Conflitti E Strategie

Conflitti E Strategie Sito di analisi geopolitica, politica ed economica.

Analisi dei capitalismi nella fase multipolare tramite le analisi del sito "Conflitti e Strategie", nato dall'esperienza filosofica ed economica di Gianfranco La Grassa.

07/06/2026

Quello che si appressa

La china che ha preso il mondo dopo la fine dell'unipolarismo Usa riproduce il solito schema del cosiddetto processo storico. Se viene a mancare un centro regolatore che, tramite forza e superiorità militare, impone agli altri la propria visione della storia, che è di conseguenza politica, economica e ideologico-culturale, si determina una lotta per intestarsi tale ruolo. Quindi ricomincia il caos per la preminenza, che solo apparentemente era uscito dalla storia mentre restava sospeso in un certo equilibrio apparente, il che, al contempo, ci dice che la storia non è un processo ma un movimento per strappare al caos un ordine precario ma solo per qualche tempo.
Ecco perché la storia non è mai finita. Il corso della storia non è un percorso lineare con un punto di partenza e uno di arrivo, ma lo svolgersi caotico di fatti ed eventi che generano conflitti insopprimibili, dai quali emerge un egemone temporaneo che sottometterà gli altri, fino a quando i rapporti di forza non torneranno a sbilanciarsi sotto i colpi del caso. Il destino, che qualcuno chiama progresso, delle società umane è questa fatica di Sisifo senza alcuna conclusione né predeterminazione.
Questo, ovviamente, non vuol dire che non possano farsi minime previsioni su ciò che succederà nel giro di dieci, venti o trent'anni. Ma più in là si spingono certe previsioni, più si espongono ai mille rivoli di eventi e situazioni che ci sfuggono. Per questo siamo più bravi a trovare concatenazioni di cause ed effetti, o meglio a generare arbitrariamente cause ed effetti, solo a cose fatte, quando la nostra narrazione finalistica può scegliere un qualsiasi punto di partenza e uno di arrivo che ci convincono maggiormente.
Ma questo non significa che la storia tenga conto delle nostre interpretazioni che, appunto, non sono sostanziali al suo verificarsi, ma sono soltanto un nostro inferimento talmente parziale che fatti successivi ne dimostrano l'incompletezza e l'autoreferenzialità. Ecco perché la storia, che mai si ferma, per noi è sempre revisione del passato in un presente differente, ed ecco perché non vi è avvenimento di ieri che non possa essere riconsiderato per le esigenze dell'oggi. Fanno tenerezza quanti affermano che la storia è memoria, la storia è assoluta smemoratezza e ripresentarsi in fogge nuove di altre prepotenze.
Quanti si affannano ad inventarsi giornate del ricordo tramutate in leggi dello stato o scendono in piazza a dire che la storia non si cambia, mentre accade sempre e immancabilmente il contrario, ovvero la storia si cambia eccome e ci cambia all'occorrenza, stravolgendo precedenti acquisizioni, tanto che il passato ci sta sempre davanti esattamente come il futuro, sono dei poveri decerebrati. Non si può prevedere il passato esattamente come noi uomini non possiamo prevedere quasi nulla se non a breve termine. E quando si dice che andiamo a ritroso, in realtà non si va da nessuna parte se non nel proprio presente a scegliersi, da ciò che è accaduto e da ciò che accadrà, elementi a sostegno della propria tesi o utilità. E sempre ciò che è già capitato ci sembrerà necessitato e ciò che dovrà accadere ignoto ma accomodabile, almeno nelle parole.
Tutto ciò per dire che, siccome non è vero che la storia insegna qualcosa, ma soltanto ciò che ci piace sentire in determinati momenti, ciò che vogliamo darci a bere come insegnamento, presto ci ritroveremo nelle medesime situazioni che abbiamo giudicato errori imperdonabili di chi ci ha preceduto. E ciò che abbiamo posto come imperituro o come punto di arrivo della nostra società cadrà ancora a pezzi, si chiami Costituzione, democrazia, libertà, eccetera, mentre con tali nomi chiameremo ciò che ci converrà in un orizzonte stravolto secondo le convenienze che si approssimeranno.
