Notiziario Antiproibizionista - Radio Radicale

Notiziario Antiproibizionista - Radio Radicale La pagina ufficiale della storica rubrica di Radio Radicale in onda il lunedì alle 13. I vostri com

Il dibattito politico, la ricerca scientifica, il mercato criminale, le iniziative antiproibizioniste per una nuova politica sulle sostanze piscoattive legali e illegali. La trasmissione va in onda sulle frequenze di Radio Radicale il lunedì alle 13. Le registrazioni sono disponibili su www.radioradicale.it nella sezione delle Rubriche.

NOTIZIARIO ANTIPROIBIZIONISTA13 luglio 2026I limiti e le criticità del ddl recante “Disposizioni in materia di detenzion...
13/07/2026

NOTIZIARIO ANTIPROIBIZIONISTA
13 luglio 2026

I limiti e le criticità del ddl recante “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti” che vuole trasferire i tossicodipendenti dal carcere alle comunità terapeutiche (approvato dal Senato e all’esame della Camera dei deputati).
Seduta del 24 giugno della Commissione Giustizia della Camera con le audizioni di Mauro Palma (già Garante nazionale dei detenuti, attuale presidente dell’European Penological Center) e Alessio Scandurra, responsabile dell’Osservatorio nazionale sulla condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone.



Argomento della puntata i limiti e le criticità del ddl recante “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti” che vuole trasferire i tossicodipendenti dal carcere alle comunità terapeutiche (approvato dal Senato e all’esa...

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA di Roberto Spagnoli13 luglio 2026«Carceri, piano per i tossicomani. Il sottosegretario Delmas...
13/07/2026

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA
di Roberto Spagnoli
13 luglio 2026

«Carceri, piano per i tossicomani. Il sottosegretario Delmastro: “Il giudice con la sentenza potrà affidarli alle comunità. Così svuotiamo le celle, facciamo risparmiare lo Stato e diamo loro un'altra possibilità». Così titolava, con grande evidenza in prima pagina, “Il Messaggero” del 13 marzo 2023. Una proposta che, stando a quanto dichiarava l’allora sottosegretario alla Giustizia al quotidiano, era condivisa dal Governo e soprattutto dal ministro Carlo Nordio.

L’annuncio suscitò sorpresa e interesse che però svanirono rapidamente leggendo l’articolo. La prospettiva era sempre e solo quella della reclusione: non più dietro le sbarre di un carcere, ma in comunità chiuse, vigilate 24 ore su 24, a discrezione del giudice, a determinate condizioni. Se, come affermava Delmastro, una persona commette reati «legati all’approvvigionamento economico per procurarsi la droga», il problema non è la dipendenza, ma l’illegalità della sostanza di cui la persona è dipendente: il problema è la legge.

Se si decriminalizzano le condotte legate alle droghe, se si legalizzano le sostanze (cioè si controlla il mercato e si governa il fenomeno) nessuno dovrà più delinquere per procurarsi il denaro necessario per comprare una sostanza al mercato nero prodotto dal proibizionismo. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia dimostrano che il sovraffollamento è causato solo e unicamente dalla legge sulle droghe. Quindi, il sovraffollamento carcerario non si risolve affrontando il problema delle dipendenze, ma facendo in modo che la persona non commetta più reati.

Ora quella proposta lanciata più di tre anni è stata tradotta in un disegno di legge approvato dal Senato e in discussione alla Camera dei deputati che indica nelle comunità terapeutiche uno degli strumenti per ampliare il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Ma come ha scritto assennatamente Caterina Pozzi del Cnca, prima di chiederci come svuotare le carceri, dovremmo domandarci perché continuiamo a riempirle. Non limitarsi a lenire i sintomi, ma curare le cause: smettere di affrontare l’uso e abuso di droghe con l’ottica del controllo e della repressione.

Se la comunità viene pensata come strumento di alleggerimento del sistema penitenziario, il rischio è che la dimensione terapeutica diventi secondaria, ha scritto Pozzi su “Il manifesto” del 1° luglio per la rubrica di Fuoriluogo.it. La sua funzione, quindi, rischia di essere definita più dalle esigenze dell’esecuzione penale che dai bisogni delle persone. Nel tentativo di affrontare un’emergenza reale, il disegno di legge rischia di introdurre uno slittamento culturale pericoloso.

