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IoGiornalista TV Un' abbondanza frugale in una società solidale... sono Alberto Marolda, il Direttore.

IoGiornalista Tv, il nostro meglio: https://tiny.one/IoGiornalista-Best adoriamo la libertà, ma è dura, gli altri sono grossi e cattivi... Il Futuro secondo noi?

13/01/2026

𝗕𝗿𝗼𝗸𝗲𝗯𝗮𝗰𝗸 𝗠𝗼𝘂𝗻𝘁𝗮𝗶𝗻 𝗶𝗻 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗮 𝗮𝗹 𝗤𝘂𝗶𝗿𝗶𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗘𝗱𝗼𝗮𝗿𝗱𝗼 𝗣𝘂𝗿𝗴𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶, 𝗙𝗶𝗹𝗶𝗽𝗽𝗼 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗿𝗶, 𝗠𝗶𝗺𝗼𝘀𝗮 𝗖𝗮𝗺𝗽𝗶𝗿𝗼𝗻𝗶 𝗲 𝗠𝗮𝗹𝗶𝗸𝗮 𝗔𝘆𝗮𝗻𝗲
Da Stasera al
Per la prima volta in tour in Italia nella stagione 2025/26, Brokeback Mountain – A play with Music – basato sul racconto di Annie Proulx, adattato da Ashley Robinson e a vent’anni dal pluripremiato film omonimo – si trasforma in una sontuosa produzione teatrale con musiche dal vivo. Vent’anni dopo il successo cinematografico, Edoardo Purgatori e Filippo Contri sono protagonisti a teatro con Malika Ayane per la regia di Giancarlo Nicoletti (“1984”, “I due Papi”, “Elena la matta”). Un’indimenticabile storia di amore, lotta e accettazione. Lo spettacolo arriva in scena al Teatro Quirino di Roma (qui il sito web ufficiale) dal 13 al 18 gennaio 2026.

Una “play with music” intima e spettacolare in cui i brani originali di Dan Gillespie Sells, interpretati da Malika Ayane e una live band, si intrecciano in modo indissolubile alla storia, tracciando paesaggi sconfinati e dando voce al tumultuoso mondo interiore di Ennis e Jack. Nei ruoli dei protagonisti, due giovani attori dal grande carisma e con solide esperienze alle spalle al cinema e in teatro: Edoardo Purgatori (“Diamanti”, “Siccità”) e Filippo Contri (“Vita da Carlo”, “Amici per caso”). Accanto a loro, in scena anche Mimosa Campironi e Matteo Milani.
Un Protagonista:
“Brokeback Mountain non è solo una storia d’amore, è una storia di silenzi, scelte, libertà negate. Dar voce a tutto questo a teatro è stato potente, faticoso, ma incredibilmente bello. Non smetterò mai di ringraziare Giancarlo Nicoletti per avermi dato questa opportunità. Un’esperienza che porterò con me”.

𝗜𝗥𝗔𝗡 𝗔𝗟 𝗕𝗨𝗜𝗢: 𝗟𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗤𝗨𝗢𝗧𝗜𝗗𝗜𝗔𝗡𝗔 𝗦𝗢𝗧𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢𝗟𝗟𝗢𝗗𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼? 𝗨𝗻 𝗧𝗲𝘀𝘁𝗶𝗺𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗽𝗶𝗲𝗴𝗮. 𝗗𝗮𝗹 𝟭𝟵𝟳𝟵 𝗮 𝗼𝗴𝗴𝗶: 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗿...
12/01/2026

𝗜𝗥𝗔𝗡 𝗔𝗟 𝗕𝗨𝗜𝗢: 𝗟𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗤𝗨𝗢𝗧𝗜𝗗𝗜𝗔𝗡𝗔 𝗦𝗢𝗧𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢𝗟𝗟𝗢
𝗗𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼? 𝗨𝗻 𝗧𝗲𝘀𝘁𝗶𝗺𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗽𝗶𝗲𝗴𝗮. 𝗗𝗮𝗹 𝟭𝟵𝟳𝟵 𝗮 𝗼𝗴𝗴𝗶: 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝘁𝘁𝗮, 𝗺𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼, 𝗵𝗶𝗷𝗮𝗯 𝗼𝗯𝗯𝗹𝗶𝗴𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼, 𝗰𝗲𝗻𝘀𝘂𝗿𝗮 𝗲 𝗯𝗹𝗮𝗰𝗸𝗼𝘂𝘁 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗺𝗲𝘁𝗼𝗱𝗼. 𝗟𝗮 𝗿𝗶𝘃𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗮𝗻𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗽𝗲𝗴𝗻𝗲 𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲, 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗹𝘂𝗰𝗶.
✍️ Un Report di una Testimonianza riportata da Alberto Marolda
👉 𝗢𝗴𝗴𝗶, 𝗣𝗮𝗿𝘁𝗲 𝟭 𝗱𝗶 𝟮: 𝗾𝘂𝗼𝘁𝗶𝗱𝗶𝗮𝗻𝗼, 𝗵𝗶𝗷𝗮𝗯, 𝗰𝗲𝗻𝘀𝘂𝗿𝗮, 𝗯𝗹𝗮𝗰𝗸𝗼𝘂𝘁.
🔁 𝗗𝗼𝗺𝗮𝗻𝗶, 𝗣𝗮𝗿𝘁𝗲 𝟮: 𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀, 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗮𝗴𝗮𝗻𝗱𝗮, 𝗜𝗥𝗚𝗖, 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.
⏳ Tempo di lettura: 4 minuti (Mettiti comodo… forse la terza guerra mondiale è già scoppiata, e tu sei in prima fila)
👉 𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!
Sono Sina. Ho lasciato l’Iran a 26 anni sono qui, in Italia, per il mio Dottorato. Qui vi racconto cosa significa vivere tra piazza, repressione e blackout: 𝗹𝗮 𝗻𝗼𝗿𝗺𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗾𝘂𝗼𝘁𝗶𝗱𝗶𝗮𝗻𝗼.
Questa non è un’analisi: è una testimonianza. 𝗡𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗱𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗺𝗶𝗼 𝗣𝗮𝗲𝘀𝗲 𝘀𝗶 𝗺𝘂𝗼𝗿𝗲, 𝘀𝗶 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝘁𝗶, 𝘀𝗶 𝘀𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶.
𝗜𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝘁𝘁𝗼: 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗼𝘂𝘁𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲 𝗶 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗶 𝗲 𝗹𝗲 𝘃𝗼𝗰𝗶.
L’Iran di oggi si capisce guardando com’era ieri. Prima del 1979, il Paese viaggiava agganciato all’Europa: turismo vivo, vita pubblica riconoscibile, una monarchia che esibiva i fasti dell’antichità per proiettare apertura e prestigio. Non era un paradiso; era, per molti, una traiettoria. Poi lo strappo: la Repubblica islamica. A parole, fummo rassicurati da 𝗞𝗵𝗼𝗺𝗲𝗶𝗻𝗶, niente dominio degli Ayatollah; nei fatti, il potere si coagula nelle istituzioni religiose. Un sistema che regola la quotidianità, presidia i corpi, addestra il silenzio.
𝗗𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗼𝗿𝗮 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗲̀ 𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗮: 𝘀𝗶 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮𝗻𝗼 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶, 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗶, 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲, 𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗶.
Qui la politica non è un talk show: è l’aria. Decide come ti vesti, cosa puoi dire, cosa puoi vedere, quali rischi corri per restare normale.𝗟’𝗵𝗶𝗷𝗮𝗯 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ “𝗰𝗼𝘀𝘁𝘂𝗺𝗲 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲”: 𝗲̀ 𝗶𝗺𝗽𝗼𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. 𝗟𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝗹𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗳𝗼𝗹𝗸𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗮 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮; 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗲𝗹𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗴𝗻𝗶𝘁𝗮̀. La “polizia morale”, la 𝗚𝗮𝘀𝗵𝘁-𝗲 𝗘𝗿𝘀𝗵𝗮𝗱 𝗲̀ 𝗶𝗹 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼: fermi, minacce, firme forzate. Chi non si piega, rischia. Eppure non si piega: perché il corpo è il primo spazio pubblico.
Se immagini un’adolescente o una giovane donna che cammina da sola, calcolando continuamente il rischio di essere fermata, 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶 𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗿𝗶𝗳𝗶𝘂𝘁𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗱𝗶𝗰𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗺𝗽𝗼𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗾𝘂𝗼𝘁𝗶𝗱𝗶𝗮𝗻𝗼.

