16/06/2026
LA MUSICA NO, NON ARRUGINISCE ...
A PROPOSITO DELLE RICERCHE IN UMBRIA DI CARPITELLA E SEPPILLI NEL 1958
“Per certo quello che allora imparavamo a conoscere con stupore e devozione, oggi rischia la riduzione a ‘genere di nicchia’: la tradizione musicale orale come quei musei della civiltà contadina sparsi a macchia per i territori delle aree interne d’Italia, a cura di avveduti sindaci di piccole comunità.
Eppure no, in verità non possiamo dirlo: è un’altra cosa, ché le zappe e gli aratri a chiodo arrugginiscono in stanzette umide; ma la musica no, non arrugginisce, grazie al fatto un po’ paradossale che la sua natura aerea e metamorfica si adatta ai cambiamenti d’epoca e di costume, mantenendo vivo – attraverso trasformazioni imprevedibili – un nucleo di senso non comune e una luce sua propria, d’intenso bagliore.
Il merito maggiore della perdurante stagione della riproposta di musiche tradizionali e/o etno (il folk-revival, se non suonasse fuori moda, riduttivo e in certi casi fuorviante) – al di là dell’artigianato del divertimento, che resiste con il suo multilinguismo ad ogni facile omologazione culturale – è la curiosità che di rimbalzo può suscitare per le fonti originali, con la conseguente scoperta di un paesaggio sonoro inaudito e pressoché inesauribile.
(...) È chiaro insomma che le forme di canto, di musica e di ballo legate al ciclo stagionale propriamente contadino – quindi al lavoro e alla sosta, ai giorni delle opere, alle notti di veglia e alla festa, nella contraddittorietà dei suoi segni – sono inevitabilmente uscite dall’uso con il superamento di modi di produzione che oggi diciamo pre-industriali.
È altrettanto vero che altre forme espressive – cadenzate sul ritmo lento ed economicamente meno determinato della vita delle comunità e dei loro persistenti “riti di passaggio” – hanno invece mantenuto una loro funzione, esplicita o latente, una qualche motivazione festiva, magari mutata di senso: si tratti di pervicace de-vertimento fanico o di ‘banale’ e consumistica evasione dal quotidiano, quanto meno per le ultime generazioni del Novecento…
Ed oggi, a due decenni dall’inizio del terzo millennio quelle forme espressive, trovano una rinnovata vitalità – forse non residuale – nella pur incerta, contraddittoria, ancora marginale ma in qualche modo necessitata tendenza alla ‘restanza’ o al ritorno: ad abitare la campagna, a lavorare la nostra terra intossicata, anche come forma di resistenza individuale o di piccolo gruppo. Una resistenza che fatica a diventare coscienza sociale e affermazione diffusa di stili di vita alternativi alla progressiva distruzione di habitat naturali e antropologici.
Alcune forme espressive tradizionali, insomma, vivono o rivivono trasformate, per una qualche necessità. Sono, ad esempio, i canti rituali contadini già ‘di questua’ (il banchetto comunitario è passato un po’ dovunque in sottordine), in modalità secolarizzata e inclusiva: interi paesi - soprattutto delle aree interne - che all’arrivo della primavera cantano e/o drammatizzano la Passione o il Maggio ... Il desiderio collettivo di uscire dalle circonvallazioni urbane con la ‘buona stagione’ – il cui inizio è oggi segnato dallo scattare dell’ora legale – rimanda a perdute interazioni città/campagna o ne propone di inusitate.
(...) Certo, “non ci sono più i poeti di una volta” e le gare di poesia ‘a braccio’ non si fanno più in osteria o nelle ‘frasche’, ma – uscite dai luoghi deputati – le trovi in strada o in chiese sconsacrate e ristrutturate come auditorium (orgogliose risposte civiche alla gentrificazione dei piccoli borghi o dei quartieri storici, quando non ai più disastrosi terremoti). A cantare in ottava rima sono i figli o i nipoti magari laureati di quei pastori mitici che si costruivano zampogne e ciaramelle nei tempi lunghi della pastura e della transumanza.
(...) Cosa invece abbiamo perduto senza rimedio, col tramonto dell’età agro-pastorale? Per certo (forse) le loro voci. Per ve**re a questa pubblicazione: il metallo vocale delle sorelle Grimani di Stroncone (già cosa rara al tempo della raccolta del ‘58, qui documentata), la loro gamma sonora, l’energia comunicativa, la forza del cantare ‘a distesa’, dalle valli alle colline e ritorno, non ci sembrano – senza mettere limiti alla natura – replicabili ‘in cultura’.
E, insieme alla virtuosistica tecnica di emissione dispiegata nelle intonazioni a due voci, diamo per perduti tutti i vatocchi, gli stornelli a recchia o a malloppu. Una caduta resa più rapida e rovinosa dalla perdita della loro funzione esplicita e dichiarata: nel giro del decennio Sessanta, la meccanizzazione dei lavori più faticosi, a cominciare proprio dal ciclo della mietitura, ha reso obsoleti, se non grotteschi, canti tanto espressivamente – e ritualmente – connessi a quella particolare situazio¬ne/occasione, alle fatiche e ai momenti necessari di sosta, alla separazione temporanea di coppie, all’incontro con forestieri e forestiere, venuti/e ad opera dai paesi e dalle regioni limitrofe".
Dall'introduzione al volume con due CD allegati, a cura di Piero Arcangeli e Giancarlo Palombini, "Musiche tradizionali in Umbria. Le registrazioni di Diego Carpitella e Tullio Seppilli (1958)"
https://www.squilibri.it/catalogo/aem-archivi-di-etnomusicologia/p-arcangeli-g-palombini-musiche-tradizionali-in-umbria -di-piero-arcangeli
Le fotografie sono di Ando Gilardi