08/02/2026
Prendendo in prestito la celebre frase di Walter Benjamin, di fatto rovesciandone il senso, così è nato il titolo della raccolta degli scritti sparsi di Mario Dondero, Mille parole (Affinità elettive, 2025) volutamente senza fotografie, (a parte quella della copertina, un icaro nel film Molière di Ariane Mnouchkine) a cura di Francesco Pascali e Laura Strappa. A scrivere la prefazione il critico Massimo Raffaeli che ha contribuito a rilanciare il mito del maestro ubiquo del «reportage ininterrotto» e dal «riserbo aristocratico», che usava la scrittura come «didascalia continua, più o meno esplicita ma utile a orientare il senso delle immagini e a proteggerle da eventuali manipolazioni».
Protagonista del bar Giamaica, trasferitosi a Parigi nel 1954, Mario scattò la foto storica degli scrittori del Nouveau Roman con al centro il fotofobico Samuel Beckett, ma viaggiò anche molto in Africa, in America Latina, Cuba, ritraendo intellettuali come Sartre, Neruda, Garcia Marquéz, protagonisti della politica come Fidel Castro, Nelson Mandela e Angela Davis. Mascherando la sua innata pigrizia per lo scrivere, amava persino dichiarare che «i fotografi di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente». E invece adesso esce questo libro corposo, parte di un più ampio giacimento del Dondero giornalista freelance, collaboratore nell’età dell’oro della stampa periodica dei maggiori rotocalchi italiani ed esteri del suo tempo, l’Espresso, Epoca, L’Europeo, poi Diario e il manifesto, ma anche The Guardian, Le Monde, e l’americano Newsweek.
La prima sezione è dedicata agli incontri, quelli che chiamava «corsi super accelerati d’amicizia», perché come giustamente scrive Laura Strappa, che è stata la sua ultima compagna, «Mario aveva l’orecchio assoluto per l’umano», e un’indole empatica spiccatissima. Ecco quindi Ugo Mulas, incontrato per caso a Milano in una panchina dei giardini pubblici, o il ribelle Luciano Bianciardi, quello che scriveva «per dare ragione a chi ce l’ha» e che vittima del suo malessere esistenziale «si lasciò scivolare fuori dall’esistenza», Gian Butturini, fotografo politico, Laura Betti, «una grandissima signora», e poi Pier Paolo Pasolini, con il quale giocava a football nei campetti di periferia e fotografava sul set de La ricotta, o in quello di Comizi d’amore, che definisce il «conservatore progressista».
Molti anche gli scritti sulla fotografia, come quello sulla storia della foto iconica del miliziano Borrell simbolo della guerra di Spagna, scattata sul campo da Robert Capa, accusato di aver costruito l’immagine per scopi di propaganda, una vera ossessione per i fotografi realisti della sua generazione. Dondero va ad Alcoy, rintraccia gli ultimi testimoni, ricostruendo la veridicità di quello scatto memorabile e di «un mito che durerà per sempre». E poi il libro ospita i veri e propri reportage d’autore, in parte ritrovati e raccolti con cura e perizia da Francesco Pascali, le «istantanee sul mondo» di un avventurista indomabile, uno che, come Kapuscinski, pensava che «solo in viaggio un reporter si sente sé stesso e a casa propria». Molti di quelle che chiamava «incursioni» sono viaggi fatti in Africa per Vie nuove come il racconto dei Griots, gli «archivi parlanti» di un villaggio della Guinea, o Sotto gli alberi della savana, in Senegal, dove «molti alberi sono oggetto di culto, la siccità che minaccia nel margine meridionale del Sahara, o gli appunti presi a margine di un reportage fotografico sulla medicina a Cuba, tra gli anni Ottanta e Novanta, conservati presso la Fototeca di Altidona. Nelle Memorie del presente, che chiudono il libro, il reportage sulla caduta del muro di Berlino, il viaggio fatto con Mario Monicelli in Libia sul set Le rose del deserto, i Nuovi italiani arrivati da ogni parte del mondo, e un appunto struggente Un sogno chiamato Comunismo: «Un sogno che hanno cullato generazioni e generazioni, svanito tante volte nelle peripezie della storia, naufragato come un vecchio vascello nei fortunali marini, senza mai essere veramente abbandonato. Come un’antica storia d’amore».
Leggendo questo libro fatto di una scrittura molto orale si sente la sua voce calda, piena di passione, quella di un raccontatore seducente e infaticabile. Fedele alla sua storia, errabondo («io sono un nomade, un giramondo»), allergico alla foto estetizzante e artistica dei fotoamatori, realista fino al midollo, Dondero ha percorso il ‘900 inventando un suo stile inimitabile, e ha ragione Massimo Raffaeli quando scrive che questo può essere il suo solo possibile testamento: «A me le foto interessano come collante delle relazioni umane o come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono».