Arte Sonora

Arte Sonora Distributore Mondiale: www.danmarkmedia.com

Arte Sonora è un etichetta discografica di proprietà del musicista Claudio Ferrarini, che ha un unico obiettivo: promuovere la musica di qualità non tenendo conto di alcun confine di genere. Claudio Ferrarini porta la sua esperienza di oltre 250 cd di musica classica nell’ambito contemporaneo mantenendo una sola parola: eccellenza. Eccellenza in ogni parte del prodotto finale dalle composizioni s

celte alla qualità dei musicisti e delle loro esecuzioni, dalla registrazione al mixaggio al mastering. Il produttore Giovanni Amighetti di Arvmusic si unisce ad Artesonora in questa nuova ed entusiasmante avventura portando la sua esperienza nel saper registrare qualsiasi tipo di sonorità e musica in ogni situazione e regione del mondo. Arte Sonora is a recording label owned by master musician Claudio Ferrarini that has one main goal:
promote quality music over any defined boundary. Claudio Ferrarini brings his experience of over 250 classical music vinyl and cds to every genre and non-genre of nowadays contemporary world music, mantaining just one word: Excellence. Excellence on every part of the final product from compositions to musicians’ ex*****on, from recording to mixing and mastering. Arvmusic producer Giovanni Amighetti joins Artesonora in this new and exciting adventure bringing his experience in recording any kind of music in any region of our world.

Oggi, a distanza di centosette anni dalla tua nascita, Maestro Severino Gazzelloni sento il bisogno profondo di dirti gr...
09/01/2026

Oggi, a distanza di centosette anni dalla tua nascita, Maestro Severino Gazzelloni sento il bisogno profondo di dirti grazie. Non è un grazie di circostanza, né una formula rituale: è un atto di riconoscenza che nasce ogni volta che monto il flauto, che appoggio le labbra sull’oro e sento, prima ancora del suono, la tua presenza. È lì che comincia tutto. È lì che continui a insegnarmi.

Il flauto che suono è lo stesso strumento d’oro che tu hai reso voce, pensiero, respiro del Novecento. Non l’ho mai abbandonato, e mai lo abbandonerò, anche se il mondo corre verso materiali nuovi, meccaniche moderne, promesse di perfezione. Io resto fedele a quell’oro non per nostalgia, ma per verità: perché in quell’oro vive una storia, una disciplina, una visione del suono che non invecchia. Ogni vite serrata, ogni chiave che si muove, è un gesto che ripete il tuo. È una stretta di mano silenziosa che attraversa il tempo.

Ti vidi per la prima volta al Teatro Regio di Parma. Ricordo ancora l’emozione: non era solo l’ammirazione per un grande interprete, ma la sensazione netta di trovarmi davanti a un destino possibile. In quel momento compresi che il flauto non era semplicemente uno strumento, ma una via. Appena ne ebbi la possibilità, iniziai a suonarlo con serietà, con dedizione, con quella fame che appartiene solo a chi ha intravisto una luce e non vuole più perderla. Tu eri quella luce.

Essere Maestro, ho capito grazie a te, non significa solo trasmettere una tecnica impeccabile o un repertorio sterminato. Maestro vuol dire insegnare come stare dentro la musica. Come affrontare Bach senza retorica, Mozart senza manierismi, il repertorio contemporaneo senza paura. Vuol dire insegnare che il passato non è un museo e il presente non è un capriccio, ma due poli che dialogano attraverso l’onestà del suono. Da te ho imparato che ogni pagina va rispettata, ma mai imbalsamata; che ogni nota va amata, ma mai addolcita per compiacere.

