Arte Sonora

Arte Sonora Distributore Mondiale: www.danmarkmedia.com

Arte Sonora è un etichetta discografica di proprietà del musicista Claudio Ferrarini, che ha un unico obiettivo: promuovere la musica di qualità non tenendo conto di alcun confine di genere. Claudio Ferrarini porta la sua esperienza di oltre 250 cd di musica classica nell’ambito contemporaneo mantenendo una sola parola: eccellenza. Eccellenza in ogni parte del prodotto finale dalle composizioni s

celte alla qualità dei musicisti e delle loro esecuzioni, dalla registrazione al mixaggio al mastering. Il produttore Giovanni Amighetti di Arvmusic si unisce ad Artesonora in questa nuova ed entusiasmante avventura portando la sua esperienza nel saper registrare qualsiasi tipo di sonorità e musica in ogni situazione e regione del mondo. Arte Sonora is a recording label owned by master musician Claudio Ferrarini that has one main goal:
promote quality music over any defined boundary. Claudio Ferrarini brings his experience of over 250 classical music vinyl and cds to every genre and non-genre of nowadays contemporary world music, mantaining just one word: Excellence. Excellence on every part of the final product from compositions to musicians’ ex*****on, from recording to mixing and mastering. Arvmusic producer Giovanni Amighetti joins Artesonora in this new and exciting adventure bringing his experience in recording any kind of music in any region of our world.

C’era una sera di giugno in cui la pianura bassa sembrava trattenere il respiro.A Roncole Verdi il giorno si era ritirat...
11/06/2026

C’era una sera di giugno in cui la pianura bassa sembrava trattenere il respiro.
A Roncole Verdi il giorno si era ritirato piano piano, lasciando dietro di sé il profumo dell’erba appena tagliata e il canto lontano delle rane nei fossi. I pioppi lungo gli argini del Po oscillavano lievemente, come direttori d’orchestra che preparano il silenzio prima del primo accordo.

Albertino era sdraiato sul prato dietro la casa dei nonni.
Aveva con sé soltanto una piccola torcia, un quaderno a quadretti e una matita consumata. Accanto, il suo inseparabile flauto di legno riposava nell’erba, mentre il cielo diventava sempre più scuro e le prime stelle si accendevano una dopo l’altra.

«Quante saranno?» domandò guardando verso l’alto.
Nessuno rispose.
La pianura, però, sapeva ascoltare.
Albertino iniziò a contare.

«Una… due… tre…»

Ogni stella riceveva un numero, come se fosse una pecora luminosa in un immenso pascolo celeste.
A cinquanta p***e il conto.
Riprese da capo.
A novanta si confuse.

A centoquindici una lucciola gli si posò sul ginocchio.

«Forse,» disse alla lucciola, «le stelle sono più delle note musicali.»

Poi si fermò.
Ripensò alle lezioni del maestro del coro di Busseto, che raccontava come sette semplici note avessero costruito cattedrali di suoni, sinfonie, ninne nanne e canzoni capaci di attraversare i secoli.

Sette note.
Do, re, mi, fa, sol, la, si.

Sette soltanto.
Albertino guardò di nuovo il cielo.

Le stelle erano migliaia.
Milioni.
Forse infinite.

Eppure, rifletté stringendo la matita, da quelle sette note erano nate infinite melodie.
Gli venne allora un pensiero così bello che quasi gli fece dimenticare di respirare.

«Le stelle sono tante quanto le note che ancora non abbiamo scoperto.»

Il vento passò tra il granturco come una mano gentile.
Albertino prese il flauto.
Suonò un piccolo motivo semplice, inventato lì per lì.
Ogni frase sembrava salire verso il cielo. Le stelle, immobili e pazienti, parevano ascoltare.
Gli sembrò che alcune brillassero un po’ di più.

Forse applaudivano.
Forse ogni stella custodiva una melodia segreta e attendeva soltanto qualcuno disposto ad ascoltarla.
Pensò a Verdi, nato proprio lì vicino, tra quelle nebbie e quei campi. Anche lui, da bambino, aveva probabilmente alzato gli occhi verso quel medesimo firmamento, chiedendosi da dove nascessero le musiche.

