31/05/2026
La prossima guerra
Ormai non è più questione di se, ma di quando. La prossima guerra per la preminenza, per la supremazia tra potenze ed aree di egemonia, si avvicina quasi inevitabilmente e, con tutta la buona volontà, perché qualcuno ancora ne ha, sarà difficile fermare il sasso che rotola. Sicuramente non possiamo dire come sarà questa nuova guerra mondiale per le sfere di influenza, non sarà come la prima e nemmeno come la seconda, sarà a pezzi, sarà a macchia di leopardo o a forma di salamandra. Non lo possiamo sapere, ma annusiamo l’aria e la storia, pretesti, giustificazioni e ragioni che le grandi potenze mettono già a terra per legittimare la propria mobilitazione. La trappola della sicurezza è all’opera e ciascuno, o almeno chi avrà la libertà di decidere autonomamente, farà quello che ritiene più giusto a protezione dei propri interessi.
I nostri ministri, per esempio, hanno già posto il tema di una leva volontaria, ma da qui al passo successivo, quello di renderla obbligatoria, non passerà molto quando l’esigenza si farà impellente. Ribadisco, non accadrà domani, ma l’orizzonte di questa probabilità si avvicina ogni giorno. Non scomoderemo certo la biologia per giustificare la guerra come leggerete sotto nel passo del generale tedesco von Bernhardi in testo molto interessante del 1911 che si chiama proprio 'La prossima guerra', ma se è certo che gli uomini si sono sempre fatti la guerra, non è ignorando la realtà o anteponendo ad essa più nobili sentimenti che allontaneremmo i rischi. Gianfranco La Grassa, nei suoi sforzi teorici, ci ha mostrato che la vita è flusso conflittuale e che gli individui sono agiti da forze sociali soverchianti all’interno di questo complesso quadro esistenziale. Certo, alcuni possono emanciparsi dalla loro provenienza sociale diretta, rompendo schemi sociali consolidati e inaugurandone di nuovi, ma siamo tutti socialmente creature di rapporti sociali che ci ingabbiano e ci incasellano secondo un consolidato disegno di relazioni. Per questo puntualmente commettiamo, mutatis mutandis, gli stessi errori e finiamo in circostanze non uguali ma simili, la storia si ripete anche se diversa. Dovremmo essere molto più indulgenti con i nostri avi senza sentirci migliori in nulla. Siamo solo uomini di un'epoca diversa che fanno quello che possono.
Prendete i pacifici governanti europei. Dopo decenni a predicare una superiorità morale, una innata vocazione alla pace, questo credevano di sé stessi, ora hanno lasciato cadere anche l’ultima maschera con le loro decisioni sul riarmo, in nome della pace ovviamente, e ripetono pappagallescamente si vis pacem para...culum. Gli europei hanno seguito gli americani in ogni avventura di aggressione del precedente e di questo secolo, salvo giustificarsi con pretesti idioti come l’esportazione della democrazia o la lotta alle dittature o ai totalitarismi. Si tratta di una variante più moderna delle scuse che le potenze coloniali di un tempo usavano con la parola civiltà. Dall’esportazione della democrazia a quella della civiltà passano solo pochi decenni. A certi imbecilli non viene in mente che un popolo possa decidere che la democrazia non faccia per loro, che la libertà individuale non è tutto e che ciascuno ha le proprie tradizioni millenarie e a quelle voglia rifarsi. Non tutto il benessere deve avere la stessa forma e formula.
Sta di fatto che alcuni di questi Paesi ai quali volevamo dare lezioni su qualsiasi cosa, con fare minaccioso, ora hanno gli strumenti per respingere le nostre minacce e anche per agire con la stessa forza. Ovviamente a noi ciò non piace e non ci consente più di dettare legge, regolando il mondo dalla nostra prospettiva. Accadrà allora che le prospettive si scontreranno prima ancora degli uomini e degli eserciti, e poi questi andranno a morire per vedere qual è quella che avrà diritto di imporsi. Useremo termini altisonanti per le nostre cause ma si tratterà di sopravvivenza spicciola.
Il mondo è un posto difficile ed ognuno cerca di sistemarlo come ritiene corretto; sulla sua strada incontra altre visioni che sono persino contrarie e quindi non c’è spazio per tutti se si deve per forza scegliere. La società occidentale lo sa meglio di chiunque altro, tanto che nelle fasi storiche, con le buone o con le cattive, ha fatto sentire il peso delle sue ragioni. Questo peso però è adesso troppo sbilanciato rispetto ai reali rapporti di forza e diventa necessario verificare se tutta un’architettura di potere possa ancora reggere al dato di fatto.
