Arte Sonora

Arte Sonora Distributore Mondiale: www.danmarkmedia.com

Arte Sonora è un etichetta discografica di proprietà del musicista Claudio Ferrarini, che ha un unico obiettivo: promuovere la musica di qualità non tenendo conto di alcun confine di genere. Claudio Ferrarini porta la sua esperienza di oltre 250 cd di musica classica nell’ambito contemporaneo mantenendo una sola parola: eccellenza. Eccellenza in ogni parte del prodotto finale dalle composizioni scelte alla qualità dei musicisti e delle loro esecuzioni, dalla registrazione al mixaggio al mastering. Il produttore Giovanni Amighetti di Arvmusic si unisce ad Artesonora in questa nuova ed entusiasmante avventura portando la sua esperienza nel saper registrare qualsiasi tipo di sonorità e musica in ogni situazione e regione del mondo. Arte Sonora is a recording label owned by master musician Claudio Ferrarini that has one main goal:
promote quality music over any defined boundary. Claudio Ferrarini brings his experience of over 250 classical music vinyl and cds to every genre and non-genre of nowadays contemporary world music, mantaining just one word: Excellence. Excellence on every part of the final product from compositions to musicians’ ex*****on, from recording to mixing and mastering. Arvmusic producer Giovanni Amighetti joins Artesonora in this new and exciting adventure bringing his experience in recording any kind of music in any region of our world.

Albertino e il Sole RossoNella Bassa, dalle parti di Roncole di Busseto, il cielo non era soltanto il cielo.Era una spec...
14/08/2026

Albertino e il Sole Rosso

Nella Bassa, dalle parti di Roncole di Busseto, il cielo non era soltanto il cielo.
Era una specie di giornale senza carta che annunciava pioggia, grandine, nebbia, caldo e, qualche volta, perfino i pensieri del Padreterno.
Albertino lo sapeva e, quando poteva, camminava col naso all’insù.
Quel giorno, però, successe una cosa che non aveva mai visto.
Il Sole cominciò piano piano a sparire.
«Lo stanno mangiando!» gridò Peppino.
«Chi?»
«La Luna.»
Albertino ci pensò.
La Luna era molto più piccola del Sole, ma anche i topi erano più piccoli delle forme di Parmigiano e, se gli lasciavi abbastanza tempo, combinavano dei disastri.
Poi il Sole diventò rosso.
Rosso davvero.
Albertino rimase a guardarlo con gli occhi spalancati e immediatamente pensò a Dino, che tutti chiamavano il Rosso perché aveva una testa di capelli color rame che, quando correva nei campi, sembrava un incendio che aveva imparato a giocare a pallone.
Dino era un bravo ragazzo.
Però era un po’ matto.
Una volta aveva cercato di attraversare un fosso usando due assi messe una sopra l’altra. Era finito nell’acqua e aveva sostenuto che la colpa fosse del fosso, che si era spostato.
Albertino aveva così elaborato una sua teoria scientifica:
quelli con i capelli rossi sono un po’ matti.
Poi gli venne in mente Vivaldi.
Il maestro aveva raccontato che Antonio Vivaldi aveva i capelli rossi e lo chiamavano proprio il Prete Rosso.
Albertino si fermò.
Un musicista poteva anche essere rosso.
Un matto pure.
Ma un prete rosso era una faccenda seria.
«Ma era matto anche Vivaldi?» chiese al maestro il giorno dopo.
Il maestro si aggiustò gli occhiali.
«Era un genio.»
Albertino annuì.
Aveva capito.
Nella Bassa, quando uno era matto davvero lo chiamavano matto. Quando era matto in un modo che nessuno riusciva a capire, lo chiamavano genio.
E Vivaldi doveva essere parecchio genio, perché aveva scritto centinaia di concerti, riempito Venezia di musica e fatto correre violini come rondini impazzite sopra i tetti.
Albertino tornò a guardare il Sole.
Adesso era rosso come Dino.
Rosso come Vivaldi.
Rosso come quelle sere d’estate quando il cielo sopra il Po sembrava prendere fuoco e perfino le zanzare, per qualche minuto, parevano creature poetiche.
Poi, lentamente, la Luna se ne andò.
Il Sole tornò chiaro.
Dino rimase rosso.
E Vivaldi, naturalmente, anche.
Albertino sorrise.
Forse il Sole aveva voluto diventare rosso soltanto per qualche minuto per capire che cosa si provava a essere un po’ matti.
E pensò che, se davvero Vivaldi era stato matto, allora doveva esserlo stato nel modo più bello possibile.
Perché esistono matti che cadono nei fossi.
E altri che, cadendo, sentono quattro stagioni intere suonare dentro l’acqua.
Albertino prese un filo d’erba e se lo mise tra i denti.
Poi guardò il cielo e disse:
«Peccato che il Sole non sappia suonare il violino.»
Da qualche parte, molto lontano, il Prete Rosso probabilmente rise.