Forse la risposta era semplice.
La musica non serviva a contare il mondo.
Serviva ad abbracciarlo.
Albertino chiuse il quaderno.
Smise di contare.
Perché aveva capito che alcune cose sono troppo grandi per essere misurate.
L’amicizia.
La speranza.
L’amore.
Le stelle.
E la musica.
Prima di rientrare in casa, rivolse ancora lo sguardo verso il cielo della pianura bassa.

«Continuate pure a brillare,» sussurrò alle stelle. «Io continuerò a trasformarvi in note.»

E mentre la luna saliva lenta sopra Roncole Verdi, tra gli argini silenziosi e il profumo del fieno, il piccolo Albertino tornò verso casa con il flauto sotto il braccio e il cuore leggero.
Aveva scoperto che il segreto più bello non era sapere se le stelle fossero più delle note musicali.
Ma comprendere che entrambe esistono per ricordarci che l’infinito può abitare anche nelle cose più piccole: in un soffio, in una melodia, negli occhi meravigliati di un bambino sdraiato sull’erba della pianura.

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In memoria di un amica e genio del flauto Jennifer StintonCi sono persone che attraversano la nostra vita lasciando una ...
03/06/2026

In memoria di un amica e genio del flauto Jennifer Stinton

Ci sono persone che attraversano la nostra vita lasciando una traccia così luminosa che il tempo non riesce a cancellarla. La notizia della scomparsa di Jennifer Stinton mi ha colpito profondamente e ha lasciato nel mio cuore quel silenzio particolare che segue la perdita di un’amica vera, di un’artista autentica, di una di quelle anime rare che la musica riesce a rivelare nella loro essenza più profonda.

Jennifer non era soltanto una grande flautista. Era una persona di straordinaria sensibilità, capace di trasformare ogni nota in una parola, ogni frase musicale in un racconto, ogni respiro in un gesto di umanità. In un mondo che spesso misura il valore degli artisti attraverso la velocità, il virtuosismo o il successo, lei apparteneva a quella schiera sempre più rara di musicisti che cercavano invece la verità del suono.

Ho avuto la fortuna di condividere con lei momenti musicali che custodirò per sempre. Ricordo ancora i nostri duetti, non come semplici esecuzioni, ma come dialoghi dell’anima. Due flauti che si incontravano cercando non la perfezione tecnica, ma qualcosa di più difficile e prezioso: la sincerità. Da quei momenti nacque un’amicizia profonda, alimentata da una comune visione della musica e della vita.

Ci univa l’amore per il fraseggio, quella capacità misteriosa di dare respiro alle note e di trasformare una melodia in un’esperienza umana. Parlare con Jennifer significava spesso parlare di suono, ma non del suono come fenomeno fisico. Per noi il suono era uno specchio dell’anima, un luogo nel quale ogni musicista lascia la propria impronta più autentica. Eravamo accomunati dalla ricerca di una voce sonora che non fosse una maschera, ma il riflesso sincero di ciò che siamo.

Jennifer possedeva questa qualità in modo naturale. Il suo flauto cantava con eleganza, ma soprattutto con verità. Ascoltarla significava incontrare una persona che aveva fatto della musica una forma di gentilezza, di ascolto e di condivisione. Non cercava di imporsi; cercava di comunicare. E proprio per questo il suo suono arrivava così lontano.

Oggi il mondo del flauto perde una delle sue voci più nobili e raffinate. Noi perdiamo un’amica, una collega, una compagna di viaggio nella grande avventura della musica. Ma ciò che Jennifer ha donato non scompare. Rimane nelle registrazioni, nei ricordi, negli insegnamenti trasmessi ai suoi allievi, e soprattutto nei cuori di chi ha avuto il privilegio di conoscerla.

Mi piace immaginarla ora in un luogo dove il respiro non conosce più fatica e dove ogni frase musicale continua all’infinito. Forse sta ancora cercando quel suono perfetto che inseguivamo nelle nostre conversazioni, quel suono capace di contenere tutta la bellezza, la fragilità e la meraviglia dell’essere umano.

Ciao Jennifer. Grazie per la tua amicizia, per la tua arte e per la tua luce. Il tuo flauto si è fermato, ma la tua musica continuerà a vivere nel cuore di tutti noi.