Di chi è la colpa? Di tutti e di nessuno. La vita non ristagna e quella sociale anche meno. Ricordo un esempio che riportava sempre La Grassa: “In campo sociale, l’equilibrio (sempre apparente e celante le spinte e vibrazioni squilibranti) è generalmente favorito dalla vittoria di un gruppo di decisori – che non è affatto detto debba essere stato in origine un gruppo dominante, anzi può avere rovesciato quest’ultimo – alla fine di un periodo di forte accentuazione delle suddette spinte, periodo che indico come policentrico, quale fu ad esempio l’epoca detta dell’imperialismo. In ogni caso, solo la vittoria di un gruppo di decisori nella lotta per la supremazia tende a stabilire il presunto equilibrio; per il semplice motivo che le varie forze squilibranti si dispongono secondo una serie di spinte che si integrano reciprocamente. Faccio notare che sto parlando in tal caso di integrazione, non di mera compensazione. Immaginiamo che in un grande recipiente (il mondo) si versino alcune grosse pietre che, pur urtandosi e contrapponendosi, stabiliscono un certo equilibrio (simile a quello che si forma quando una formazione particolare è predominante nel mondo). Vi si versi una serie di piccole pietre che si sistemeranno nei vuoti esistenti tra le pietre più grosse. Anche queste minori pietre eserciteranno pressioni e forze sul resto, se non altro perché gli spazi vuoti si vanno restringendo e le superfici di contatto e frizione si accrescono; tali pietre più piccole, tuttavia, trovano infine i loro equilibri subordinandosi alla pressione superiore dei pietroni. Infine, si rovesci del pietrisco finissimo nel recipiente. Accadrà l’identico fenomeno precedente: i sassolini si sistemeranno tra le pietre più piccole, eserciteranno la loro pressione e frizione, ma in definitiva si sistemeranno e integreranno con il resto, subordinandosi nel corso di tale integrazione. Tutte le pressioni e frizioni sembrano sparite, annullate; l’armonica integrazione sembra ormai assestata stabilmente. Niente di tutto questo. Il tempo e i fattori esterni (atmosferici) disgregano alcuni pietroni e anche pietre, ma portano pure progressivamente a nuove aggregazioni mediante fusione dei frantumi con ingrandimento di nuovi pietroni e pietre; e il fenomeno interesserà in vario grado anche il pietrisco. Gli equilibri stabilitisi svaniscono; così pure l’integrazione tra i vari ordini di grandezza delle pietre mostra la sua transitorietà e sostanziale labilità di fronte alle spinte squilibranti. Si producono allora frane nell’insieme e vanno creandosi nuove configurazioni del pietrame nel recipiente (mondo). Si entra insomma in un’epoca di mutamento. L’equilibrio apparente è venuto meno, ma semplicemente perché i processi temporali (storici) hanno annullato le forze di integrazione che attenuavano quelle squilibranti, incessanti e sempre attive malgrado sembrassero dissolte nell’illusoria armonia del “tutto”. Tale armonia, in realtà, era proprio il semplice apparire temporaneo di un equilibrio nel bel mezzo del flusso continuo squilibrante”.
Ecco, noi siamo ormai entrati in questa epoca di mutamento, l’equilibrio apparente che credevamo istituito per sempre era solo un’illusione. Nel riemergere dello squilibrio persone e costruzioni sociali si scontrano ed è difficile fermarsi, si può rallentare, si può deviare, ma ormai, come ci si muove, c’è un urto. Per questo si prova a percorrere strade alternative, si fanno e si disfano alleanze per evitare o limitare gli scontri, ma in ogni caso è solo un modo per prepararsi in una qualche configurazione vantaggiosa all’urto più grande. Ecco perché la prossima guerra. Nessuno la vuole, ma tutti sanno che ormai il grande impatto è solo questione di tempo. Una speranza però c’è, smettendo di rinnegare la realtà, quella di preparare strategicamente le situazioni collocandoci in modo tale da ridurre al minimo ciò che potrebbe devastarci se non iniziamo a usare la testa e a collegarla ai nostri interessi, che non collimano con quelli statunitensi. Una testa che in Europa, in questo momento, non esiste nemmeno. Zucche vuote quante ne volete, per questo resteremo schiacciati dagli eventi e dai passi falsi se nulla dovesse modificarsi. Allora, ci auguriamo che qualcuno passi dal campo ad eliminare le zucche prima che lo faccia chi consideriamo ora un nemico ma che tale non sempre lo è. Non ci resta che ricominciare almeno a ragionare col nostro cervello.
"...Ma è tutt’altra questione se l’obiettivo è abolire completamente la guerra e negarne il ruolo necessario nello sviluppo storico. Questa aspirazione è direttamente antagonista alle grandi leggi universali che governano tutta la vita. La guerra è una necessità biologica di primaria importanza, un elemento regolatore nella vita dell’umanità di cui non si può fare a meno, poiché senza di essa ne conseguirebbe uno sviluppo malsano, che escluderebbe ogni progresso della razza e, di conseguenza, ogni vera civiltà. "La guerra è la madre di tutte le cose". I saggi dell’antichità lo riconoscevano già molto prima di Darwin.
