23/09/2026
Val d’Orcia, vendemmia 2026.
Una riflessione di Marco Capitoni.
Ci sono produttori che, anche quando parlano di vendemmia, in realtà parlano di un’idea di mondo.
Marco Capitoni è uno di questi.
Nel suo racconto dell’annata 2026 compaiono alcuni elementi chiari: il caldo si è fatto sentire a lungo, fin dal mese di maggio, ma è stato mitigato da piogge regolari e benefiche. Le viti, mi dice, non hanno sofferto particolari stress idrici; l’apparato fogliare si è mantenuto attivo e in buona vigoria.
Ad oggi sono state raccolte le uve Merlot e una parte del Sangiovese, mentre il resto sarà vendemmiato più avanti.
Ma il punto più interessante, a mio avviso, non è soltanto l’andamento stagionale.
È il pensiero che Marco mette intorno alla vigna.
In un momento in cui il settore si interroga su mercato, consumi in calo, vino invenduto e possibili soluzioni drastiche, lui non crede che l’estirpazione sia la risposta più convincente.
Crede piuttosto nel valore delle basse rese per ettaro, nell’equilibrio naturale della vite, in una pianta non eccessivamente sollecitata, meno dipendente da fertilizzanti e meno esposta a interventi continui.
Detto in modo semplice:
meno quantità, ma migliore qualità; meno pressione sulla terra, meno costi, più sostenibilità.
È una posizione che merita ascolto, anche perché non nasce da uno slogan, ma da una pratica e da una visione.
Questa fotografia, con la rosa in primo piano e la vite sullo sfondo, mi sembra raccontare bene proprio questo:
la viticoltura non è solo produzione. È relazione, osservazione, misura.
Ed è forse nella parola equilibrio che si concentra tutto.