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Grazie, Guccini a me piacciono le fiabe…Nella Bassa del grande fiume, a Rocole Verdi, proprio a un tiro di schioppo da B...
06/08/2026

Grazie, Guccini a me piacciono le fiabe…

Nella Bassa del grande fiume, a Rocole Verdi, proprio a un tiro di schioppo da Busseto, quel pomeriggio il vento sembrava essersi dimenticato di soffiare. I pioppi stavano immobili come soldati sull'attenti e perfino il Po scorreva piano, quasi avesse paura di fare rumore.
La notizia era arrivata di casa in casa senza bisogno delle campane: Francesco Guccini se n'era andato.
Albertino era seduto sul suo vecchio sgabello davanti alla stalla, con il flautino stretto tra le mani. Non aveva voglia di parlare. Ogni tanto alzava gli occhi verso il cielo, poi li abbassava sul prato dove le margherite continuavano a fiorire come se il mondo non fosse cambiato.
«È strano» pensò. «Ci sono persone che sembrano non dover partire mai.»
Con quel flautino aveva imparato a suonare tante melodie, ma ce n'era una che gli faceva ba***re il cuore più delle altre: Il vecchio e il bambino. Ogni volta che arrivava a quelle parole, "Mi piaccion le fiabe, raccontane altre", gli sembrava di sentire parlare il bambino che viveva ancora dentro di lui.
Per Albertino quella canzone non era soltanto una musica.
Era il profumo del grano maturo sotto il sole di luglio.
Era il canto delle allodole sopra i campi.
Era il vecchio gelso dove i passeri litigavano ogni mattina.
Era il rumore delle ruote del carro sulla strada bianca.
Era il colore dei papaveri, il volo delle rondini e la voce del Po quando la sera raccontava storie a chi aveva ancora voglia di ascoltare.
Era il mondo.
Un mondo semplice, fatto di alberi, fiori, animali, colori e persone che sapevano fermarsi ad ascoltare il silenzio.
Albertino portò il flautino alle labbra e lasciò uscire piano quella melodia. Nessuno applaudì. Non ce n'era bisogno. Perfino le mucche smisero di masticare per qualche istante e il cane Nerone si sdraiò vicino ai suoi piedi senza fare un fiato.
Quando l'ultima nota si p***e tra i pioppi, Albertino guardò verso il cielo.
La luna non era ancora salita, ma già comparivano le prime stelle.
«Chissà dove abita adesso Francesco...» disse piano.
Poi sorrise con quella dolcezza che hanno soltanto i bambini e i vecchi.
«Di sicuro lassù sono fortunati. Adesso potranno ascoltare le sue canzoni tutte le sere.»
Immaginò una grande aia tra le stelle, con la luna appoggiata come una lanterna sopra un vecchio fienile. Gli angeli sedevano in cerchio, qualcuno teneva il tempo battendo piano le mani, mentre Francesco raccontava il mondo con quella voce inconfondibile che sapeva trasformare ogni ricordo in una poesia.
Forse anche il vecchio e il bambino erano lì, seduti poco lontano, finalmente dentro quel campo di grano che nessuna guerra avrebbe più potuto cancellare.
Albertino si tolse il berretto, lo strinse sul petto e sussurrò:
«Grazie, Francesco. A me piacciono le fiabe. Soprattutto quelle che la tua voce ha saputo trasformare in canzoni. Adesso puoi cantare per tutto l'universo, e ogni stella avrà una storia da raccontare.»
Il Po riprese a scorrere piano.
E sembrò che anche lui, per un momento, stesse ascoltando.

