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GARLASCO, IL PROCESSO MEDIATICO E IL GARANTISMO A GIORNI ALTERNIdi Alessandra De GuilmiIl caso di Garlasco è diventato, ...
13/05/2026

GARLASCO, IL PROCESSO MEDIATICO E IL GARANTISMO A GIORNI ALTERNI
di Alessandra De Guilmi

Il caso di Garlasco è diventato, da diciotto anni, una sorta di serie infinita. Puntate quotidiane su giornali, televisioni e social. Cambiano gli ospiti, cambiano gli studi televisivi, ma la trama resta sempre la stessa: qualcuno che spiega con assoluta sicurezza chi è il colpevole.
Non un dubbio. Non un tentennamento. Non una pausa di riflessione.
Una certezza granitica.
Il problema è che quella certezza, per molti, è arrivata ben prima delle sentenze. Per Alberto Stasi la prigione, quella pubblica e mediatica, è iniziata anni prima di quella reale. Prima degli undici anni di condanna stabiliti dai giudici.
Per anni è stato indicato come l’unico possibile assassino sulla base di elementi definiti “probabili”. Ora, la parola è curiosa: probabile. Nel linguaggio comune suona quasi convincente. Nel diritto penale, invece, dovrebbe far scattare un campanello d’allarme.
Perché quando si decide della libertà di una persona, il “probabile” dovrebbe essere l’anticamera dell’assoluzione, non della condanna.
Il codice di procedura penale, all’articolo 192, è piuttosto chiaro: una condanna basata su indizi è possibile solo se questi sono gravi, precisi e concordanti. Non basta un mosaico di sospetti. Ogni tessera deve reggere da sola e incastrarsi perfettamente con le altre.
Eppure, a rivedere gli indizi che hanno portato alla condanna di Stasi, senza dimenticare quella mediatico-televisiva, arrivata molto prima, qualche domanda viene spontanea.
L’impronta di una scarpa numero 42 compatibile con un modello piuttosto diffuso. Una scarpa mai ritrovata. L’assenza di tracce biologiche certe dell’imputato nel sangue della vittima dentro la casa. Ricostruzioni della dinamica dell’omicidio basate su ipotesi. La bicicletta di Stasi che una testimone non riconosce come quella dell’uomo visto uscire dall’abitazione.
Indizi discussi, fragili, controversi.
Ma nel frattempo, fuori dalle aule di tribunale, il processo parallelo correva veloce. Criminologi, psicologi, esperti di ogni genere analizzavano Stasi al microscopio. Il suo carattere, le sue reazioni, il suo modo di parlare, di vestire, di respirare.
Una vivisezione pubblica.
Poi, a distanza di anni, iniziano ad affiorare dubbi sulle indagini. Zone d’ombra. Errori possibili. Persino il sospetto che un ufficiale dei carabinieri possa aver manipolato o omesso elementi per proteggere Andrea Sempio. Circostanza oggi al vaglio degli inquirenti.
Nel frattempo emergono altri dettagli poco rassicuranti.
Indagini nella casa della vittima condotte in modo discutibile. La teoria del lavabo del bagno dove l’assassino avrebbe lavato via il sangue con una precisione quasi chirurgica. Peccato che nel lavandino ci fossero capelli e altri residui che difficilmente si conciliano con una pulizia così perfetta.
Diversi osservatori hanno poi evidenziato altri problemi: possibile contaminazione della scena del crimine, raccolta incompleta delle tracce, oggetti mai analizzati. Il tappetino della cucina. Il secchiaio. Persino alcune tracce di sangue.
Dettagli non proprio secondari in un’indagine per omicidio.
Ma la domanda più inquietante è un’altra: cosa succede quando un’indagine si convince troppo presto di avere già il colpevole?
Succede che tutte le altre strade diventano invisibili.
Solo oggi, infatti, l’attenzione investigativa si concentra con maggiore decisione su Andrea Sempio. E anche qui emergono particolari curiosi.
Il famoso biglietto del parcheggio che dovrebbe dimostrare la sua presenza altrove. Conservato per anni come una reliquia. Una prova a discarico pronta all’uso.
Ora, ognuno gestisce i propri cassetti come preferisce. Ma viene da chiedersi: quanti di noi conservano i biglietti del parcheggio per anni nel caso un giorno vengano accusati di omicidio?
Poi c’è la questione della scarpa: indicata come numero 44, ma che risulterebbe essere una 42. La stessa misura dell’impronta trovata nella casa della vittima.
E ancora: la conoscenza dell’orario dell’omicidio. Conversazioni inquietanti in cui Sempio dialogherebbe con sé stesso su cosa dire dell’accaduto, su cosa dire della vittima, su come spiegare alcune dinamiche della scena del crimine.
Tutto questo significa che Sempio è l’assassino? No. Sarebbe irresponsabile dirlo.
Ma solleva interrogativi.
Soprattutto se, accanto a questi elementi, emergono atteggiamenti misogini, fantasie violente e una visione estremizzata dei rapporti tra uomini e donne.
Ed è qui che la storia assume contorni quasi paradossali.
Gli stessi commentatori che per anni hanno sostenuto con sicurezza assoluta la colpevolezza di Stasi oggi invitano alla prudenza. Parlano di garantismo. Mettono in guardia dal rischio di trasformare un’indagine in un “processo alla personalità”.
Tutto giusto. Tutto condivisibile.
Solo che viene spontaneo chiedersi dove fosse questo improvviso garantismo negli anni in cui Stasi veniva analizzato nei salotti televisivi come un caso clinico.
Due pesi e due misure.
Da una parte la certezza. Dall’altra la prudenza.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché tanta sicurezza contro Stasi e tanta cautela verso Sempio?
Forse perché cambiare opinione non è facile. Soprattutto quando per anni si è sostenuta una tesi davanti alle telecamere, nei libri, nei dibattiti pubblici.
Ammettere di essersi sbagliati richiede coraggio.
Molto più semplice è continuare a difendere la propria versione dei fatti.
Anche quando i fatti iniziano a raccontare una storia più complicata.
E così, mentre la verità giudiziaria continua a muoversi lentamente, il dibattito pubblico sembra difendere non tanto la ricerca della verità quanto la reputazione di chi, per anni, quella verità l’ha raccontata come se fosse già scritta.
Il problema è che nei processi, quelli veri, le certezze dovrebbero arrivare alla fine.
Non all’inizio.

