09/01/2026
Dopo l'operazione degli Stati Uniti in Venezuela e la cattura di Maduro Mosca denuncia l’imperialismo statunitense ma evita qualsiasi minaccia concreta. La cattura del presidente venezuelano da parte degli Stati Uniti mette in luce una contraddizione evidente tra la retorica ufficiale e l’assenza di una reazione reale.
La vicenda espone un nervo scoperto del potere russo: un alleato storico viene estromesso senza che il Cremlino riesca a impedirlo, mentre emergono imbarazzo, giustificazioni e tentativi di ridimensionare l’operazione.
Nella rubrica “Postsovietika”, Ada Pagliarulo ne parla con Anna Zafesova, analista de La Stampa e Il Foglio, ricostruendo le reazioni russe e il peso politico e simbolico della cattura di Maduro.
Le posizioni ufficiali sono durissime nei toni ma povere di conseguenze. Zafesova spiega: “si è parlato di una manifestazione di imperialismo americano, il ministero degli Esteri ha chiesto la liberazione immediata ma la Russia non ha minacciato ritorsioni, pur trattandosi di uno dei suoi principali alleati”.
Accanto alla linea prudente del Cremlino emergono voci radicali: il filosofo nazionalista Aleksandr Dugin invoca di “fare come Trump e fare meglio di Trump”, arrivando a proporre il rapimento di Zelensky. Altri commentatori ed ex agenti dei servizi, invece, minimizzano l’operazione americana, sostenendo che fosse semplice e che “gli americani avevano la strada spianata”, un confronto implicito con il fallimento russo in Ucraina.
Proprio questo paragone rende lo smacco più evidente. “È la stessa operazione che i russi volevano fare con Zelensky il 24 febbraio 2022 e sono 4 anni che continuano a provarci con milioni di morti”, osserva Anna Zafesova.
Puoi riascoltare la puntata integrale on demand sul sito di Radio Radicale:
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