Da Severino ho imparato moltissime cose: il controllo del fiato come disciplina interiore, l’articolazione come chiarezza del pensiero, il fraseggio come atto morale. Ma soprattutto ho imparato il coraggio. Il coraggio di portare il flauto dove non era mai stato, di parlare con i compositori del proprio tempo, di chiedere musica nuova, di rischiare l’incomprensione pur di restare fedeli a un’idea. Quel coraggio oggi lo sento ancora vibrare dentro il mio strumento. Dentro il mio flauto c’è ancora la tua voce: non come eco lontana, ma come presenza viva che mi accompagna in ogni scelta interpretativa.

Quando registro, quando salgo su un palco, quando affronto una partitura sconosciuta, so che non sono solo. La tua lezione non è mai stata dogmatica; era un invito a pensare, a cercare, a non accontentarsi. Per questo la tua eredità non pesa: illumina. E se oggi posso guardare indietro a 650 album, so che non sono una collezione di numeri, ma un cammino. Un cammino che testimonia la tua immensa bravura non perché ti imiti, ma perché continuo a dialogare con te attraverso il suono.

Grazie Maestro, perché mi hai regalato una fetta della tua anima. Non me l’hai consegnata come un oggetto prezioso da conservare in una teca, ma come un seme da coltivare. Ogni volta che il flauto canta, quel seme germoglia di nuovo. E così, a centosette anni dalla tua nascita, il tuo respiro non si è fermato: continua a scorrere nell’oro, nel fiato, nella musica che ancora nasce.
Grazie, Maestro. Continuerò a portarti con me, nota dopo nota, finché il suono avrà qualcosa da dire.

Albertino è la terra della libertà.Albertino teneva il libro tra le mani come si tiene una cosa viva. Le pagine odoravan...
08/01/2026

Albertino è la terra della libertà.

Albertino teneva il libro tra le mani come si tiene una cosa viva. Le pagine odoravano di carta antica e di vento lontano, come se dentro ci fosse nascosta una prateria intera. Era un libro che parlava della storia dell’America, e Albertino lo aveva aperto per curiosità, senza sapere che quelle righe gli avrebbero attraversato il cuore come una domanda senza risposta.

Scoprì che, prima delle città e delle strade dritte come righelli, quella terra immensa era abitata dagli Indiani. Vivevano in equilibrio con i fiumi, parlavano con gli alberi, ringraziavano la terra prima di camminarci sopra. Non erano ospiti: erano parte del respiro stesso di quel mondo. Albertino si fermò, guardando fuori dalla finestra. Il cielo era lo stesso cielo di sempre, eppure gli sembrava più grande, come se anche lui stesse ascoltando.

Poi arrivavano le pagine più difficili. Gli emigranti, il desiderio di possedere, di tracciare confini dove prima c’erano solo sentieri. Le parole raccontavano di territori presi, di popoli spazzati via, di promesse dimenticate. Albertino sentì un nodo stringergli il petto. “Com’è possibile?” pensò. “Com’è possibile che qualcuno creda di poter prendere tutto, come se il mondo fosse un oggetto e non una casa?”

Continuando a leggere, scoprì qualcosa che lo ferì ancora di più: non bastò togliere la terra a chi era in pochi, si decisero anche a rendere schiavi altri esseri umani, portati da lontano, costretti a lavorare gratis, privati del nome e della dignità. Albertino chiuse il libro per un momento. Il silenzio della stanza diventò denso, come prima di una tempesta. “Come può esistere una cattiveria così grande?” si chiese. “Come può un cuore dimenticare di essere cuore?”

Si sedette sul pavimento, con le ginocchia raccolte, e lasciò che i pensieri scorressero liberi. Gli sembrava assurdo che su un pianeta unico, che gira nello spazio come una nota sospesa, qualcuno avesse deciso che altri valevano meno. La Terra non fa differenze, pensò. Il sole illumina tutti allo stesso modo. La pioggia non chiede chi sei prima di cadere.

Albertino amava la musica, e come sempre trovò lì la sua risposta. In un’orchestra ogni nota è diversa: ce n’è una acuta, una grave, una che vibra piano. Ma nessuna comanda sulle altre. Se una sola nota volesse essere tutto, la musica morirebbe. È proprio l’armonia delle differenze a creare la bellezza. “Siamo nati per essere uguali,” sussurrò, “uguali nel valore, diversi nel suono.”

