia ragione alla loro rabbia.

E online, purtroppo, qualcuno disposto a farlo si trova quasi sempre.

Il problema, quindi, non sono gli adulti che contengono.

Il problema sono ragazzi che non tollerano più di essere contenuti e comunità virtuali che trasformano il limite in umiliazione, la frustrazione in vendetta e la rabbia in identità.

Quando un progetto violento viene annunciato, condiviso, approvato e applaudito prima ancora di essere realizzato, non siamo più davanti soltanto a un gesto individuale.

Siamo davanti a un format comportamentale che dobbiamo imparare a riconoscere prima che diventi cronaca nera.

23/09/2026

Il narcisismo maligno è una caratteristica personologica che dunque può riguardare sia uomini che donne, di ogni età.

L’odio non è un’emozione qualunque.Non è un fastidio passeggero.Non è antipatia.Non è semplice avversione.L’odio è un le...
23/09/2026

L’odio non è un’emozione qualunque.
Non è un fastidio passeggero.
Non è antipatia.
Non è semplice avversione.

L’odio è un legame.

Un legame oscuro, tossico, deformante, ma pur sempre un legame. E in certi casi può diventare persino più vincolante dell’amore, perché mentre l’amore può lasciare spazio alla vita, l’odio tende a occupare tutto. Colonizza la mente, sequestra l’attenzione, distorce la percezione, trasforma l’altro in una presenza costante anche quando fisicamente non c’è.

Chi odia davvero non è libero.
È inchiodato all’oggetto del proprio odio.

Lo pensa, lo controlla, lo osserva, lo nomina, lo cerca, lo insegue, lo interpreta, lo deforma. Ogni cosa diventa un pretesto per tornare lì, sempre lì, dentro quella gabbia mentale in cui l’altro diventa il centro di una vita che, paradossalmente, si vorrebbe negare proprio a lui.

E questo è il punto più inquietante: per odiare qualcuno in modo profondo bisogna averci avuto a che fare. Bisogna che quella persona abbia toccato qualcosa di essenziale. Una ferita, una vergogna, un fallimento, una smascheramento, una dipendenza, un’invidia, una perdita di controllo.

Non si odia davvero ciò che ci è indifferente.
L’indifferenza lascia andare.
L’odio trattiene.

E trattiene con una forza brutale.

L’odio può nascere da molte sorgenti. Può nascere dall’umiliazione subita, reale o percepita. Dal rifiuto. Dalla paura di essere stati visti per ciò che si è. Dalla rabbia narcisistica di chi non tollera di essere stato smascherato. Dall’invidia verso chi rappresenta tutto ciò che non siamo riusciti a essere, a costruire, a diventare.

A volte si odia chi ci ha ferito.
A volte si odia chi ci ha detto la verità.
A volte si odia chi ha avuto il coraggio che noi non abbiamo avuto.
A volte si odia chi continua a esistere, libero, mentre noi restiamo prigionieri della nostra stessa miseria interiore.

Perché certe persone non vengono odiate per ciò che fanno.
Vengono odiate per ciò che rappresentano.

Rappresentano uno specchio.
E gli specchi, per chi vive di maschere, sono insopportabili.

C’è chi odia perché teme di essere smascherato.
C’è chi odia perché è già stato smascherato.
C’è chi odia perché ha capito che l’altro ha visto troppo, ha capito troppo, ha nominato ciò che doveva restare sepolto.

E allora l’odio diventa una strategia disperata: demolire l’altro per non guardare se stessi. Sporcarne l’immagine per non affrontare la propria. Trasformarlo in nemico per non riconoscere la propria sconfitta.

Ma l’odio profondo non nasce in un istante.
Si coltiva.

Ha bisogno di tempo, di ruminazione, di ossessione, di narrazioni ripetute fino a diventare verità private. Ha bisogno di autoassoluzioni, di alleati, di giustificazioni, di un copione in cui chi odia possa sentirsi vittima, giudice e carnefice nello stesso momento.

Ed è lì che diventa pericoloso.
Non solo per chi lo subisce.
Ma per chi lo prova.

Perché l’odio cambia la traiettoria di un’esistenza. Restringe il campo visivo. Inquina le scelte. Consuma energie psichiche enormi. Divora lucidità, progettualità, possibilità. Ti convince di essere concentrato sull’altro, ma in realtà ti sta svuotando dall’interno.

Chi odia pensa di colpire.
Spesso, invece, si sta autodistruggendo con metodo.