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La buona novella di Albertino – La sinfonia dell'estateL'estate era arrivata nella Bassa con tutto il suo carattere. L'a...
23/07/2026

La buona novella di Albertino – La sinfonia dell'estate
L'estate era arrivata nella Bassa con tutto il suo carattere. L'aria trema sopra le strade bianche e perfino i vecchi del paese, seduti all'ombra con il cappello calato sugli occhi, dicono: «Anca incoeu al söl l'ha miss giò la forza.» A Roncole Verdi di Busseto il sole spaccava le pietre e sembrava voler mettere alla prova ogni cosa: i campi, gli alberi, gli animali e perfino la pazienza della gente. Qualche volta bastava una parola di troppo perché gli animi, di solito sereni e cordiali, si scaldassero come il selciato della piazza. Ma bastava poi una brezza leggera, un sorriso o il suono lontano di una campana perché tutto ritrovasse il suo equilibrio.
I campi brillavano come un mare dorato. Il grano, ormai maturo, ondeggiava sotto il vento con riflessi d'oro, mentre poco più in là le distese dei pomodori disegnavano un tappeto verde punteggiato di frutti rossi che illuminavano la campagna come una gigantesca lanterna accesa dal buon Dio.
Albertino osservava quel paesaggio con gli occhi pieni di meraviglia. C'era però una cosa che più di ogni altra attirava la sua attenzione: il canto instancabile delle cicale. Dalla mattina fino al tardo pomeriggio riempivano l'aria con la loro musica, così continua da sembrare il respiro stesso dell'estate. Eppure bastava il rumore di un ramo spezzato, il volo improvviso di una gazza o il passaggio di un trattore perché, in un solo istante, tutte tacessero insieme. Quel silenzio improvviso lo faceva sempre sorridere.
«A pèr ch'i gh'abbian vist passär al marescial.» pensava tra sé.
Un silenzio perfetto cadeva sulla campagna, quasi fosse stato scritto sullo spartito del cielo.
Albertino sorrideva ogni volta. Rimaneva immobile ad aspettare. Passavano pochi istanti e, quando la quiete tornava a distendersi tra i campi, ecco che le cicale riprendevano esattamente dal punto in cui avevano lasciato, come se un invisibile direttore d'orchestra avesse rialzato la bacchetta.
Sotto il grande salice, dove l'ombra era fresca anche nelle ore più calde, Albertino prendeva il suo piccolo flautino. Lo portava alle labbra e si univa a quella straordinaria orchestra della natura. Non cercava di comandarla, ma semplicemente di accompagnarla. Il suo suono si intrecciava con quello delle cicale, mentre il vento muoveva dolcemente i rami e le foglie sembravano ba***re il tempo.
Poco distante sorgeva la casa del suo caro amico Peppino. Dalla finestra aperta arrivavano le note della sua spinetta. Peppino provava melodie nuove, cercava accordi mai sentiti, sperimentava piccole opere fantastiche che sembravano nascere proprio dai colori della campagna e dal profumo dell'erba appena tagliata.
Albertino chiudeva gli occhi e ascoltava. Il flautino, la spinetta, le cicale, il vento tra le fronde, il frinire dei primi grilli che già si preparavano alla sera: ogni suono trovava il proprio posto senza disturbare l'altro. Era una musica che nessun uomo avrebbe potuto scrivere da solo.
Quando il sole iniziava a calare dietro gli alberi, le cicale tacevano lentamente. Il loro posto veniva preso dai grilli e dal pacato gracchiare delle rane nei fossi. Anche quella era una sinfonia, più lenta e profonda, che accompagnava il tramonto fino all'arrivo delle prime stelle.
Albertino appoggiò il flautino sulle gambe e pensò che il mondo, senza la musica, semplicemente non esisterebbe. Il buon Dio aveva creato lo spettacolo nello spettacolo: ogni creatura possedeva uno strumento e ogni stagione la sua melodia. Nessuno suonava per essere applaudito, ma perché la vita stessa potesse continuare a cantare.
Con quel pensiero sereno si lasciò cullare dalla brezza sotto il vecchio salice. Si addormentò sorridendo e, nel suo sogno, vide immensi concerti dove uomini, alberi, uccelli, cicale e stelle suonavano insieme la più bella delle sinfonie: quella della Creazione.