E faremo le cose peggiori in nome delle nostre convinzioni, esattamente come gli uomini che hanno vissuto altri periodi tragici. Il "mai più guerre" di oggi, infatti, sta passando piano piano a "qualche guerra si deve fare", poi a "qualche altra è necessaria" e infine a un'altra immane tragedia. Di tragedia in tragedia è andato avanti il mondo, anche se noi ci siamo creduti immuni a questo per quasi ottant'anni, senza tralasciare una certa ipocrisia, quella delle nostre aggressioni negate o giustificate o autorizzate dall'Onu, quando lo sono state.
Ora, passando ai fatti brutti, l'Europa ha deciso che deve riarmarsi. Ma non lo sta facendo per un impulso naturale e proprio, bensì perché costretta da chi la domina. Quindi si sta armando contro se stessa. Fino a quando ha vissuto entro un campo di stabilità pressoché definito, esito di almeno due conflitti mondiali per la preminenza che hanno prodotto un evento raro, quello della coabitazione non paritaria ma comunque capace di generare una separazione del mondo in due blocchi, l'Europa ha potuto illudersi che la politica e la forza fossero retaggi del passato inglobati nelle leggi dell'economia, che aveva persino sostituito le prime come forma di espansione attraverso la penetrazione dei mercati e la circolazione delle merci.
Si ignorava, però, che ciò che permetteva alle merci di circolare e alle leggi di apparire tali erano pur sempre i rapporti di forza consolidati sullo sfondo, che erano gli Usa a esercitare quasi esclusivamente. Mentre noi ci dedicavano a welfare e pace sociale il gendarme del pianeta vegliava sulla guerra. Ora che il mondo ha perso questo equilibrio, ci si rende conto che la teoria di Bastiat era solo una lettura parziale del fenomeno. Dove non passano le merci passano gli eserciti, ma ciò è vero anche nel senso che le merci passano soltanto perché gli eserciti sono già passati e vigilano affinché passino in un certo modo.
Adesso l'Europa vede scomparire questo scenario di false convinzioni, nonostante continui a ripeterle e a praticarle con risultati via via più scadenti. Si pensi anche alle stupidaggini sulla transizione energetica e sul fare qualcosa contro le responsabilità antropiche del riscaldamento climatico, che si infrangono su ogni bomba che esplode e su ogni missile che cade, producendo in un solo istante uno sconvolgimento che un'azienda produce in anni. Mentre saltano in aria le infrastrutture strategiche di qualche paese ci propinano auto elettriche ormai prodotte solo in Cina.
L'interesse economico non basta più per essere nel proprio tempo e si riafferma prepotentemente quello strategico, come era in passato. E il passato ritorna come forma del presente che determinerà il prossimo futuro, che non vedo affatto bene per l'Europa e per l'Italia, sottomesse a classi dirigenti di sciocchi servili che si preparano a fare guerre contro se stesse perché legate a una visione del mondo definitivamente tramontata dietro l'orizzonte del multipolarismo annunciante un sempre più violento policentrismo.
I prossimi conflitti che si avvicinano faranno piazza pulita delle nostre degenerazioni attuali, sbocciate come gramigna in un lungo contesto storico nel quale abbiamo creduto di essere migliori dei nostri avi perché abbiamo ripudiato le guerre, sempre sostenendone alcune senza però volerle vedere, e abbiamo creduto che l'economia fosse il modo più sviluppato di risolvere le controversie internazionali attraverso leggi apparentemente neutrali che parevano cadere dal cielo o direttamente dalle tavole divine.
È tutto finito. La guerra, sola igiene del mondo, ci libererà di tante bugie con le quali sono proliferate le peggiori classi politiche della storia e una genia di parassiti che si alimenta di decadenze ideologiche dalle fradice mammelle delle prime. Ci aspetta un futuro tragico e di tante sofferenze, su questa previsione credo di non sbagliare, ma di solito è il sangue che scorre a portarsi via le scorie delle epoche morte, e perché no anche a schiudere finestre rivoluzionarie soprattutto negli anelli deboli della catena imperialistica. Chissà...