Riaprì il libro con più dolcezza. Capì che la storia insegna, anche quando fa male. Insegna cosa accade quando si dimentica la condivisione. E allora fece una promessa silenziosa: crescere ricordando che questo pianeta non si possiede, si condivide. Che la vera gioia nasce solo quando ogni essere umano può suonare la propria nota, libero, dentro la grande musica del mondo.

E per la prima volta, quel libro non gli sembrò più solo un racconto del passato, ma una lettera urgente scritta al futuro.

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L’albero della luceAlbertino camminava piano nella verde pianura, là dove il fiume Po allunga il suo respiro vicino a Zi...
05/01/2026

L’albero della luce

Albertino camminava piano nella verde pianura, là dove il fiume Po allunga il suo respiro vicino a Zibello e il vento, discreto, sembra custodire i segreti della terra. L’erba era ancora umida del mattino e la valle si stendeva davanti a lui come una frase non ancora pronunciata, lunga, silenziosa, in attesa di senso. Ogni passo era un ascolto.

A un tratto si fermò. Davanti a lui, due alberi emergevano dal paesaggio come presenze antiche. Una leggera brina li ricopriva, sottile come un pensiero appena nato. I rami, irrigiditi dal freddo, sembravano scolpiti nel tempo, statue vive che riflettevano la luce pallida del giorno. Albertino ebbe l’impressione che quegli alberi non stessero semplicemente ricevendo la luce, ma la stessero restituendo al mondo, trasformata, più gentile.

Pensò allora che la luce è come la musica. Non si lascia afferrare, eppure avvolge tutto. Rimbalza sulle cose, crea echi invisibili, entra nelle persone e le cambia senza chiedere permesso. Come una melodia lontana che improvvisamente riconosci come tua. La luce, come la musica, non possiede nulla, ma dona tutto.

Albertino si sedette sull’argine, stringendosi nel cappotto. Guardava i due alberi e sentiva che ogni essere vivente porta in sé una luce, piccola o grande che sia. Una luce che non serve per brillare sopra gli altri, ma per riflettere l’anima e illuminare ciò che ci sta intorno. Quando questa luce è sincera, anche il mondo sembra diventare più vero.

Gli venne allora un pensiero più grande di lui, ma leggero come il vento: forse la musica è la luce di un Dio che non ha volto, ma coscienza. Un Dio che non comanda, ma ascolta. Una presenza che non giudica, ma trasforma. Una vibrazione che attraversa le cose e le rende capaci di bellezza. In quel silenzio, Albertino sentiva che nulla è separato: l’albero, il fiume, il vento, il suo respiro.

Capì che non c’è nulla di più bello che guardare un albero. Gli alberi sanno indicare la direzione della luce senza mai trattenerla. La raccolgono, la filtrano, la offrono di nuovo al cielo e alla terra. Così, pensò Albertino, dovrebbero fare anche gli uomini: raccogliere la luce dove cade, orientarla con cura e puntarla verso ogni cosa, perché tutto possa essere trasformato.

Prima di riprendere il cammino, Albertino ringraziò in silenzio. Ringraziò il mondo per la luce, per gli alberi, per il vento che parla piano. E capì che, se davvero ascolti, non puoi sentire altro che una musica di pace e di gioia dentro ogni cosa. Una musica che non fa rumore, ma resta. Come la luce. Come l’amore. 💛

https://open.spotify.com/track/10z8iPBYevV8up7MDEVSSw?si=1nRnDr5nSA-F-w9J93q69Q

https://music.apple.com/it/album/max-richter-the-trees-arr-for-ring-flute-harp/1864214958

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2026 – Prima delle parole, il canto.Prima di ogni gesto, l’amore.L’anno che se ne va non chiude una porta:si dissolve co...
31/12/2025

2026 – Prima delle parole, il canto.
Prima di ogni gesto, l’amore.