Perché mentre l’altro magari vive, procede, cade, si rialza, costruisce, chi odia resta lì. Fermo. Incatenato. A presidiare una ferita che non guarisce mai, perché viene riaperta ogni giorno con la devozione patologica di chi non sa più distinguere la giustizia dalla vendetta, il dolore dalla persecuzione, la memoria dalla prigionia.

E allora forse la domanda non è soltanto: “Perché odio quella persona?”

La domanda vera è molto più scomoda:

Che cosa rappresenta quella persona dentro di me, al punto da non riuscire più a liberarmene?

Perché l’odio, quando è profondo, raramente parla solo dell’altro.
Parla di noi.
Delle nostre crepe.
Delle nostre sconfitte.
Delle nostre parti non risolte.
Delle verità che non siamo riusciti a sopportare.

Ecco perché l’odio è una delle catene più potenti: perché dà l’illusione della forza, mentre spesso è solo la forma più rumorosa della dipendenza.

Chi odia resta legato.
Chi supera, si libera.

E la libertà, per certe menti prigioniere del rancore, è la più insopportabile delle provocazioni.

Molti mi chiedono: “Ma chi è la vittima perfetta per un manipolatore affettivo narcisista?”La risposta non è semplice, p...
23/09/2026

Molti mi chiedono: “Ma chi è la vittima perfetta per un manipolatore affettivo narcisista?”

La risposta non è semplice, perché — e lo dico chiaramente — chiunque può cadere nella trappola del love bombing.

Quella fase iniziale in cui il manipolatore ti inonda di attenzioni, messaggi, promesse grandiose e dichiarazioni d’amore che sembrano uscite da un film.

È un meccanismo tanto seducente quanto subdolo: serve a catturarti, a farti abbassare le difese, a farti credere di aver trovato finalmente “la persona giusta”.

Detto questo, ci sono alcune caratteristiche che i manipolatori cercano con più insistenza nella fase di “selezione” delle potenziali vittime:
• persone che hanno bisogno di sentirsi approvate e che fanno di tutto per compiacere chi hanno accanto;
• chi non tollera la solitudine e si butta a capofitto in legami intensi;
• chi ha ferite di abbandono o traumi non elaborati, e quindi è più sensibile a chi promette cura e protezione;
• chi fatica a mettere confini, a dire “no”, e tende a giustificare anche comportamenti inaccettabili;
• chi attraversa momenti di fragilità (un lutto, una separazione, un cambiamento importante) e quindi è più esposto al “salvatore” che si presenta con soluzioni facili e immediate.

Attenzione però perché questo non significa che le vittime siano “ingenue” o “deboli”.

Anzi, molto spesso si tratta di persone empatiche, brillanti, di grande valore.

Il problema è che il manipolatore sfrutta proprio quei bisogni umani universali — amore, appartenenza, sicurezza — per piegarli a suo favore.

Il ciclo è sempre lo stesso: ti riempie di attenzioni, ti conquista, ti fa dipendere da lui… e poi comincia la svalutazione, i ricatti emotivi, il controllo, il gaslighting. Fino a lasciarti confuso, svuotato, prigioniero.

Ecco perché è fondamentale riconoscere i segnali subito…se qualcuno accelera troppo, se promette il mondo senza basi concrete, se ti fa sentire in colpa quando poni dei limiti… fermati. Subito.

Condividi i tuoi dubbi con persone di fiducia, crea distanza, osserva se le sue azioni corrispondono davvero alle parole.

Ricorda: nessuno è immune. Ma conoscere il meccanismo è il primo passo per neutralizzarlo.

23/09/2026

La maternità non è l’unica opzione per sentirsi totalmente donna.

SE NON SAI COME FUNZIONA UN LEGAME TRAUMATICO, NON PUOI PERMETTERTI DI GIUDICARE UNA DONNA CHE NON DENUNCIA.E soprattutt...
22/09/2026

SE NON SAI COME FUNZIONA UN LEGAME TRAUMATICO, NON PUOI PERMETTERTI DI GIUDICARE UNA DONNA CHE NON DENUNCIA.

E soprattutto non puoi permetterti di lavorare con le vittime di violenza pensando che basti dire:

“Perché non se n’è andata?”
“Perché non ha denunciato?”
“Perché lo difende?”
“Perché minimizza?”
“Perché torna da lui?”
“Perché nega perfino l’evidenza?”