Poi c’è la gabbia informativa. Internet filtrato, app bloccate, messaggistica strozzata. Nei momenti caldi, scatta il buio: connessioni instabili o azzerate, telefonate e SMS che spariscono. Il risultato è geometrico: niente famiglia, niente notizie, niente prove da mostrare al mondo. La piazza resta sola proprio quando dovrebbe essere vista. Starlink? Più discussa che accessibile: costi, rischi, logistica. Oggi come ieri, il blackout non spegne la rabbia; la rende soltanto più pericolosa.

La distanza fra regola di Stato e realtà sociale di ogni giorno, si vede bene, ad esempio, anche nel banale alcol vietato. Il divieto non cancella il consumo: lo sposta nel sottosuolo. Produzione casalinga e contrabbando riempiono il vuoto, e sono ancora una volta una forma di ribellione; gli incidenti e le morti da alcol adulterato, anche dalla Polizia, si sussurra, lo raccontano con la crudezza delle corsie d’ospedale. La proibizione non educa: criminalizza il quotidiano. Bere diventa un reato, non un comportamento da gestire. 𝗟𝗮 𝗻𝗼𝗿𝗺𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀, 𝗶𝗻 𝗜𝗿𝗮𝗻, 𝗲̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼.

Infine, la memoria. 𝗠𝗼𝗹𝘁𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗶𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗹’𝗜𝘀𝗹𝗮𝗺 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀ 𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝗰𝗮: 𝗹𝗼 𝘃𝗶𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗶𝗱𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗼, sovrapposta a tradizioni più antiche. Lo zoroastrismo, ad esempio, sopravvive come segnale di continuità culturale. Se durante i disordini bruciano luoghi religiosi, (𝟮𝟱 𝗺𝗼𝘀𝗰𝗵𝗲𝗲 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗲 𝗯𝗿𝘂𝗰𝗶𝗮𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗜𝗿𝗮𝗻 𝗻𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶), da fuori scatta la sirena del “complotto straniero”. Dentro, spesso, è altro: un rifiuto di istituzioni percepite come strumenti di disciplina con le zanne appuntite, non spazi di fede libera.

𝗟𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝘃𝗼𝗶 𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗶, 𝗾𝘂𝗶𝗻𝗱𝗶, 𝗲̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝘃𝗶 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗶𝗿𝗮𝗿𝗲? 𝗟𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮, 𝗶𝗻 𝗜𝗿𝗮𝗻, 𝗰𝗼𝗺𝗶𝗻𝗰𝗶𝗮 𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗺𝗶𝗻𝘂𝘀𝗰𝗼𝗹𝗼: 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝗿𝘀𝗶. 𝗘 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗹𝗼 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗮𝗱 𝗮𝗹𝘁𝗮 𝘃𝗼𝗰𝗲.

👉𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗲𝗿𝗮 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗣𝘂𝗻𝘁𝗮𝘁𝗮, 𝗹𝗮 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗶
✍️ Un Report di una Testimonianza riportata da Alberto Marolda
👉𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!

Londra e Parigi bombardano Palmira: dicono ISIS, ma intanto mostrano che sanno colpire lontano e da soli.Nel clima Ucrai...
10/01/2026

Londra e Parigi bombardano Palmira: dicono ISIS, ma intanto mostrano che sanno colpire lontano e da soli.
Nel clima Ucraina-Donbas è anche un segnale: Europa ancora operativa. Occhio per la Groenlandia, ci arriviamo, e per Washington? Solo un tanker in più.

𝗟𝗼𝗻𝗱𝗿𝗮 𝗲 𝗣𝗮𝗿𝗶𝗴𝗶 𝗯𝗼𝗺𝗯𝗮𝗿𝗱𝗮𝗻𝗼 𝗣𝗮𝗹𝗺𝗶𝗿𝗮: 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗜𝗦𝗜𝗦, 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗼𝘀𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 “𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝘁𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗮𝗽𝗽𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗶”, 𝗲, 𝗮𝗻𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗰𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗲...
𝗗𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼? 𝗡𝗼𝘁𝗶𝘇𝗶𝗮 𝗴𝗿𝗼𝘀𝘀𝗮 trattata come rumore di fondo. E come sempre, quando si “fa la cosa giusta” con una bomba: frase chiave “nessun rischio per i civili”. 𝗗𝗼𝗿𝗺𝗶𝘁𝗲 𝘀𝗲𝗿𝗲𝗻𝗶.
✍️ Articolo di Alberto Marolda
⏳ Tempo di lettura: 4 minuti (Mettiti comodo… magari nel frattempo scoppia la terza guerra mondiale)
👉𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!
Ed infatti: sabato sera 3 gennaio 2026 i britannici e i francesi hanno colpito, insieme, una struttura sotterranea in area montuosa a nord di Palmira, in Siria. Il bersaglio, dicono, era una facility usata dall’ISIS per armi ed esplosivi, con strike sugli accessi e i tunnel. Gli aerei sono tornati tutti a casa. Missione pulita, comunicato pulito, coscienza pulita.
Fine? Non proprio.
𝗙𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗶, 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 “𝗺𝗮𝗻𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗯𝘂𝗼𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗼𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲”.
Solo che, in tempi in cui mezzo pianeta è una sala d’attesa con l’ansia, le bombe non dovrebbero mai essere solo bombe. Sono anche frasi, solo che invece della grammatica usano la logistica.
La versione ufficiale: anti-ISIS (che, per ca**tà, non è una scusa ridicola)
Il comunicato congiunto UK e Fr parla chiaro: Typhoon FGR4, supporto di Voyager per rifornimento in volo, munizionamento Paveway IV, target sugli imbocchi del complesso sotterraneo, area remota, obiettivo “ISIS weapons facility”.
Questa parte sta in piedi: ISIS non è un ricordo del 2019, è un parassita che torna quando il territorio si svuota di controllo.
𝗟𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮: “𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗲𝗰𝗼𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗡𝗔𝗧𝗢”
Secondo livello, quello che chiunque capisce: UK e Francia dimostrano di potersi muovere veloci, coordinati e autonomi, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 il meteo politico della NATO.
𝗡𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮: in Libia nel 2011 Francia e UK partirono in testa e la NATO arrivò solo dopo col fiatone a mettere l’etichetta. Stesso film, budget più piccolo.
𝗘̀ 𝗽𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 (𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝗱𝘂𝗹𝘁𝗼): 𝗹’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮 𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲, 𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝘀𝗶 𝗲𝘀𝗲𝗿𝗰𝗶𝘁𝗮.
E il rifornimento in volo non è romanticismo: è la parola “reach”. Significa: arrivo, sto, colpisco, torno. È il gesto di chi dice: possiamo permetterci di non spiegarlo a tutti in anticipo e di fare quello che ci pare..

