11/06/2026
C’era una sera di giugno in cui la pianura bassa sembrava trattenere il respiro.
A Roncole Verdi il giorno si era ritirato piano piano, lasciando dietro di sé il profumo dell’erba appena tagliata e il canto lontano delle rane nei fossi. I pioppi lungo gli argini del Po oscillavano lievemente, come direttori d’orchestra che preparano il silenzio prima del primo accordo.
Albertino era sdraiato sul prato dietro la casa dei nonni.
Aveva con sé soltanto una piccola torcia, un quaderno a quadretti e una matita consumata. Accanto, il suo inseparabile flauto di legno riposava nell’erba, mentre il cielo diventava sempre più scuro e le prime stelle si accendevano una dopo l’altra.
«Quante saranno?» domandò guardando verso l’alto.
Nessuno rispose.
La pianura, però, sapeva ascoltare.
Albertino iniziò a contare.
«Una… due… tre…»
Ogni stella riceveva un numero, come se fosse una pecora luminosa in un immenso pascolo celeste.
A cinquanta p***e il conto.
Riprese da capo.
A novanta si confuse.
A centoquindici una lucciola gli si posò sul ginocchio.
«Forse,» disse alla lucciola, «le stelle sono più delle note musicali.»
Poi si fermò.
Ripensò alle lezioni del maestro del coro di Busseto, che raccontava come sette semplici note avessero costruito cattedrali di suoni, sinfonie, ninne nanne e canzoni capaci di attraversare i secoli.
Sette note.
Do, re, mi, fa, sol, la, si.
Sette soltanto.
Albertino guardò di nuovo il cielo.
Le stelle erano migliaia.
Milioni.
Forse infinite.
Eppure, rifletté stringendo la matita, da quelle sette note erano nate infinite melodie.
Gli venne allora un pensiero così bello che quasi gli fece dimenticare di respirare.
«Le stelle sono tante quanto le note che ancora non abbiamo scoperto.»
Il vento passò tra il granturco come una mano gentile.
Albertino prese il flauto.
Suonò un piccolo motivo semplice, inventato lì per lì.
Ogni frase sembrava salire verso il cielo. Le stelle, immobili e pazienti, parevano ascoltare.
Gli sembrò che alcune brillassero un po’ di più.
Forse applaudivano.
Forse ogni stella custodiva una melodia segreta e attendeva soltanto qualcuno disposto ad ascoltarla.
Pensò a Verdi, nato proprio lì vicino, tra quelle nebbie e quei campi. Anche lui, da bambino, aveva probabilmente alzato gli occhi verso quel medesimo firmamento, chiedendosi da dove nascessero le musiche.
Forse la risposta era semplice.
La musica non serviva a contare il mondo.
Serviva ad abbracciarlo.
Albertino chiuse il quaderno.
Smise di contare.
Perché aveva capito che alcune cose sono troppo grandi per essere misurate.
L’amicizia.
La speranza.
L’amore.
Le stelle.
E la musica.
Prima di rientrare in casa, rivolse ancora lo sguardo verso il cielo della pianura bassa.
«Continuate pure a brillare,» sussurrò alle stelle. «Io continuerò a trasformarvi in note.»
E mentre la luna saliva lenta sopra Roncole Verdi, tra gli argini silenziosi e il profumo del fieno, il piccolo Albertino tornò verso casa con il flauto sotto il braccio e il cuore leggero.
Aveva scoperto che il segreto più bello non era sapere se le stelle fossero più delle note musicali.
Ma comprendere che entrambe esistono per ricordarci che l’infinito può abitare anche nelle cose più piccole: in un soffio, in una melodia, negli occhi meravigliati di un bambino sdraiato sull’erba della pianura.
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