La lotta per l’esistenza è, nella vita della Natura, la base di ogni sano sviluppo. Tutte le cose esistenti si rivelano essere il risultato di forze contrastanti. Così, nella vita dell’uomo, la lotta non è solo il principio distruttivo, ma anche quello vivificante. "Sostituire o essere soppiantati è l’essenza della vita", dice Goethe, e la vita forte prevale. La legge del più forte vale ovunque. Sopravvivono le forme che sono in grado di procurarsi le condizioni di vita più favorevoli e di affermarsi nell’economia universale della Natura. Le più deboli soccombono. Questa lotta è regolata e frenata dall’influenza inconscia delle leggi biologiche e dall’interazione di forze opposte. Nel mondo vegetale e in quello animale questo processo si svolge in una tragedia inconscia. Nella razza umana è consapevolmente attuato e regolato da norme sociali. L’uomo di forte volontà e di forte intelletto cerca con ogni mezzo di affermarsi, l’ambizioso si sforza di elevarsi, e in questo sforzo l’individuo è ben lungi dall’essere guidato unicamente dalla consapevolezza di ciò che è giusto. L’opera e la lotta per la sopravvivenza di molti uomini sono indubbiamente determinate da motivazioni altruistiche e ideali, ma in misura ben maggiore sono le passioni meno nobili – la brama di beni, piacere e onore, l’invidia e la sete di vendetta – a determinare le azioni degli uomini. Ancor più spesso, forse, è la necessità di vivere che trascina anche le nature più elevate nella lotta universale per l’esistenza e il godimento.
Su questo punto non ci possono essere dubbi. La nazione è composta da individui, lo Stato da comunità. La motivazione che influenza ogni membro è predominante nell’intero organismo. È una lotta incessante per il possesso, il potere e la sovranità che governa principalmente i rapporti tra una nazione e l’altra, e il diritto viene rispettato solo nella misura in cui è compatibile con il vantaggio. Finché esisteranno uomini dotati di sentimenti e aspirazioni umane, finché esisteranno nazioni che si sforzano di ampliare la propria sfera d’azione, finché sorgeranno interessi contrastanti e occasioni di guerra.
"La legge naturale, alla quale si possono ricondurre tutte le leggi della Natura, è la legge della lotta. Ogni proprietà intrasociale, ogni pensiero, invenzione e istituzione, così come, in effetti, il sistema sociale stesso, sono il risultato della lotta intrasociale, in cui uno sopravvive e l’altro viene estromesso. La lotta extrasociale, sovrasociale, che guida lo sviluppo esteriore di società, nazioni e razze, è la guerra. Lo sviluppo interno, la lotta intrasociale, è il lavoro quotidiano dell’uomo: la lotta di pensieri, sentimenti, desideri, scienze, attività. Lo sviluppo esteriore, la lotta sovrasociale, è la sanguinosa lotta delle nazioni: la guerra. In cosa consiste il potere creativo di questa lotta? Nella crescita e nel declino, nella vittoria di un fattore e nella sconfitta dell’altro. Questa lotta è creatrice poiché elimina quel sistema sociale in cui le personalità più efficienti esercitano la maggiore influenza, che mostrerà la maggiore vitalità nella lotta intrasociale. Nella lotta extrasociale, in guerra, vincerà la nazione che saprà impiegare la maggiore potenza fisica, mentale, morale, materiale e politica, e che quindi sarà la più capace di difendersi. La guerra fornirà a tale nazione condizioni vitali favorevoli, maggiori possibilità di espansione e un’influenza più ampia, promuovendo così il progresso dell’umanità; è infatti evidente che quei fattori intellettuali e morali che assicurano la superiorità in guerra sono anche quelli che rendono possibile uno sviluppo progressivo generale. Essi conferiscono la vittoria perché in essi sono latenti gli elementi del progresso. Senza la guerra, le razze inferiori o in decadenza soffocherebbero facilmente la crescita di elementi sani e promettenti, e ne conseguirebbe una decadenza universale. "La guerra", afferma A. W. von Schlegel, "è necessaria quanto la lotta degli elementi in natura".