Brahms for Flute and PianoLe sette sonate cameristiche trasposte per flauto e pianoforte«Brahms il progressivo», secondo...
28/05/2026

Brahms for Flute and Piano
Le sette sonate cameristiche trasposte per flauto e pianoforte
«Brahms il progressivo», secondo la memorabile definizione di Arnold Schoenberg, è forse una delle chiavi più luminose per entrare nel mistero di Johannes Brahms: un autore che la storia ha spesso consegnato all’immagine del custode della forma, del grande erede della tradizione tedesca dopo Bach e Beethoven, ma che in realtà rivela, soprattutto nella musica da camera, un’inquieta modernità interiore, una libertà profonda del pensiero musicale, una capacità inesauribile di trasformazione e sviluppo.
Dietro il volto monumentale del Brahms sinfonico e architettonico, vive infatti un altro Brahms: più raccolto, più segreto, più intimo. È il Brahms delle sfumature, delle mezze luci, della malinconia pensosa, del respiro interiore che si fa confessione. Proprio nella produzione cameristica questa voce si rivela con particolare evidenza: una scrittura in cui il rigore formale non è mai semplice disciplina esterna, ma necessità spirituale, argine e insieme risonanza dell’anima.
La lezione del classicismo viennese, il culto per Bach, l’amore per la variazione e per l’elaborazione motivica, si fondono in Brahms con una sensibilità pienamente romantica, nutrita di memoria, di paesaggio, di canto interiore. La natura, tanto amata durante i suoi soggiorni estivi fra laghi, montagne e silenzi, non compare mai come descrizione diretta: essa penetra piuttosto la trama musicale come atmosfera, come vibrazione segreta, come moto del respiro. In questo senso Brahms è insieme costruttore e visionario: la forma non soffoca il sentimento, ma lo custodisce, lo distilla, lo rende più vero.
Questo ciclo nasce da tale consapevolezza. Le sette sonate cameristiche di Brahms – originariamente concepite per violino, violoncello, clarinetto o viola e pianoforte – trovano qui una nuova voce nella versione per flauto e pianoforte. Non si tratta di un semplice trasferimento timbrico, ma di un atto d’amore, di ascolto e di fedeltà creativa: un percorso che vuole rendere accessibile al flauto uno dei vertici più alti dell’universo brahmsiano, aprendone nuove prospettive sonore senza tradirne la sostanza poetica.
In queste trascrizioni il flauto assume su di sé una sfida affascinante: raccogliere la densità del canto brahmsiano, la sua tensione armonica, il suo continuo oscillare tra luce e ombra, tra slancio e raccoglimento. Là dove la scrittura originale presenta bicordi o soluzioni idiomatiche proprie degli strumenti d’origine, il lavoro trascrittivo ha cercato di conservare intatta la forza espressiva del discorso musicale, trasformandola con rispetto e immaginazione nella natura del flauto. I pizzicati, gli accenti, le risonanze, le curvature del fraseggio sono stati ripensati non per semplificare Brahms, ma per farlo rifiorire in una diversa materia sonora.
Del resto, l’idea stessa della pluralità timbrica non è estranea al mondo brahmsiano. Brahms crebbe in un ambiente musicale ricco di strumenti e di colori, e fu sempre sensibile al passaggio di una stessa idea musicale da una voce all’altra, da una forma all’altra, quasi a mettere alla prova, ogni volta, la tenuta e la verità del linguaggio. In questo senso, la trascrizione non impoverisce: interroga, rivela, illumina. Come scrisse Franz Liszt, il passaggio da una versione all’altra di uno stesso brano manifesta «la piena fiducia nelle immense, inesauribili possibilità del linguaggio musicale».
Il nostro lavoro “di traverso” si inscrive proprio in questa fiducia. Esso nasce dal desiderio di restituire a Brahms una nuova cantabilità, una nuova trasparenza, una nuova prossimità del respiro. Nel flauto, la linea brahmsiana si fa talvolta più nuda, più esposta, più vulnerabile; ma proprio per questo anche più luminosa, più intima, più immediatamente umana. Lontano da ogni intento virtuosistico esteriore, questo ciclo cerca di mettere in evidenza ciò che nella musica di Brahms rimane inesauribile: la sua capacità di far convivere solidità e flessibilità, architettura e confessione, meditazione e canto.
L’intero ciclo delle sette sonate fu presentato in prima esecuzione mondiale nella versione per flauto e pianoforte alla settima edizione dello Slowflute Festival di Salsomaggiore Terme, nel 2014, in tre concerti affidati a Claudio Ferrarini e Riccardo Sandiford. Quel progetto oggi rinasce in forma discografica come testimonianza di un lungo dialogo con Brahms, con la sua ombra luminosa, con la sua arte del trasformare un minimo nucleo tematico in un universo interiore.
Forse è proprio qui il senso più profondo di questo cammino: non trasportare Brahms altrove, ma lasciarlo nuovamente parlare, in una diversa luce, con un diverso respiro. Perché la sua musica, pur restando fedele a se stessa, continua ancora oggi a mutare, a vivere, a rinascere. E a rivelarci, ogni volta, che nella forma più alta dell’arte la memoria non è mai immobilità, ma sempre segreta trasformazione.
Queste incisioni nascono dal desiderio di attraversare Brahms con il respiro del flauto, lasciando che la sua parola cameristica, fedele alla propria essenza, trovi una nuova trasparenza, una nuova intimità, una nuova luce.

