Vient de paraître

Vient de paraître hic manebimus optime L' Unico Magazine di Cultura che amerai come se fosse l'Unico Magazine di Cultura che amerai.

08/03/2026
Analisi pessimistica sulla disumanizzazione dell'uomo nel mondo d'oggi e nel prossimo futuro dominato dalle macchine, da...
08/03/2026

Analisi pessimistica sulla disumanizzazione dell'uomo nel mondo d'oggi e nel prossimo futuro dominato dalle macchine, dai computer e dai robot. Il film ebbe grossi problemi con la censura e la distribuzione.

Ecco il finimondo (1964)
di Paolo Nuzzi
Musiche di Marcello Giombini

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La culla
04/03/2026

La culla

28/02/2026

Se certe famiglie etniche italiane sapessero di mangiare e bere tanto male, sarebbero meno iattanti e ingenue nel gloriarsi delle proprie tradizioni cucinarie; altre, invece, si renderebbero conto di non meritare affatto le invasioni di cuochi e ristoratori che sono andate subendo negli ultimi tempi. Infine, quasi tutti gli italiani si convincerebbero che le cose raffinate costano care: e che pretendere squisitezze gastronomiche ed enoiche ai prezzi a loro graditi è pura illusione.

Gianni Brera e Luigi Veronelli
La pacciada
Arnoldo Mondadori Editore
1973

16/02/2026

Un viaggio introspettivo tra archetipi, mitologia e rituali per riscoprire il proprio potenziale magico e riconnettersi al Sé autentico.

Prendendo in prestito la celebre frase di Walter Benjamin, di fatto rovesciandone il senso, così è nato il titolo della ...
08/02/2026

Prendendo in prestito la celebre frase di Walter Benjamin, di fatto rovesciandone il senso, così è nato il titolo della raccolta degli scritti sparsi di Mario Dondero, Mille parole (Affinità elettive, 2025) volutamente senza fotografie, (a parte quella della copertina, un icaro nel film Molière di Ariane Mnouchkine) a cura di Francesco Pascali e Laura Strappa. A scrivere la prefazione il critico Massimo Raffaeli che ha contribuito a rilanciare il mito del maestro ubiquo del «reportage ininterrotto» e dal «riserbo aristocratico», che usava la scrittura come «didascalia continua, più o meno esplicita ma utile a orientare il senso delle immagini e a proteggerle da eventuali manipolazioni».

Protagonista del bar Giamaica, trasferitosi a Parigi nel 1954, Mario scattò la foto storica degli scrittori del Nouveau Roman con al centro il fotofobico Samuel Beckett, ma viaggiò anche molto in Africa, in America Latina, Cuba, ritraendo intellettuali come Sartre, Neruda, Garcia Marquéz, protagonisti della politica come Fidel Castro, Nelson Mandela e Angela Davis. Mascherando la sua innata pigrizia per lo scrivere, amava persino dichiarare che «i fotografi di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente». E invece adesso esce questo libro corposo, parte di un più ampio giacimento del Dondero giornalista freelance, collaboratore nell’età dell’oro della stampa periodica dei maggiori rotocalchi italiani ed esteri del suo tempo, l’Espresso, Epoca, L’Europeo, poi Diario e il manifesto, ma anche The Guardian, Le Monde, e l’americano Newsweek.

La prima sezione è dedicata agli incontri, quelli che chiamava «corsi super accelerati d’amicizia», perché come giustamente scrive Laura Strappa, che è stata la sua ultima compagna, «Mario aveva l’orecchio assoluto per l’umano», e un’indole empatica spiccatissima. Ecco quindi Ugo Mulas, incontrato per caso a Milano in una panchina dei giardini pubblici, o il ribelle Luciano Bianciardi, quello che scriveva «per dare ragione a chi ce l’ha» e che vittima del suo malessere esistenziale «si lasciò scivolare fuori dall’esistenza», Gian Butturini, fotografo politico, Laura Betti, «una grandissima signora», e poi Pier Paolo Pasolini, con il quale giocava a football nei campetti di periferia e fotografava sul set de La ricotta, o in quello di Comizi d’amore, che definisce il «conservatore progressista».

