15/06/2026
LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA
di Roberto Spagnoli
15 giugno 2026
Il proibizionismo è un fallimento. Se ancora ci fosse bisogno di saperlo basta leggere il Rapporto europeo sulle droghe 2026. Il documento dell’Agenzia dell’Unione Europea sulle droghe (EUDA), basato sui dati provenienti da 29 paesi, offre un quadro completo e aggiornato della situazione. E conferma ciò che da anni sostengono studiosi, esperti e operatori e che, più modestamente, andiamo ripetendo anche da questi microfoni: il proibizionismo non è in grado di governare il fenomeno delle droghe. Peggio: lo aggrava, lo rende più diffuso e incontrollato e, quindi, più pericoloso.
L’EUDA segnala come il mercato illegale sia sempre più complesso, multiforme e rapido nell’adattarsi. Per eludere i controlli le reti criminali diversificano rotte e metodi: porti piccoli, trasferimenti in mare, motoscafi, imbarcazioni sommergibili, droni, tecniche sofisticate di occultamento, impiego dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. La criminalità organizza l’offerta con logiche industriali e di marketing per espandere i mercati e trovare sempre nuovi acquirenti.
Il mercato è caratterizzato da sostanze più potenti, più pure e più imprevedibili. Le nuove sostanze psicoattive monitorate dall’Agenzia europea sono ormai oltre 1000 e in continuo aumento. Nel 2025 ne sono comparse circa 50: praticamente una a settimana. Al contempo crescono i rischi legati al policonsumo, agli oppioidi sintetici, ai cannabinoidi sintetici e semisintetici, a cocaina e a crack, alla ketamina dirottata verso il mercato illegale. Chi consuma non sa cosa si mette in corpo, i servizi sono costretti a inseguire il fenomeno, la prevenzione viene soffocata dall’allarmismo e dalla paura.
L’esempio lampante di questa politica dissennata è la cannabis. In Europa è la sostanza illecita più diffusa: 25 milioni di adulti ne hanno fatto uso nell’ultimo anno. Alcuni Paesi hanno avviato la riforma delle politiche in materia. Invece in Italia, anziché disciplinare la produzione e la vendita e promuovere informazione sui rischi e prevenzione dei danni, con la scusa della “droga” il Governo ha deciso di penalizzare la filiera agroindustriale e commerciale della canapa, senza intaccare le organizzazioni criminali che spacciano prodotti adulterati con cannabinoidi sintetici.
Con il proibizionismo le sostanze vietate non scompaiono: diventano semplicemente incontrollabili. Politiche come quelle del nostro attuale Governo, che in nome di una presunta “sicurezza” pretende di risolvere il problema vietando, reprimendo e punendo (aumentando i reati e le pene e provocando un intollerabile e insostenibile sovraffollamento carcerario), invece di ridurre rischi e danni li scaricano sull’intera società, in particolare sulle persone più fragili, schiacciate tra l’incudine e il martello, tra il mercato criminale e la repressione.
«Negli ultimi anni l’Unione europea ha sviluppato strumenti quantitativi per valutare le politiche sulle droghe non solo sul piano sanitario, ma anche rispetto a mercato, sequestri, prezzi, criminalità e azione repressiva. Applicati al caso italiano, questi indicatori mostrano con chiarezza il fallimento delle politiche fondate quasi esclusivamente sulla repressione della produzione e del commercio». Lo scrive la professoressa Carla Rossi (presidente del Centro di studi statistici e sociali, già ordinaria di statistica medica all'Università di Roma Tor Vergata) a proposito dell’efficacia delle politiche repressive sulle droghe per la rubrica di Fuoriluogo su Il Manifesto del 10 giugno.
L’articolo illustra alcuni dati contenuti nel libro “Uso di cannabis. Non è totalmente innocuo, ma presenta un livello di rischio molto basso” curato dalla professoressa Rossi insieme al professor Giovanni Trovato (ordinario di Statistica economica all’Università di Roma Tor Vergata). Il libro è il risultato di un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell'Università e della ricerca che ha riunito studiosi di diverse discipline per esaminare la regolamentazione della cannabis e di altre droghe cosiddette leggere.
Dalla svolta repressiva del 1990 ad oggi, le diverse modifiche legislative in materia di droghe hanno inciso soprattutto sulla pressione penale, ma non si sono dimostrate capaci di ridurre il mercato. La repressione non solo non ha ridotto il mercato, ma ha prodotto più carcere e pene più lunghe, colpendo i soggetti più vulnerabili, più che i capi delle organizzazioni criminali. Un’ulteriore conferma dell’inefficacia repressiva viene dall’andamento dei prezzi al dettaglio. Se la repressione funzionasse davvero – nota la professoressa Carla Rossi - la riduzione dell’offerta dovrebbe produrre un aumento significativo dei prezzi: invece restano sostanzialmente stabili. Anche questo indica che il mercato non viene realmente intaccato.
Solo in Italia, secondo le stime ufficiali, la spesa al dettaglio per le principali sostanze vale oltre 17 miliardi con un aumento costante negli anni. Una massa di denaro che alimenta le reti criminali e favorisce la corruzione (anche ad alto livello) e il riciclaggio con una presenza ormai stabile delle organizzazioni criminali in tutti i settori dell’economia legale: dall’edilizia alla logistica, dal commercio ai servizi, alla finanza fino al calcio professionistico. Come ebbe a dire, due anni fa, il procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, mafia, camorra e ’ndrangheta fanno ormai parte del tessuto economico anche e soprattutto nella parte più sviluppata del paese.
Una politica è razionale ed efficace se è fondata su dati attendibili, un'analisi attenta e un approccio interdisciplinare. La “guerra alla droga” non è né razionale, né tanto meno efficace: ha prodotto costi enormi, carcere, inefficienza e corruzione, senza ridurre offerta e domanda, né proteggere la salute pubblica alimentando un lucroso mercato illegale. La “guerra alla droga” è una scorciatoia ideologica dietro cui nascondere l’incapacità di governare il fenomeno.
Come dissi nella Nota di esattamente cinque anni fa, in occasione della pubblicazione del rapporto europeo del 2021, le droghe possono far male, ma il proibizionismo è peggio.
Il proibizionismo è un fallimento. Non è in grado di governare il fenomeno delle droghe. Peggio: lo aggrava, lo rende più diffuso e incontrollato e, quindi, più pericoloso. La “guerra alla droga” ha prodotto costi enormi, carcere, inefficienza e corruzione, senza ridurre offerta e domanda, n...