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22/07/2026
Albertino e il giorno in cui salvò la musicaNella Bassa parmense le estati non scherzavano. Il sole batteva così forte s...
09/07/2026

Albertino e il giorno in cui salvò la musica

Nella Bassa parmense le estati non scherzavano. Il sole batteva così forte sulla testa che perfino i pioppi sembravano cercare un po' d'ombra, mentre d'inverno arrivava una nebbia tanto f***a da far credere che il cielo fosse sceso a dormire sulla terra.
Allora Roncole era soltanto Roncole. Nessuno si sognava ancora di aggiungere quel "Verdi" che un giorno avrebbe fatto il giro del mondo. C'era soltanto un ragazzino di nome Peppino, con gli occhi pieni di pensieri, e un altro chiamato Albertino, che invece sembrava avere il vento in tasca.
Facevano parte della banda dei ragazzi del paese. Non una banda con trombe e tamburi, ma quella dei piedi scalzi, delle ginocchia sbucciate e delle tasche piene di sassolini. Passavano i pomeriggi lungo i fossi a cercare rane, granchi di fiume e libellule che parevano piccoli pezzi di cielo.
Quel giorno il sole faceva brillare l'acqua come uno specchio.
«Che cosa farai da grande?» domandò Albertino.
Peppino rimase zitto per un po'. Poi disse piano:
«Vorrei scrivere musica. Musica grande... dove la gente possa vivere mille avventure senza muoversi dalla sedia.»
Albertino sorrise.
«Io invece voglio continuare a suonare il mio flautino. Mi piace inventare una melodia e poi rincorrerla con tante variazioni. È come vedere le dita correre da sole e le note salire fino alle nuvole.»
Per Albertino il mondo era già perfetto così. Il canto delle cicale valeva un concerto, il fruscio del granturco sembrava un'orchestra e il Po dirigeva tutto con la calma di un vecchio maestro.
Peppino, invece, aveva sempre la testa da un'altra parte. Ascoltava armonie che nessun altro sentiva. Ogni tanto si fermava all'improvviso, guardava lontano e sembrava parlare con qualcuno nascosto dentro il vento.
Fu proprio quel giorno che accadde.
Mentre camminava distratto sull'erba alta, mise un piede nel vuoto e precipitò nel fosso.
L'acqua lo inghiottì in un attimo.
Peppino non sapeva nuotare.
Vide il cielo mescolarsi all'azzurro dell'acqua, sentì il silenzio diventare pesante e pensò che forse quello era l'ultimo colore che avrebbe visto.
Albertino non ebbe nemmeno il tempo di spaventarsi.
Si buttò a terra, allungò il braccio più che poté e riuscì ad afferrare una manciata di capelli.
«Ti ho preso!»
Con tutta la forza che aveva nelle braccia, nei piedi e nel cuore tirò.
Scivolò lui stesso nel fango, ma non mollò.
Alla fine Peppino riemerse tossendo come un vecchio mantice.
Sputò acqua, ne bevve ancora un po', tossì di nuovo e poi scoppiò a piangere.
Abbracciò Albertino senza dire una parola.
Dopo un lungo silenzio riuscì soltanto a mormorare:
«Grazie.»
Albertino rise.
«La prossima volta guarda dove metti i piedi invece di ascoltare i violini che hai in testa!»
Peppino rise con lui.
Ma da quel giorno, raccontavano gli anziani davanti all'osteria, non riuscì più ad amare troppo l'acqua. Preferì sempre un buon bicchiere di Labrusco, perché quelle bollicine gli ricordavano il sorriso furbo di Albertino e il giorno in cui era tornato a respirare.
Molti anni dopo il mondo avrebbe applaudito il Maestro Giuseppe Verdi senza sapere che, in un pomeriggio d'estate, tutte quelle opere erano rimaste appese a una ciocca di capelli stretta nella mano di un bambino con un flautino.
Perché a volte i veri amici non salvano soltanto una vita.
Salvano anche tutta la musica che quella vita deve ancora regalare al mondo.