31/05/2026

La prossima guerra

Ormai non è più questione di se, ma di quando. La prossima guerra per la preminenza, per la supremazia tra potenze ed aree di egemonia, si avvicina quasi inevitabilmente e, con tutta la buona volontà, perché qualcuno ancora ne ha, sarà difficile fermare il sasso che rotola. Sicuramente non possiamo dire come sarà questa nuova guerra mondiale per le sfere di influenza, non sarà come la prima e nemmeno come la seconda, sarà a pezzi, sarà a macchia di leopardo o a forma di salamandra. Non lo possiamo sapere, ma annusiamo l’aria e la storia, pretesti, giustificazioni e ragioni che le grandi potenze mettono già a terra per legittimare la propria mobilitazione. La trappola della sicurezza è all’opera e ciascuno, o almeno chi avrà la libertà di decidere autonomamente, farà quello che ritiene più giusto a protezione dei propri interessi.
I nostri ministri, per esempio, hanno già posto il tema di una leva volontaria, ma da qui al passo successivo, quello di renderla obbligatoria, non passerà molto quando l’esigenza si farà impellente. Ribadisco, non accadrà domani, ma l’orizzonte di questa probabilità si avvicina ogni giorno. Non scomoderemo certo la biologia per giustificare la guerra come leggerete sotto nel passo del generale tedesco von Bernhardi in testo molto interessante del 1911 che si chiama proprio 'La prossima guerra', ma se è certo che gli uomini si sono sempre fatti la guerra, non è ignorando la realtà o anteponendo ad essa più nobili sentimenti che allontaneremmo i rischi. Gianfranco La Grassa, nei suoi sforzi teorici, ci ha mostrato che la vita è flusso conflittuale e che gli individui sono agiti da forze sociali soverchianti all’interno di questo complesso quadro esistenziale. Certo, alcuni possono emanciparsi dalla loro provenienza sociale diretta, rompendo schemi sociali consolidati e inaugurandone di nuovi, ma siamo tutti socialmente creature di rapporti sociali che ci ingabbiano e ci incasellano secondo un consolidato disegno di relazioni. Per questo puntualmente commettiamo, mutatis mutandis, gli stessi errori e finiamo in circostanze non uguali ma simili, la storia si ripete anche se diversa. Dovremmo essere molto più indulgenti con i nostri avi senza sentirci migliori in nulla. Siamo solo uomini di un'epoca diversa che fanno quello che possono.
Prendete i pacifici governanti europei. Dopo decenni a predicare una superiorità morale, una innata vocazione alla pace, questo credevano di sé stessi, ora hanno lasciato cadere anche l’ultima maschera con le loro decisioni sul riarmo, in nome della pace ovviamente, e ripetono pappagallescamente si vis pacem para...culum. Gli europei hanno seguito gli americani in ogni avventura di aggressione del precedente e di questo secolo, salvo giustificarsi con pretesti idioti come l’esportazione della democrazia o la lotta alle dittature o ai totalitarismi. Si tratta di una variante più moderna delle scuse che le potenze coloniali di un tempo usavano con la parola civiltà. Dall’esportazione della democrazia a quella della civiltà passano solo pochi decenni. A certi imbecilli non viene in mente che un popolo possa decidere che la democrazia non faccia per loro, che la libertà individuale non è tutto e che ciascuno ha le proprie tradizioni millenarie e a quelle voglia rifarsi. Non tutto il benessere deve avere la stessa forma e formula.