Perché proprio queste domande, se formulate senza competenza, dimostrano che non hai capito nulla della dinamica traumatica.
Una donna può non denunciare perché ha paura.
Perché è stata minacciata.
Perché teme per i figli.
Perché dipende economicamente dal partner.
Perché è stata isolata.
Perché è stata convinta di essere lei il problema.
Perché dopo anni di svalutazione non si fida più nemmeno della propria percezione.
Perché alterna terrore e bisogno di approvazione.
Perché spera ancora nel ritorno della persona che lui sembrava essere all’inizio.
Perché il ciclo violenza–pentimento–riconciliazione ha creato un legame potentissimo.
Perché il cervello, sotto stress cronico, non funziona come quello di chi osserva la vicenda comodamente dall’esterno.

E s, può arrivare persino a negare l’evidenza.

Non perché sia stupida.
Non perché “in fondo le vada bene”.
Non perché sia complice.
Ma perché riconoscere fino in fondo ciò che sta vivendo può significare ammettere che la persona amata è anche quella che la terrorizza, che anni della propria vita sono stati costruiti dentro una relazione distruttiva, che la famiglia immaginata non esiste e che uscire da lì potrebbe comportare rischi enormi.

Questa frattura interna si chiama dissonanza cognitiva.
Quando si intreccia con paura, dipendenza, rinforzo intermittente, isolamento e controllo coercitivo può diventare una prigione psicologica potentissima.

Ed è qui che nasce il legame traumatico.
Chi lavora con queste persone deve sapere una cosa fondamentale:

la vittima non si comporterà necessariamente come voi pensate che “dovrebbe” comportarsi una vittima.

Potrà ritrattare.
Potrà minimizzare.
Potrà tornare indietro.
Potrà difendere chi la maltratta.
Potrà chiedere aiuto e poi ritirarsi.
Potrà raccontare solo una parte.
Potrà impiegare anni prima di riuscire a chiamare violenza ciò che ha subito.

E se davanti a tutto questo la vostra unica risposta è il sospetto, il sarcasmo o il giudizio morale, allora siete voi a non avere gli strumenti.

Perché conoscere la violenza significa conoscere anche le strategie psicologiche che la rendono difficile da riconoscere, denunciare e interrompere.

Il resto è ignoranza travestita da buonsenso.
E quando quell’ignoranza entra negli studi professionali, nei servizi, nelle aule di tribunale o nelle consulenze tecniche, può diventare devastante quanto la violenza che pretende di valutare.

Prima di giudicare una vittima, studiate il trauma.
Prima di chiederle perché non è andata via, chiedetevi cosa l’ha tenuta lì.
Prima di pretendere coerenza, imparate cosa fa la paura alla mente umana.

Perché questo lavoro non si fa con i pregiudizi.
Si fa con competenza e rispetto.

22/09/2026

L’autostima? Non si nutre coi complimenti. Ecco come funziona.

NUOVA EDIZIONE 2026-2027 MASTER specialistico in Scienze Forensi, Criminologia Investigativa, Criminal Profiling, Crimin...
22/09/2026

NUOVA EDIZIONE 2026-2027 MASTER specialistico in Scienze Forensi, Criminologia Investigativa, Criminal Profiling, Criminalistica applicata, sopralluogo tecnico sulla scena del crimine

👉Da Ottobre 2026 a Giugno 2027
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✅L’unico master specialistico realmente pratico in ambito nazionale con intervento di docenti che operano sul campo da anni, in maniera documentata, nei rispettivi ambiti professionali.

✅Riconosciuti CFU universitari e crediti Professionali per avvocati in tutte le varie edizioni.

✅in corso di accreditamento EcM per biologi.

✅ crediti per avvocati da parte del CNF validi su tutto il territorio nazionale.

✅Titolo del certificato di qualifica:
Criminologo – Esperto in Scienze Forensi e Criminologia Investigativa

✅La CSI Academy, con la partnership scientifica dell’AISF (Accademia Internazionale delle Scienze Forensi) ed in convenzione con l’ENPAB, propone un master di Alta Formazione specialistico interamente dedicato all’impiego delle Scienze Forensi e Criminologiche in ambito investigativo e all’analisi della scena del crimine nelle sue varie possibili manifestazioni. I vari moduli formativi forniranno i principali strumenti teorici, metodologici e pratici indispensabili per affrontare al meglio i diversi possibili scenari di intervento in ambito investigativo e forense.

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