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Albertino non aveva mai visto Venezia.Per la fine della scuola gli avevano promesso un viaggio speciale e lui, che conos...
25/06/2026

Albertino non aveva mai visto Venezia.
Per la fine della scuola gli avevano promesso un viaggio speciale e lui, che conosceva bene la pianura, il Po, le nebbie di Roncole Verdi e i filari che sembrano spartiti musicali disegnati sulla terra, era partito pieno di curiosità.
Quando il treno arrivò e Albertino uscì dalla stazione, si fermò di colpo.
Davanti a lui c'era l'acqua.
Non un fiume.
Acqua dappertutto.
«Ma qui il mare è entrato in città!» esclamò spalancando gli occhi.
Nessuno gli rispose subito, perché tutti erano occupati a guardare la sua faccia stupita.
Albertino si avvicinò alla riva e osservò quel grande specchio che si infilava tra le case.
Pensò al Po.
Il Po era un vecchio amico che attraversava la pianura con calma e saggezza.
Quello invece sembrava il Po dopo aver mangiato cento piatti di tortelli e deciso di allargarsi per scherzo.
L'acqua accarezzava le pietre, passava sotto i ponti, entrava nelle vie e poi tornava indietro come una bambina che gioca a rincorrersi.
Albertino sorrise.
Gli sembrò che Venezia fosse una città costruita non sopra la terra, ma sopra una carezza.
Poi vide le gondole.
Nere, lucide, eleganti.
Le osservò attentamente.
«Sembrano le barche del Po» disse.
Ma dopo qualche secondo aggiunse:
«Però queste ridono.»
Infatti la punta ricurva della gondola gli sembrava un grande baffo all'insù.
Un baffo da signore veneziano che conosce tutti i segreti del mare.
Le gondole ondeggiavano leggere e parevano raccontarsi barzellette silenziose.
Una si inclinava a destra, l'altra a sinistra, e tutte insieme sembravano ridacchiare.
Camminando, Albertino scoprì un'altra cosa straordinaria.
I ponti.
Ponti grandi, piccoli, larghi, stretti.
Ponti dappertutto.
«Venezia è un parco giochi!» dichiarò.
«Le altalene qui sono diventate ponti.»
E in effetti ogni ponte saliva verso il cielo e poi ridiscendeva dall'altra parte, proprio come un'altalena immobile che aspetta soltanto il vento.
Albertino li attraversò uno dopo l'altro.
Quando si stancava si fermava vicino all'acqua.
Allungava una mano.
Sfiorava il mare.
E sentiva piccoli abbracci liquidi infrangersi contro le sponde.
Erano saluti antichi.
Forse provenivano dalla Grecia, dalla Turchia, dall'Africa o da qualche isola lontana.
Il mare portava con sé storie che nessun libro di scuola poteva contenere.
Verso sera, mentre il sole si scioglieva nell'orizzonte come una moneta d'oro, Albertino ebbe un pensiero.
Forse la musica era nata anche lì.
Forse Venezia aveva imparato a cantare osservando le gondole.
Quelle barche nere salivano e scendevano sulle onde proprio come le note sopra un pentagramma.
Ogni movimento sembrava una melodia.
Ogni riflesso una armonia.
Ogni remata una battuta musicale.
Quando arrivò la notte, Albertino guardò il cielo.
Le stelle brillavano sopra la laguna e si specchiavano nell'acqua.
Le gondole scivolavano silenziose tra i riflessi.
Sembravano volare.
Non navigare.
Volare.
E Albertino pensò che andare in gondola di notte doveva essere come attraversare le più belle armonie del cielo.
Il cielo si tuffava dentro Venezia.
Venezia si tuffava dentro il cielo.
E lui, osservando una cartina della città, scoprì un'ultima meraviglia.
«Guardate!» disse.
«Venezia ha la forma di un pesce!»
Allora capì tutto.
Un pesce che nuota tra il mare e le stelle.
E forse, proprio per questo, da secoli continua a cantare. 🌟🐟🎶

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C’era una sera di giugno in cui la pianura bassa sembrava trattenere il respiro.A Roncole Verdi il giorno si era ritirat...
11/06/2026

C’era una sera di giugno in cui la pianura bassa sembrava trattenere il respiro.
A Roncole Verdi il giorno si era ritirato piano piano, lasciando dietro di sé il profumo dell’erba appena tagliata e il canto lontano delle rane nei fossi. I pioppi lungo gli argini del Po oscillavano lievemente, come direttori d’orchestra che preparano il silenzio prima del primo accordo.