«La comunità smette progressivamente di essere definita da un progetto terapeutico individualizzato, dalla volontarietà del percorso, dalla relazione educativa e dalla connessione con il territorio. Comincia invece a essere considerata soprattutto come luogo alternativo di esecuzione della pena. È una prospettiva che non aiuta né le persone detenute, né le comunità». Il problema, quindi, non è decidere dove mettere le persone che il carcere non riesce più a contenere, ma cambiare alla radice una politica delle droghe che alimenta il circuito penale. Le comunità devono essere realmente terapeutiche, non un surrogato del carcere.

Nella Nota di questa settimana voglio parlare anche di una buona notizia.
Si è chiuso con un’assoluzione piena il caso di Elena Tuniz, una delle prime vittime delle norme in materia di droghe introdotte nel nuovo Codice della strada. La vicenda risale al 7 gennaio 2025. L’insegnante friulana venne colta da un malore alla guida e p***e il controllo dell’auto provocando un incidente non grave. In ospedale gli accertamenti tossicologici rilevarono una dubbia positività alla cannabis. Dubbia, ma sufficiente a mettere in moto l’apparato repressivo previsto dal nuovo articolo 187 del Codice della strada (fortemente voluto dal ministro Salvini) anche senza uno stato di alterazione tale da compromettere le capacità di guida.

Vennero avviati un procedimento amministrativo, con la sospensione della patente, e uno penale. La patente era indispensabile a Elena per raggiungere la scuola in cui lavorava, distante settanta chilometri da casa. Fu così costretta a lasciare l’impiego a tempo indeterminato, mentre sul piano penale rischiava una condanna fino a due anni e una multa fino a 12 mila euro. La notte successiva, però, ebbe una nuova crisi, questa volta diagnosticata in ospedale come epilettica. L’incidente, dunque, era dovuto a questo, non ad una alterazione provocata dall’uso di sostanze.

A chiedere l’assoluzione è stata la stessa accusa. Per la pm non c’erano elementi per dimostrare che Tuniz, al momento dell’incidente, fosse in stato di alterazione psicofisica e guidasse in condizioni pericolose. Una tesi condivisa dal giudice, che ha deciso l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”. Si tratta di una prima applicazione concreta dei limiti fissati dalla Corte costituzionale con la sentenza del 29 gennaio di quest’anno che non ha modificato l’articolo 187 del Codice della strada, ma ha imposto una lettura restrittiva della norma.

La sicurezza stradale è un obiettivo serio, che richiede controlli affidabili e strumenti fondati sulle evidenze. E’ necessario sanzionare chi guida in stato di alterazione e mette a rischio sé stesso e gli altri, ma punire chi presenta la traccia biologica di una sostanza vietata senza che ciò comprometta la sua capacità di guida non serve, è ingiusto e anche discriminatorio. Il consumo di sostanze non deve essere confuso con la repressione. Stiamo parlando di sicurezza stradale, non di morale.

L’assoluzione di Elena Tuniz dimostra quanto fosse infondato il processo, ma anche quanto possa essere alto il prezzo da pagare a causa di una norma ideologica: Elena non rappresentava un pericolo per gli altri utenti della strada. Eppure è stata sottoposta a un procedimento penale. Ora la sentenza del tribunale di Udine le restituisce giustizia, ma non cancella le conseguenze personali e lavorative di un procedimento durato un anno e mezzo. Dunque, una buona notizia, ma fino ad un certo punto. Elena Tuniz ha perso la patente, il lavoro e la serenità. Chi pagherà i danni?



Il Parlamento sta discutendo il ddl che vuole trasferire i tossicodipendenti dal carcere alle comunità terapeutiche, ma la prospettiva è sempre quella della reclusione. Se la comunità diventa un luogo alternativo di esecuzione della pena, uno strumento di alleggerimento del sistema penitenziario,...