https://open.spotify.com/track/44VhmZBPHIeQwdWifF4elh?si=suYdaGGeTYqVwfd1r-JsCQ

https://music.apple.com/it/album/johannes-brahms-sonata-op-78-scherzo-woo2-from-f-a-e-sonata/1893923053

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Con The Csakan Legacy – Reimagined for Solo Flute, Claudio Ferrarini e Luca Astolfoni Fossi inaugurano oggi un’impresa a...
14/05/2026

Con The Csakan Legacy – Reimagined for Solo Flute, Claudio Ferrarini e Luca Astolfoni Fossi inaugurano oggi un’impresa artistica senza precedenti: la prima registrazione mondiale dedicata all’opera completa di Krähmer ricostruita per flauto solo a partire dai manoscritti viennesi giunti fino a noi. Un lavoro monumentale, visionario e profondamente poetico che restituisce voce a un universo musicale rimasto per secoli sospeso tra la polvere degli archivi e il silenzio della storia.

Johann Andreas Krähmer, figura centrale della tradizione del csakan viennese dell’Ottocento, appartiene a quella straordinaria civiltà musicale mitteleuropea dove il respiro romantico si intrecciava ancora alla grazia classica. Il csakan — strumento raro, elegante, quasi dimenticato — possedeva una voce intima, malinconica, crepuscolare. In queste nuove ricostruzioni firmate da Luca Astolfoni Fossi, quella voce rinasce nel flauto moderno non come semplice trascrizione, ma come trasformazione poetica e architettura sonora contemporanea.

Il lavoro svolto sui manoscritti viennesi è stato immenso. Ogni frammento, ogni indicazione, ogni linea melodica è stata studiata come un reperto vivo, cercando non soltanto di conservare la materia musicale originaria, ma di comprenderne il respiro nascosto. Astolfoni Fossi compie qui un atto di vera rigenerazione musicale: il flauto diventa orchestra invisibile, armonia suggerita, memoria che si trasforma in presente. Le linee melodiche evocano spazi interiori, i passaggi virtuosistici sembrano aprire finestre su una Vienna romantica ormai perduta, mentre il suono assume una dimensione quasi architettonica.

Per Claudio Ferrarini questa registrazione rappresenta anche il compimento di una ricerca lunga una vita. Dopo decenni di concerti internazionali e centinaia di incisioni, il suo lavoro si concentra sempre più nella costruzione di un’eredità sonora capace di restare nel tempo oltre il gesto effimero del concerto. Qui il flauto non imita il csakan: ne raccoglie lo spirito e lo proietta in una nuova luce. Il respiro continuo, la plasticità del fraseggio, la capacità di creare armonie invisibili dentro una sola linea melodica trasformano ogni pagina in un paesaggio vivo.

The Csakan Legacy non è soltanto una pubblicazione discografica. È un atto di amore verso la memoria musicale europea. È il recupero di un continente sonoro dimenticato. È il tentativo di dimostrare che la musica non muore mai davvero finché qualcuno continua ad ascoltarne il battito nascosto sotto la cenere del tempo.

Con questo primo volume si apre dunque un viaggio unico al mondo: una nuova frontiera del flauto contemporaneo che guarda al passato non con nostalgia, ma con il desiderio di trasformarlo in futuro. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’oblio, Ferrarini e Astolfoni Fossi scelgono invece il coraggio della profondità, della ricerca e della bellezza. E da oggi, grazie a questa registrazione storica, il respiro segreto del csakan torna finalmente a vivere.

https://open.spotify.com/album/4xbvd7oTCXdatD9AIjjbVR?si=8_sPZEyeSA-wPVGWek5UNQ

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Albertino e la musica della lunaQuella sera, nella pianura vicino al grande fiume, l’aria aveva qualcosa di diverso. Non...
07/05/2026

Albertino e la musica della luna

Quella sera, nella pianura vicino al grande fiume, l’aria aveva qualcosa di diverso. Non era nebbia, non era vento, non era umidità padana, di quella che entra nelle ossa e poi pretende anche il permesso di soggiorno. Era una specie di attesa.