L’anno che se ne va non chiude una porta:
si dissolve come nebbia al primo sole,
lasciando sull’erba le orme dei nostri passi
e nell’aria l’eco di ciò che siamo stati.
È stato un anno fatto di respiri lunghi,
di silenzi che hanno insegnato più delle parole,
di note posate con cura, come semi affidati alla terra
senza sapere quando avrebbero fiorito.

Ora lo salutiamo così, senza rumore,
come si fa con un amico caro alla stazione:
con gratitudine negli occhi
e una promessa non detta nel cuore.

Tu mi conosci,
io credo che il vento parli con le mani.
Con le mani che lavorano, che scrivono, che accarezzano,
che suonano per tenere insieme il mondo.
E il vento di quest’anno ci ha parlato spesso:
ci ha ricordato che l’intelligenza, senza amore, diventa lama;
che la giustizia, senza amore, non guarisce;
che il successo, senza amore, è solo rumore lontano.
Ci ha sussurrato che la fede, senza amore, smarrisce il volto umano
e che la vita, senza amore e senza musica,
resta muta anche quando grida.

Per questo abbiamo scelto l’amore come tonalità,
la musica come lingua franca dell’anima.
Non per brillare un istante,
ma per restare.
Dietro di noi non vogliamo lasciare gesti vanitosi,
ma note:
note che sappiano attendere,
che tornino a bussare quando qualcuno ne avrà bisogno,
che accompagnino una gioia improvvisa
o tengano compagnia a un dolore che non trova nome.

In questo cammino, voi siete stati respiro e senso.
650 album non sono una vetta,
ma una costellazione:
ognuno acceso dall’ascolto di qualcuno,
ognuno vivo perché accolto.
Grazie a chi ha ascoltato in silenzio,
a chi ha condiviso,
a chi ha portato la musica in un viaggio, in una casa, in un momento fragile.
Siete voi la vera armonia.

E ora il nuovo anno ci viene incontro
come una pagina bianca che profuma di futuro.
Non gli chiediamo di essere facile,
ma di essere vero.
Che il 2026 ci trovi più lenti e più profondi,
più capaci di amore che di giudizio,
più attenti al battito dell’altro che al nostro riflesso.
Che il lavoro sia servizio,
la bellezza verità,
la semplicità una scelta luminosa.
Che la musica continui a fare ciò che sa fare meglio:
tenere accesa la luce quando il mondo sembra dimenticarla.

Con le parole di una grande madre nel cuore
e il vento tra le mani,
vi auguriamo un anno nuovo che sappia cantare.
Buon cammino, buona gioia, buona musica.
Buon 2026 a tutti voi.
Vi voglio bene.

https://open.spotify.com/track/3rWrkTo1rHUbcxtHcvJ3nn?si=_LBzvz-1TW-a3QJUAsr4fg

https://music.apple.com/it/album/ennio-morricone-a-legend-woven-in-sound/1860922599

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INFINITE LIGHTC’è un istante, nel silenzio del mondo, in cui una scintilla prende forma. Un punto infinitesimale, fragil...
26/12/2025