Albertino era sdraiato sul prato dietro la casa dei nonni.
Aveva con sé soltanto una piccola torcia, un quaderno a quadretti e una matita consumata. Accanto, il suo inseparabile flauto di legno riposava nell’erba, mentre il cielo diventava sempre più scuro e le prime stelle si accendevano una dopo l’altra.

«Quante saranno?» domandò guardando verso l’alto.
Nessuno rispose.
La pianura, però, sapeva ascoltare.
Albertino iniziò a contare.

«Una… due… tre…»

Ogni stella riceveva un numero, come se fosse una pecora luminosa in un immenso pascolo celeste.
A cinquanta p***e il conto.
Riprese da capo.
A novanta si confuse.

A centoquindici una lucciola gli si posò sul ginocchio.

«Forse,» disse alla lucciola, «le stelle sono più delle note musicali.»

Poi si fermò.
Ripensò alle lezioni del maestro del coro di Busseto, che raccontava come sette semplici note avessero costruito cattedrali di suoni, sinfonie, ninne nanne e canzoni capaci di attraversare i secoli.

Sette note.
Do, re, mi, fa, sol, la, si.

Sette soltanto.
Albertino guardò di nuovo il cielo.

Le stelle erano migliaia.
Milioni.
Forse infinite.

Eppure, rifletté stringendo la matita, da quelle sette note erano nate infinite melodie.
Gli venne allora un pensiero così bello che quasi gli fece dimenticare di respirare.

«Le stelle sono tante quanto le note che ancora non abbiamo scoperto.»

Il vento passò tra il granturco come una mano gentile.
Albertino prese il flauto.
Suonò un piccolo motivo semplice, inventato lì per lì.
Ogni frase sembrava salire verso il cielo. Le stelle, immobili e pazienti, parevano ascoltare.
Gli sembrò che alcune brillassero un po’ di più.

Forse applaudivano.
Forse ogni stella custodiva una melodia segreta e attendeva soltanto qualcuno disposto ad ascoltarla.
Pensò a Verdi, nato proprio lì vicino, tra quelle nebbie e quei campi. Anche lui, da bambino, aveva probabilmente alzato gli occhi verso quel medesimo firmamento, chiedendosi da dove nascessero le musiche.

Forse la risposta era semplice.
La musica non serviva a contare il mondo.
Serviva ad abbracciarlo.
Albertino chiuse il quaderno.
Smise di contare.
Perché aveva capito che alcune cose sono troppo grandi per essere misurate.
L’amicizia.
La speranza.
L’amore.
Le stelle.
E la musica.
Prima di rientrare in casa, rivolse ancora lo sguardo verso il cielo della pianura bassa.

«Continuate pure a brillare,» sussurrò alle stelle. «Io continuerò a trasformarvi in note.»

E mentre la luna saliva lenta sopra Roncole Verdi, tra gli argini silenziosi e il profumo del fieno, il piccolo Albertino tornò verso casa con il flauto sotto il braccio e il cuore leggero.
Aveva scoperto che il segreto più bello non era sapere se le stelle fossero più delle note musicali.
Ma comprendere che entrambe esistono per ricordarci che l’infinito può abitare anche nelle cose più piccole: in un soffio, in una melodia, negli occhi meravigliati di un bambino sdraiato sull’erba della pianura.

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In memoria di un amica e genio del flauto Jennifer StintonCi sono persone che attraversano la nostra vita lasciando una ...
03/06/2026

In memoria di un amica e genio del flauto Jennifer Stinton

Ci sono persone che attraversano la nostra vita lasciando una traccia così luminosa che il tempo non riesce a cancellarla. La notizia della scomparsa di Jennifer Stinton mi ha colpito profondamente e ha lasciato nel mio cuore quel silenzio particolare che segue la perdita di un’amica vera, di un’artista autentica, di una di quelle anime rare che la musica riesce a rivelare nella loro essenza più profonda.