IL "METODO CALENDA": SE NON SAI RECITARE, INSULTA JEFFREY SACHS E ATTACCA I BILANCI ALTRUIdi Massimiliano Di Federedazio...
18/04/2026

IL "METODO CALENDA": SE NON SAI RECITARE, INSULTA JEFFREY SACHS E ATTACCA I BILANCI ALTRUI

di Massimiliano Di Fede
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www.capitalradio.info

C’è una scena che, meglio di mille sondaggi al 3%, fotografa l’essenza di Carlo Calenda. Bisogna tornare indietro nel tempo, precisamente alla fiction Cuore diretta dal nonno Luigi Comencini. Ieri, durante un’intervista con Geppi Cucciari, Giuliana De Sio ha rinfrescato la memoria a tutti: Calenda, da bambino, era un attore "da cane". Ma c’era un dettaglio non trascurabile: era il nipote del regista. La De Sio lo dice con quel sarcasmo di chi, il mestiere, lo ha imparato sul campo e non per asse ereditario. Eppure, a distanza di decenni, sembra che il copione non sia cambiato: Carlo continua a recitare una parte che non gli appartiene, convinto che il pedigree familiare – tra nonni registi, madri scrittrici e padri influenti – basti a colmare le lacune di una carriera politica costellata di fallimenti.
L’ultima performance da "bullo di quartiere" è andata in scena a Piazzapulita. Vittima del suo livore, il professor Jeffrey Sachs. Per chi non lo sapesse, Sachs era il più giovane professore ordinario nella storia di Harvard quando Calenda probabilmente stava ancora cercando di capire come non farsi bocciare a scuola. Un economista chiamato per ben due volte dal governo ucraino per risollevare le sorti del Paese.