Albertino lo sentiva.

Sedeva sull’argine del Po con le ginocchia raccolte e guardava la luna, che pareva appesa sopra la Bassa come una grande ostia luminosa. I pioppi stavano zitti, le rane avevano sospeso il loro parlamento, e perfino il fiume, che di solito brontola come un vecchio socialista al bar, scorreva più piano.

Quella sera doveva nascere un brano nuovo per flauto, scritto da Luca Astolfoni Fossi.

Albertino non sapeva bene che cosa volesse dire “debuttare”. Gli sembrava una parola da cavalli eleganti, da sipari rossi, da signori con il fazzoletto nel taschino. Però aveva capito una cosa: quando una musica debutta, è come quando un bambino apre gli occhi per la prima volta. Prima c’era già, ma nessuno l’aveva ancora vista camminare nel mondo.

Allora chiuse gli occhi.

E subito l’argine sparì.

Si trovò sulla luna.

Non era una luna fredda e triste come nei libri di scienze, dove tutto è polvere, crateri e silenzio. Era una luna fantastica, bianca e azzurra, piena di colline trasparenti, alberi d’argento e laghetti immobili come specchi di zucchero. Nel cielo, invece delle nuvole, galleggiavano bollicine luminose. Salivano piano, senza fretta, e dentro ciascuna c’era una piccola nota.

Albertino tese una mano.

Una bollicina gli si posò sul dito e fece: la.

Un’altra gli passò vicino all’orecchio e fece: mi.

Poi arrivò un soffio leggerissimo, e tutte le bollicine cominciarono a danzare. Non cadevano, non correvano, non litigavano tra loro. Stavano sospese nell’infinito, come se il cielo le tenesse per delicatezza.

“Ecco,” pensò Albertino, “sulla luna la musica non cammina: galleggia.”

Poi udì il flauto.

Non veniva da una persona, né da un teatro, né da una radio. Sembrava nascere dalla luna stessa, come se qualcuno avesse soffiato dentro una stella. Era un flauto sottile e limpido, ma non fragile. Aveva la dolcezza delle cose leggere e la forza delle cose vere. Ogni suono diventava una bolla, ogni bolla una piccola luce, ogni luce un pensiero che non voleva cadere.

Albertino capì che quel brano di Luca era fatto così: non pesava sulla terra, ma la ricordava. Aveva dentro il respiro della pianura, il silenzio del Po, la tenerezza delle sere d’estate e quel mistero che solo il flauto conosce, quando sembra dire una cosa semplice e invece sta aprendo una porta sul cielo.

A un tratto vide, laggiù in basso, la sua pianura.

Il Po brillava come un nastro d’argento. Le case erano piccole, i campanili ancora più piccoli, eppure tutto gli parve immenso. Perché capì che non bisogna andare davvero sulla luna per ascoltare la musica della luna. Basta avere un flauto, un sogno, e qualcuno capace di scrivere note così leggere da non cadere mai.

Quando riaprì gli occhi, era ancora sull’argine.

Il fiume scorreva. Le rane avevano ripreso a discutere. La luna era sempre lì, tranquilla.

Albertino sorrise e disse piano:

“Questa sera il flauto non suona sulla terra. Questa sera fa le bollicine in cielo.”

E il Po, che certe cose le capisce prima degli uomini, portò quella frase lontano, fin dove la musica comincia.

https://open.spotify.com/track/2ksgXLfxYUIwV6klfymSy1?si=Q8_kKNUiTLqKt3s5Glclpg

https://music.apple.com/it/album/luca-astolfoni-fossi-hoc-v%C3%B2lo-sic-i%C3%B9beo-single/1893298614

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Albertino e il ruscello che sapeva tuttoAlbertino sedeva sulla riva di un piccolo ruscello che, dopo molte curve e molti...
30/04/2026

Albertino e il ruscello che sapeva tutto

Albertino sedeva sulla riva di un piccolo ruscello che, dopo molte curve e molti capricci, andava a buttarsi nel grande Po.