INFINITE LIGHT

C’è un istante, nel silenzio del mondo, in cui una scintilla prende forma. Un punto infinitesimale, fragile eppure eterno, che vibra in un respiro luminoso. È da questa origine misteriosa che nasce Infinite Light, il nuovo viaggio sonoro di Claudio Ferrarini, un canto senza tempo che si posa tra fiaba, spiritualità e memoria popolare.
Il brano si apre come un’alba: una vibrazione tenue, quasi un richiamo. I flauti, moltiplicati in un coro trasparente, disegnano la prima traiettoria della luce. È un passo timido, ma determinato, che si solleva dalle profondità dell’oscurità per trovare la propria via nell’universo. La melodia sembra provenire da un luogo antico: è l’eco delle musiche del mondo, un intreccio di culture e tradizioni che Claudio riunisce in un’unica voce. È il linguaggio della terra, quello che parla al cuore, alla pelle, alle emozioni più primitive.
La luce avanza. Non corre, non fugge: danza. Ogni suono è un movimento, una sfumatura, un riflesso. Il flauto costruisce un ponte tra cielo e interiorità, tra memoria e rivelazione. La musica si inabissa nelle profondità della ricerca timbrica, sfiorando l’idea di un suono continuo, una corrente che attraversa l’ascoltatore e lo riporta al proprio centro. In questa continuità il tempo sembra sospeso, come se l’universo avesse deciso di trattenere il respiro per ascoltare.
E proprio in questo spazio rarefatto, la luce rivela la sua storia. È una luce che non abbaglia per ferire, ma per indicare. Una luce che non pretende, ma guida. Una luce che nasce infinitamente, e infinitamente si dona. È per questo che la musica trova il suo posto oltre la soglia del Natale: dopo la nascita di Gesù, quando il mondo si fa più sensibile, più fragile, più disponibile alla speranza. Qui Infinite Light diviene la cometa. Una stella di bellezza che solca il cielo per mostrare un cammino di pace, di condivisione, di fraternità umana. La sua luminosità non è un fenomeno naturale: è un atto d’amore.
Man mano che il percorso si allunga, i flauti si moltiplicano come raggi: ora sono voci eteree, ora cori antichi, ora respiri che diventano preghiera. Ognuno racconta un frammento del viaggio, un angolo dell’infinito, una piega segreta dell’anima. Claudio Ferrarini li guida come un narratore che conosce il sentiero, ma lascia che l’ascoltatore ne scopra la meraviglia passo dopo passo.
La musica si espande, si restringe, cerca, trova. Entra negli spazi più intimi e profondi, scava nella memoria invisibile che tutti portiamo dentro, lì dove la luce non è mai stata spenta, solo nascosta. Ed è in questo incontro, in questa rivelazione silenziosa, che Infinite Light compie la sua promessa: ricordarci che siamo attraversati da un chiarore che nessuna notte può soffocare.
Il brano termina come era iniziato: con un soffio. Ma ora quel soffio non è più fragile. È un seme di luce pronto a rinascere in chi ascolta. Un invito a portare nel mondo ciò che la musica ha risvegliato: un desiderio autentico di pace, una visione più ampia, un cammino che continua verso l’infinito.
Perché la luce, quando è vera, non si ferma mai.

https://open.spotify.com/intl-it/album/5MxZqjgqYInonXivC8jy9E?si=awyzUcVWQveT6WdKLr8HGg

https://music.apple.com/it/album/claudio-ferrarini-infinite-light-single/1860878264

https://music.amazon.it/albums/B0G6GHS7LW?ref=dm_sh_uWsuvh8KkmQvbEmEjbwDoGogw





Buon Natale Mondo🎄Nel tempo sospeso del Natale, quando il silenzio sembra farsi più attento e la luce ritorna a farsi st...
24/12/2025

Buon Natale Mondo🎄

Nel tempo sospeso del Natale, quando il silenzio sembra farsi più attento e la luce ritorna a farsi strada tra le ombre, la musica di Ennio Morricone risuona come un augurio profondo e universale. Non è soltanto musica: è un respiro collettivo, un canto dell’anima che attraversa i confini delle fedi, delle culture e delle storie personali, per ricordarci ciò che davvero siamo.

Nelle sue melodie abita una luce che rinasce. Una luce discreta ma tenace, capace di illuminare anche gli angoli più nascosti del cuore umano. Morricone ci ha insegnato che l’armonia non è mai solitaria: nasce sempre dall’incontro, dall’ascolto reciproco, dal dialogo tra voci diverse. È per questo che la sua musica parla a tutti, credenti e non, perché racconta una verità che precede ogni credo: siamo parte di un unico grande universo, legati da un filo invisibile che vibra all’unisono.