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA di Roberto Spagnoli6 luglio 2026La XVII edizione del “Libro bianco sulle droghe” (autorevole ...
06/07/2026

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA
di Roberto Spagnoli
6 luglio 2026

La XVII edizione del “Libro bianco sulle droghe” (autorevole rapporto indipendente sugli effetti del Testo Unico sugli stupefacenti sul sistema penale, sui servizi, sulla salute delle persone che usano sostanze e sulla società) conferma il peso determinante dell’attuale normativa proibizionista sul sistema penale e penitenziario italiano. Più di un ingresso in carcere su quattro è legato al Testo Unico sugli stupefacenti, in particolare all’articolo 73. Come abbiamo ripetuto un’infinità di volte, senza la legge sulle droghe il sovraffollamento non esisterebbe.

Per affrontare l’intollerabile e vergognosa situazione delle nostre carceri occorrono misure drastiche come amnistia e indulto, ma per riportarle alla normalità è indispensabile decriminalizzare le condotte legate alla circolazione delle sostanze: l’attuale Governo è andato, invece, in direzione opposta con provvedimenti che rafforzano il ricorso alla sanzione penale e colpiscono i livelli più bassi del traffico illegale scaricando l’impatto della repressione sulle persone più vulnerabili. Tra queste ci sono i giovani.

Nel settembre 2023 è stato varato il “decreto Caivano” che prende il nome dalla località del Napoletano teatro di gravi episodi di degrado e violenza minorile. Per rispondere all’onda emotiva suscitata da fatti di cronaca, sono state introdotte misure straordinarie di contrasto al disagio giovanile e alla criminalità minorile, tra cui numerose novità in materia di stupefacenti. Un coacervo di norme eterogenee che hanno segnato una svolta repressiva nel diritto minorile facilitando il ricorso all'arresto in flagranza e alla custodia cautelare.

L’articolo 4 del decreto (che riguarda anche gli adulti) è un manifesto di quell’uso simbolico del diritto penale fondato sull’aumento delle sanzioni nonostante la loro incapacità preventiva e la mancanza di efficacia deterrente. Preoccupa in particolare il terzo comma che aumenta il massimo edittale da quattro a cinque anni per i fatti di lieve entità previsti dall’art. 73 del Testo Unico sulle droghe. La conseguenza è stato l’aumento dei minori entrati nel circuito penale. E per la prima volta nella storia italiana, gli Istituti di pena per minorenni (Ipm) sono sovraffollati.

Punire un adolescente con la detenzione per qualche dose comporta alti costi umani e sociali e pregiudica il percorso di crescita e di recupero, per altro messo in discussione da altre misure contenute nel “decreto Caivano”. Concentrato sulla repressione, trascurando interventi preventivi sul piano educativo e sociale, il decreto ha messo in crisi il nostro modello di giustizia minorile che era stato preso ad esempio da altri paesi (in particolare le alternative alla detenzione che facevano prevalere l’interesse superiore del minore rispetto alla pena e alla punizione in generale). Ad una tale stretta, però, non corrisponde una reale emergenza nella criminalità minorile che in Italia, complessivamente, rimane tra le più basse in Europa.

Qualche settimana fa ricordavo la campagna “Just Say No” (“Basta dire no”) promossa tra gli anni Ottanta e Novanta da Nancy Reagan negli Stati Uniti con l’obiettivo del “consumo zero” di droghe tra i giovani e tradotta in “tolleranza zero” e in una presunta “prevenzione” fatta di slogan e messaggi terroristici, punizioni in ambito scolastico, repressione e conseguenze di tipo penale. Il tipico armamentario della “guerra alla droga” che in nome del loro bene lascia ragazze e ragazzi disinformati e indifesi di fronte ai rischi e ai danni.

Gli stessi Stati Uniti del “Just say No” hanno prodotto, però, anche il “Just say Know”: da “Basta dire no” a “Dì che lo sai”. Da qui deriva il concetto “Safety first”, basato su un approccio realistico circa le scelte degli adolescenti, ponendosi in dialogo con loro, con le loro esperienze, i loro comportamenti e i loro consumi. La priorità è la riduzione dei rischi e dei danni. “Safety first” ovvero, prima di tutto, mettere in sicurezza chi usa sostanze. Ed eccoci, ancora una volta, al concetto di “sicurezza”: intesa, però, come protezione dai pericoli e dai danni, come tutela del benessere fisico, emotivo e mentale, non come mero “ordine pubblico”.