Ma per "l’enfant prodige" dei Parioli, Sachs è solo un "mentitore" che fa "propaganda putiniana". Un insulto gratuito lanciato in faccia a una delle menti più brillanti degli ultimi decenni, colpevole solo di portare complessità dove Calenda vede solo bianco o nero (o meglio, il rosso del sangue altrui versato per procura). È la solita tecnica: quando non hai argomenti per contrastare un gigante, provi a sgambettarlo urlando al "complotto del Cremlino".
Non potendo dimostrare – per ovvie ragioni di realtà – che Il Fatto Quotidiano riceve rubli da Mosca, Calenda ha deciso di improvvisarsi revisore contabile. La sua nuova missione? Convincere i follower che il giornale sia sull'orlo del fallimento. Peccato che, proprio stasera, un comunicato di Cinzia Monteverdi abbia rimesso i puntini sulle "i", spiegando con trasparenza la natura dei fondi e la gestione di un giornale che, a differenza di molti altri, non è legato a cordate industriali o partitiche.

Ma d'altronde, da uno che ha gestito il dossier Ilva da Ministro dello Sviluppo Economico lasciando dietro di sé solo macerie, incertezze e un disastro industriale senza precedenti, cosa ci si può aspettare? Calenda è l'uomo dei "disastri di successo": ovunque passi, dal Ministero ad Azione, riesce nell'impresa di sfasciare tutto per poi dare la colpa agli altri, solitamente ai "populisti" o ai "putiniani".
Il dramma di Calenda è la pretesa di dare lezioni di meritocrazia dall'alto di una carriera costruita sulle conoscenze di famiglia. Dalla Ferrari di Montezemolo (amico di famiglia) alle poltrone ministeriali, il percorso è stato sempre spianato. Oggi prova a costruire un consenso virtuale sui social, tra un tweet al vetriolo e una difesa d'ufficio dell'establishment, ma la realtà è quella descritta dalla De Sio: un attore che non regge la scena.

Caro Carlo, fare politica non è come recitare in una fiction del nonno. Qui, se reciti male, a pagare non è solo la critica cinematografica, ma un intero Paese che meriterebbe interlocutori più seri e meno bulli da salotto.

GAS RUSSO, LE PAROLE DI DESCALZI SONO UN BAGNO DI REALTA'di Massimiliano Di Federedazione@capitalradio.info L’Ad di Eni,...
16/04/2026

GAS RUSSO, LE PAROLE DI DESCALZI SONO UN BAGNO DI REALTA'
di Massimiliano Di Fede
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L’Ad di Eni, con il pragmatismo di chi deve far quadrare i conti energetici di una nazione, ha ammesso l'ovvio: senza i miliardi di metri cubi di gas russo, l'Italia rischia di finire in bancarotta

Il dietrofront dopo anni di tentativi di indipendenza da Mosca. Dal blog Sostenitore

La nostra Alessandra De Guilmi sul Fatto Quotidiano spiega perchè i giovani hanno fatto la differenza sul voto referenda...
29/03/2026

La nostra Alessandra De Guilmi sul Fatto Quotidiano spiega perchè i giovani hanno fatto la differenza sul voto referendario a favore del NO.
[email protected]

Il governo promette molto ma realizza poco per i giovani italiani, che non si lasciano ingannare da una semplice strategia comunicativa

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI DELMASTROdi Alessandra De Guilmiredazione@capitalradio.infowww.capitalradio.infoLa vicenda...
23/03/2026