𝗟𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗺𝗮𝗹𝗶𝘇𝗶𝗼𝘀𝗮: 𝘂𝗻’𝗼𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮𝘁𝗮 𝗮 𝗪𝗮𝘀𝗵𝗶𝗻𝗴𝘁𝗼𝗻, 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝗱’𝗼𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗮 𝗠𝗼𝘀𝗰𝗮.
Con l’Ucraina in stallo e Mosca che ribadisce la linea dura sul Donbas, un gesto così può suonare anche come messaggio laterale:
>𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗨𝗦𝗔: “non siamo solo supporter in coda”
>𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗶𝗮: “l’Europa non è solo sanzioni e conferenze stampa, ha ancora denti e carburante”
Segnale “soft” perché coperto da una cornice anti-terrorismo. Ed è proprio questo il trucco: nessuno può gridare alla provocazione, ma intanto il messaggio resta lì.
𝗜𝗹 “𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝘀𝘀𝗼”: 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗮 𝗴𝗲𝗼𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶𝗮 𝗽𝗶𝗮𝗰𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗲𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮
𝗟𝗮 𝗴𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗮𝘇𝘇𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗽𝗽𝗲, sembrano oneste, mentre la politica mente anche quando non parla.
In linea d’aria (distanze approssimative)
Londra → Palmira: circa 3.600 km
Parigi → Palmira: circa 3.340 km
Londra → Mosca: circa 2.500 km
Parigi → Mosca: circa 2.490 km
Mosca → Palmira: circa 2.360 km
𝗲, 𝘃𝗶𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼:
𝗣𝗮𝗿𝗶𝗴𝗶 → 𝗡𝘂𝘂𝗸 (𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗚𝗿𝗼𝗲𝗻𝗹𝗮𝗻𝗱𝗶𝗮): ~ 𝟯.𝟱𝟴𝟬 𝗸𝗺
𝗟𝗼𝗻𝗱𝗿𝗮 → 𝗡𝘂𝘂𝗸: ~ 𝟯.𝟮𝟰𝟱 𝗸𝗺
ah...
Parigi → Washington, DC: ~ 6.165 km
Londra → Washington, DC: ~ 5.898 km

𝗧𝗿𝗮𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗯𝗿𝘂𝘁𝗮𝗹𝗲: 𝘀𝗲 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗶 𝗮 𝗣𝗮𝗹𝗺𝗶𝗿𝗮, 𝗠𝗼𝘀𝗰𝗮 𝗲 𝗡𝘂𝘂𝗸 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗵𝗶𝗼. 𝗘 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼, 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲 𝗻𝗼𝗻 “𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮” 𝘂𝗻 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗳𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗶 𝘃𝗼𝗹𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗶 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝘃𝗼𝗹𝗶. 𝗘 𝗽𝗲𝗿 𝗴𝗹𝗶 𝗨𝗦𝗔, 𝗶𝗻 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼, 𝗲̀ "𝘀𝗼𝗹𝗼" 𝘂𝗻 𝗧𝗮𝗻𝗸𝗲𝗿 𝗶𝗻 𝗽𝗶𝘂̀...

“𝗕𝗼𝗺𝗯𝗲 𝗯𝘂𝗻𝗸𝗲𝗿 𝗯𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿” 𝗲 𝗮𝘁𝗼𝗺𝗶𝗰𝗵𝗲: 𝗰𝗮𝗹𝗺𝗮, 𝗽𝗲𝗿𝗼̀
Paveway IV è precisa e tosta, sì, ma non è la “bestia” americana da propaganda. E il raid, per come è fatto e raccontato, non è “nuclear signaling”: è un’altra lingua, un altro teatro.
E la storia delle testate atomiche? Francia e UK sono potenze nucleari, e sì, se vogliamo...
Perché non l’ha fatto Israele, che in Siria colpisce quando vuole?
Perché non era il suo film. Israele in Siria colpisce con logiche e target propri; qui la cornice è “anti-ISIS” e la firma politica è UK-Francia. È un messaggio che Londra e Parigi vogliono firmare col loro nome, non appoggiarsi alla firma di qualcun altro.
𝗖𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲: 𝘀𝗶̀, 𝗲̀ 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗜𝗦𝗜𝗦. 𝗠𝗮 𝗲̀ 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗿𝗼𝗺𝗲𝗺𝗼𝗿𝗶𝗮.
Possiamo dirla così, senza inciampare nella teoria del complotto e senza fare le verginelle:
Sì: colpo reale a una capability ISIS.
Sì: dimostrazione di capacità europea, coordinamento, reach, precisione.
Sì: nel clima Ucraina-Donbas può suonare come: “non siamo immobili, e non siamo appendici”.
𝗘 𝗻𝗲𝗹 𝗰𝗹𝗶𝗺𝗮 𝗚𝗿𝗼𝗲𝗻𝗹𝗮𝗻𝗱𝗶𝗮? 𝗕𝗲𝗵, 𝗰𝗮𝗿𝗼 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽, 𝗶 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶 𝗮𝗲𝗿𝗲𝗶 𝗰𝗶 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝘃𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲, 𝘃𝗲𝗱𝗶 𝘁𝘂...
Il compasso non prova la regia. Ma racconta una verità semplice: quando vuoi, arrivi.
𝗘 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗶, 𝘀𝘁𝗮𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗻𝗱𝗼. 𝗔𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲 𝗳𝗮𝗶 𝗳𝗶𝗻𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗻𝗼.
✍️ Articolo di 𝗔𝗹𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗠𝗮𝗿𝗼𝗹𝗱𝗮
👉𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!