Aveva i piedi nudi dentro l’acqua, e l’acqua gli passava tra le dita come se gli stesse raccontando un segreto. Non era un’acqua importante, di quelle che finiscono nei libri di geografia con il nome scritto in grassetto. Era un’acqua piccola, quasi timida, ma correva lo stesso verso il suo destino, senza fare tante prediche.

Albertino la guardava e pensava.

“Chissà,” disse tra sé, “se anche gli uomini sono così. Nascono sorgenti, poi diventano ruscelli, poi magari fiumi, e alla fine non si capisce più dove finiscono.”

Il sole della Bassa picchiava sui campi con quella sua maniera contadina e franca, senza complimenti. Le rane, nascoste tra le erbe, facevano i loro discorsi politici, e una libellula, vestita come una principessa di vetro, si fermò un momento sopra un filo d’acqua.

Albertino pensò a quella frase che gli girava in testa da un pezzo: fu un po’ tutto, fu un po’ niente.

Gli sembrava una frase triste, ma anche bellissima. Perché uno può essere tante cose: bambino, musicista, poeta, viandante, sognatore, amico dei cani, nemico delle ingiustizie, costruttore di castelli nell’aria e riparatore di biciclette rotte. Eppure, quando l’acqua è passata, che cosa resta?

Albertino prese un sasso piatto e lo lanciò nel ruscello. Il sasso fece tre salti e poi scomparve.

“Ecco,” pensò, “un concerto è così.”

Un concerto nasce, vola, brilla, commuove, fa tremare il cuore della gente; poi finisce. Gli applausi sembrano tuoni, ma dopo un minuto non li sente più nessuno. Anche il più grande applauso del mondo, se non lo catturi, diventa silenzio.

E allora Albertino capì una cosa semplice, che però era grande come il campanile di Roncole.

La vita ti permette di diventare tutto quello che vuoi, ma poi ti chiede: “Che cosa lasci?”

Se scrivi una pagina, quella pagina può parlare quando tu dormi. Se componi una musica e la registri, quella musica può volare anche quando il tuo flauto tace. Se scolpisci una pietra, dipingi una tela, pianti un albero, consoli un bambino, accendi una luce nel cuore di qualcuno, allora qualcosa rimane.

Non tutto, certo. Perché anche le case crollano, le tele impallidiscono, i dischi si perdono, i nomi diventano polvere. Ma per un poco, almeno per un poco, quello che hai amato continua a camminare senza di te.

Il ruscello rideva piano.

Albertino tolse i piedi dall’acqua e li lasciò asciugare sull’erba.

“Forse,” disse, “essere un po’ tutto e un po’ niente non è una sconfitta. È la verità degli uomini.”

Poi guardò il cielo sopra la pianura, grande e vuoto come una pagina bianca.

E gli parve di sentire il Po, lontano, che diceva:

“Scrivi, suona, ama. Il resto lo porto io.”

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Oggi  nasce il mio album dedicato a Leonardo De Lorenzo: un atto di liberazione sonora, per restituire voce a un genio d...
24/04/2026

Oggi nasce il mio album dedicato a Leonardo De Lorenzo: un atto di liberazione sonora, per restituire voce a un genio del flauto rimasto troppo a lungo nel silenzio della storia.

Oggi questo album nasce sotto un segno che non è soltanto una data, ma una rivelazione. Il 25 Aprile, festa della Liberazione, porta con sé una memoria civile, morale, spirituale: il giorno in cui un popolo ricorda il valore supremo della libertà, il diritto di spezzare il giogo del silenzio, dell’oppressione, dell’oblio. E non è casuale, non è una semplice coincidenza cronologica, che proprio oggi venga alla luce un album dedicato a Leonardo De Lorenzo. Questa uscita vuole essere anche questo: un atto di liberazione. Liberare De Lorenzo da quel mutismo della storia che per troppo tempo lo ha avvolto; restituire voce a una presenza immensa, sottrarla alla polvere del tempo, riaprirne il respiro nel presente.

Tra i molti album che ho inciso, questo lo sento in modo diverso, quasi come se appartenesse a una regione più profonda del mio fiato. Non è un semplice omaggio, né soltanto una rilettura interpretativa: è una chiamata, una riapparizione, un gesto di ascolto verso una voce che attendeva da troppo tempo di essere nuovamente udita. In questo disco non ho cercato soltanto di eseguire De Lorenzo: ho cercato di respirarlo, di lasciarlo passare attraverso il mio suono come si lascia passare una memoria luminosa attraverso il proprio sangue.