La sicurezza non è repressione. Non è inventando nuovi reati o inasprendo le pene che si impediscono comportamenti rischiosi. In certi ambiti le politiche repressive non solo sono inefficaci, ma aggravano i problemi. Bisogna cambiare prospettiva promuovendo le competenze dei più giovani e rispettando le loro domande e i loro problemi. Se davvero si vuole il loro bene bisogna renderli consapevoli degli effetti e delle conseguenze dell’uso delle sostanze con una corretta informazione (su tutte, anche su quelle legali come alcol e tabacco).

E’ indispensabile superare la logica della paura e della punizione per costruire percorsi formativi credibili e vicini alla realtà giovanile. Passare da educare “a non usare” a educare “a conoscere”. Creare connessioni tra una riflessione scientifica e politica e le pratiche educative attraverso le quali individui o gruppi acquisiscono maggiore controllo sulla loro vita. Il fine non deve essere quello di “crescere generazioni di nuovi italiani sani e determinati” (come ebbe a dire la Presidente del Consiglio), ma di formare persone consapevoli e responsabili.



Adolescenti e droghe. Da "Just say No" a "Just say Know", da “Basta dire No” a “Dì che lo sai”. Da politiche repressive inefficaci e controproducenti che aggravano i problemi a percorsi educativi credibili e rispettosi della realtà giovanile. Superare la logica della paura e della punizion...

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA di Roberto Spagnoli 29 giugno 2026Venerdì scorso, al Palazzo del Quirinale, alla presenza del...
29/06/2026

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA
di Roberto Spagnoli
29 giugno 2026

Venerdì scorso, al Palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stata celebrata la “Giornata mondiale contro le droghe”. Bene. Peccato che quella che l’Onu ha istituito nel 1987, e che si celebra ogni anno il 26 giugno, non è la “Giornata mondiale contro le droghe”, ma la la “Giornata internazionale contro l’abuso di droghe ed il traffico illecito”. Una differenza di non poco conto: vuol dire che uso, produzione e commercio possono essere regolati legalmente.

Rispetto al passato si segnala però una differenza: dalla “droga” (cioè dal nulla, qualcosa che non esiste, perché le sostanze sono tante e diverse fra loro) siamo passati alle “droghe”. Ma cosa si intende per droghe? E di quali parliamo? Tutte le sostanze psicoattive o solo quelle vietate? E di quelle legali come alcol e tabacco (che provocano problemi e costi sociali e sanitari e decine di migliaia di morti, direttamente e indirettamente) non diciamo nulla? Forse perché su di esse lo Stato incassa miliardi in tasse e imposte?

Il giorno precedente la “giornata mondiale”, il Governo, come previsto dalla legge, ha presentato la relazione annuale al Parlamento che raccoglie i dati relativi allo stato delle dipendenze, alle strategie, agli obiettivi raggiunti e agli indirizzi che saranno seguiti in materia di droghe. E’ un documento importante. Ma la presentazione della relazione annuale, così come la giornata “contro le droghe”, così come la conferenza nazionale dello scorso anno, sono state l’ennesima occasione di esibire i presunti successi del Governo.

Alla presentazione della relazione la Presidente del Consiglio Meloni ha ribadito l’impegno a «costruire una società libera dalle droghe e da ogni dipendenza» (un vasto programma, verrebbe da dire). Il sottosegretario Mantovano, da parte sua, ha rivendicato oltre 20 mila operazioni antidroga, 55 tonnellate di sostanze sequestrate e più di 26 mila denunce nel corso del 2025. Ma proprio la relazione del Governo descrive mercati illegali sempre più penetranti e diffusi, sostanze più potenti e diversificate, una domanda crescente di assistenza e un enorme impatto dell’attuale normativa sul sistema penale e penitenziario.

Mantovano ha descritto un vero e proprio “modello italiano” che sarebbe «osservato con crescente interesse anche all'estero». E sarebbe interessante sapere da chi perché i dati raccontano un’altra realtà: le sostanze sono più disponibili, più concentrate e più difficili da conoscere e controllare. I mercati illegali si adattano a ogni stretta repressiva. Cambiano le rotte dei traffici illegali, i prodotti e le modalità di vendita. La realtà è che il “modello italiano” non solo si dimostra incapace di governare il fenomeno, ma lo rende più pericoloso.