𝗟𝗼𝗻𝗱𝗿𝗮 𝗲 𝗣𝗮𝗿𝗶𝗴𝗶 𝗯𝗼𝗺𝗯𝗮𝗿𝗱𝗮𝗻𝗼 𝗣𝗮𝗹𝗺𝗶𝗿𝗮: 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗜𝗦𝗜𝗦, 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗼𝘀𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 “𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝘁𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗮𝗽𝗽𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗶”, 𝗲, ...
10/01/2026

𝗟𝗼𝗻𝗱𝗿𝗮 𝗲 𝗣𝗮𝗿𝗶𝗴𝗶 𝗯𝗼𝗺𝗯𝗮𝗿𝗱𝗮𝗻𝗼 𝗣𝗮𝗹𝗺𝗶𝗿𝗮: 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗜𝗦𝗜𝗦, 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗼𝘀𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 “𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝘁𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗮𝗽𝗽𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗶”, 𝗲, 𝗮𝗻𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗰𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗲...
𝗗𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼? 𝗡𝗼𝘁𝗶𝘇𝗶𝗮 𝗴𝗿𝗼𝘀𝘀𝗮 trattata come rumore di fondo. E come sempre, quando si “fa la cosa giusta” con una bomba: frase chiave “nessun rischio per i civili”. 𝗗𝗼𝗿𝗺𝗶𝘁𝗲 𝘀𝗲𝗿𝗲𝗻𝗶.
✍️ Articolo di Alberto Marolda
⏳ Tempo di lettura: 4 minuti (Mettiti comodo… magari nel frattempo scoppia la terza guerra mondiale)
👉𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!
Ed infatti: sabato sera 3 gennaio 2026 i britannici e i francesi hanno colpito, insieme, una struttura sotterranea in area montuosa a nord di Palmira, in Siria. Il bersaglio, dicono, era una facility usata dall’ISIS per armi ed esplosivi, con strike sugli accessi e i tunnel. Gli aerei sono tornati tutti a casa. Missione pulita, comunicato pulito, coscienza pulita.
Fine? Non proprio.
𝗙𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗶, 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 “𝗺𝗮𝗻𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗯𝘂𝗼𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗼𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲”.
Solo che, in tempi in cui mezzo pianeta è una sala d’attesa con l’ansia, le bombe non dovrebbero mai essere solo bombe. Sono anche frasi, solo che invece della grammatica usano la logistica.
La versione ufficiale: anti-ISIS (che, per ca**tà, non è una scusa ridicola)
Il comunicato congiunto UK e Fr parla chiaro: Typhoon FGR4, supporto di Voyager per rifornimento in volo, munizionamento Paveway IV, target sugli imbocchi del complesso sotterraneo, area remota, obiettivo “ISIS weapons facility”.
Questa parte sta in piedi: ISIS non è un ricordo del 2019, è un parassita che torna quando il territorio si svuota di controllo.
𝗟𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮: “𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗲𝗰𝗼𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗡𝗔𝗧𝗢”
Secondo livello, quello che chiunque capisce: UK e Francia dimostrano di potersi muovere veloci, coordinati e autonomi, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 il meteo politico della NATO.
𝗡𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮: in Libia nel 2011 Francia e UK partirono in testa e la NATO arrivò solo dopo col fiatone a mettere l’etichetta. Stesso film, budget più piccolo.
𝗘̀ 𝗽𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 (𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝗱𝘂𝗹𝘁𝗼): 𝗹’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮 𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲, 𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝘀𝗶 𝗲𝘀𝗲𝗿𝗰𝗶𝘁𝗮.
E il rifornimento in volo non è romanticismo: è la parola “reach”. Significa: arrivo, sto, colpisco, torno. È il gesto di chi dice: possiamo permetterci di non spiegarlo a tutti in anticipo e di fare quello che ci pare..

𝗟𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗺𝗮𝗹𝗶𝘇𝗶𝗼𝘀𝗮: 𝘂𝗻’𝗼𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮𝘁𝗮 𝗮 𝗪𝗮𝘀𝗵𝗶𝗻𝗴𝘁𝗼𝗻, 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝗱’𝗼𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗮 𝗠𝗼𝘀𝗰𝗮.
Con l’Ucraina in stallo e Mosca che ribadisce la linea dura sul Donbas, un gesto così può suonare anche come messaggio laterale:
>𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗨𝗦𝗔: “non siamo solo supporter in coda”
>𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗶𝗮: “l’Europa non è solo sanzioni e conferenze stampa, ha ancora denti e carburante”
Segnale “soft” perché coperto da una cornice anti-terrorismo. Ed è proprio questo il trucco: nessuno può gridare alla provocazione, ma intanto il messaggio resta lì.
𝗜𝗹 “𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝘀𝘀𝗼”: 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗮 𝗴𝗲𝗼𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶𝗮 𝗽𝗶𝗮𝗰𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗲𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮
𝗟𝗮 𝗴𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗮𝘇𝘇𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗽𝗽𝗲, sembrano oneste, mentre la politica mente anche quando non parla.
In linea d’aria (distanze approssimative)
Londra → Palmira: circa 3.600 km
Parigi → Palmira: circa 3.340 km
Londra → Mosca: circa 2.500 km
Parigi → Mosca: circa 2.490 km
Mosca → Palmira: circa 2.360 km
𝗲, 𝘃𝗶𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼:
𝗣𝗮𝗿𝗶𝗴𝗶 → 𝗡𝘂𝘂𝗸 (𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗚𝗿𝗼𝗲𝗻𝗹𝗮𝗻𝗱𝗶𝗮): ~ 𝟯.𝟱𝟴𝟬 𝗸𝗺
𝗟𝗼𝗻𝗱𝗿𝗮 → 𝗡𝘂𝘂𝗸: ~ 𝟯.𝟮𝟰𝟱 𝗸𝗺
ah...
Parigi → Washington, DC: ~ 6.165 km
Londra → Washington, DC: ~ 5.898 km

𝗧𝗿𝗮𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗯𝗿𝘂𝘁𝗮𝗹𝗲: 𝘀𝗲 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗶 𝗮 𝗣𝗮𝗹𝗺𝗶𝗿𝗮, 𝗠𝗼𝘀𝗰𝗮 𝗲 𝗡𝘂𝘂𝗸 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗵𝗶𝗼. 𝗘 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼, 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲 𝗻𝗼𝗻 “𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮” 𝘂𝗻 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗳𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗶 𝘃𝗼𝗹𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗶 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝘃𝗼𝗹𝗶. 𝗘 𝗽𝗲𝗿 𝗴𝗹𝗶 𝗨𝗦𝗔, 𝗶𝗻 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼, 𝗲̀ "𝘀𝗼𝗹𝗼" 𝘂𝗻 𝗧𝗮𝗻𝗸𝗲𝗿 𝗶𝗻 𝗽𝗶𝘂̀...

“𝗕𝗼𝗺𝗯𝗲 𝗯𝘂𝗻𝗸𝗲𝗿 𝗯𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿” 𝗲 𝗮𝘁𝗼𝗺𝗶𝗰𝗵𝗲: 𝗰𝗮𝗹𝗺𝗮, 𝗽𝗲𝗿𝗼̀
Paveway IV è precisa e tosta, sì, ma non è la “bestia” americana da propaganda. E il raid, per come è fatto e raccontato, non è “nuclear signaling”: è un’altra lingua, un altro teatro.
E la storia delle testate atomiche? Francia e UK sono potenze nucleari, e sì, se vogliamo...
Perché non l’ha fatto Israele, che in Siria colpisce quando vuole?
Perché non era il suo film. Israele in Siria colpisce con logiche e target propri; qui la cornice è “anti-ISIS” e la firma politica è UK-Francia. È un messaggio che Londra e Parigi vogliono firmare col loro nome, non appoggiarsi alla firma di qualcun altro.
𝗖𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲: 𝘀𝗶̀, 𝗲̀ 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗜𝗦𝗜𝗦. 𝗠𝗮 𝗲̀ 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗿𝗼𝗺𝗲𝗺𝗼𝗿𝗶𝗮.
Possiamo dirla così, senza inciampare nella teoria del complotto e senza fare le verginelle:
Sì: colpo reale a una capability ISIS.
Sì: dimostrazione di capacità europea, coordinamento, reach, precisione.
Sì: nel clima Ucraina-Donbas può suonare come: “non siamo immobili, e non siamo appendici”.
𝗘 𝗻𝗲𝗹 𝗰𝗹𝗶𝗺𝗮 𝗚𝗿𝗼𝗲𝗻𝗹𝗮𝗻𝗱𝗶𝗮? 𝗕𝗲𝗵, 𝗰𝗮𝗿𝗼 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽, 𝗶 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶 𝗮𝗲𝗿𝗲𝗶 𝗰𝗶 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝘃𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲, 𝘃𝗲𝗱𝗶 𝘁𝘂...
Il compasso non prova la regia. Ma racconta una verità semplice: quando vuoi, arrivi.
𝗘 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗶, 𝘀𝘁𝗮𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗻𝗱𝗼. 𝗔𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲 𝗳𝗮𝗶 𝗳𝗶𝗻𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗻𝗼.
✍️ Articolo di 𝗔𝗹𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗠𝗮𝗿𝗼𝗹𝗱𝗮
👉𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!