Jennifer non era soltanto una grande flautista. Era una persona di straordinaria sensibilità, capace di trasformare ogni nota in una parola, ogni frase musicale in un racconto, ogni respiro in un gesto di umanità. In un mondo che spesso misura il valore degli artisti attraverso la velocità, il virtuosismo o il successo, lei apparteneva a quella schiera sempre più rara di musicisti che cercavano invece la verità del suono.

Ho avuto la fortuna di condividere con lei momenti musicali che custodirò per sempre. Ricordo ancora i nostri duetti, non come semplici esecuzioni, ma come dialoghi dell’anima. Due flauti che si incontravano cercando non la perfezione tecnica, ma qualcosa di più difficile e prezioso: la sincerità. Da quei momenti nacque un’amicizia profonda, alimentata da una comune visione della musica e della vita.

Ci univa l’amore per il fraseggio, quella capacità misteriosa di dare respiro alle note e di trasformare una melodia in un’esperienza umana. Parlare con Jennifer significava spesso parlare di suono, ma non del suono come fenomeno fisico. Per noi il suono era uno specchio dell’anima, un luogo nel quale ogni musicista lascia la propria impronta più autentica. Eravamo accomunati dalla ricerca di una voce sonora che non fosse una maschera, ma il riflesso sincero di ciò che siamo.

Jennifer possedeva questa qualità in modo naturale. Il suo flauto cantava con eleganza, ma soprattutto con verità. Ascoltarla significava incontrare una persona che aveva fatto della musica una forma di gentilezza, di ascolto e di condivisione. Non cercava di imporsi; cercava di comunicare. E proprio per questo il suo suono arrivava così lontano.

Oggi il mondo del flauto perde una delle sue voci più nobili e raffinate. Noi perdiamo un’amica, una collega, una compagna di viaggio nella grande avventura della musica. Ma ciò che Jennifer ha donato non scompare. Rimane nelle registrazioni, nei ricordi, negli insegnamenti trasmessi ai suoi allievi, e soprattutto nei cuori di chi ha avuto il privilegio di conoscerla.

Mi piace immaginarla ora in un luogo dove il respiro non conosce più fatica e dove ogni frase musicale continua all’infinito. Forse sta ancora cercando quel suono perfetto che inseguivamo nelle nostre conversazioni, quel suono capace di contenere tutta la bellezza, la fragilità e la meraviglia dell’essere umano.

Ciao Jennifer. Grazie per la tua amicizia, per la tua arte e per la tua luce. Il tuo flauto si è fermato, ma la tua musica continuerà a vivere nel cuore di tutti noi.

Brahms for Flute and PianoLe sette sonate cameristiche trasposte per flauto e pianoforte«Brahms il progressivo», secondo...
28/05/2026