Sta di fatto che alcuni di questi Paesi ai quali volevamo dare lezioni su qualsiasi cosa, con fare minaccioso, ora hanno gli strumenti per respingere le nostre minacce e anche per agire con la stessa forza. Ovviamente a noi ciò non piace e non ci consente più di dettare legge, regolando il mondo dalla nostra prospettiva. Accadrà allora che le prospettive si scontreranno prima ancora degli uomini e degli eserciti, e poi questi andranno a morire per vedere qual è quella che avrà diritto di imporsi. Useremo termini altisonanti per le nostre cause ma si tratterà di sopravvivenza spicciola.
Il mondo è un posto difficile ed ognuno cerca di sistemarlo come ritiene corretto; sulla sua strada incontra altre visioni che sono persino contrarie e quindi non c’è spazio per tutti se si deve per forza scegliere. La società occidentale lo sa meglio di chiunque altro, tanto che nelle fasi storiche, con le buone o con le cattive, ha fatto sentire il peso delle sue ragioni. Questo peso però è adesso troppo sbilanciato rispetto ai reali rapporti di forza e diventa necessario verificare se tutta un’architettura di potere possa ancora reggere al dato di fatto.
Di chi è la colpa? Di tutti e di nessuno. La vita non ristagna e quella sociale anche meno. Ricordo un esempio che riportava sempre La Grassa: “In campo sociale, l’equilibrio (sempre apparente e celante le spinte e vibrazioni squilibranti) è generalmente favorito dalla vittoria di un gruppo di decisori – che non è affatto detto debba essere stato in origine un gruppo dominante, anzi può avere rovesciato quest’ultimo – alla fine di un periodo di forte accentuazione delle suddette spinte, periodo che indico come policentrico, quale fu ad esempio l’epoca detta dell’imperialismo. In ogni caso, solo la vittoria di un gruppo di decisori nella lotta per la supremazia tende a stabilire il presunto equilibrio; per il semplice motivo che le varie forze squilibranti si dispongono secondo una serie di spinte che si integrano reciprocamente. Faccio notare che sto parlando in tal caso di integrazione, non di mera compensazione. Immaginiamo che in un grande recipiente (il mondo) si versino alcune grosse pietre che, pur urtandosi e contrapponendosi, stabiliscono un certo equilibrio (simile a quello che si forma quando una formazione particolare è predominante nel mondo). Vi si versi una serie di piccole pietre che si sistemeranno nei vuoti esistenti tra le pietre più grosse. Anche queste minori pietre eserciteranno pressioni e forze sul resto, se non altro perché gli spazi vuoti si vanno restringendo e le superfici di contatto e frizione si accrescono; tali pietre più piccole, tuttavia, trovano infine i loro equilibri subordinandosi alla pressione superiore dei pietroni. Infine, si rovesci del pietrisco finissimo nel recipiente. Accadrà l’identico fenomeno precedente: i sassolini si sistemeranno tra le pietre più piccole, eserciteranno la loro pressione e frizione, ma in definitiva si sistemeranno e integreranno con il resto, subordinandosi nel corso di tale integrazione. Tutte le pressioni e frizioni sembrano sparite, annullate; l’armonica integrazione sembra ormai assestata stabilmente. Niente di tutto questo. Il tempo e i fattori esterni (atmosferici) disgregano alcuni pietroni e anche pietre, ma portano pure progressivamente a nuove aggregazioni mediante fusione dei frantumi con ingrandimento di nuovi pietroni e pietre; e il fenomeno interesserà in vario grado anche il pietrisco. Gli equilibri stabilitisi svaniscono; così pure l’integrazione tra i vari ordini di grandezza delle pietre mostra la sua transitorietà e sostanziale labilità di fronte alle spinte squilibranti. Si producono allora frane nell’insieme e vanno creandosi nuove configurazioni del pietrame nel recipiente (mondo). Si entra insomma in un’epoca di mutamento. L’equilibrio apparente è venuto meno, ma semplicemente perché i processi temporali (storici) hanno annullato le forze di integrazione che attenuavano quelle squilibranti, incessanti e sempre attive malgrado sembrassero dissolte nell’illusoria armonia del “tutto”. Tale armonia, in realtà, era proprio il semplice apparire temporaneo di un equilibrio nel bel mezzo del flusso continuo squilibrante”.