Il Natale, così come la sua musica, diventa allora un invito alla rinascita interiore. Un tempo in cui riscoprire che in ognuno di noi vive la forza del mondo, una scintilla capace di generare bellezza, compassione e speranza. Le sue note ci ricordano che la gioia non è mai completa se resta chiusa in se stessa: chiede di essere condivisa, donata, moltiplicata nello sguardo dell’altro.

Perché la vita, come ci suggerisce la sua musica, senza l’altro sarebbe davvero un errore. È nella relazione che troviamo senso, è nel camminare insieme che la luce diventa più intensa. Con questo spirito, auguro a tutti un Natale colmo di ascolto, di luce interiore e di quella musica silenziosa che ci rende, semplicemente, umani.

Merry Christmas 🎄

In the suspended time of Christmas, when silence seems to listen more carefully and light slowly finds its way back through the shadows, the music of Ennio Morricone resonates as a profound and universal blessing. It is not merely music: it is a collective breath, a song of the soul that crosses the boundaries of faiths, cultures, and personal histories, reminding us of who we truly are.

Within his melodies lives a reborn light. A gentle yet resilient light, capable of illuminating even the most hidden corners of the human heart. Morricone taught us that harmony is never solitary: it is always born from encounter, from mutual listening, from the dialogue between different voices. This is why his music speaks to everyone, believers and non-believers alike, because it tells a truth that precedes any creed: we are part of a single, vast universe, connected by an invisible thread that vibrates in unison.

Christmas, like his music, thus becomes an invitation to inner rebirth. A time to rediscover that within each of us lives the strength of the world itself, a spark capable of generating beauty, compassion, and hope. His notes remind us that joy is never complete when it remains closed within itself; it longs to be shared, offered, multiplied through the gaze of another.

Because life, as his music gently teaches us, would truly be a mistake without the other. It is within relationship that we find meaning, and it is by walking together that light becomes brighter. With this spirit, I wish everyone a Christmas filled with listening, inner light, and that silent music that simply makes us human. 🌟🎶

https://open.spotify.com/album/15ibpZxhUWPTxpOSMOin3l?si=dCNujKBOT7WXfSat17TKuQ

https://music.apple.com/it/album/ennio-morricone-the-legend-that-sings-beyond-time/1857602915

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Albertino e la slitta della felicità. Nella bassa parmense la pianura si stendeva come un grande foglio bianco, senza ri...
22/12/2025

Albertino e la slitta della felicità.

Nella bassa parmense la pianura si stendeva come un grande foglio bianco, senza righe né confini, dove il cielo sembrava aver deciso di riposarsi. Albertino camminava tra i campi innevati con le mani in tasca e il cuore leggero. Era vicino il Natale, eppure nella sua stanza non c’era l’albero. Non perché mancasse lo spazio, ma perché quello spazio era diventato un pensiero: un dono silenzioso per bambini che di luci ne avevano viste poche. Albertino aveva scoperto che rinunciare a qualcosa può essere un modo segreto per ricevere di più.

Dopo la nevicata, l’argine del Po era diventato una lunga strada di zucchero. La slitta scivolava lenta all’inizio, poi sempre più veloce, mentre il vento gli scompigliava i capelli come se volesse raccontargli un segreto. Albertino rideva, perché scendere era bello, ma risalire lo era ancora di più: gli dava il tempo di guardare il mondo.

Quel pomeriggio, però, sull’argine regnavano Corsetto e Trampolino. Due ragazzi grandi, con voci grosse e cuori stretti. Avevano deciso che la discesa era cosa loro e che chi voleva usarla doveva pagare. Nessuno osava dire nulla: la loro stazza sembrava una montagna, e le montagne, si sa, fanno paura quando non si conoscono.