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI DELMASTRO
di Alessandra De Guilmi
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La vicenda che coinvolge il Sottosegretario al Governo Meloni, Andrea Delmastro Delle Vedove, è ormai ampiamente nota e continua ad alimentare il dibattito pubblico, tra indignazione e interrogativi che meritano risposte chiare.
Un dato appare difficilmente contestabile: la vicinanza di Delmastro a persone legate alla famiglia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese. Un elemento che, da solo, imporrebbe cautela e trasparenza, soprattutto da parte di chi ricopre incarichi istituzionali.
Eppure, la linea difensiva sembra poggiare su una tesi sorprendente: l’assenza di consapevolezza. Possibile che un rappresentante delle istituzioni, impegnato – almeno sul piano dichiarato – nella lotta alla criminalità, non abbia ritenuto opportuno verificare i profili delle persone con cui intratteneva rapporti, anche societari? Possibile che basti una ricerca elementare per far emergere informazioni che, invece, sarebbero sfuggite a chi ha responsabilità pubbliche?
La questione si complica ulteriormente alla luce dei rapporti documentati tra Delmastro e lo stesso Caroccia, testimoniati da fotografie precedenti alla costituzione della società per la gestione del locale romano “Bisteccheria d’Italia”. Fotografie che immortalano anche il capo di gabinetto e braccio destro (lato più consono non poteva esserci) del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi. Un contesto che rende difficile sostenere la totale estraneità o inconsapevolezza.
A colpire non è soltanto il merito della vicenda, ma il riflesso politico e culturale che ne deriva. Si invoca, ancora una volta, la “leggerezza”: una giustificazione che rischia di trasformarsi in una formula ricorrente, utile a ridimensionare comportamenti che, in altri contesti, verrebbero giudicati con ben maggiore severità.
Ma può davvero la leggerezza assurgere a categoria giustificativa nella gestione della cosa pubblica? Può bastare a dissolvere dubbi che toccano il rapporto tra istituzioni e legalità?
Il punto, in fondo, è tutto qui: la distanza tra il rigore richiesto ai cittadini e quello – spesso più elastico – applicato a chi governa. Una distanza che, se non colmata, rischia di incrinare ulteriormente la fiducia nelle istituzioni.
Perché la legalità, per essere credibile, non può permettersi leggerezze.

REFERENDUM 22-23 MARZO: PERCHE' IL MIO  NO E' UNA SCELTA ETICA E TECNICAdi Massimiliano Di Fedewww.capitalradio.infoNel ...
18/03/2026

REFERENDUM 22-23 MARZO: PERCHE' IL MIO NO E' UNA SCELTA ETICA E TECNICA
di Massimiliano Di Fede
www.capitalradio.info

Nel 2016, di fronte al tentativo di Matteo Renzi, preso da un delirio di onnipotenza che lo portò a personalizzare il referendum per stravolgere l’architettura costituzionale, scelsi il NO.
Oggi, a dieci anni di distanza, ci ritroviamo davanti a una sfida analoga, ma ancora più insidiosa. Il referendum del 22 e 23 marzo non è solo una consultazione sulla giustizia; è un passaggio cruciale per la tenuta democratica. Voterò NO per ragioni che intrecciano l’etica pubblica e la difesa tecnica dei contrappesi dello Stato.

Il tradimento dello spirito costituente
Piero Calamandrei ammoniva che, quando si discute della Carta, i banchi del governo dovrebbero essere vuoti: la Costituzione è di tutti, non di una maggioranza contingente. Questa riforma, invece, nasce come un atto di forza di una destra che sembra voler regolare i conti con la storia. È difficile non leggere in questo attivismo il desiderio di rivalsa di chi, provenendo da una tradizione politica che si è sentita "defraudata" dal dopoguerra in poi, vede oggi l’occasione per abbattere l’ultimo baluardo contro l’arbitrio: l’indipendenza della magistratura, unica garanzia contro quei rigurgiti fascisti che hanno segnato il nostro ventennio fino al dopoguerra.

L’etica di questa campagna è resa opaca dal profilo dei suoi sostenitori. Quando vediamo tra i paladini del SÌ nomi di condannati per mafia come Cuffaro o Dell’Utri, o esponenti politici coinvolti in vicende giudiziarie gravi — dai casi Delmastro e Pozzolo, alla condanna Montaruli, fino ai patteggiamenti di Toti e Fidanza e alle indagini per truffa e bancarotta del Ministro Santanchè — il dubbio diventa certezza. Come può essere "per il bene del cittadino" una riforma sostenuta con tanto ardore da chi con la giustizia ha conti aperti o sospesi?

