14/08/2026
Albertino e il Sole Rosso
Nella Bassa, dalle parti di Roncole di Busseto, il cielo non era soltanto il cielo.
Era una specie di giornale senza carta che annunciava pioggia, grandine, nebbia, caldo e, qualche volta, perfino i pensieri del Padreterno.
Albertino lo sapeva e, quando poteva, camminava col naso all’insù.
Quel giorno, però, successe una cosa che non aveva mai visto.
Il Sole cominciò piano piano a sparire.
«Lo stanno mangiando!» gridò Peppino.
«Chi?»
«La Luna.»
Albertino ci pensò.
La Luna era molto più piccola del Sole, ma anche i topi erano più piccoli delle forme di Parmigiano e, se gli lasciavi abbastanza tempo, combinavano dei disastri.
Poi il Sole diventò rosso.
Rosso davvero.
Albertino rimase a guardarlo con gli occhi spalancati e immediatamente pensò a Dino, che tutti chiamavano il Rosso perché aveva una testa di capelli color rame che, quando correva nei campi, sembrava un incendio che aveva imparato a giocare a pallone.
Dino era un bravo ragazzo.
Però era un po’ matto.
Una volta aveva cercato di attraversare un fosso usando due assi messe una sopra l’altra. Era finito nell’acqua e aveva sostenuto che la colpa fosse del fosso, che si era spostato.
Albertino aveva così elaborato una sua teoria scientifica:
quelli con i capelli rossi sono un po’ matti.
Poi gli venne in mente Vivaldi.
Il maestro aveva raccontato che Antonio Vivaldi aveva i capelli rossi e lo chiamavano proprio il Prete Rosso.
Albertino si fermò.
Un musicista poteva anche essere rosso.
Un matto pure.
Ma un prete rosso era una faccenda seria.
«Ma era matto anche Vivaldi?» chiese al maestro il giorno dopo.
Il maestro si aggiustò gli occhiali.
«Era un genio.»
Albertino annuì.
Aveva capito.
Nella Bassa, quando uno era matto davvero lo chiamavano matto. Quando era matto in un modo che nessuno riusciva a capire, lo chiamavano genio.
E Vivaldi doveva essere parecchio genio, perché aveva scritto centinaia di concerti, riempito Venezia di musica e fatto correre violini come rondini impazzite sopra i tetti.
Albertino tornò a guardare il Sole.
Adesso era rosso come Dino.
Rosso come Vivaldi.
Rosso come quelle sere d’estate quando il cielo sopra il Po sembrava prendere fuoco e perfino le zanzare, per qualche minuto, parevano creature poetiche.
Poi, lentamente, la Luna se ne andò.
Il Sole tornò chiaro.
Dino rimase rosso.
E Vivaldi, naturalmente, anche.
Albertino sorrise.
Forse il Sole aveva voluto diventare rosso soltanto per qualche minuto per capire che cosa si provava a essere un po’ matti.
E pensò che, se davvero Vivaldi era stato matto, allora doveva esserlo stato nel modo più bello possibile.
Perché esistono matti che cadono nei fossi.
E altri che, cadendo, sentono quattro stagioni intere suonare dentro l’acqua.
Albertino prese un filo d’erba e se lo mise tra i denti.
Poi guardò il cielo e disse:
«Peccato che il Sole non sappia suonare il violino.»
Da qualche parte, molto lontano, il Prete Rosso probabilmente rise.
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