𝗧𝗲𝗹𝗲𝗻𝗼𝘃𝗲𝗹𝗮 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽–𝗩𝗲𝗻𝗲𝘇𝘂𝗲𝗹𝗮𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 “𝗻𝗮𝗿𝗰𝗼𝘀”: 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗮𝗴𝗴𝗶𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗖𝗼𝗻𝗴𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲𝗗𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲, 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗽...
08/01/2026

𝗧𝗲𝗹𝗲𝗻𝗼𝘃𝗲𝗹𝗮 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽–𝗩𝗲𝗻𝗲𝘇𝘂𝗲𝗹𝗮
𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 “𝗻𝗮𝗿𝗰𝗼𝘀”: 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗮𝗴𝗴𝗶𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗖𝗼𝗻𝗴𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲

𝗗𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲, 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗲𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼...
✍️ Articolo di Marolda
⏳ Tempo di lettura: 5 minuti (Mettiti comodo… magari nel frattempo è scoppiata la terza guerra mondiale)
👉𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!
𝗨𝗻’𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲 – 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝘃𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮, seppure finora su scala limitata – ha problemi enormi di legittimità. Sul piano del diritto internazionale è un uso della forza contro uno Stato sovrano senza mandato ONU; su quello interno USA la Costituzione assegna al Congresso il potere di dichiarare guerra. Come giustificarla, allora? L’amministrazione Trump ha messo in campo un doppio stratagemma giuridico-comunicativo:
𝟭) 𝗴𝗼𝗻𝗳𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮 𝗻𝗮𝗿𝗰𝗼/𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗹𝗲𝗴𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗹 𝗩𝗲𝗻𝗲𝘇𝘂𝗲𝗹𝗮;
𝟮) 𝗱𝗲𝗰𝗹𝗮𝘀𝘀𝗮𝗿𝗲 𝗠𝗮𝗱𝘂𝗿𝗼 𝗮 “𝗻𝗮𝗿𝗰𝗼𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗶𝘀𝘁𝗮”.
Così il conflitto non appare più una guerra contro uno Stato, ma una polizia internazionale stile al-Qaeda/ISIS, sfruttando poteri eccezionali già esistenti.

𝗜𝗹 𝗰𝗮𝘀𝘂𝘀 𝗯𝗲𝗹𝗹𝗶 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗾𝘂𝗶𝗻𝗱𝗶 𝗹𝗮 𝗱𝗿𝗼𝗴𝗮.
Da mesi la Casa Bianca dipinge il Venezuela come piattaforma del narcotraffico diretto contro gli USA. Un fondo di verità c’è (transito di cocaina andina), ma la narrazione è forzata: l’epidemia di oppioidi negli USA è alimentata soprattutto dal fentanil (precursori cinesi, raffinazione messicana), non dalla coca venezuelana. Eppure da agosto è partita una campagna progressiva sotto l’ombrello “guerra alla droga”: navi da guerra nei Caraibi, blocco navale, 35 barchini di presunti narcos distrutti con missili e droni (oltre 100 morti). Nelle settimane precedenti l’attacco finale, forze speciali USA hanno condotto incursioni lampo contro petroliere venezuelane (o tali) e obiettivi a terra “usati dal narcotraffico”. Un’escalation a puntate per costruire, nell’opinione pubblica, l’idea di un’emergenza antidroga permanente.

𝗜𝗻 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗹𝗹𝗲𝗹𝗼, 𝘀𝘂𝗹 𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼, 𝗹𝗮 𝗖𝗮𝘀𝗮 𝗕𝗶𝗮𝗻𝗰𝗮 rivendica di agire nel quadro delle leggi antiterrorismo. Maduro viene riclassificato: da presidente avversario a capo di un cartello. La cattura e la rimozione vengono presentate “non come atti di guerra, ma operazioni antiterrorismo”. Per base giuridica si richiama l’AUMF 2001 (Authorization for Use of Military Force, post-11 settembre), che consente al presidente l’uso della forza contro organizzazioni terroristiche senza dichiarazione formale di guerra. È la stessa cornice usata per i talebani e poi – forzando – per Saddam. Oggi la si riproietta sul Venezuela sostenendo che il Cartello de Los Soles guidato da Maduro sarebbe assimilabile ad al-Qaeda e una minaccia diretta agli USA. Risultato: niente voto del Congresso; non una nuova guerra, ma un’operazione antiterrorismo.

𝗘̀ 𝘂𝗻 𝗲𝘀𝗰𝗮𝗺𝗼𝘁𝗮𝗴𝗲 𝗳𝗿𝗮𝗴𝗶𝗹𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼. 𝗗𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗲 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶 𝗴𝗹𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗨𝗻𝗶𝘁𝗶 – 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗮 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮 (𝗱𝗼𝘃’𝗲̀ 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘁𝗼 𝗩𝗮𝗻𝗰𝗲?) – molti notano che equiparare un regime statale a un gruppo terrorista stateless serve solo a evitare un dibattito parlamentare scomodo. Non a caso il Pentagono non ha offerto briefing dettagliati su obiettivi e base giuridica: una rinuncia a informare gli americani su ciò che i militari fanno in loro nome, come ha riassunto l’AP.
𝗟𝗮 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮 𝗮𝗴𝗶𝘁𝗼 𝗱’𝘂𝗿𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝘂𝗻𝗶𝗹𝗮𝘁𝗲𝗿𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲, lasciando protocolli e alleati nell’ombra per creare il fatto compiuto prima che le resistenze istituzionali – al Congresso, al Pentagono o altrove – potessero coagulare.
✍️ Articolo di 𝗔𝗹𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗠𝗮𝗿𝗼𝗹𝗱𝗮
👉𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!
Boxino carino carino:
𝗖𝗵𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗱𝗶𝗰𝗲 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗹’𝗔𝗨𝗠𝗙 𝟮𝟬𝟬𝟭
Titolo: Authorization for Use of Military Force (2001).
𝗖𝘂𝗼𝗿𝗲: autorizza il Presidente a usare la forza contro persone/organizzazioni/Paesi che abbiano pianificato, autorizzato, commesso o sostenuto gli attacchi dell’11/9 (e “associate forces”).
𝗣𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮: 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗽𝗿𝗲𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗲𝗹𝗮𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮: da Afghanistan/Al-Qaeda a teatri e soggetti non direttamente legati all’11/9, per bypassare una nuova dichiarazione di guerra del Congresso.