I dati contenuti nel Libro bianco sulle droghe (fondamentale documento giunto alla 17a edizione, presentato anch’esso nei giorni scorsi) confermano il peso determinante dell’attuale legislazione proibizionista sul sistema penitenziario. Più di un ingresso in carcere su quattro è legato al Testo Unico sugli stupefacenti, in particolare all’articolo 73. Senza i detenuti ristretti per questo solo articolo il sovraffollamento penitenziario non esisterebbe. Lo stesso vale per i detenuti certificati come tossicodipendenti che continuano a crescere. E l’aumento non riguarda soltanto il carcere: continua ad ampliarsi anche l’area del controllo penale esterno.

Inoltre, i dati dei tribunali mostrano l’enorme peso della normativa attuale sul sistema giudiziario. Nel complesso le persone coinvolte in procedimenti pendenti per i due principali reati previsti dal Testo Unico sono oltre 200.000. Non solo: la repressione si concentra sui livelli più bassi del traffico illegale, non sui vertici delle organizzazioni criminali (che restano potenti e radicate nella società, nell’economia e nella politica).

Per riportare le carceri alla normalità non c’è altra strada che decriminalizzare le condotte legate alla circolazione delle sostanze: ovvero l’esatto contrario di ciò che fa l’attuale Governo. Dal “decreto Caivano” ai decreti “sicurezza”, dal nuovo Codice della strada alla proposta delle cosiddette “comunità-prigione”, il Governo Meloni insiste con misure che rafforzano il ricorso alla sanzione penale e rischiano di aggravare ulteriormente l’impatto della repressione sulle persone più vulnerabili.

Per quanto riguarda le sanzioni amministrative, dal 1990 è stata superata la soglia di un milione e mezzo di persone segnalate ai prefetti per detenzione di droghe a uso personale. La repressione amministrativa continua a concentrarsi prevalentemente sulle persone che usano cannabis che rappresentano quasi tre quarti del totale delle segnalazioni. Altro dato significativo: dei 3.564 minorenni segnalati nel 2025 oltre il 97%, cioè la quasi totalità, è stato segnalato per cannabis. Migliaia di adolescenti entrano così in un percorso sanzionatorio che produce stigma e può avere conseguenze controproducenti.

La presunta funzione preventiva e terapeutica (sbandierata all’epoca dell’approvazione della legge) è di fatto scomparsa, ammesso che sia mai esistita. Nel corso degli anni è drasticamente calato il numero della persone invitate a presentare un programma di trattamento sociosanitario: nel 2007 erano state più di 3.000, l’anno scorso solo 412. Anche gli inviti a rivolgersi ai SerD continuano a diminuire. Il sistema appare quindi sempre meno orientato alla salute e sempre più concentrato sulla sanzione e sulla repressione.

Tutti questi non sono effetti collaterali o conseguenze impreviste: sono elementi strutturali del “modello italiano” vantato dal sottosegretario Mantovano. Alla presentazione della relazione annuale la Presidente del Consiglio ha parlato di «una realtà molto complessa che richiede un approccio a 360 gradi e il coraggio di risposte lungimiranti». Sarebbero queste le risposte lungimiranti?

Meloni ha assicurato che il Governo continuerà «a lavorare senza sosta perché sono sfide come queste che animano il nostro impegno e che definiscono ciò che siamo e intendiamo essere per i nostri figli e per chi verrà dopo di noi». Ed è proprio ciò che questo Governo è e intende essere che proietta una luce inquietante sul futuro nostro e dei nostri figli.


Il 25 giugno il Governo ha presentato la relazione annuale al Parlamento vantando i suoi successi contro le droghe e le dipendenze, ma proprio i dati contenuti nella relazione descrivono mercati illegali sempre più penetranti e diffusi, capaci di adattarsi ad ogni stretta repressiva, sostanze più ...