La propaganda e il caso Almasri
La narrazione del governo Meloni è un esercizio di cinismo. Si intercettano le paure di un elettorato privo degli strumenti per confutare menzogne sistematiche, agitando lo spettro dei "giudici che liberano gli stupratori". È paradossale che queste accuse arrivino da chi ha gestito il caso Almasri, riconsegnando alla Libia con un aereo di stato un uomo sospettato di omicidio e violenze. Si attaccano i magistrati per aver applicato leggi scritte dalla stessa politica (come nel caso della famiglia Del Bosco tramite il Decreto Caivano), trasformandoli in capri espiatori per mascherare l'inefficacia governativa.

Il vero pericolo: l’Alta Corte Disciplinare
Dal punto di vista tecnico, la "separazione delle carriere" è solo lo specchietto per le allodole. Il vero cuore della riforma è lo smembramento del CSM e la creazione di un’Alta Corte disciplinare. Questo nuovo organo, esterno al CSM e composto da membri laici di forte estrazione politica, rappresenta il colpo di grazia all’autonomia giurisdizionale.

Sottrarre la funzione disciplinare all'autogoverno significa creare un "tribunale dei giudici" potenzialmente asservito al potere esecutivo. Un magistrato che sa di poter essere sanzionato o rimosso da un organo a guida politica non sarà più libero di indagare sui potenti di turno. È il cosiddetto "effetto dissuasivo": la fine dell'indipendenza in favore di una giustizia ubbidiente.

Le dichiarazioni del Ministro Nordio e di esponenti come la Bartolozzi, che auspicava apertamente di "togliersi di mezzo la magistratura", non lasciano dubbi. Questa riforma non vuole processi più rapidi, ma giudici più timorosi. Votare NO il 22 e 23 marzo significa difendere l'eredità dei padri costituenti e ribadire che la legge è uguale per tutti, specialmente per chi siede nelle stanze dei bottoni.

Non ci sono dubbi: per il Sud, e in particolare per la nostra Sicilia, il passaggio del Ciclone Harry è stato solo un’ec...
27/01/2026

Non ci sono dubbi: per il Sud, e in particolare per la nostra Sicilia, il passaggio del Ciclone Harry è stato solo un’eco fastidiosa di sottofondo per la classe dirigente. ⛈️
Si ricordano di noi solo in due occasioni: 1️⃣ Prima delle elezioni (per i voti). 2️⃣ Quando si avvicina l’estate (per le vacanze).
Ne parlo più dettagliatamente in questo articolo.
Vi chiedo di leggerlo mettendo da parte le tifoserie politiche: anche se critico l'attuale governo (perché è chi ci amministra oggi), avrei scritto le stesse identiche cose con un esecutivo di colore opposto.
Il Sud merita rispetto, non solo passerelle.
Siete stanchi di essere considerati solo una meta turistica o un serbatoio elettorale? Aspetto le vostre riflessioni qui sotto. 👇

"Hanno usato il Sud come serbatoio di voti e ora gli voltano le spalle"

"SUD AFFONDA, ROMA SFILA: GLI STIVALI DELLA MELONI NON SI SPORCANO NEL FANGO MERIDIONALE ."di Massimiliano DI Fedewww.ca...
25/01/2026

"SUD AFFONDA, ROMA SFILA: GLI STIVALI DELLA MELONI NON SI SPORCANO NEL FANGO MERIDIONALE ."
di Massimiliano DI Fede
www.capitalradio.info