Ecco, noi siamo ormai entrati in questa epoca di mutamento, l’equilibrio apparente che credevamo istituito per sempre era solo un’illusione. Nel riemergere dello squilibrio persone e costruzioni sociali si scontrano ed è difficile fermarsi, si può rallentare, si può deviare, ma ormai, come ci si muove, c’è un urto. Per questo si prova a percorrere strade alternative, si fanno e si disfano alleanze per evitare o limitare gli scontri, ma in ogni caso è solo un modo per prepararsi in una qualche configurazione vantaggiosa all’urto più grande. Ecco perché la prossima guerra. Nessuno la vuole, ma tutti sanno che ormai il grande impatto è solo questione di tempo. Una speranza però c’è, smettendo di rinnegare la realtà, quella di preparare strategicamente le situazioni collocandoci in modo tale da ridurre al minimo ciò che potrebbe devastarci se non iniziamo a usare la testa e a collegarla ai nostri interessi, che non collimano con quelli statunitensi. Una testa che in Europa, in questo momento, non esiste nemmeno. Zucche vuote quante ne volete, per questo resteremo schiacciati dagli eventi e dai passi falsi se nulla dovesse modificarsi. Allora, ci auguriamo che qualcuno passi dal campo ad eliminare le zucche prima che lo faccia chi consideriamo ora un nemico ma che tale non sempre lo è. Non ci resta che ricominciare almeno a ragionare col nostro cervello.

"...Ma è tutt’altra questione se l’obiettivo è abolire completamente la guerra e negarne il ruolo necessario nello sviluppo storico. Questa aspirazione è direttamente antagonista alle grandi leggi universali che governano tutta la vita. La guerra è una necessità biologica di primaria importanza, un elemento regolatore nella vita dell’umanità di cui non si può fare a meno, poiché senza di essa ne conseguirebbe uno sviluppo malsano, che escluderebbe ogni progresso della razza e, di conseguenza, ogni vera civiltà. "La guerra è la madre di tutte le cose". I saggi dell’antichità lo riconoscevano già molto prima di Darwin.
La lotta per l’esistenza è, nella vita della Natura, la base di ogni sano sviluppo. Tutte le cose esistenti si rivelano essere il risultato di forze contrastanti. Così, nella vita dell’uomo, la lotta non è solo il principio distruttivo, ma anche quello vivificante. "Sostituire o essere soppiantati è l’essenza della vita", dice Goethe, e la vita forte prevale. La legge del più forte vale ovunque. Sopravvivono le forme che sono in grado di procurarsi le condizioni di vita più favorevoli e di affermarsi nell’economia universale della Natura. Le più deboli soccombono. Questa lotta è regolata e frenata dall’influenza inconscia delle leggi biologiche e dall’interazione di forze opposte. Nel mondo vegetale e in quello animale questo processo si svolge in una tragedia inconscia. Nella razza umana è consapevolmente attuato e regolato da norme sociali. L’uomo di forte volontà e di forte intelletto cerca con ogni mezzo di affermarsi, l’ambizioso si sforza di elevarsi, e in questo sforzo l’individuo è ben lungi dall’essere guidato unicamente dalla consapevolezza di ciò che è giusto. L’opera e la lotta per la sopravvivenza di molti uomini sono indubbiamente determinate da motivazioni altruistiche e ideali, ma in misura ben maggiore sono le passioni meno nobili – la brama di beni, piacere e onore, l’invidia e la sete di vendetta – a determinare le azioni degli uomini. Ancor più spesso, forse, è la necessità di vivere che trascina anche le nature più elevate nella lotta universale per l’esistenza e il godimento.
Su questo punto non ci possono essere dubbi. La nazione è composta da individui, lo Stato da comunità. La motivazione che influenza ogni membro è predominante nell’intero organismo. È una lotta incessante per il possesso, il potere e la sovranità che governa principalmente i rapporti tra una nazione e l’altra, e il diritto viene rispettato solo nella misura in cui è compatibile con il vantaggio. Finché esisteranno uomini dotati di sentimenti e aspirazioni umane, finché esisteranno nazioni che si sforzano di ampliare la propria sfera d’azione, finché sorgeranno interessi contrastanti e occasioni di guerra.