Albertino li guardò senza rabbia. Pensò che forse erano freddi dentro, più della neve sotto i piedi. Cercò Beatrice, che arrivò con il sorriso e una sciarpa colorata. Insieme decisero che non era importante scendere dall’argine, se si poteva salire più in alto in un altro modo. Si misero a cantare. Beatrice guidava come una piccola direttrice d’orchestra invisibile, e Albertino danzava, facendo girare la slitta come fosse un pianeta.

I bambini si avvicinarono uno dopo l’altro. Le voci si unirono, le mani batterono il tempo, le risate si fecero calde come una stufa accesa nel mezzo del campo. La neve ascoltava, il fiume pure.

Corsetto e Trampolino rimasero soli. Nessuno li guardava più. Non c’erano slitte da fermare, né monete da chiedere. Solo il freddo e un canto lontano che non era fatto per escludere, ma per accogliere. Se ne andarono piano, senza rumore, come chi ha capito qualcosa ma non sa ancora dirlo.

Albertino osservò la pianura. Capì che si può essere ricchi di cose e poveri di sorrisi, oppure avere poco e sentirsi immensi. Perché la felicità, pensò, non ama stare da sola. E quando la condividi, diventa più grande di qualunque argine.

https://open.spotify.com/album/2taUcw1R1JmuArjpBFE8yH?si=0d8LP945TsSVfjt5giOwxQ

https://music.apple.com/it/album/ennio-morricone-le-vent-le-cri-love-theme-arr-for-flutes/1855476951

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Albertino e la neve.C’era una volta, nella bassa Parmense dove la terra respira piano e l’orizzonte sembra non finire ma...
18/12/2025

Albertino e la neve.

C’era una volta, nella bassa Parmense dove la terra respira piano e l’orizzonte sembra non finire mai, un bambino di nome Albertino. Quella mattina si svegliò prima del sole, chiamato non da una sveglia ma dal canto leggero degli uccellini, che sembravano parlare solo a lui. Aprì gli occhi color prato, quegli occhi che sanno vedere ciò che gli adulti dimenticano, e subito capì che qualcosa di straordinario era accaduto durante la notte.

La neve.
La prima neve dell’anno.

Si era posata sull’erba con una delicatezza infinita, come se avesse chiesto permesso alla terra prima di toccarla. Albertino rimase qualche istante immobile, sotto le coperte, osservando quel bianco nuovo che trasformava il mondo in una pagina ancora da scrivere. Poi, senza fare rumore per non svegliare i sogni della casa, infilò gli scarponcini, il cappotto troppo grande e uscì.

Fuori, il freddo e il silenzio camminavano insieme. Il vento soffiava piano, come un pensiero che non vuole disturbare. Albertino mise un piede nella neve e poi l’altro, e sentì sotto le suole un lieve scricchiolio, l’unica voce rimasta. Tutto il resto taceva. Quel silenzio era grande, vasto, profondo: un silenzio grande come una montagna, anche se lì le montagne non c’erano.

Albertino pensò che la neve fosse una coperta gentile. Una coperta che avvolgeva campi, case, alberi e perfino i rumori, chiedendo loro di parlare più piano. “La terra sta dormendo,” si disse, “e noi dobbiamo rispettarla.”

Ma dentro il suo cuoricino, che era piccolo e coraggioso, nacque un pensiero improvviso che lo fece tremare. Se il silenzio era così totale, così assoluto, forse assomigliava a ciò che viene dopo. Alla morte.
“Quando tutto finisce,” si chiese, “diventa così? Non si sente più nulla?”

Si fermò. Il mondo sembrava trattenere il respiro. Albertino ebbe un po’ paura, come quando si entra in una stanza buia senza sapere cosa c’è. Ma proprio in quel momento accadde qualcosa.

Su un ramo piegato di un salice piangente, un pettirosso comparve come un punto di fuoco nel bianco. Gonfiò il petto e iniziò a cantare. Non era un canto qualunque: era una melodia limpida, semplice, necessaria. Nel silenzio della pianura, quella voce diventò immensa, come se attraversasse tutto lo spazio.