Mentre le luci di Davos si spengono e i jet privati lasciano la Svizzera, il Sud Italia resta immerso nel fango e nel silenzio. Il Ciclone Harry ha sventrato Sicilia, Sardegna e Calabria, ma per il Governo Meloni il Mezzogiorno è stato solo un fastidioso rumore di fondo, soffocato dai proclami bellici di Volodymyr Zelensky. Un leader che, tra i ghiacci svizzeri, ha trovato il tempo di accusare l’Europa di non essere "incisiva", dopo aver già incassato 90 miliardi di euro dalle tasche dei contribuenti europei.
È lo stesso Zelensky che ha guardato l'Europa scivolare in recessione dopo il sabotaggio del Nord Stream 2 (attribuito da un tribunale tedesco, agli ucraini), un attentato energetico che i cittadini italiani stanno pagando a caro prezzo su bollette mostruose. Sono proprio quelle famiglie del Sud, oggi colpite dal ciclone, a finanziare una guerra infinita mentre l'entourage di Kiev viene pizzicato con le mani nella marmellata tra mazzette e water d'oro nei bunker del potere.
Il contrasto è stomachevole. Abbiamo ancora tutti negli occhi l’immagine di Giorgia Meloni in Emilia-Romagna: un’esibizione muscolare di solidarietà a favore di flash. In quell'occasione, la Premier non p***e un secondo per infilarsi gli stivali di gomma e farsi fotografare nel fango, recitando la parte della "madre della nazione". Era lo show perfetto, la messinscena di un populismo che si nutre di tragedie per costruire consenso.
Oggi, per le strade devastate di Catania o Crotone, quegli stivali non si vedono. Dov’è finita la leader "del popolo"? Evidentemente, se non c'è un ritorno d'immagine garantito, l’empatia della Premier resta chiusa nel cassetto.
L'insulto finale resta quel volo panoramico tra le nuvole del maggio scorso. Per l’Emilia-Romagna, la Meloni fece decollare l'elicottero per portare Ursula von der Leyen a sorvolare i danni. Una mossa diplomatica plateale per assicurarsi i riflettori del mondo.
Per il Sud travolto da Harry, l'elicottero non è mai decollato. Non ci sono stati inviti per i vertici UE, non ci sono state dirette social, né tour della disperazione ad alta quota. Il Mezzogiorno è stato declassato a emergenza di serie B, mentre i nostri soldi finiscono in armamenti o nei forzieri ucraini.
Mentre a Davos si brindava al futuro, migliaia di meridionali venivano abbandonati al proprio destino. Hanno usato il Sud come serbatoio di voti e ora gli voltano le spalle, preferendo finanziare conflitti esteri e foraggiare élite ingrate piuttosto che ricostruire le strade di casa nostra.
Il fango del Sud non brilla sotto i riflettori internazionali, e per questo governo, ciò che non fa scena non merita né elicotteri, né stivali, né rispetto.

DAL "F**K THE EU" DELLA NULAND AI BOMBARDAMENTI SUL DONBASS: LA CRONACA NASCOSTA DEL CONFLITTO RUSSO UCRAINOdi Massimili...
09/12/2025

DAL "F**K THE EU" DELLA NULAND AI BOMBARDAMENTI SUL DONBASS: LA CRONACA NASCOSTA DEL CONFLITTO RUSSO UCRAINO
di Massimiliano Di Fede
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L'invasione russa dell'Ucraina del febbraio 2022 è stata raccontata dai media e dai talk show italiani come un atto di pura e immotivata aggressione, un frame isolato di violenza che ha legittimato un sostegno incondizionato a Kyiv. Tuttavia, questa narrazione occidentale omette sistematicamente quasi trent'anni di storia geopolitica, privando il dibattito pubblico di elementi fondamentali per comprendere la complessità del conflitto. La non-informazione su questi antefatti solleva seri interrogativi sulla correttezza della nostra posizione.

Janukovič, Gas e il Triangolo Commerciale
Un punto di partenza cruciale è l'elezione di Viktor Janukovyč alla presidenza nel 2010. La sua piattaforma elettorale non era di esclusiva sudditanza a Mosca, ma mirava a una cooperazione commerciale equilibrata tra Europa e Russia. Il punto focale era il mantenimento delle agevolazioni sull'approvvigionamento di gas russo a basso costo, essenziale per l'industria ucraina e un pilastro su cui la stessa economia tedesca aveva costruito la sua prosperità.

