13/11/2025
Ha appena 21 anni ed ha già consumato otto vite; Royko, padre norvegese, madre balinese, cocktail di sangue asiatico-scandinavo shakerato sotto la luna piena di Ubud. È uno vero spettacolo guardarla nuda. Ammirare quel corpo, è ancor meglio che scoparselo, riflette Tancredi seduto in poltrona con Royko statua gigante di pelle d’ambra, in piedi davanti a lui vestita solo di tacchi a spillo. Da mozzare il fiato, da infarto. Lei parla, blatera in anglo-francese-milanese di cose senza capo né coda, con le narici gonfie di cocaina, ma l’uomo non si fa distrarre da quelle sciocchezze, perché è rapito in poltrona. Si perde con lo sguardo nella contemplazione di quella v***a rasata e scolpita dall’Oceano Indiano; una conchiglia preziosa, da mitologia: il sorriso di Dumilah, la gioia splendente.
Fanno sesso, certo, lei è lì per questo. Ma è amplesso meccanico, un consumo frettoloso usa e getta. Secondo l’uomo, quarantaduenne, la colpa di quel poco pathos erotico è dovuta a tutta la bamba che si sniffa la ragazza. Un candido veleno che la rende robotica. Royko bellissima drogata insonne dai nervi vibranti. La ragazza corre il rischio di prendere la strada verso la follia senza ritorno, le piace troppo la polvere bianca. Secondo Royko, invece, la colpa di quel poco pathos erotico è dovuta all’età di quell’uomo che per lei è solo un vecchio. Un vecchio che però sa essere affascinante, figuro losco ma elegante; un vecchio rabbioso. Quindi la giovane pu***na drogata e il vecchio assassino scopano come li riesce; lui ha però il suo vizio di finire la sua corsa con il fiato corto in faccia di lei: è il suo tarlo; vuole inzozzare e deturpare qualcosa di infinitamente bello, che è il viso della ragazza.
Lacrime calde sugli zigomi alti, vichinghi e fieri, schizzi densi sugli occhi orientali, sottili e ferini. Le cola il mascara. Lei ha uno sguardo di katana che può tagliarti il cuore.
Federico Mosso, ZOBEL, 2025