26/11/2025
«Giravo armato perché sono detentore di importanti segreti d'ufficio. Ho svolto numerose indagini, soprattutto per droga, che hanno portato a degli arresti importanti». Così si era si è difeso Massimo Adriatici, l'ex assessore leghista al Comune di Voghera, nell'interrogatorio del 23 luglio 2021 davanti al gip Maria Cristina Lapi che gli chiedeva conto del possesso del porto d'armi per difesa personale. Nello specifico la pi***la Beretta calibro 22 con la quale, tre giorni prima, aveva sparato e ucciso Younes El Boussettaoui, 39 anni, di fronte a un bar in piazza Meardi. Oggi la Procura di Pavia, nel processo con rito abbreviato, ha chiesto per l'ex politico una condanna a 11 anni e 4 mesi per omicidio volontario. A avanzare la richiesta di pena in aula, presenti anche gli avvocati di parte civile che rappresentano i familiari di El Boussettaoui, è stato il procuratorre capo Fabio Napoleone, al termine della sua requisitoria: «Si potevano attuare condotte alternative», la convinzione dell'accusa. L'uomo, senza fissa dimora, era noto in zona per le sue intemperanze e i problemi psicologici. Quella sera di quattro anni fa, in prossimità di piazza Meardi, si accende un diverbio tra Adriatici e El Boussettaoui: l'ex assessore gli mostra l'arma che tiene in tasca e l'uomo reagisce con una manata. L'ex politico finisce a terra, perde gli occhiali ed esplode un colpo a distanza ravvicinata che colpisce il cittadino marocchino al torace, causandone la morte per shock emorragico. Adriatici ha sempre sostenuto di avere sparato per salvarsi la vita e dapprima viene rinviato a giudizio per eccesso colposo di legittima difesa, tuttavia il giudice Valentino Nevoso ha ritenuto il capo d'imputazione non adeguato alla ricostruzione dei fatti. Le telecamere di sorveglianza della zona lo avrebbero infatti ripreso mentre cammina dietro la vittima poco prima dello sparo. In pratica, «stava effettuando un servizio di ronda armata e di pedinamento» nei confronti di un uomo «già oggetto di segnalazioni». Inoltre, ha rimarcato l'acccusa, nella pi***la erano stati caricati proiettili «a punta cava, utilizzabili in poligono e non per difesa personale» e che un colpo «era già in canna». A sostegno della propria tesi, i pm hanno prodotto diversi documenti. Gli atti del procedimento disciplinare a carico di Adriatici da parte dell'Ordine, con richiesta di sospensione per tre anni dalla professione di avvocato, e soprattutto il verbale dell’incontro svoltosi in Comune a Voghera, a febbraio 2021, con le forze dell’ordine. In quella riunione, caldeggiata dall'allora assessore alla sicurezza, si è discusso dell'ipotesi di istituire un tavolo permanente per «garantire sicurezza ai cittadini vogheresi», con interventi mirati e potenziamento della videosorveglianza contro atti vandalici, furti, risse, vagabondaggio. Il vertice suscitò polemiche e la decisa presa di distanza dell'Arma dei carabinieri, che sottolineò come la decisione di formare un tavolo per la sicurezza fosse competenza della prefettura. La difesa di Adriatici, rappresentata dagli avvocati Guido Carlo Alleva e Luca Gastini, ha portato davanti ai giudici alcune testimonianze, il parere del docente di balistica forense Marino Forneti e la consulenza firmata dallo psichiatra Marco Lagazzi e dalla psicologa forense Margherita Passalacqua che descrive un blackout dell'imputato al momento dello sparo. In sede di udienza preliminare, lo scorso settembre, i legali hanno ribadito la volontà di risarcire i famigliari di El Boussettaoui depositando due assegni per complessivi 220 mila euro, ma la proposta non è stata accettata dagli avvocati di parte civile. «La famiglia non vuole semplicemente un risarcimento del danno - ha sottolineato Debora Piazza, legale della famiglia insieme a Marco Romagnoli - I familiari di Younes vogliono giustizia e questo sin dall'inizio dell'indagine. Erano già stati depositati degli assegni mesi fa davanti a un notaio e la proposta non è stata accettata».