Brahms for Flute and Piano
Le sette sonate cameristiche trasposte per flauto e pianoforte
«Brahms il progressivo», secondo la memorabile definizione di Arnold Schoenberg, è forse una delle chiavi più luminose per entrare nel mistero di Johannes Brahms: un autore che la storia ha spesso consegnato all’immagine del custode della forma, del grande erede della tradizione tedesca dopo Bach e Beethoven, ma che in realtà rivela, soprattutto nella musica da camera, un’inquieta modernità interiore, una libertà profonda del pensiero musicale, una capacità inesauribile di trasformazione e sviluppo.
Dietro il volto monumentale del Brahms sinfonico e architettonico, vive infatti un altro Brahms: più raccolto, più segreto, più intimo. È il Brahms delle sfumature, delle mezze luci, della malinconia pensosa, del respiro interiore che si fa confessione. Proprio nella produzione cameristica questa voce si rivela con particolare evidenza: una scrittura in cui il rigore formale non è mai semplice disciplina esterna, ma necessità spirituale, argine e insieme risonanza dell’anima.
La lezione del classicismo viennese, il culto per Bach, l’amore per la variazione e per l’elaborazione motivica, si fondono in Brahms con una sensibilità pienamente romantica, nutrita di memoria, di paesaggio, di canto interiore. La natura, tanto amata durante i suoi soggiorni estivi fra laghi, montagne e silenzi, non compare mai come descrizione diretta: essa penetra piuttosto la trama musicale come atmosfera, come vibrazione segreta, come moto del respiro. In questo senso Brahms è insieme costruttore e visionario: la forma non soffoca il sentimento, ma lo custodisce, lo distilla, lo rende più vero.
Questo ciclo nasce da tale consapevolezza. Le sette sonate cameristiche di Brahms – originariamente concepite per violino, violoncello, clarinetto o viola e pianoforte – trovano qui una nuova voce nella versione per flauto e pianoforte. Non si tratta di un semplice trasferimento timbrico, ma di un atto d’amore, di ascolto e di fedeltà creativa: un percorso che vuole rendere accessibile al flauto uno dei vertici più alti dell’universo brahmsiano, aprendone nuove prospettive sonore senza tradirne la sostanza poetica.
In queste trascrizioni il flauto assume su di sé una sfida affascinante: raccogliere la densità del canto brahmsiano, la sua tensione armonica, il suo continuo oscillare tra luce e ombra, tra slancio e raccoglimento. Là dove la scrittura originale presenta bicordi o soluzioni idiomatiche proprie degli strumenti d’origine, il lavoro trascrittivo ha cercato di conservare intatta la forza espressiva del discorso musicale, trasformandola con rispetto e immaginazione nella natura del flauto. I pizzicati, gli accenti, le risonanze, le curvature del fraseggio sono stati ripensati non per semplificare Brahms, ma per farlo rifiorire in una diversa materia sonora.
Del resto, l’idea stessa della pluralità timbrica non è estranea al mondo brahmsiano. Brahms crebbe in un ambiente musicale ricco di strumenti e di colori, e fu sempre sensibile al passaggio di una stessa idea musicale da una voce all’altra, da una forma all’altra, quasi a mettere alla prova, ogni volta, la tenuta e la verità del linguaggio. In questo senso, la trascrizione non impoverisce: interroga, rivela, illumina. Come scrisse Franz Liszt, il passaggio da una versione all’altra di uno stesso brano manifesta «la piena fiducia nelle immense, inesauribili possibilità del linguaggio musicale».
Il nostro lavoro “di traverso” si inscrive proprio in questa fiducia. Esso nasce dal desiderio di restituire a Brahms una nuova cantabilità, una nuova trasparenza, una nuova prossimità del respiro. Nel flauto, la linea brahmsiana si fa talvolta più nuda, più esposta, più vulnerabile; ma proprio per questo anche più luminosa, più intima, più immediatamente umana. Lontano da ogni intento virtuosistico esteriore, questo ciclo cerca di mettere in evidenza ciò che nella musica di Brahms rimane inesauribile: la sua capacità di far convivere solidità e flessibilità, architettura e confessione, meditazione e canto.
L’intero ciclo delle sette sonate fu presentato in prima esecuzione mondiale nella versione per flauto e pianoforte alla settima edizione dello Slowflute Festival di Salsomaggiore Terme, nel 2014, in tre concerti affidati a Claudio Ferrarini e Riccardo Sandiford. Quel progetto oggi rinasce in forma discografica come testimonianza di un lungo dialogo con Brahms, con la sua ombra luminosa, con la sua arte del trasformare un minimo nucleo tematico in un universo interiore.
Forse è proprio qui il senso più profondo di questo cammino: non trasportare Brahms altrove, ma lasciarlo nuovamente parlare, in una diversa luce, con un diverso respiro. Perché la sua musica, pur restando fedele a se stessa, continua ancora oggi a mutare, a vivere, a rinascere. E a rivelarci, ogni volta, che nella forma più alta dell’arte la memoria non è mai immobilità, ma sempre segreta trasformazione.
Queste incisioni nascono dal desiderio di attraversare Brahms con il respiro del flauto, lasciando che la sua parola cameristica, fedele alla propria essenza, trovi una nuova trasparenza, una nuova intimità, una nuova luce.

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