Roberta Bruzzone Psicologa e Criminologa

Roberta Bruzzone Psicologa e Criminologa Criminologa Investigativa, Psicologa Forense, Esperta di Analisi della Scena del Crimine
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02/10/2026

L’età anagrafica non trasforma automaticamente in adulti… qui racconto la mia esperienza professionale al riguardo.

Un bellissimo incontro presso la sede centrale di Deutsche Bank a Milano, dedicato alla manipolazione relazionale e al r...
01/10/2026

Un bellissimo incontro presso la sede centrale di Deutsche Bank a Milano, dedicato alla manipolazione relazionale e al ruolo degli stereotipi di genere nei processi di discriminazione.

La grande partecipazione e l’interesse per i temi trattati hanno reso questo appuntamento un’occasione preziosa di confronto e riflessione. Riconoscere le dinamiche manipolative e mettere in discussione gli stereotipi significa imparare a individuare anche quelle forme di discriminazione che troppo spesso passano inosservate.

Un sentito ringraziamento a Ebla Ahmed, dell’associazione Senza veli sulla lingua, per aver organizzato questo importante incontro insieme alla dirigenza della banca, e a tutte le persone che hanno partecipato con attenzione e coinvolgimento.

01/10/2026

Molti genitori si illudono di conoscere perfettamente i propri figli. Poi succedono queste cose…

01/10/2026

Quando il narcisista arriva si presenta come un incrocio fra Calimero e la piccola fiammiferaia. E poi, ecco cosa succede…

Spesso alcuni di voi mi segnalano situazioni in cui il sospetto narcisista è un soggetto che appartiene al mondo dell’au...
01/10/2026

Spesso alcuni di voi mi segnalano situazioni in cui il sospetto narcisista è un soggetto che appartiene al mondo dell’autorità giudiziaria o delle forze di polizia.
Ed è un tema delicatissimo. Perché quando un soggetto malato di potere riesce a entrare – e a restare – in questi ambiti professionali, i danni potenziali diventano incalcolabili.

Parliamo di ruoli che conferiscono autorità, legittimazione sociale e potere decisionale sulla vita altrui. Se questi strumenti finiscono nelle mani di una personalità con tratti di narcisismo maligno, il rischio non è solo individuale, ma sistemico.

Cosa succede, psicologicamente, quando il narcisista indossa una toga o una divisa?

Il narcisista maligno non cerca giustizia, verità o tutela. Cerca conferma del proprio Sé grandioso.
Il ruolo istituzionale diventa il palcoscenico perfetto.

Ecco i principali rischi clinici e operativi.

1. Decisioni guidate dall’Io, non dai fatti
Il dato oggettivo viene piegato ai bisogni interni del soggetto.
Chi viene percepito come “simile” può essere idealizzato.
Chi viene vissuto come “minaccia narcisistica” può essere demolito, punito, perseguito.
Non per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta.

2. Identificazione patologica o intolleranza assoluta
Il narcisista maligno oscilla tra due poli:
• identificazione fusionale (“questa persona sono io”),
• intolleranza totale (“questa persona va distrutta”).
In entrambi i casi, salta l’imparzialità.

3. Uso del potere come regolatore emotivo
Il potere non è uno strumento: è una droga.
Serve a calmare rabbia, frustrazione, vergogna, senso di vuoto.
Ogni decisione diventa un atto di auto-regolazione emotiva, non di giustizia.

4. Vendicatività mascherata da rigore
La sanzione non è proporzionata, è punitiva.
Il linguaggio è formalmente corretto, ma il contenuto è intriso di ostilità.
È la crudeltà che indossa abiti istituzionali.

5. Distruzione silenziosa delle vittime
Le prime a pagare sono quasi sempre:
• i familiari,
• i partner,
• i colleghi subordinati.
Poi, chiunque “capiti sotto tiro”.
Persone che spesso non capiscono nemmeno cosa stia accadendo, perché l’abuso è legittimato dal ruolo.

6. Assenza totale di insight
Il narcisista maligno non dubita.
Non si interroga.
Non corregge.
Ogni critica viene letta come attacco, complotto, persecuzione.
E quindi rilanciata con ulteriore aggressivi

Non è il ruolo a creare il problema.
È la personalità che, entrando in un ruolo di potere, trova finalmente lo strumento perfetto per esprimere il proprio funzionamento patologico.

Ed è per questo che, in questi contesti, i controlli, la supervisione, la collegialità e i contrappesi non sono fastidi burocratici, ma dispositivi di sicurezza psicologica.

Perché quando il potere incontra una mente disturbata dal bisogno di dominio,
il rischio più grande è uno solo:
che l’abuso smetta di sembrare abuso e inizi a sembrare “atto dovuto”.

E questo, in uno Stato di diritto, è il punto di non ritorno.

