09/01/2026
Oggi, a distanza di centosette anni dalla tua nascita, Maestro Severino Gazzelloni sento il bisogno profondo di dirti grazie. Non è un grazie di circostanza, né una formula rituale: è un atto di riconoscenza che nasce ogni volta che monto il flauto, che appoggio le labbra sull’oro e sento, prima ancora del suono, la tua presenza. È lì che comincia tutto. È lì che continui a insegnarmi.
Il flauto che suono è lo stesso strumento d’oro che tu hai reso voce, pensiero, respiro del Novecento. Non l’ho mai abbandonato, e mai lo abbandonerò, anche se il mondo corre verso materiali nuovi, meccaniche moderne, promesse di perfezione. Io resto fedele a quell’oro non per nostalgia, ma per verità: perché in quell’oro vive una storia, una disciplina, una visione del suono che non invecchia. Ogni vite serrata, ogni chiave che si muove, è un gesto che ripete il tuo. È una stretta di mano silenziosa che attraversa il tempo.
Ti vidi per la prima volta al Teatro Regio di Parma. Ricordo ancora l’emozione: non era solo l’ammirazione per un grande interprete, ma la sensazione netta di trovarmi davanti a un destino possibile. In quel momento compresi che il flauto non era semplicemente uno strumento, ma una via. Appena ne ebbi la possibilità, iniziai a suonarlo con serietà, con dedizione, con quella fame che appartiene solo a chi ha intravisto una luce e non vuole più perderla. Tu eri quella luce.
Essere Maestro, ho capito grazie a te, non significa solo trasmettere una tecnica impeccabile o un repertorio sterminato. Maestro vuol dire insegnare come stare dentro la musica. Come affrontare Bach senza retorica, Mozart senza manierismi, il repertorio contemporaneo senza paura. Vuol dire insegnare che il passato non è un museo e il presente non è un capriccio, ma due poli che dialogano attraverso l’onestà del suono. Da te ho imparato che ogni pagina va rispettata, ma mai imbalsamata; che ogni nota va amata, ma mai addolcita per compiacere.
Da Severino ho imparato moltissime cose: il controllo del fiato come disciplina interiore, l’articolazione come chiarezza del pensiero, il fraseggio come atto morale. Ma soprattutto ho imparato il coraggio. Il coraggio di portare il flauto dove non era mai stato, di parlare con i compositori del proprio tempo, di chiedere musica nuova, di rischiare l’incomprensione pur di restare fedeli a un’idea. Quel coraggio oggi lo sento ancora vibrare dentro il mio strumento. Dentro il mio flauto c’è ancora la tua voce: non come eco lontana, ma come presenza viva che mi accompagna in ogni scelta interpretativa.
Quando registro, quando salgo su un palco, quando affronto una partitura sconosciuta, so che non sono solo. La tua lezione non è mai stata dogmatica; era un invito a pensare, a cercare, a non accontentarsi. Per questo la tua eredità non pesa: illumina. E se oggi posso guardare indietro a 650 album, so che non sono una collezione di numeri, ma un cammino. Un cammino che testimonia la tua immensa bravura non perché ti imiti, ma perché continuo a dialogare con te attraverso il suono.
Grazie Maestro, perché mi hai regalato una fetta della tua anima. Non me l’hai consegnata come un oggetto prezioso da conservare in una teca, ma come un seme da coltivare. Ogni volta che il flauto canta, quel seme germoglia di nuovo. E così, a centosette anni dalla tua nascita, il tuo respiro non si è fermato: continua a scorrere nell’oro, nel fiato, nella musica che ancora nasce.
Grazie, Maestro. Continuerò a portarti con me, nota dopo nota, finché il suono avrà qualcosa da dire.