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA di Roberto Spagnoli22 giugno 2026Da oltre mezzo secolo governi e organizzazioni internazional...
22/06/2026

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA
di Roberto Spagnoli
22 giugno 2026

Da oltre mezzo secolo governi e organizzazioni internazionali giustificano la “guerra alla droga” in nome della sicurezza, della salute pubblica e della legalità. Le realtà è che il proibizionismo non solo non ha tutelato niente di tutto questo, ma ha aggravato i problemi. In poche parole ha perso la sua battaglia. E al bilancio di uno dei più grandi fallimenti politici dell’epoca contemporanea, va aggiunto il contributo alla devastazione ambientale e all’aggravamento del cambiamento climatico.

Sono le conclusione contenute nel rapporto internazionale “Dalla foresta alla polvere: impatti socioeconomici e ambientali del divieto della filiera produttiva della coca e della cocaina nel bacino amazzonico e in Brasile”, realizzato dalla coalizione “Intersection – Land Use, Drug Policy and Climate Justice” e pubblicato alla fine dello scorso anno.

La repressione della coca non produce benefici né per la società, né per l’ambiente. Decenni di operazioni militari, eradicazioni forzate e p***ecuzione delle comunità rurali non hanno eliminato le coltivazioni di coca, né ridotto la disponibilità di cocaina sui mercati internazionali. Hanno invece ottenuto un altro risultato: spingere le coltivazioni sempre più in profondità nella foresta amazzonica.

Ogni volta che viene distrutto un campo, la produzione si sposta altrove. Ogni volta che una zona viene militarizzata, nuove aree vengono aperte alla coltivazione clandestina. Chilometri di foresta vengono abbattuti per fare spazio a nuove coltivazioni, strade, piste di volo e infrastrutture illegali. Ma non solo: l’eliminazione della foresta apre spazi alla penetrazione dello sfruttamento minerario, all’espansione degli allevamenti e ad ulteriori disboscamenti. In altre parole, la “guerra alla droga” contribuisce ad accelerare la distruzione ambientale.

Il paradosso diventa ancora più evidente se consideriamo la produzione della cocaina. La raffinazione richiede sostanze chimiche altamente inquinanti, come benzina, ammoniaca, acetone e acido solforico. In un mercato regolamentato esisterebbero norme, controlli, regole di utilizzo, procedure di sicurezza e sistemi di smaltimento. Nell’economia illegale clandestina creata dal proibizionismo, invece, non esiste nulla di tutto questo.

I rifiuti vengono scaricati direttamente nell’ambiente: fiumi, falde acquifere e terreni vengono contaminati senza alcuna possibilità di monitoraggio o di bonifica. Gli studi citati nel rapporto rilevano concentrazioni elevate di sostanze tossiche e metalli pesanti nelle aree coinvolte, con effetti documentati sulla fauna e sugli ecosistemi acquatici. Anche in questo caso il problema non è la pianta, ma il regime di illegalità costruito attorno ad essa che ha creato un mercato nero che produce enormi flussi di denaro. Un sistema che il proibizionismo continua a garantire.

Il rapporto conferma come il narcotraffico sia uno strumento di finanziamento anche per altre attività criminali che prosperano nelle aree amazzoniche: disboscamento illegale, estrazione mineraria intensiva, traffico di animali selvatici e “land grabbing” ovvero l’accaparramento su larga scala di terreni agricoli e foreste da parte di governi, multinazionali o investitori stranieri tramite contratti opachi o espropri forzati, danneggiando le comunità locali che vengono private del loro sostentamento

Secondo stime dell’ONU riportate nel documento, la produzione globale di cocaina nel 2023 avrebbe generato oltre 2 miliardi di tonnellate di CO₂. Dalla deforestazione alla lavorazione chimica, fino al trasporto globale, ogni fase contribuisce all’impronta climatica del mercato illegale. Deforestazione, coltivazione e produzione clandestina e traffici internazionali illegali contribuiscono a un’impronta climatica enorme, che raramente viene associata alle politiche proibizioniste che l’hanno resa possibile.