Molti anche gli scritti sulla fotografia, come quello sulla storia della foto iconica del miliziano Borrell simbolo della guerra di Spagna, scattata sul campo da Robert Capa, accusato di aver costruito l’immagine per scopi di propaganda, una vera ossessione per i fotografi realisti della sua generazione. Dondero va ad Alcoy, rintraccia gli ultimi testimoni, ricostruendo la veridicità di quello scatto memorabile e di «un mito che durerà per sempre». E poi il libro ospita i veri e propri reportage d’autore, in parte ritrovati e raccolti con cura e perizia da Francesco Pascali, le «istantanee sul mondo» di un avventurista indomabile, uno che, come Kapuscinski, pensava che «solo in viaggio un reporter si sente sé stesso e a casa propria». Molti di quelle che chiamava «incursioni» sono viaggi fatti in Africa per Vie nuove come il racconto dei Griots, gli «archivi parlanti» di un villaggio della Guinea, o Sotto gli alberi della savana, in Senegal, dove «molti alberi sono oggetto di culto, la siccità che minaccia nel margine meridionale del Sahara, o gli appunti presi a margine di un reportage fotografico sulla medicina a Cuba, tra gli anni Ottanta e Novanta, conservati presso la Fototeca di Altidona. Nelle Memorie del presente, che chiudono il libro, il reportage sulla caduta del muro di Berlino, il viaggio fatto con Mario Monicelli in Libia sul set Le rose del deserto, i Nuovi italiani arrivati da ogni parte del mondo, e un appunto struggente Un sogno chiamato Comunismo: «Un sogno che hanno cullato generazioni e generazioni, svanito tante volte nelle peripezie della storia, naufragato come un vecchio vascello nei fortunali marini, senza mai essere veramente abbandonato. Come un’antica storia d’amore».

Leggendo questo libro fatto di una scrittura molto orale si sente la sua voce calda, piena di passione, quella di un raccontatore seducente e infaticabile. Fedele alla sua storia, errabondo («io sono un nomade, un giramondo»), allergico alla foto estetizzante e artistica dei fotoamatori, realista fino al midollo, Dondero ha percorso il ‘900 inventando un suo stile inimitabile, e ha ragione Massimo Raffaeli quando scrive che questo può essere il suo solo possibile testamento: «A me le foto interessano come collante delle relazioni umane o come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono».

08/02/2026

La storia della conoscenza non è lineare, avanza come una marea, oscillando tra intuizioni e lacune, conquiste e misteri irrisolti.

07/02/2026

Salut le cubains è un dinamico e gioioso montaggio a ritmo di cha-cha-cha di 1500 foto scattate con la Leica: il folklore della rivoluzione, il ritmo della vita, il calore degli abitanti. Commento di Michel Piccoli.

Il 23 agosto 1972, contemporaneamente a Arancia meccanica di Stanley Kubrick, esce nelle sale in Italia uno dei titoli p...
01/02/2026

Il 23 agosto 1972, contemporaneamente a Arancia meccanica di Stanley Kubrick, esce nelle sale in Italia uno dei titoli più caldi dell’anno: La bella Antonia prima monica poi dimonia, diretto da Mariano Laurenti e prodotto da Luciano Martino, con Edwige Fenech e Malisa Longo. Edwige che già aveva esordito poco prima alla Dania di Luciano Martino come protagonista dei thriller del fratello Sergio (Lo strano vizio della signora Wardh e Tutti i colori del buio), diventa di fatto la regina del genere e, forse, la donna più desiderata d'Italia. Ci si mette di traverso il pretore di Catanzaro, l'allora celebre Donato Massimo Bartolomei, che farà sequestrare La bella Antonia al cinema Politeama di Catanzaro in data 8 luglio 1974, cioè un anno e mezzo dopo la sua uscita. Queste le motivazioni: «Il film rappresenta, in una degradante trama che tocca il fondo della trivialità, numerose scene di perversione sessuale ambientate soprattutto in un convento, menando fango anche nel luogo sacro». Il 5 agosto 1974 è dissequestrato.
Ricorda Mariano Laurenti a proposito di censura: «A me non hanno tagliato mai niente, ma la censura c'era, e come! Agli inizi, per esempio, bisognava stare attenti soprattutto a che un uomo (l'attore, voglio dire) non toccasse il seno di una donna. Lo poteva guardare e riguardare ma se appena lo sfiorava, zac, veniva subito tagliato il fotogramma. E non si poteva neppure lontanamente vedere l'atto amatorio, e tanto meno la parte intima della donna. Dopo, a mano a mano, le maglie si sono un po' allentate. Però il film, se c'era una di queste scene, era vietato ai minori di 18 anni. Nella versione italiana, il massimo tabù era il sesso femminile. Insomma, guai se si vedeva il pelo. Uno poteva riprendere un n**o da tutte le angolazioni che voleva, ma appena si girava sul davanti la donna doveva portare il cache s*x. 'Sta cosa orrenda che si reggeva coi cerotti veniva eliminata solo per le versioni estere. Questa è una faccenda che io non ho mai capito: perché il sedere, in qualsiasi posizione fosse e anche a volte al limite dell'oscenità, lo si poteva riprendere mentre la natura no?» ( da L'avventurosa storia del cinema italiano di Goffredo Fofi, Franca Faldini).
Il 25 agosto esce infine Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti - Decameron n°
è Joe D'amato, alias Aristide Massaccesi.
69, con la regia firmata da Romano Scandariato, anche se in realtà il regista a tutti gli effetti è Joe D’Amato, alias Aristide Massaccesi.

01/02/2026

Geremia, uomo della Parola, profeta solitario della conversione e della speranza. Nell’insieme dei testi dell’Antico Testamento, il libro del profeta Geremi...

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