Direzione Sede centrale Deutsche Bank (Milano) per conferenza in tema di stereotipi di genere e manipolazione relazional...
01/10/2026

Direzione Sede centrale Deutsche Bank (Milano) per conferenza in tema di stereotipi di genere e manipolazione relazionale

01/10/2026

Mi auguro seriamente che chi sta alimentando questa spaventosa gogna mediatica venga chiamato a rispondere delle proprie condotte. Chiunque sia.

Ci sono persone esposte a un’ondata d’odio impressionante. Centinaia di messaggi, ampiamente documentati, nei quali si arriva ad augurare loro del male e a incitare altri a farglielo.

Questo non è dibattito. È una deriva inquietante.

Vi ripropongo un servizio che mi è stato inviato e che, a mio avviso, spiega con semplicità ciò che viene sistematicamente sommerso dal rumore: nessuno ha nascosto niente a nessuno e la situazione è ben diversa da quella rappresentata da certe narrazioni mediatiche.

Abbiamo superato da tempo un limite che, solo qualche anno fa, sarebbe sembrato impensabile. Oggi si trasformano le insinuazioni in verdetti e si espongono persone alla furia di chi, dopo aver ascoltato una ricostruzione televisiva, si sente autorizzato persino a minacciarle.

Eppure, sotto tutto questo fumo, resta la ricostruzione vagliata in sede giudiziaria e posta alla base della condanna definitiva: la versione di Alberto Stasi come semplice scopritore del corpo non ha retto al vaglio dei giudici.

Poi c’è la grande assente: la perizia Testi. La quasi innominabile di questa tristissima vicenda.

Il sospetto, e lo esprimo come tale, è che tutto questo frastuono finisca per distogliere l’attenzione proprio da quell’accertamento e dalle questioni che pone.

Perché discutere una perizia significa entrare nel merito: leggerla, confrontarsi con il metodo, rispondere ai suoi contenuti.

Alimentare una gogna richiede molto meno.

Ma il volume delle urla non misura la solidità delle prove. E nessuna platea inferocita può sostituire un accertamento giudiziario.

30/09/2026

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C’è un equivoco molto diffuso che merita di essere chiarito, senza toni allarmistici ma con assoluta precisione giuridic...
30/09/2026

C’è un equivoco molto diffuso che merita di essere chiarito, senza toni allarmistici ma con assoluta precisione giuridica:

inventare post, commenti o interazioni che non esistono, estrapolare post senza inserirli nel corretto contesto, attribuirli a terzi e portarli davanti all’autorità giudiziaria per sostenere che qualcuno sarebbe autore di condotte persecutorie o diffamatorie non è una furbata difensiva, ma una condotta gravissima, sotto più profili.

Chi agisce in questo modo non sta “rafforzando” una denuncia, sta costruendo un falso.

Dal punto di vista penale, il primo rischio concreto è quello di calunnia. Accusare qualcuno di un reato sapendolo innocente, anche attraverso documenti apparentemente “collaterali” come post, commenti, chat o screenshot artefatti, integra una delle ipotesi più serie previste dal nostro ordinamento. Non è necessario che l’accusa sia urlata: basta che sia idonea ad avviare o alimentare un procedimento. Ed è irrilevante che l’autore si trinceri dietro formule ambigue o allusive: ciò che conta è la consapevolezza della falsità.

A questo si aggiunge un secondo profilo, spesso sottovalutato: la falsità documentale.

Produrre materiale digitale manipolato, creato ad hoc o alterato – soprattutto se inserito in un fascicolo giudiziario, allegato a una querela o richiamato in una memoria – espone a responsabilità autonome.

La giurisprudenza è ormai costante nel ritenere che anche i documenti informatici rientrino pienamente nell’area della tutela penale, soprattutto quando sono destinati a incidere sull’attività valutativa del giudice o del pubblico ministero.

C’è poi un terzo aspetto, ancora più delicato:

l’inquinamento probatorio. Chi costruisce una narrazione falsa, cercando di orientare l’autorità giudiziaria attraverso elementi artefatti e distorti, si assume il rischio di vedersi contestare una condotta volta a sviare l’accertamento della verità. Non è una zona grigia, è una linea rossa.

Sul piano civile, infine, le conseguenze possono essere altrettanto pesanti.

L’uso strumentale della macchina giudiziaria per colpire un soggetto innocente espone a richieste risarcitorie rilevanti, sia per il danno all’onore e alla reputazione, sia per il danno esistenziale e professionale, specie quando l’accusa ha una risonanza pubblica o mediatica.

Un ultimo punto va detto con chiarezza:

le indagini informatiche oggi smontano queste costruzioni con estrema facilità. Metadati, log, incongruenze temporali, stili di scrittura, provenienza degli account…ciò che viene creato artificialmente tende a lasciare tracce.

E quando la narrazione crolla, il problema non è più difendersi, ma spiegare perché si è mentito.

In sintesi, accusare falsamente una persona innocente costruendo prove che non esistono non è una strategia processuale, è un boomerang penale.

E spesso, quando torna indietro, lo fa con una forza che chi l’ha lanciato non aveva minimamente previsto…stay tuned…

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