La domanda diventa allora inevitabile: se dopo mezzo secolo la “guerra alla droga” non ha ridotto né produzione, né consumo, ma ha prodotto violenza, corruzione, devastazione ambientale e danni climatici, quanto ancora potrà essere presentata come una soluzione? Il rapporto propone un cambio di paradigma fondato sulla riduzione del danno ecologico, sulla tutela delle comunità locali e sulla regolamentazione delle filiere produttive. Non è una resa di fronte ai narcotrafficanti, ma è il superamento di una strategia fallimentare che continua a raccogliere solo sconfitte.

La devastazione ambientale non è un incidente di percorso o un “effetto collaterale”. Non è una conseguenza indesiderata, imprevista o accidentale. Dopo oltre cinquant'anni di “guerra alla droga” non è più possibile sostenere che questi esiti siano ancora imprevedibili. Sono il risultato di scelte politiche. Dove prevale il proibizionismo prosperano illegalità, malaffare, corruzione, sfruttamento e distruzione.

Dove esistono mercati legali si possono imporre regole per produzione e vendita, standard ambientali, controlli sui fertilizzanti e i precursori chimici, gestione dei rifiuti e tutela dei diritti per i lavoratori. Non sarà possibile salvare l’ambiente continuando con politiche che contribuiscono alla sua devastazione. Se il cambiamento climatico è davvero una priorità globale, allora anche la “guerra alla droga” deve entrare nel conto dei problemi da risolvere, non delle strategie sbagliate da perpetuare. Pensateci un poco, in questi giorni di gran caldo, quando accendete il vostro condizionatore.



La "guerra alla droga" è uno dei più grandi fallimenti politici dell'epoca contemporanea. Ad un passivo già pesante lungo più di mezzo secolo va aggiunto il contributo alla devastazione ambientale. Lo dimostra l'impatto socioeconomico e ambientale del divieto della filiera produttiva della coca ...

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA di Roberto Spagnoli15 giugno 2026Il proibizionismo è un fallimento. Se ancora ci fosse bisogn...
15/06/2026

LA NOTA ANTIPROIBIZIONISTA
di Roberto Spagnoli
15 giugno 2026

Il proibizionismo è un fallimento. Se ancora ci fosse bisogno di saperlo basta leggere il Rapporto europeo sulle droghe 2026. Il documento dell’Agenzia dell’Unione Europea sulle droghe (EUDA), basato sui dati provenienti da 29 paesi, offre un quadro completo e aggiornato della situazione. E conferma ciò che da anni sostengono studiosi, esperti e operatori e che, più modestamente, andiamo ripetendo anche da questi microfoni: il proibizionismo non è in grado di governare il fenomeno delle droghe. Peggio: lo aggrava, lo rende più diffuso e incontrollato e, quindi, più pericoloso.

L’EUDA segnala come il mercato illegale sia sempre più complesso, multiforme e rapido nell’adattarsi. Per eludere i controlli le reti criminali diversificano rotte e metodi: porti piccoli, trasferimenti in mare, motoscafi, imbarcazioni sommergibili, droni, tecniche sofisticate di occultamento, impiego dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. La criminalità organizza l’offerta con logiche industriali e di marketing per espandere i mercati e trovare sempre nuovi acquirenti.

Il mercato è caratterizzato da sostanze più potenti, più pure e più imprevedibili. Le nuove sostanze psicoattive monitorate dall’Agenzia europea sono ormai oltre 1000 e in continuo aumento. Nel 2025 ne sono comparse circa 50: praticamente una a settimana. Al contempo crescono i rischi legati al policonsumo, agli oppioidi sintetici, ai cannabinoidi sintetici e semisintetici, a cocaina e a crack, alla ketamina dirottata verso il mercato illegale. Chi consuma non sa cosa si mette in corpo, i servizi sono costretti a inseguire il fenomeno, la prevenzione viene soffocata dall’allarmismo e dalla paura.

L’esempio lampante di questa politica dissennata è la cannabis. In Europa è la sostanza illecita più diffusa: 25 milioni di adulti ne hanno fatto uso nell’ultimo anno. Alcuni Paesi hanno avviato la riforma delle politiche in materia. Invece in Italia, anziché disciplinare la produzione e la vendita e promuovere informazione sui rischi e prevenzione dei danni, con la scusa della “droga” il Governo ha deciso di penalizzare la filiera agroindustriale e commerciale della canapa, senza intaccare le organizzazioni criminali che spacciano prodotti adulterati con cannabinoidi sintetici.