𝗖𝗮𝗿𝘁𝗮 𝗢𝗡𝗨, 𝗮𝗿𝘁. 𝟮(𝟰) 𝗶𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗱𝗼𝗻𝗶
𝗗𝗶𝘃𝗶𝗲𝘁𝗼 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝗹𝗲: 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗲̀ 𝘃𝗶𝗲𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗹’𝘂𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗼 𝗹’𝗶𝗻𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼.
Eccezioni: solo legittima difesa (art. 51) o mandato del Consiglio di Sicurezza.
𝗧𝗿𝗮𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮: senza attacco in corso o mandato ONU, l’intervento armato è illecito.
𝐄 𝐬𝐢̀: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐞, 𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚, però, 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚 𝐧𝐨𝐢. 𝐊𝐨𝐬𝐨𝐯𝐨 𝟏𝟗𝟗𝟗: 𝐍𝐀𝐓𝐎 𝐢𝐧 𝐯𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐯𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐎𝐍𝐔 (𝐯𝐞𝐭𝐨 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚-𝐂𝐢𝐧𝐚), 𝐬𝐜𝐮𝐝𝐨 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨: “𝐢𝐧𝐠𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐚”. I𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐞𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 c'è.
𝗖𝗵𝗶𝗰𝗰𝗵𝗲𝘁𝘁𝗮: 𝗗’𝗔𝗹𝗲𝗺𝗮 𝗲𝗿𝗮 𝗮𝗹 𝘁𝗶𝗺𝗼𝗻𝗲, 𝗦𝗰𝗼𝗴𝗻𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗵𝗮 𝘀𝗽𝗮𝗿𝗮𝘁𝗼, 𝗲 𝗠𝗮𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗵𝗮 𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗹’𝗲𝗹𝗺𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗮𝗿𝗺𝗮𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝘇𝗮𝗻𝗻𝗲.
𝗦𝗽𝗼𝗶𝗹𝗲𝗿: 𝘀𝗶, 𝗲̀ 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗤𝘂𝗶𝗿𝗶𝗻𝗮𝗹𝗲.

𝗟𝗮 “𝗗𝗼𝘁𝘁𝗿𝗶𝗻𝗮 𝗗𝗼𝗻𝗿𝗼𝗲”, 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼𝗻𝗲. 𝗗𝗼𝗻𝗮𝗹𝗱 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝗹𝘃𝗲𝗿𝗮 (𝗲 𝗿𝗶𝗻𝗼𝗺𝗶𝗻𝗮) 𝗹𝗮 𝗗𝗼𝘁𝘁𝗿𝗶𝗻𝗮 𝗠𝗼𝗻𝗿𝗼𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹’𝗶𝗻𝘃𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗩𝗲𝗻𝗲𝘇𝘂𝗲𝗹𝗮 ...
06/01/2026

𝗟𝗮 “𝗗𝗼𝘁𝘁𝗿𝗶𝗻𝗮 𝗗𝗼𝗻𝗿𝗼𝗲”, 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼𝗻𝗲. 𝗗𝗼𝗻𝗮𝗹𝗱 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝗹𝘃𝗲𝗿𝗮 (𝗲 𝗿𝗶𝗻𝗼𝗺𝗶𝗻𝗮) 𝗹𝗮 𝗗𝗼𝘁𝘁𝗿𝗶𝗻𝗮 𝗠𝗼𝗻𝗿𝗼𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹’𝗶𝗻𝘃𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗩𝗲𝗻𝗲𝘇𝘂𝗲𝗹𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗚𝗿𝗼𝗲𝗻𝗹𝗮𝗻𝗱𝗶𝗮
✍️ Articolo di Marolda
⏳ Tempo di lettura: 6 minuti (Mettiti comodo… magari nel frattempo scoppia la terza guerra mondiale)
👉𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!
𝗣𝗿𝗼𝗻𝘁𝗶? 𝗩𝗶𝗮! 𝟰 𝗴𝗲𝗻𝗻𝗮𝗶𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟲. Gli 𝗨𝗦𝗔 rimettono il cappello da sceriffo del “cortile di casa”. Nelle prime ore del nuovo anno un’operazione militare americana ha colpito il Venezuela, portando alla cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Sono a New York, già comparsi davanti a un giudice: Maduro si è dichiarato prigioniero di guerra e, secondo indiscrezioni, la procura americana ha un testimone d’eccezione, un ex responsabile della sicurezza venezuelana licenziato per tradimento. Un Giuda c’è sempre.

Mettiamola subito in chiaro: non difendo Maduro. Voglio parlare di Diritto internazionale, di uno Stato sovrano violato e di un’opportunità politica calpestata. Se Maduro è un criminale, lo decide il suo popolo, non un’altra Nazione.

E allora? Mentre tutti si affannano a “𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗰𝗰𝗮𝗱𝘂𝘁𝗼” (𝗲 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗯𝗶𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗼𝗴𝗻𝗮𝘃𝗮 𝗽𝘂𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗚𝗿𝗼𝗲𝗻𝗹𝗮𝗻𝗱𝗶𝗮), io parlo dell’evidente follia di Trump: la sua caccia forsennata all’immortalità, la voglia di passare per il primo presidente americano davvero “moderno”, 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗽𝗿𝗲𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝘀𝗮𝗰𝗿𝗶 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗲𝗿𝗶𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗨𝗦𝗔: la Dottrina Monroe (1823) del quinto presidente e il successivo Corollario Roosevelt (1904).
Monroe 2.0: vecchia dottrina, nuovo sceriffo, stesso cortile. Il messaggio? L’intero continente è nostro: levatevi di mezzo o interverremo con le armi.

In un colpo solo Trump ha riesumato la Dottrina Monroe – la pretesa di supremazia USA sull’emisfero occidentale – e l’ha spinta oltre i limiti storici. In conferenza a Mar-a-Lago, un Trump 79enne e affaticato ha esultato per “una delle dimostrazioni di forza più efficaci e potenti della storia degli Stati Uniti”, sostenendo di averla “superata di gran lunga” e battezzando la sua versione Dottrina Donroe. Con toni trionfali (e una dose di sfacciata sincerità) ha detto che gli Stati Uniti “governeranno il Venezuela”: direttamente, fino a una transizione “sicura e giusta”, o tramite governanti che faranno ciò che noi riteniamo giusto. Poi il ghigno: il petrolio ce lo prendiamo noi.
“Ci hanno rubato il petrolio, non potevamo lasciarli fare”. Brutale onestà di un petro-imperialismo che di solito si traveste da missione di civiltà: Iraq e Libia occhieggiano. E non è un lapsus: Trump ripete da tempo di voler riportare l’economia venezuelana nella sfera del capitalismo nordamericano, staccandola da Cina, Russia e Iran. Non è anelito di democrazia né crociata antidroga: è calcolo geopolitico ed economico.

