03/06/2026
🌹 𝐂𝐥𝐚𝐫𝐚 𝐃𝐨𝐫𝐚𝐥𝐢𝐜𝐞, 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐠𝐢𝐚𝐧𝐚 𝐄𝐧𝐳𝐚. 𝐅𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐫𝐢𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞
Bianca Tognolo 🖋 Nella Bassa padovana occupata, una studentessa diciassettenne attraversa la guerra con una bici, fogli clandestini e una determinazione che non conosce età. Suo padre, partigiano, è ricercato; la madre deportata; la comunità sostiene la lotta con gesti quotidiani, e nell’estate del ’44 pagherà un prezzo altissimo quando i fascisti delle Brigate Nere, affiancati dai tedeschi, uccideranno civili e combattenti in una strage. Eppure, tra staffette, maestre e giovani renitenti prende forma un fronte civile che non arretrerà nemmeno davanti alla violenza più brutale. Da quel tessuto di coraggio, capace di scrivere una delle pagine più dure e decisive della Resistenza in pianura, nascerà nel dopoguerra un impegno che ricostruirà la democrazia ferita, papà Giuseppe ricoprirà importanti incarichi di governo nelle amministrazioni locali e la giovane figlia porta-ordini sarà tra le fondatrici di una sezione dell’Udi, Unione Donne Italiane
(...) “La boje! La boje! De boto la va fora! (Bolle, bolle! Fra poco trabocca!)” è il grido che nel giugno 1884 corre per la campagna solcata dai tratti terminali dell’Adige e del Po. […] Identiche sono le condizioni di vita, o meglio di durissima sopravvivenza, e il malessere sociale finisce ovunque per ‘traboccare’ con le devastazioni provocate dalla terribile alluvione del 1882. (...)
Ancora negli anni Trenta del Novecento Clara Doralice ascolta i racconti delle donne di Castelbaldo che “pattugliavano gli argini per scontrarsi col padrone, con grande coraggio e spregiudicatezza, per ottenere un salario che non fosse da fame” e assiste all’arrivo dei “camion delle mondine, alcune ancora bambine, altre con i figli piccoli, altre ancora anziane, i loro canti, la tristezza dei loro volti invecchiati dalla fatica, ma anche la loro dignità: il tutto per un sacco di riso e qualche soldo” e coglie “la miseria terribile di cui le donne subivano quasi tutto il tragico peso”, ma anche l’esperienza delle dure lotte per la sopravvivenza di cui sono protagoniste. Anche il canapificio aperto a Montagnana nel 1920 da Stanislao Carazzolo per cercare di liberare le donne dalla situazione di semischiavitù nella quale si trovano, dura solo fino al 1941, quando l’autarchia imposta dal regime blocca le forniture del cotone necessario per tessere la trama dei tessuti.. (...)
Clara, come molte altre, conosce l’antifascismo fin da ragazza con l’esempio del padre e dei compagni che frequentano la casa di famiglia, ma anche con quello di donne fiere come la madre Assunta e nonna Isetta, compagne dei loro uomini consapevoli dei rischi e a loro volta partecipi della stessa cultura politica. In casa “è un via vai di amici” di cui Clara ricorda che “come mio padre, mi rassicurano e mi infondono fiducia; i loro discorsi mi piacciono, mi fanno capire molte cose. Riconosco nei loro volti quel qualche cosa che, in visi così diversi uno dall’altro, è pur tuttavia così uguale: la loro fede e la loro volontà”.
“Molte volte nella mia cartella, al posto dei libri, ho il materiale clandestino da portare al notaio Redetti a Montagnana. […] Noi studentesse facevamo attività antifascista anche all’interno dell’Educandato di Montagnana, col rischio di non poter prendere il diploma. […] Sabotavamo il tema, non andando a scuola o prendendo nello scritto posizioni antifasciste”. (...)
Le ragazze si incontrano in mezzo ai campi “come fosse una gita fra amici” per discutere e prendere accordi. Insieme leggono i fogli dei Gruppi di difesa della donna. Quando rientrano a tarda sera mettono i volantini contro il fascismo sotto le porte delle case. Hanno tutte profondi legami di amicizia e di solidarietà con i loro coetanei maschi, a loro volta attivi in vario modo. “I ragazzi sono buoni e gentili, ci accompagnano a casa. Molto spesso ci attardiamo a discutere o a cantare le nostre canzoni. Abbiamo anche paura, ma siamo contente per quello che facciamo. Durante il coprifuoco, dopo la ronda dei carabinieri, sono i giovani che fanno la guardia, quando non sono impegnati in azioni di disturbo contro i fascisti”. (...)
“Ci hanno fermate. […] Hanno voluto vedere dentro le nostre borse e hanno trovato le armi. Ci hanno picchiato tanto che io, che avevo diciassette anni, e la mia amica, che ne aveva diciannove, siamo rimaste col collo contuso per mesi. […] Eravamo noi due sole, giovani ed indifese, in balia della loro ferocia quando la sera ci hanno scaricato alla casa del fascio di Montagnana. (...)
Inizia quindi la strage di civili, collaboratori della Resistenza e partigiani. […] I primi a cadere sono Pietro Cavaletto e il figlio Nerino, i “custodi del Passo” sull’Adige. […] Lungo le rive dell’Adige è colpito a morte il giovanissimo Marco Franceschi di cui non verrà più ritrovato il corpo. […] Le giovanissime sorelle Adelina e Norina Panziera vengono sorprese e colpite mentre stanno portando munizioni ai partigiani. “Una delle due era incinta di cinque mesi”. (...)