Albertino sorrise. Capì allora che il silenzio non è vuoto, ma attesa. È lo spazio che permette alle cose di diventare grandi. Anche una nota piccola, se amata dal silenzio, può diventare una montagna.

E pensò che forse, quando arriverà quell’ultima compagna di viaggio, nulla andrà perduto. Al contrario: ogni suono, ogni luce, ogni amore si amplificherà per incanto. Come il canto del pettirosso sulla neve. Come il sole che una montagna non può nascondere.

https://open.spotify.com/track/7nJrPlGffS5R5usqbRyc1J?si=wKPwvM2xSBOaDZXT_wg5qg

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Albertino e l’Albero InvisibileEra dicembre, e l’aria profumava di fiato di stelle. Albertino camminava piano, come se v...
11/12/2025

Albertino e l’Albero Invisibile
Era dicembre, e l’aria profumava di fiato di stelle. Albertino camminava piano, come se volesse ascoltare il rumore segreto dei fiocchi che ancora non cadevano. Ogni anno, in quel tempo sospeso, egli andava in cerca di un abete per fare l’albero di Natale. Ma quel dicembre aveva portato con sé un pensiero nuovo, sottile come una piuma e forte come una promessa.
«Non voglio tagliare un abete vero» mormorò, «e nemmeno comprarne uno finto. La natura non è un gioco da usare e riporre.»
Allora si fermò, chiuse gli occhi e vide un albero che non cresceva nei boschi, né usciva da una fabbrica. Era un albero che sbocciava nella mente, come una poesia. Lo immaginò pieno di colori, di fili d’oro e di sogni. Ma soprattutto lo riempì di buoni propositi: gentilezza, ascolto, speranza, piccoli gesti che accendono luci invisibili.
Mentre camminava, incontrò Beatrice, la bambina direttrice del coro della chiesa. Aveva occhi che brillavano come una nota musicale appena nata.
«Albertino!» esclamò. «Devi vedere il mio albero! È il più bello che abbia mai fatto!»
Lo prese per mano e lo condusse nella sala del coro. Lì, l’abete di Beatrice era una cascata di luci e p***e colorate. Lei si mise davanti e con gesti grandi e teatrali mosse le luci come se dirigesse un’orchestra di stelle. E l’albero, quasi obbediente, rispose: tintinnii, bagliori, melodie appena accennate.
«E tu, Albertino?» chiese con impazienza. «Com’è il tuo albero?»
Albertino restò in silenzio. Poi mise una mano nella tasca della giacca e ne tirò fuori una busta consumata. La aprì con delicatezza, come si fa con qualcosa di sacro. Dentro c’era una lettera: l’avevano scritta alcuni bambini di un orfanotrofio. Ringraziavano Albertino per i soldi ricevuti per festeggiare il loro Natale, per avere regalato loro una giornata diversa, piena di colori.
Albertino sorrise e disse piano:
«Vedi, Beatrice… io l’albero non l’ho fatto. Con i soldi che avrei speso ho regalato un sogno a chi di sogni ne ha pochi e non colorati. Questo è il mio albero: un albero che vive nei gesti e nelle persone, non nei rami.»
Beatrice rimase immobile, come colpita da una luce nuova. Poi tornò al suo albero scintillante, raccolse alcuni dei doni appesi e li avvicinò a Albertino.
«Allora,» disse con un sorriso grande, «fammi partecipe del prossimo albero che faremo insieme. Voglio imparare a far brillare anche quelli invisibili.»
Albertino annuì. E per un attimo, nella stanza, le luci dell’abete sembrarono salutare quell’accordo tenero.
E così, in quel Natale, nacque un albero che nessuno poteva vedere, ma che tutti potevano sentire: un albero che cresceva in due cuori, e forse, senza saperlo, anche nel mondo intero.

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