𝗘̀ 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗶𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗹𝗼𝗻𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼, 𝗿𝗮𝗿𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗳𝗿𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗱𝗮𝗶 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗮𝗻𝗻𝗼𝗻𝗶𝗲𝗿𝗲. 𝗡𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝘀𝘁𝗶𝘃𝗮𝗹𝗶 𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮 (𝗯𝗼𝗼𝘁𝘀 𝗼𝗻 𝘁𝗵𝗲 𝗴𝗿𝗼𝘂𝗻𝗱): “𝗗𝗶𝗰𝗶𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗺𝗲𝘀𝗶, 𝗽𝗼𝗶 𝘃𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼”.

𝗟𝗮 𝗗𝗼𝘁𝘁𝗿𝗶𝗻𝗮 𝗗𝗼𝗻𝗿𝗼𝗲

L’operazione in Venezuela è la più clamorosa applicazione contemporanea della Dottrina Monroe. Nel 1823 James Monroe proclamò che ogni ingerenza europea nel Nuovo Mondo sarebbe stata considerata atto ostile contro gli USA: in sintesi, “l’America (intera) agli statunitensi”. La formula difensiva diventò presto pretesto ideologico per l’interventismo in America Latina. Con il Corollario Roosevelt (1904) Washington si riservò non solo di bloccare interferenze straniere, ma anche di intervenire direttamente nei Paesi ritenuti “instabili”, installando governi compiacenti: la diplomazia delle cannoniere.

𝗟’𝗲𝗹𝗲𝗻𝗰𝗼 𝗲̀ 𝗻𝗼𝘁𝗼: 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗦𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮 𝗮 𝗖𝘂𝗯𝗮 (𝟭𝟴𝟵𝟴), 𝗼𝗰𝗰𝘂𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗛𝗮𝗶𝘁𝗶 𝗲 𝗥𝗲𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮 𝗗𝗼𝗺𝗶𝗻𝗶𝗰𝗮𝗻𝗮, 𝗿𝗼𝘃𝗲𝘀𝗰𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗶 𝗶𝗻 𝗚𝘂𝗮𝘁𝗲𝗺𝗮𝗹𝗮 (𝟭𝟵𝟱𝟰), 𝗖𝘂𝗯𝗮 (𝟭𝟵𝟲𝟭, 𝗕𝗮𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗣𝗼𝗿𝗰𝗶, 𝗝𝗙𝗞), 𝗖𝗶𝗹𝗲 (𝟭𝟵𝟳𝟯, 𝗴𝗼𝗹𝗽𝗲 𝗱𝗶 𝗣𝗶𝗻𝗼𝗰𝗵𝗲𝘁 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗔𝗹𝗹𝗲𝗻𝗱𝗲), 𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘃𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗣𝗮𝗻𝗮𝗺𝗮 (𝟭𝟵𝟴𝟵) 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗮𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗡𝗼𝗿𝗶𝗲𝗴𝗮. 𝗙𝗶𝗹 𝗿𝗼𝘂𝗴𝗲: 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲𝘀𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮 𝗻𝗲𝗹 “𝗰𝗼𝗿𝘁𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝘀𝗮” 𝗲, 𝘀𝗲 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲, 𝗼𝗿𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗼𝘀𝘁𝗼 𝗮 𝘀𝘂𝗼𝗻 𝗱𝗶 𝗺𝗮𝗿𝗶𝗻𝗲𝘀.

Barack Obama nel 2013 provò a dirla finita: “l’era della Dottrina Monroe è terminata”. Trump l’ha rimpolpata con orgoglio. Già nel 2018-2019 i suoi falchi davano segnali: John Bolton parlava di “troika della tirannia” (Cuba, Nicaragua, Venezuela) e rivendicava la Monroe senza vergogna.
Monroe 2.0 cosa aggiunge? Audacia e sfacciataggine: Trump rivendica apertamente ciò che un tempo si mascherava con la retorica o le operazioni coperte. Se Monroe diceva all’Europa “state alla larga”, Trump manda alle potenze di oggi – Cina e Russia in testa – un messaggio ancora più netto: l’America Latina è cosa nostra, e lo dimostriamo con la forza.

In poche ore la cattura di Maduro e i raid su Caracas (con un bilancio iniziale di vittime che si aggrava) diventano la prova generale del trumpismo: un principio ottocentesco usato per legittimare la regia attuale. Già scellerato allora, tanto più oggi.

𝗣𝗲𝘁𝗿𝗼𝗹𝗶𝗼, 𝗖𝗶𝗻𝗮 𝗲 “𝗰𝗼𝗿𝘁𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝘀𝗮”: 𝗶 𝘃𝗲𝗿𝗶 𝗺𝗼𝘁𝗶𝘃𝗶

Dietro la facciata si vedono due capitoli.

𝟭) 𝗟𝗮 𝘀𝗳𝗶𝗱𝗮 𝗴𝗲𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗶𝗮𝗹𝗲. Se nel 1823 Monroe voleva fermare la Spagna, oggi l’avversario è la Cina, che ha comprato peso in mezza regione con prestiti, infrastrutture e forniture; il Venezuela è primo debitore e partner energetico. Mosca ha fornito istruttori, intelligence e presenza nel petrolio (via Rosneft). Con le maggiori riserve provate al mondo, Caracas era nel mirino non solo di Trump ma anche del suo falco latino, Marco Rubio. Ripristinare l’egemonia USA significa inviare al mondo un segnale: qui comandiamo noi.

𝟮) 𝗟’𝗼𝗿𝗼 𝗻𝗲𝗿𝗼. 𝗜𝘁’𝘀 𝘁𝗵𝗲 𝗼𝗶𝗹, 𝘀𝘁𝘂𝗽𝗶𝗱. Dopo la “bolivarizzazione” e le nazionalizzazioni che hanno estromesso le compagnie USA, Caracas si è legata a Cina, Russia e altri. Per le lobby che spingono Trump, lo status quo è intollerabile. La “missione democrazia” è lo slogan; la missione barili è la sostanza.
Ora le major americane si preparano a rientrare: miliardi per riparare infrastrutture distrutte e “fare soldi per il Paese”. Traduzione: le lobby che hanno finanziato Trump sfrutteranno i giacimenti, incassando profitti col paravento della rinascita economica venezuelana. È il solito win-win narrativo: loro guadagnano, voi vi prendete qualche briciola come ricaduta. In patria, i falchi vendono il pacchetto come “100% America First, peace through strength”: tutela degli interessi strategici ed economici, e – incidentalmente – la caduta di un dittatore. Doppio bersaglio: soddisfare l’ala neocon in cerca di lustro e blandire il grande capitale in cerca di profitti.

𝗗𝗼𝘁𝘁𝗿𝗶𝗻𝗮 𝗗𝗼𝗻𝗿𝗼𝗲? 𝗜𝗽𝗼𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗼 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗽𝘂𝗿𝗼.

𝗜𝗹 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝘁𝗼: 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 “𝗻𝗮𝗿𝗰𝗼𝘀”. 𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗮𝗴𝗴𝗶𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗖𝗼𝗻𝗴𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲.
𝗗𝗼𝗺𝗮𝗻𝗶.
✍️ Articolo di Alberto Marolda
👉𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗙𝗼𝗹𝗹𝗼𝘄, 𝗚𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲!