Leonardo De Lorenzo è uno di quei geni che non si lasciano rinchiudere in una definizione. Flautista, compositore, spirito libero, visionario: in lui il flauto cessa di essere semplice strumento e diventa pensiero in movimento, inquietudine creativa, vertigine, ricerca dell’ignoto. La sua scrittura penetra nelle profondità dello strumento e insieme lo sospinge verso altezze che, per il suo tempo, dovevano sembrare quasi impossibili. La sua eccentricità non è mai ornamento o bizzarria: è il segno di una libertà superiore, di una mente che non accetta recinti, di una fantasia che apre varchi dove altri vedevano soltanto limiti.

Per questo De Lorenzo appare oggi come un anticipatore straordinario. Molto prima che il modernismo flautistico si facesse linguaggio riconosciuto, metodo, scuola, egli ne aveva già intuito il fuoco segreto. Come Debussy, che con Syrinx seppe dischiudere un nuovo destino timbrico e spirituale per il flauto, anche De Lorenzo vide oltre il proprio tempo. Nella sua musica vive una modernità profetica, una libertà del gesto che sarebbe stata compresa pienamente solo decenni più tardi. Era troppo avanti, troppo acuto, troppo libero per essere subito accolto nella sua interezza.

E forse è proprio qui che il 25 Aprile si fa simbolo ancora più profondo. Perché la liberazione non riguarda soltanto i popoli e la loro storia visibile: riguarda anche le coscienze, le arti, le voci lasciate ai margini, le letterature musicali rimaste chiuse per troppo tempo in stanze che nessuno osava più aprire. Festeggiare oggi De Lorenzo significa celebrare anche la libertà che abbiamo di scegliere, di riaprire sentieri interrotti, di restituire dignità a ciò che la storia, per distrazione o timore, aveva lasciato in ombra. Significa riconoscere che ogni vera arte attende sempre una seconda nascita, e che ogni interprete può diventare, nel tempo giusto, strumento di una resurrezione.

La tecnica vertiginosa di De Lorenzo, la sua scrittura ardua, la sua natura quasi inaccessibile, hanno contribuito a renderlo per lunghi anni un autore più evocato che realmente ascoltato. Ma oggi possiamo comprenderlo meglio. Oggi le nostre orecchie, il nostro sguardo, la nostra esperienza del flauto ci permettono di accostarci alla sua voce con una consapevolezza nuova. Ciò che un tempo appariva remoto, eccessivo, persino impraticabile, oggi rivela la sua necessità interiore e la sua stupefacente lucidità.

Questo album vuole dunque essere un piccolo atto di giustizia poetica. Un’apertura di finestre. Un gesto di luce. Nel giorno in cui celebriamo la libertà ritrovata, vogliamo liberare anche Leonardo De Lorenzo dal silenzio che lo ha custodito troppo a lungo. Vogliamo lasciarlo finalmente parlare, cantare, ardere. Perché certi spiriti non muoiono: attendono soltanto che qualcuno riapra la porta del loro respiro. E oggi, nel giorno della Liberazione, quel respiro torna a farsi ascoltare.

https://open.spotify.com/track/1elLsUawcNCMi0Z0plLSly?si=s-CedxFBT42l5WsDMdgZZA

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Arriva la Primavera a Roncole!La primavera, a Roncole, non arriva mica come arriva nelle città, con le signore che cambi...
17/04/2026

Arriva la Primavera a Roncole!