"La legge naturale, alla quale si possono ricondurre tutte le leggi della Natura, è la legge della lotta. Ogni proprietà intrasociale, ogni pensiero, invenzione e istituzione, così come, in effetti, il sistema sociale stesso, sono il risultato della lotta intrasociale, in cui uno sopravvive e l’altro viene estromesso. La lotta extrasociale, sovrasociale, che guida lo sviluppo esteriore di società, nazioni e razze, è la guerra. Lo sviluppo interno, la lotta intrasociale, è il lavoro quotidiano dell’uomo: la lotta di pensieri, sentimenti, desideri, scienze, attività. Lo sviluppo esteriore, la lotta sovrasociale, è la sanguinosa lotta delle nazioni: la guerra. In cosa consiste il potere creativo di questa lotta? Nella crescita e nel declino, nella vittoria di un fattore e nella sconfitta dell’altro. Questa lotta è creatrice poiché elimina quel sistema sociale in cui le personalità più efficienti esercitano la maggiore influenza, che mostrerà la maggiore vitalità nella lotta intrasociale. Nella lotta extrasociale, in guerra, vincerà la nazione che saprà impiegare la maggiore potenza fisica, mentale, morale, materiale e politica, e che quindi sarà la più capace di difendersi. La guerra fornirà a tale nazione condizioni vitali favorevoli, maggiori possibilità di espansione e un’influenza più ampia, promuovendo così il progresso dell’umanità; è infatti evidente che quei fattori intellettuali e morali che assicurano la superiorità in guerra sono anche quelli che rendono possibile uno sviluppo progressivo generale. Essi conferiscono la vittoria perché in essi sono latenti gli elementi del progresso. Senza la guerra, le razze inferiori o in decadenza soffocherebbero facilmente la crescita di elementi sani e promettenti, e ne conseguirebbe una decadenza universale. "La guerra", afferma A. W. von Schlegel, "è necessaria quanto la lotta degli elementi in natura".
Ora, è ovviamente un fatto che una rivalità pacifica possa esistere tra popoli e Stati, come quella tra i membri di una società, in tutti gli ambiti della vita civile – una lotta che non necessariamente degenera in guerra. Lotta e guerra non sono identiche. Questa rivalità, tuttavia, non si svolge nelle stesse condizioni della lotta intrasociale e, pertanto, non può portare agli stessi risultati. Al di sopra della rivalità tra individui e gruppi all’interno degli Stati si erge la legge, che si assicura che l’ingiustizia rimanga entro certi limiti e che il diritto prevalga. Dietro la legge si pone lo Stato, protetto dal potere, che impiega giustamente non solo per proteggere, ma anche per promuovere gli interessi morali e spirituali della società. Ma non esiste un potere imparziale che si ponga al di sopra della rivalità tra Stati per frenare l’ingiustizia e per usare tale rivalità con uno scopo consapevole per promuovere i fini più elevati dell’umanità. Tra Stati l’unico freno all’ingiustizia è la forza, e in materia di moralità e civiltà ogni popolo deve fare la propria parte e promuovere i propri fini e ideali. Se così facendo entra in conflitto con gli ideali e le opinioni di altri Stati, deve o sottomettersi e concedere la precedenza al popolo rivale. Non esiste alcun potere in grado di giudicare tra Stati e di imporre il proprio giudizio. In realtà, non resta altro che la guerra per assicurare ai veri elementi del progresso il prevalere sugli spiriti della corruzione e del decadimento.
Accadrà naturalmente che diverse nazioni deboli si uniscano e formino una coalizione superiore per sconfiggere una nazione che, di per sé, è più forte. Questo tentativo avrà successo per un certo periodo, ma alla fine prevarrà la vitalità più intensa. Gli avversari alleati portano in sé i germi della corruzione, mentre la nazione potente trae da una temporanea battuta d’arresto una nuova forza che le assicura la vittoria finale sulla superiorità numerica. La storia della Germania è un eloquente esempio di questa verità.