Clara ricorda “tanta fame fino a far annebbiare la vista e tanto dolore” conosce “una compagna operaia, una donna meravigliosa, Rina, instancabile e generosa. Non avevo mai visto come si vive da classe oppressa, in una grande, meravigliosa e terribile città come Milano. Eppure ci hanno ospitati e nutriti: non so cosa hanno potuto mangiare lei e il marito dopo aver sfamato noi. C’era la tessera su tutto, e a mercato nero comprava solo chi aveva soldi […]. Ogni tanto vedo mio padre, che è ispettore del C.L.N. per la Lombardia e comanda la piazza di Saronno”. La formazione di Doralice, poco prima della Liberazione, ferma una colonna di soldati tedeschi diretti verso Como e riesce a salvare tutto quello che stanno portando via “Tutti i giornali hanno parlato di questa impresa e del suo comandante, cioè di mio padre”, che per questa azione riceve in prestito una Mercedes tedesca ridipinta di rosso, con cui tornare a casa. (...)
E “vennero i giorni della Liberazione in cui diressi il moto insurrezionale che ci diede nelle nostre mani senza colpo ferire Saronno e paesi limitrofi […] scrivemmo giornate di fulgida gloria partigiano-social-comunista. Organizzai subito dopo l’insurrezione immediata assistenza ai familiari dei caduti, feriti ed a tutti i volontari della libertà”. “25 aprile ’45: i partigiani hanno liberato tutto, fabbriche, officine e città. Qui a Milano è meraviglioso! […] Il ruolo che mio papà aveva avuto è stato riconosciuto da tutti! Uomini, donne, ragazze, bandiere lacere, divise stracciate, tutti, tutti fra ali di popolo esultante, fiori e lacrime, in mezzo a rovine recenti, siamo passati con Longo, Secchia, Moscatelli ed altri figli del popolo, conosciuti ed applauditi dal popolo”. (...)
I Doralice arrivano a Montagnana accolti da una processione di persone festanti, provenienti da tutti i paesi della Bassa padovana che li accompagnano fino a Castelbaldo, dove Giuseppe è nominato sindaco per acclamazione. (...)
Dopo la Liberazione, Clara deve occuparsi di una famiglia numerosa: il padre, i tre fratelli e la nonna che ha più di 70 anni. “All’inizio è stato difficile, perché mancava tutto […]. Quando mia mamma è tornata, era molto provata, per mesi aveva mangiato solo quello che trovava nei prati e negli orti. Intanto noi avevamo già recuperato il recuperabile delle cose che i tedeschi non ci avevano portato via e lei ha trovato perfino la camicia da notte sul cuscino. Perché io me la sentivo che lei stava per tornare. Erano giorni che ero inquieta, anche se nessuno mi dava retta”. Assunta torna molto provata solo nell’agosto del ’45, quando Vittorio, il figlio più piccolo, nemmeno la riconosce più: per lui la mamma è sempre Clara. (...)
Padre e figlia continuano il loro impegno politico anche nel dopoguerra. Giuseppe Doralice, sindaco di Castelbaldo dal 1946 al 1963, svolge la sua funzione cercando di realizzare, a livello di amministrazione comunale, i programmi di emancipazione sociale e civile delle classi subalterne, per i quali aveva sempre combattuto: “Mio padre organizzava gli scioperi alla rovescia, cioè consigliava chi era disoccupato di andare dove c’era tanto da fare per costruire o ricostruire opere pubbliche, strade, fognature, estensione della corrente elettrica, poi riusciva a trovare i soldi per pagare queste persone”. Con il piano urbanistico del 1961 avvia la costruzione di case popolari per i braccianti agricoli “per eliminare 105 tuguri”, un centro comunale polifunzionale con il nuovo Municipio, le scuole elementari, l’ambulatorio medico, un campo sportivo e istituisce corsi di studio serali.
Anticipando pratiche di partecipazione democratica, che solo di recente si sono diffuse, convoca assemblee pubbliche per le Consulte popolari “per rendere tutti i cittadini responsabili dell’operato del Comune, per avere il conforto dei suggerimenti, delle critiche”. A fine mandato apre a tutta cittadinanza l’assemblea per “il consuntivo dell’Amministrazione comunale”. Clara sostiene le donne delle leghe nelle loro rivendicazioni per l’aumento del salario, […] è tra le fondatrici dell’Udi (Unione donne italiane) di Padova, […] frequenta il gruppo Rinascita. […]
Durante gli incontri si legge e si discute degli articoli della rivista, finché sono in corso i lavori della Assemblea Costituente, anche per raccogliere proposte da far arrivare all’Assemblea.
Insieme a lei c’è Vincenzo Morvillo, compagno di studi di Andrea Redetti, che nel 1948 diventa suo marito e che, anche con il camice bianco, prosegue quanto ha iniziato da partigiano, diventando l’amatissimo “medico del popolo” che, nel suo ambulatorio di Pontevigodarzere, curerà sempre tutti, senza distinzioni. (...)
Clara Doralice muore a Padova il 24 gennaio 2022, dieci anni dopo il marito. Irrealizzabile il suo desiderio di raggiungere i compagni nelle acque dell’Adige, riposa accanto al compagno della vita adulta.
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https://www.patriaindipendente.it/servizi/clara-doralice-la-partigiana-enza-figlia-di-una-terra-ribelle/
sezione "Amleto Rama" di Este Padova ANPI Provinciale di Milano