Con il proibizionismo le sostanze vietate non scompaiono: diventano semplicemente incontrollabili. Politiche come quelle del nostro attuale Governo, che in nome di una presunta “sicurezza” pretende di risolvere il problema vietando, reprimendo e punendo (aumentando i reati e le pene e provocando un intollerabile e insostenibile sovraffollamento carcerario), invece di ridurre rischi e danni li scaricano sull’intera società, in particolare sulle persone più fragili, schiacciate tra l’incudine e il martello, tra il mercato criminale e la repressione.

«Negli ultimi anni l’Unione europea ha sviluppato strumenti quantitativi per valutare le politiche sulle droghe non solo sul piano sanitario, ma anche rispetto a mercato, sequestri, prezzi, criminalità e azione repressiva. Applicati al caso italiano, questi indicatori mostrano con chiarezza il fallimento delle politiche fondate quasi esclusivamente sulla repressione della produzione e del commercio». Lo scrive la professoressa Carla Rossi (presidente del Centro di studi statistici e sociali, già ordinaria di statistica medica all'Università di Roma Tor Vergata) a proposito dell’efficacia delle politiche repressive sulle droghe per la rubrica di Fuoriluogo su Il Manifesto del 10 giugno.

L’articolo illustra alcuni dati contenuti nel libro “Uso di cannabis. Non è totalmente innocuo, ma presenta un livello di rischio molto basso” curato dalla professoressa Rossi insieme al professor Giovanni Trovato (ordinario di Statistica economica all’Università di Roma Tor Vergata). Il libro è il risultato di un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell'Università e della ricerca che ha riunito studiosi di diverse discipline per esaminare la regolamentazione della cannabis e di altre droghe cosiddette leggere.

Dalla svolta repressiva del 1990 ad oggi, le diverse modifiche legislative in materia di droghe hanno inciso soprattutto sulla pressione penale, ma non si sono dimostrate capaci di ridurre il mercato. La repressione non solo non ha ridotto il mercato, ma ha prodotto più carcere e pene più lunghe, colpendo i soggetti più vulnerabili, più che i capi delle organizzazioni criminali. Un’ulteriore conferma dell’inefficacia repressiva viene dall’andamento dei prezzi al dettaglio. Se la repressione funzionasse davvero – nota la professoressa Carla Rossi - la riduzione dell’offerta dovrebbe produrre un aumento significativo dei prezzi: invece restano sostanzialmente stabili. Anche questo indica che il mercato non viene realmente intaccato.

Solo in Italia, secondo le stime ufficiali, la spesa al dettaglio per le principali sostanze vale oltre 17 miliardi con un aumento costante negli anni. Una massa di denaro che alimenta le reti criminali e favorisce la corruzione (anche ad alto livello) e il riciclaggio con una presenza ormai stabile delle organizzazioni criminali in tutti i settori dell’economia legale: dall’edilizia alla logistica, dal commercio ai servizi, alla finanza fino al calcio professionistico. Come ebbe a dire, due anni fa, il procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, mafia, camorra e ’ndrangheta fanno ormai parte del tessuto economico anche e soprattutto nella parte più sviluppata del paese.

Una politica è razionale ed efficace se è fondata su dati attendibili, un'analisi attenta e un approccio interdisciplinare. La “guerra alla droga” non è né razionale, né tanto meno efficace: ha prodotto costi enormi, carcere, inefficienza e corruzione, senza ridurre offerta e domanda, né proteggere la salute pubblica alimentando un lucroso mercato illegale. La “guerra alla droga” è una scorciatoia ideologica dietro cui nascondere l’incapacità di governare il fenomeno.

Come dissi nella Nota di esattamente cinque anni fa, in occasione della pubblicazione del rapporto europeo del 2021, le droghe possono far male, ma il proibizionismo è peggio.


Il proibizionismo è un fallimento. Non è in grado di governare il fenomeno delle droghe. Peggio: lo aggrava, lo rende più diffuso e incontrollato e, quindi, più pericoloso. La “guerra alla droga” ha prodotto costi enormi, carcere, inefficienza e corruzione, senza ridurre offerta e domanda, n...

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