La lotta è, quindi, una legge universale della Natura, e l’istinto di autoconservazione che conduce alla lotta è riconosciuto come una condizione naturale dell’esistenza. "L’uomo è un combattente". Il sacrificio di sé è una rinuncia alla vita, sia nell’esistenza dell’individuo sia nella vita degli Stati, che sono agglomerati di individui. La prima e suprema legge è l’affermazione della propria esistenza indipendente. Solo attraverso l’autoaffermazione lo Stato può mantenere le condizioni di vita per i suoi cittadini e garantire loro la protezione giuridica che ogni uomo ha diritto a esigere da esso. Questo dovere di autoaffermazione non si esaurisce con il mero respingimento degli attacchi ostili; include l’obbligo di garantire la possibilità di vita e di sviluppo all’intero corpo della nazione abbracciata dallo Stato.
Le nazioni forti, sane e fiorenti aumentano di numero. Da un dato momento in poi necessitano di una continua espansione dei loro confini, hanno bisogno di nuovi territori per ospitare la loro popolazione in eccesso. Poiché quasi ogni parte del globo è abitata, i nuovi territori devono, di norma, essere ottenuti a spese dei loro occupanti, vale a dire con la conquista, che diventa così una legge di necessità.
Il diritto di conquista è universalmente riconosciuto. Inizialmente la procedura è pacifica. Paesi sovrappopolati per un flusso di emigranti verso altri Stati e territori. Questi si sottomettono al potere legislativo del nuovo paese, ma cercano di ottenere condizioni di vita favorevoli a scapito degli abitanti originari, con i quali entrano in competizione. Questo equivale a una conquista.
Viene inoltre riconosciuto il diritto di colonizzazione. Vasti territori abitati da masse incivili vengono occupati da Stati più civilizzati e assoggettati al loro dominio. Una civiltà più elevata e il conseguente maggiore potere sono i fondamenti del diritto di annessione. Questo diritto è, a dire il vero, molto vago, ed è impossibile stabilire quale grado di civiltà giustifichi l’annessione e la sottomissione. L’impossibilità di trovare un limite legittimo a queste relazioni internazionali è stata la causa di molte guerre. La nazione sottomessa non riconosce questo diritto di sottomissione, e la nazione civilizzata più potente si rifiuta di ammettere la rivendicazione di indipendenza della sottomessa. Questa situazione diventa particolarmente critica quando le condizioni della civiltà sono cambiate nel corso del tempo. La nazione soggetta ha forse adottato metodi e concezioni di vita più elevati, e di conseguenza la differenza di civiltà si è ridotta. Una situazione simile sta maturando nell’India britannica.
Infine, in ogni epoca è stato riconosciuto il diritto alla conquista tramite la guerra. Può accadere che una popolazione in crescita non riesca a conquistare colonie da razze incivili, eppure lo Stato desideri mantenere la popolazione in eccesso che la madrepatria non è più in grado di sfamare. In tal caso, l’unica via rimasta è acquisire il territorio necessario con la guerra. Così, l’istinto di autoconservazione conduce inevitabilmente alla guerra e alla conquista di terre straniere. Non è il possessore, ma il vincitore, ad avere il diritto. I popoli minacciati comprenderanno il significato dei versi di Goethe:
"Ciò che hai ereditato dai tuoi antenati, per possederlo, devi conquistarlo."
F. von Bernhardi

17/05/2026

Futuro personale. Niente di nuovo sul fronte politico

Da nessun partito attualmente esistente nel panorama nazionale, che sia di vecchio o di nuovo conio, arriverà alcuna soluzione ai problemi dell’Italia. Anche perché questi problemi non sono soltanto nostri, ma riguardano tutta l’Europa, dal momento che ormai ogni scelta interna ai paesi è il frutto di un’omologazione europea che ci ha trascinati sempre più in basso. Resta però il fatto che, in Italia, gli esiti di certe scelte politiche, economiche e culturali si sono accavallati su una decadenza ultradecennale che procede ormai dall’ultimo scorcio del secolo scorso.
