27/07/2026
La nuvola pesa
di Filippo Dicchi
Chiamiamo "intelligenza" un mezzo di produzione fatto di acqua, lavoro nascosto e sapere espropriato. E ha un proprietario.
In un tratto di deserto dell'Arizona, dove non piove quasi mai, un data center beve ogni giorno milioni di litri d'acqua per raffreddare i processori che addestrano i modelli di intelligenza artificiale. La chiamiamo "nuvola", e la parola fa il suo lavoro: evoca qualcosa di leggero, etereo, immateriale, sospeso da qualche parte sopra di noi. È una delle finzioni più riuscite del nostro tempo. Perché la nuvola pesa: pesa in acqua, in elettricità, in litio, in rame, in terre rare strappate a miniere dove lavorano persone che non vedranno mai un'interfaccia. E pesa in lavoro umano vivo, quello che resta accuratamente fuori campo.
A Nairobi, fino a non molto tempo fa, c'erano lavoratori pagati meno di due dollari l'ora per leggere, otto ore al giorno, i testi più atroci che la rete produce (descrizioni di violenza, abuso, tortura) e classificarli, così che il chatbot che usiamo per scrivere email gentili imparasse a non restituirceli. Li chiamano moderatori, annotatori, etichettatori. Mary Gray e Siddharth Suri hanno coniato per loro un'espressione perfetta: ghost work, lavoro fantasma. È il lavoro che rende possibile l'illusione che le macchine pensino da sole. Più l'intelligenza artificiale sembra autonoma, più nasconde gli esseri umani che la tengono in piedi. Tenere a mente questo non è moralismo: è il primo passo per capire che cosa l'IA sia davvero. Non una mente. Un mezzo di produzione. E, come ogni mezzo di produzione, qualcosa che appartiene a qualcuno...
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Chiamiamo "intelligenza" un mezzo di produzione fatto di acqua, lavoro nascosto e sapere espropriato. E ha un proprietario.