13/05/2026
GARLASCO, IL PROCESSO MEDIATICO E IL GARANTISMO A GIORNI ALTERNI
di Alessandra De Guilmi
Il caso di Garlasco è diventato, da diciotto anni, una sorta di serie infinita. Puntate quotidiane su giornali, televisioni e social. Cambiano gli ospiti, cambiano gli studi televisivi, ma la trama resta sempre la stessa: qualcuno che spiega con assoluta sicurezza chi è il colpevole.
Non un dubbio. Non un tentennamento. Non una pausa di riflessione.
Una certezza granitica.
Il problema è che quella certezza, per molti, è arrivata ben prima delle sentenze. Per Alberto Stasi la prigione, quella pubblica e mediatica, è iniziata anni prima di quella reale. Prima degli undici anni di condanna stabiliti dai giudici.
Per anni è stato indicato come l’unico possibile assassino sulla base di elementi definiti “probabili”. Ora, la parola è curiosa: probabile. Nel linguaggio comune suona quasi convincente. Nel diritto penale, invece, dovrebbe far scattare un campanello d’allarme.
Perché quando si decide della libertà di una persona, il “probabile” dovrebbe essere l’anticamera dell’assoluzione, non della condanna.
Il codice di procedura penale, all’articolo 192, è piuttosto chiaro: una condanna basata su indizi è possibile solo se questi sono gravi, precisi e concordanti. Non basta un mosaico di sospetti. Ogni tessera deve reggere da sola e incastrarsi perfettamente con le altre.
Eppure, a rivedere gli indizi che hanno portato alla condanna di Stasi, senza dimenticare quella mediatico-televisiva, arrivata molto prima, qualche domanda viene spontanea.
L’impronta di una scarpa numero 42 compatibile con un modello piuttosto diffuso. Una scarpa mai ritrovata. L’assenza di tracce biologiche certe dell’imputato nel sangue della vittima dentro la casa. Ricostruzioni della dinamica dell’omicidio basate su ipotesi. La bicicletta di Stasi che una testimone non riconosce come quella dell’uomo visto uscire dall’abitazione.
Indizi discussi, fragili, controversi.
Ma nel frattempo, fuori dalle aule di tribunale, il processo parallelo correva veloce. Criminologi, psicologi, esperti di ogni genere analizzavano Stasi al microscopio. Il suo carattere, le sue reazioni, il suo modo di parlare, di vestire, di respirare.
Una vivisezione pubblica.
Poi, a distanza di anni, iniziano ad affiorare dubbi sulle indagini. Zone d’ombra. Errori possibili. Persino il sospetto che un ufficiale dei carabinieri possa aver manipolato o omesso elementi per proteggere Andrea Sempio. Circostanza oggi al vaglio degli inquirenti.
Nel frattempo emergono altri dettagli poco rassicuranti.
Indagini nella casa della vittima condotte in modo discutibile. La teoria del lavabo del bagno dove l’assassino avrebbe lavato via il sangue con una precisione quasi chirurgica. Peccato che nel lavandino ci fossero capelli e altri residui che difficilmente si conciliano con una pulizia così perfetta.
Diversi osservatori hanno poi evidenziato altri problemi: possibile contaminazione della scena del crimine, raccolta incompleta delle tracce, oggetti mai analizzati. Il tappetino della cucina. Il secchiaio. Persino alcune tracce di sangue.
Dettagli non proprio secondari in un’indagine per omicidio.
Ma la domanda più inquietante è un’altra: cosa succede quando un’indagine si convince troppo presto di avere già il colpevole?
Succede che tutte le altre strade diventano invisibili.
Solo oggi, infatti, l’attenzione investigativa si concentra con maggiore decisione su Andrea Sempio. E anche qui emergono particolari curiosi.
Il famoso biglietto del parcheggio che dovrebbe dimostrare la sua presenza altrove. Conservato per anni come una reliquia. Una prova a discarico pronta all’uso.
Ora, ognuno gestisce i propri cassetti come preferisce. Ma viene da chiedersi: quanti di noi conservano i biglietti del parcheggio per anni nel caso un giorno vengano accusati di omicidio?
Poi c’è la questione della scarpa: indicata come numero 44, ma che risulterebbe essere una 42. La stessa misura dell’impronta trovata nella casa della vittima.
E ancora: la conoscenza dell’orario dell’omicidio. Conversazioni inquietanti in cui Sempio dialogherebbe con sé stesso su cosa dire dell’accaduto, su cosa dire della vittima, su come spiegare alcune dinamiche della scena del crimine.
Tutto questo significa che Sempio è l’assassino? No. Sarebbe irresponsabile dirlo.
Ma solleva interrogativi.
Soprattutto se, accanto a questi elementi, emergono atteggiamenti misogini, fantasie violente e una visione estremizzata dei rapporti tra uomini e donne.
Ed è qui che la storia assume contorni quasi paradossali.
Gli stessi commentatori che per anni hanno sostenuto con sicurezza assoluta la colpevolezza di Stasi oggi invitano alla prudenza. Parlano di garantismo. Mettono in guardia dal rischio di trasformare un’indagine in un “processo alla personalità”.
Tutto giusto. Tutto condivisibile.
Solo che viene spontaneo chiedersi dove fosse questo improvviso garantismo negli anni in cui Stasi veniva analizzato nei salotti televisivi come un caso clinico.
Due pesi e due misure.
Da una parte la certezza. Dall’altra la prudenza.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché tanta sicurezza contro Stasi e tanta cautela verso Sempio?
Forse perché cambiare opinione non è facile. Soprattutto quando per anni si è sostenuta una tesi davanti alle telecamere, nei libri, nei dibattiti pubblici.
Ammettere di essersi sbagliati richiede coraggio.
Molto più semplice è continuare a difendere la propria versione dei fatti.
Anche quando i fatti iniziano a raccontare una storia più complicata.
E così, mentre la verità giudiziaria continua a muoversi lentamente, il dibattito pubblico sembra difendere non tanto la ricerca della verità quanto la reputazione di chi, per anni, quella verità l’ha raccontata come se fosse già scritta.
Il problema è che nei processi, quelli veri, le certezze dovrebbero arrivare alla fine.
Non all’inizio.