Ora, è ovviamente un fatto che una rivalità pacifica possa esistere tra popoli e Stati, come quella tra i membri di una società, in tutti gli ambiti della vita civile – una lotta che non necessariamente degenera in guerra. Lotta e guerra non sono identiche. Questa rivalità, tuttavia, non si svolge nelle stesse condizioni della lotta intrasociale e, pertanto, non può portare agli stessi risultati. Al di sopra della rivalità tra individui e gruppi all’interno degli Stati si erge la legge, che si assicura che l’ingiustizia rimanga entro certi limiti e che il diritto prevalga. Dietro la legge si pone lo Stato, protetto dal potere, che impiega giustamente non solo per proteggere, ma anche per promuovere gli interessi morali e spirituali della società. Ma non esiste un potere imparziale che si ponga al di sopra della rivalità tra Stati per frenare l’ingiustizia e per usare tale rivalità con uno scopo consapevole per promuovere i fini più elevati dell’umanità. Tra Stati l’unico freno all’ingiustizia è la forza, e in materia di moralità e civiltà ogni popolo deve fare la propria parte e promuovere i propri fini e ideali. Se così facendo entra in conflitto con gli ideali e le opinioni di altri Stati, deve o sottomettersi e concedere la precedenza al popolo rivale. Non esiste alcun potere in grado di giudicare tra Stati e di imporre il proprio giudizio. In realtà, non resta altro che la guerra per assicurare ai veri elementi del progresso il prevalere sugli spiriti della corruzione e del decadimento.
Accadrà naturalmente che diverse nazioni deboli si uniscano e formino una coalizione superiore per sconfiggere una nazione che, di per sé, è più forte. Questo tentativo avrà successo per un certo periodo, ma alla fine prevarrà la vitalità più intensa. Gli avversari alleati portano in sé i germi della corruzione, mentre la nazione potente trae da una temporanea battuta d’arresto una nuova forza che le assicura la vittoria finale sulla superiorità numerica. La storia della Germania è un eloquente esempio di questa verità.
La lotta è, quindi, una legge universale della Natura, e l’istinto di autoconservazione che conduce alla lotta è riconosciuto come una condizione naturale dell’esistenza. "L’uomo è un combattente". Il sacrificio di sé è una rinuncia alla vita, sia nell’esistenza dell’individuo sia nella vita degli Stati, che sono agglomerati di individui. La prima e suprema legge è l’affermazione della propria esistenza indipendente. Solo attraverso l’autoaffermazione lo Stato può mantenere le condizioni di vita per i suoi cittadini e garantire loro la protezione giuridica che ogni uomo ha diritto a esigere da esso. Questo dovere di autoaffermazione non si esaurisce con il mero respingimento degli attacchi ostili; include l’obbligo di garantire la possibilità di vita e di sviluppo all’intero corpo della nazione abbracciata dallo Stato.
Le nazioni forti, sane e fiorenti aumentano di numero. Da un dato momento in poi necessitano di una continua espansione dei loro confini, hanno bisogno di nuovi territori per ospitare la loro popolazione in eccesso. Poiché quasi ogni parte del globo è abitata, i nuovi territori devono, di norma, essere ottenuti a spese dei loro occupanti, vale a dire con la conquista, che diventa così una legge di necessità.
Il diritto di conquista è universalmente riconosciuto. Inizialmente la procedura è pacifica. Paesi sovrappopolati per un flusso di emigranti verso altri Stati e territori. Questi si sottomettono al potere legislativo del nuovo paese, ma cercano di ottenere condizioni di vita favorevoli a scapito degli abitanti originari, con i quali entrano in competizione. Questo equivale a una conquista.
Viene inoltre riconosciuto il diritto di colonizzazione. Vasti territori abitati da masse incivili vengono occupati da Stati più civilizzati e assoggettati al loro dominio. Una civiltà più elevata e il conseguente maggiore potere sono i fondamenti del diritto di annessione. Questo diritto è, a dire il vero, molto vago, ed è impossibile stabilire quale grado di civiltà giustifichi l’annessione e la sottomissione. L’impossibilità di trovare un limite legittimo a queste relazioni internazionali è stata la causa di molte guerre. La nazione sottomessa non riconosce questo diritto di sottomissione, e la nazione civilizzata più potente si rifiuta di ammettere la rivendicazione di indipendenza della sottomessa. Questa situazione diventa particolarmente critica quando le condizioni della civiltà sono cambiate nel corso del tempo. La nazione soggetta ha forse adottato metodi e concezioni di vita più elevati, e di conseguenza la differenza di civiltà si è ridotta. Una situazione simile sta maturando nell’India britannica.
Infine, in ogni epoca è stato riconosciuto il diritto alla conquista tramite la guerra. Può accadere che una popolazione in crescita non riesca a conquistare colonie da razze incivili, eppure lo Stato desideri mantenere la popolazione in eccesso che la madrepatria non è più in grado di sfamare. In tal caso, l’unica via rimasta è acquisire il territorio necessario con la guerra. Così, l’istinto di autoconservazione conduce inevitabilmente alla guerra e alla conquista di terre straniere. Non è il possessore, ma il vincitore, ad avere il diritto. I popoli minacciati comprenderanno il significato dei versi di Goethe:
"Ciò che hai ereditato dai tuoi antenati, per possederlo, devi conquistarlo."
F. von Bernhardi