La primavera, a Roncole, non arriva mica come arriva nelle città, con le signore che cambiano cappotto e i giornali che scrivono “mite rialzo delle temperature”. No. Nella Bassa la primavera arriva come una rivoluzione silenziosa. Una mattina ti svegli, esci sull’aia, guardi verso i campi, e ti accorgi che il mondo, durante la notte, si è rimesso a respirare.
Albertino quel respiro lo sentì subito. Per mesi i suoi occhi avevano conosciuto soltanto la nebbia, la neve, le strade color cenere e quel silenzio umido che pareva mangiarsi perfino il suono delle campane. Adesso invece ogni cosa splendeva con una sfacciataggine quasi insolente. I prati parevano passati a cera, i fossi luccicavano come lame d’argento, i pioppi si stiravano al sole, e i filari delle vigne, ancora un poco nudi, sembravano vecchi violinisti che accordano lo strumento prima della festa.
Il sole picchiava forte. E quando il sole picchia forte, nella Pianura del Po, la gente comincia a dire cose enormi. Non per cattiveria: per effetto del calore. Come certi tegami sul fuoco, che a un certo punto borbottano da soli.
Al bar del paese, sotto la tenda un po’ storta, gli uomini discutevano della guerra. I bambini facevano finta di giocare con le biglie, ma tendevano le orecchie. Da qualche settimana non si parlava d’altro che di quel gran presidente del mondo intero, uno che ogni due giorni minacciava di bombardare mezzo pianeta e l’altro mezzo di rimando. Lo nominavano abbassando la voce, come si fa con i temporali e con i parenti matti.
— Questo qui ci fa saltare tutti in aria — disse il Nando dell’officina, battendo il pugno sul tavolino.�— Prima o poi parte — aggiunse il postino, che distribuiva lettere e paure con la stessa regolarità.�— Sono matti — sussurrò una donna, stringendo il bambino per mano.
Ma il più agitato di tutti era Corsetto, l’amico di Albertino. Corsetto era grande e grosso come una credenza di noce, e ultimamente si era messo in testa un cappellino rosso che gli dava un’aria insieme feroce e ridicola. Da quando lo portava, camminava per il paese come se fosse stato nominato comandante supremo della fine del mondo.
— Ve lo dico io! — urlava. — Se non fate come voglio, bombardo tutto! Le case, gli abitanti, i pollai, i cani, i granai!
Lo disse anche quella mattina, davanti alla chiesa, con una tale enfasi che perfino il gatto del sagrestano lo guardò scandalizzato.
Albertino, che stava seduto sul muretto con un filo d’erba tra i denti, lo lasciò sbraitare. Poi alzò gli occhi e disse:�— Corsetto, tu al massimo puoi bombardare un piatto di tortelli.
La gente rise piano. Corsetto si gonfiò tutto.�— Non scherzare. Io faccio sul serio.�— Anche il tacchino, quando fa la ruota, crede di essere un imperatore — rispose Albertino.
In quel momento passò il vecchio Temistocle, contadino antico come una quercia e magro come un ma**co di zappa. Si fermò, sputò con precisione filosofica nel fosso, guardò Corsetto e disse:�— Quelli che vogliono bombardare il mondo, di solito non sanno neanche zappare un metro d’orto. Se sapessero quanto costa far venir su due pomodori, parlerebbero meno.
Poi riprese il cammino, lasciando dietro di sé quella frase come una sentenza del Vangelo padano.
Albertino sorrise. Lui, di tutta quella paura, sentiva soprattutto la stonatura. Gli sembrava impossibile che il mondo fosse così bello e gli uomini così sciocchi nello stesso momento. Attorno a lui l’erba cresceva senza proclamare niente, i passeri litigavano con innocenza, le vacche masticavano il pomeriggio come una preghiera lenta. Gli animali, pensò, non fanno congressi per decidere chi debba comandare il sole. Si limitano a vivere. E forse è per questo che hanno spesso più giudizio di noi.
Così si allontanò verso i filari di vite, là dove la campagna prende quell’odore di terra nuova e acqua antica che consola anche i pensieri storti. Tirò fuori il suo flautino e cominciò a suonare. Una melodia piccola, semplice, senza superbia. Roba da poco, direbbero i sapienti. E invece no.
Perché subito, dai rami e dai fili, gli usignoli gli risposero. Uno lanciò un trillo. Un altro lo inseguì. Albertino fece una nota lunga, e gli uccelli la ricamarono d’intorno come fanno le donne brave con gli orli della festa. Sembrava una conversazione tra creature che non avevano bisogno di comandarsi, minacciarsi o spaventarsi per capirsi.
Da lontano Corsetto li vide, si toccò il cappellino rosso e non disse più niente.
Il sole continuava a spaccare le teste, è vero. Ma la musica, per fortuna, rimetteva insieme il cuore. E nella Bassa, quando il cuore torna al suo posto, anche il mondo pare meno pericoloso.
Perché basta poco. Un filo d’erba. Un usignolo. Un bambino con un flauto. E la primavera, allora, vince perfino sui matti.

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