𝗟𝗲 𝗣𝗶𝗮𝘇𝘇𝗲 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝗼𝘀𝗮?A  Roma, tutto sommato ancora pochi giorni fa, duecentomila persone o forse più. Tut...
03/11/2025

𝗟𝗲 𝗣𝗶𝗮𝘇𝘇𝗲 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝗼𝘀𝗮?
A Roma, tutto sommato ancora pochi giorni fa, duecentomila persone o forse più. Tutte in marcia per la Palestina, tutte convinte che la piazza serva ancora a cambiare qualcosa (𝗦𝗽𝗼𝗶𝗹𝗲𝗿: 𝗰𝗶 𝗰𝗿𝗲𝗱𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗼𝗴𝗴𝗶 ).
✍️ Articolo di Alberto Marolda
⏳ Tempo di lettura: 4 minuti (Pazienza, tanto il prossimo Mojito lo prendi a Gaza col costumino)
👉 𝗦𝗲𝗴𝘂𝗶 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗽𝗲𝗿 𝗻𝗼𝗶, 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗲̀ 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼!
💬 𝗠𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼, 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼, 𝘀𝘂𝗯𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗼𝗽𝗼, 𝘀'𝗲̀ 𝗳𝗶𝗿𝗺𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗶𝗱𝗱𝗲𝘁𝘁𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗱𝗶 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽.
Pace? Ma davvero? Una tregua lampo, senza palestinesi al tavolo, tuttora senza date vere sostenibili, senza piani veri di ricostruzione, se non i video delle Ai, senza sapere chi ricostruirà e, soprattutto, per chi.
Nel frattempo Gaza è ridotta in polvere, foto e video lo fanno vedere davvero, se non ci credete ci sono i moncherini dei bambini a ricordarlo, e l'accordo raggiunto sa di cerone stantio più che di pace.
Hamas è ancora in giro, dice che s'è tenuto i Kalašnikov, mentre l'IDF, quattro giorni, fa ha sganciato 158 Tonnellate di bombe... ancora...
𝗣𝗮𝗰𝗲? 𝗨𝗻’𝗶𝗻𝗳𝗿𝗮𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗮𝗿𝗿𝗼𝗻𝘇𝗮𝘁𝗮 𝗺𝗲𝘀𝘀𝗮 𝘀𝘂 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝘂𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝗮𝗹 𝗡𝗼𝗯𝗲𝗹 𝗱𝗶 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽, 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗼𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗴𝗹𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗱𝗮𝘁𝗼.
Si parla di ricostruzione, ma tuttora non si dice se sarà per i gazawi o per nuovi coloni Israeliani, o addirittura per i turisti della nuova Riviera Trumpiana.
Non si dice se Israele restituirà davvero tutti i prigionieri politici, molti dei quali condannati all’ergastolo, a cominciare da 𝗠𝗮𝗿𝘄𝗮𝗻 𝗕𝗮𝗿𝗴𝗵𝗼𝘂𝘁𝗶, sul quale pare sia stato posto un veto specifico (Spoiler: è ridotto pelle ed ossa, c'è un video ), né se Hamas consegnerà davvero tutte le armi: anzi, dopo l’incarico che ha avuto da Trump di svolgere compiti di Polizia, diciamo pure che se le terranno facendo i vaghi.
Sembra davvero di vedere una serie TV di quarto livello, specialmente dopo le macchiette del biondo nel suo discorso al Parlamento israeliano, e a Sharm el-Sheikh per la foto multipla di rito, sembra già passato un secolo.
𝗕𝗮𝘁𝘁𝘂𝘁𝗲 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 “𝗕𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗥𝗮𝗴𝗮𝘇𝘇𝗮” 𝗠𝗲𝗹𝗼𝗻𝗶, 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲, 𝗴𝗶𝗮̀ 𝘀𝗰𝗼𝗿𝗱𝗮𝘁𝗲?
Come dite? Meglio dell'amico "Giuseppi"?
Vabbè... Ma quindi? Il succo di tutto ciò?
𝗡𝗼𝗶, 𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗹𝗹𝗮, 𝗹'𝗢𝗽𝗶𝗻𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗣𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮, 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮𝗺𝗼, 𝗰𝗶 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗶𝗮𝗺𝗼?
E i Palestinesi?
𝗔𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗮𝘁𝗼, 𝗮𝗺𝗼 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗳𝗲𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗼𝗰𝗲𝗮𝗻𝗶𝗰𝗮, 𝗮𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗮 𝗰𝗲𝗻𝗮 𝗱𝗮 𝗚𝗶𝗴𝗴𝗶, 𝗱𝘂̀ 𝘀𝗽𝗮𝗴𝗵𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘀'𝗲̀ 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗻𝗮 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗮...
E no, cari miei, mica è davvero finito nulla, i due Stati NON ci sono, Gaza è rasa al suolo, le macerie sono tutte lì e NON c'è un posto dove tornare per i gazawi, 𝗮𝗻𝘇𝗶 𝗹'𝗜𝗗𝗙 𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗲𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻 𝗯𝗲𝗹 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼 𝗺𝘂𝗿𝗼 𝘀𝘁𝗶𝗹𝗲 𝗕𝗲𝗿𝗹𝗶𝗻𝗼, i valichi sono ancora chiusi, il cibo arriva col contagocce, i medicinali no, ed allora?
Tutta facciata e cosmesi, ricchi premi ed effetti speciali, la verità è che le piazze europee e italiane dovrebbero restare vive, continuare a protestare, perché il problema NON è stato risolto e non sembra risolvibile nel breve.
Altro che Nobel con la bacchetta magica stile Potter.
Ed invece? Siamo andati tutti a casa, le piazze oceaniche, che non erano andate ne al Ghetto ne all'Ambasciata Israeliana, si sono svuotate, come se bastasse un’unica marcia solenne per lavarsi la coscienza.
𝗟𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗲 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗲 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗼𝗻𝗼 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗳𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗹𝗲.
Quando il potere calcola che tacere, costa più che cambiare.
E non c'è niente da fare, l’Italia resta il Paese dove si protesta il sabato, e si vota la domenica per chi si è appena contestato.

𝗜𝗻 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮, 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲, 𝗹𝗲 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗲 𝗹𝗲 𝗿𝗼𝘃𝗲𝘀𝗰𝗶𝗮𝗻𝗼.
I gilet gialli, i sindacati, i blocchi dei porti: lì la rabbia è concreta, e i governi cadono davvero.
Da noi, invece, la piazza serve a “mandare un messaggio”.
Notifiche ignorate.

Nel frattempo, la Meloni pubblica quattro righe su Facebook, appoggia Trump e raccoglie ottantamila like. La rabbia resta a sinistra, il consenso resta a destra.
E il cerone della pace copre solo le macerie.

𝗜𝗹 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼?
Le piazze sono bellissime — ma inutili se restano sole. Servono se mordono, se bloccano, se costano qualcosa. Finché non capiremo questo, resteremo spettatori passivi del nostro stesso dissenso.
𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗮 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗮 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗮 𝗳𝗮𝗿 𝗱𝗼𝗿𝗺𝗶𝗿𝗲 𝘁𝗿𝗮𝗻𝗾𝘂𝗶𝗹𝗹𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲.
E adesso pure a far vincere un Nobel a chi la guerra l’ha firmata due volte e continua a distribuire, e testare Armi.
✍️ Articolo di Alberto Marolda
👉 𝗦𝗲𝗴𝘂𝗶 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮, 𝗽𝗲𝗿 𝗻𝗼𝗶, 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗲̀ 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼!


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