Questo perché tutti i partiti, non appena entrano in scena, risultano già inglobati in un sistema marcio e corrotto, parlo innanzitutto sul piano politico - quello (il)legale degli affari loro mi interessa meno - anche quando sono animati da buone e nobili intenzioni, soprattutto quelli che arrivano per ultimi a calcare il Parlamento.
Oggi ciò che occorre non è l’ennesima formazione politica che, intercettando il malcontento per trasformarlo in voti, una volta ottenutili finisca per comportarsi esattamente come gli altri, se non peggio, innalzando a leader improbabili personaggi mediatici del tutto inutili al cambiamento. In questo senso credo che l’operazione Vannacci, pur positiva come elemento di disturbo rispetto ai piani di costruzione di un altro inutilissimo grande centro, vada esattamente in questa direzione deleteria.
Sui territori il Generale sta facendo incetta di vecchi arnesi della politica, anche se giovani anagraficamente, persone che hanno come unico obiettivo se stesse e nessuna reale visione delle cose. Scontenti dei partiti per mancati incarichi e ricompense, cercano un riscatto individuale e non nazionale. Sarà un futuro personale, a cominciare da quello del Generale. In alcuni casi si tratta di autentici casi umani con i quali si possono organizzare cene di raccolta fondi, non certo cenacoli di riflessione e analisi.
Certamente chi è già immerso da tempo nei processi patologici della politica, a tutti i livelli, è ormai completamente putrefatto, ma questo tipo di iniezioni di linfa solo apparentemente fresca non resusciterà il ca****re della politica italiana, né a livello locale, né regionale, né romano.
Qui ci vuole ben altro che fondare partiti o comitati. Non può essere questo il punto di partenza, perché sappiamo già come va a finire. Il movimento deve essere opposto, deve crescere nella società civile un’onda insieme culturale e agguerrita, che non pensi a sistemarsi sugli scranni ma a farli saltare una volta per tutte.
Una forza sociale non infettata ideologicamente, né dalla destra né dalla sinistra, figuriamoci dalla moderazione centrista, e nemmeno da nostalgie fascio-comuniste ormai superate. Qualcosa che, in un certo senso, sia anche incontrollabile, una furia cieca capace di espandersi in tutta la collettività, sulla quale costruire una diversa prospettiva politica che sappia estrarre dal caos e dalla dalla violenza conflittuale (non credano lorsignori di poter fare tutte le guerre che vogliono esecrando la violenza se esercitata da chi a loro non piace) una visione con la quale dare forma alla massa d’urto. Ciò che voglio dire è occorrerà puntare su 'cio' che non vogliamo' perché quel che potrebbe diventare non lo possiamo sapere con troppo anticipo e nemmeno lo vogliamo troppo incasellare. Come disse Gaetano Salvemini quando crescevano gli umori fascisti nella società Italiana: lasciamo che questi spazzino via le mummie poi si vedrà. Ecco anche noi abbiamo bisogno che le carogne smettano di appestare l'aria.
Operazioni a tavolino oggi non se ne possono fare, perché quando si fanno finiscono inevitabilmente nel nulla o peggio in cocenti delusioni. All’inizio si tratterà soltanto di sdegno e disgusto, di rifiuto totale, poi dell’arditezza di singoli e di azioni di pochi, e poi se monterà la tempesta sarà questa a selezionare le sue avanguardie. Dei tanti campioni che vediamo parlare in giro, anche tra di noi cosiddetti alternativi, se ne salveranno pochi.
Non vedo altro modo per evitare ulteriori allevamenti in batteria di militanti sciocchi e condottieri chiacchieroni. Anche Vannacci, in fondo, mi sembra soltanto un altro elemento del gergo politico contemporaneo, non certo il segno di un'epoca nascente.

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Rome

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