Quando nel 2013 si avvicinava la firma dell'Accordo di Associazione con l'UE, la Russia espresse forte preoccupazione, non solo per motivi geopolitici, ma per le potenziali conseguenze economiche sul suo mercato e sulla sua difesa. Mosca propose ufficialmente la creazione di un trilaterale (Russia-Ucraina-UE) per gestire la transizione e la cooperazione commerciale. Questa proposta, che avrebbe potuto integrare gli interessi di tutte le parti, fu percepita dagli Stati Uniti come un ostacolo al loro obiettivo strategico.

Maidan: La Manipolazione e il Segreto di Stato
La svolta avvenne con la decisione di Janukovyč di sospendere la firma dell'accordo UE. Ne seguirono le proteste di Euromaidan.

È qui che l'influenza esterna diventa evidente. Le intercettazioni trapelate nel febbraio 2014 tra la Sottosegretaria di Stato americana Victoria Nuland e l'Ambasciatore USA a Kyiv, Geoffrey Pyatt, rivelarono la loro discussione sulla gestione e la nomina del futuro governo post-Janukovyč. La famosa esclamazione della Nuland, "F**k the EU" (Fa***lo l'Europa), fu un chiaro riferimento alla sua irritazione per i negoziati che la Cancelliera Angela Merkel stava conducendo con Vladimir Putin per una soluzione pacifica, evidenziando la volontà americana di pilotare il processo in solitaria.

Successivamente, la Nuland stessa dichiarò pubblicamente che gli Stati Uniti avevano investito circa 5 miliardi di dollari in Ucraina sin dal 1991 per promuovere la "democrazia," un dato che molti analisti legano alla capacità di manipolare e organizzare il rovesciamento del presidente legittimamente eletto.

La Minaccia Silenziosa e il Fallimento di Minsk
Mentre i media dipingono l'aggressione russa come ingiustificata, si ignora il contesto di sicurezza. Come riportato da inchieste giornalistiche, l'Ucraina, già prima del 2014, e soprattutto dopo, ospitava una rete di basi di ascolto della CIA lungo il confine russo. Inoltre, la NATO, pur non avendo formalmente integrato l'Ucraina, aveva di fatto integrato il suo esercito attraverso intense esercitazioni congiunte nel territorio, un'azione che la Russia percepiva come una grave minaccia diretta ai suoi confini.

Infine, l'omissione più grave riguarda il conflitto interno dal 2014 al 2022. Per otto anni, l'esercito ucraino ha bombardato il Donbass, la regione orientale a maggioranza russofona, contro civili che chiedevano una maggiore autonomia, sul modello del Trentino-Alto Adige. Questa autonomia era esplicitamente prevista dagli Accordi di Minsk 2 (firmati anche da Ucraina e Russia), accordi che Kyiv ha sostanzialmente violato non attuando mai la riforma costituzionale sul decentramento richiesta.

Il Costo della Non-Informazione
Raccontando solo l'ultimo atto – l'invasione del 2022 – il giornalismo italiano ha creato un consenso monolitico. Se Janukovyč non fosse stato estromesso, o se Kyiv avesse concesso la prevista autonomia territoriale, preservando così l'integrità del Paese e scongiurando l'espansione de facto della NATO, si sarebbero potuti risparmiare un milione di morti (tra civili e militari).

L'Ucraina, manipolata dagli interessi statunitensi (come la Nuland stessa ha dimostrato), si ritrova oggi con territori invasi e devastati. Domandarsi se fosse "giusto" appoggiare incondizionatamente un Paese che ha scelto la guerra totale anziché l'autonomia territoriale diplomatica non è sostenere Putin, ma esercitare il dovere critico di ogni cittadino informato, esigendo che la cronaca mostri l'intero film e non solo l'ultimo, sanguinoso, frame.

Indirizzo

Sampieri
97018

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