Edizioni PerSempre

Edizioni PerSempre Pagina dell'ex casa editrice omonima, attiva dal 2008 al 2014. Ora pagina di informazioni sull'attività letteraria del suo fondatore, Fabio Larcher.

18/09/2017

SCRIVERE E' UN LAVORO O UN HOBBY?
Senza dubbio, scrivere implica una "vocazione". Si finisce (o si inizia) a scrivere nel momento in cui si fa esperienza di un insanabile scollamento fra sé (i propri veri sentimenti) e il "mondo". Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera, come diceva Quasimodo. Scrivere diventa, cioè, necessario nel momento in cui ci si accorge che la comunicazione normale, con i propri simili, avviene esclusivamente attraverso stereotipi. Non è una valutazione morale: è una costatazione. Gli stereotipi sono l'unico veicolo noto all'uomo per comunicare. Perciò se scopri che tra ciò che provi, senti, vedi tu e ciò che viene rappresentato e trasmesso dagli stereotipi esiste una differenza consistente, scatta il bisogno di impadronirsi degli stereotipi (i mezzi per la comunicazione), al fine (o, meglio, "con la speranza") di poterli piegare a dire "anche" (almeno in parte) ciò che preme a te, e non solo ciò che essi esprimono da sé. Il senso dello scrivere, per me, è questo. Nasce da lì. All'origine non è mai un lavoro. Forse non dovrebbe neppure diventarlo, se non per "esigenze" di mercato (cioè perché ogni cosa, oggi come oggi, deve fare i conti con il dio degli dèi: il Mercato). Di solito scrivere diventa un lavoro solo snaturando se stesso: quando diventa un modo per affermare ciò che gli stereotipi dicono benissimo da sé, per rafforzare, insomma, la visione del potere vigente, e non più l'unicità della visione individuale di chi scrive. In questo senso molti scrittori che, nella nostra mente (perché pagati), sono scrittori di professione, non sono veri scrittori. Però, certo: sono lavoratori; per loro scrivere "è" un lavoro. Il potere paga solo chi contribuisce a mantenerlo vivo e vegeto, non chi cerca ingenuamente di metterlo in dubbio.

11/09/2017

E' utile e bello, a volte, soffermarsi a osservare come e quanto cambia un uomo... anche nella scelta dei temi, dello stile e dei mezzi espressivi di un racconto. Oggi vi dono "Il Paese della Luna Storta". Un vero pezzo d'antiquariato larcheriano: "Il Paese della Luna Storta" fu il primo (breve) romanzo che scrissi, all'età di diciotto anni. Allora si intitolava "Il C***o di Galdor" e i nomi dei protagonisti e dei luoghi erano tutti diversi, ma l'impianto, nonostante i molti interventi successivi, è rimasto tale e quale. Fabrésse, personaggio principale di questa "fiaba", è un adolescente; ama la cultura e i libri; si sentirebbe più portato per la vita ecclesiastica; ma ha un rapporto conflittuale con il padre burbero e spiccio, dal temperamento eminentemente pratico, il quale lo obbliga a seguirlo e a imparare il "mestiere", cioè a fare il cacciatore d'orsi. Questo padre padrone, che si chiama Bortolamé, è ossessionato dalla ricerca di un antico manufatto, appartenuto, un tempo, al suo popolo (i Pitoti), dotato del potere magico di cambiare il clima. Già, perché in montagna fa sempre più freddo e i montanari Pitoti soffrono la fame e le angherie della natura e hanno bisogno di un miracolo... o, meglio, di una magia che li salvi. Per questo tra una caccia all'orso (e pure all'orco) e l'altra Fabrésse e Bortolamé seguono le labili tracce di colui che, con l'inganno, sottrasse il C***o magico ai Pitoti: Ligòs.
https://www.scribd.com/document/358589266/Il-Paese-Della-Luna-Storta

06/09/2017

I giardino che confinava con il Mondo dei Più. Nel giardino cresceva un albero magico, nato dal seme dei Morti, ri- uniti per magia, in gran numero, in quello stesso giardino, e costretti a masturbarsi e a riversare il loro sperma spettrale in una buca appositamente scavata. Questo albero, ogni anno...

25/07/2017

Quello che segue è un estratto da CALASPERIO, il mio romanzo di fantascienza avventurosa, disponibile per l'acquisto a questo link: https://www.amazon.it/Calasperio-Fabio-Larcher-ebook/dp/B01BY2N14O/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1500981105&sr=8-2&keywords=fabio+larcher
Il brano che state per leggere contiene un certo numero di idee sulle quali vado rimuginando da parecchi mesi. Tra le altre, quella che concerne la possibilità di fabbricare "credenze" agenti sul mondo materiale, grazie alla fissazione di un certo numero di menti. L'entità ottenuta, volutamente o meno, va, secondo gli occultisti, sotto il nome di "egregora". La definizione di egregora potrebbe contenere la definizione di qualunque dio l'uomo abbia mai pregato, in realtà; ma mi propongo di approfondire il discorso in altro post. Adesso vi auguro buona lettura. In fondo la realtà non esiste, fino a quando non la si racconta in una storia...

«In quella terra c’erano solo regine, ed era consuetudine che esse si prostituissero agli dèi, affinché il mondo del sacro non invadesse quello umano e non vi portasse i suoi orrori, la sua follia e la sua violenza inarrestabile. Si narra che esse fossero, dunque, le pr******te degli dèi, ma lo erano assai più spesso dei loro rappresentanti terreni, cioè i preti. Un prete di alto rango aveva accesso alle grazie della sovrana e poteva esigere di accoppiarsi con lei anche di fronte alla nobiltà o, addirittura, davanti al popolo, e di maltrattarla come l’ultima delle schiave. Per questo essa vestiva solo di un diadema e di un mantello azzurro, sul quale erano ricamate le costellazioni visibili dall’Emisfero Boreale, affinché il suo corpo fosse sempre a disposizione, nel caso un dio o un suo emissario lo reclamassero. Agli dèi la regina offriva il proprio sesso; un lauto banchetto; ascoltava la loro ambasciata e si sforzava di accontentarne le richieste, se esse non contrastavano con gli interessi dello stato.
«Infatti non dobbiamo pensare che la sottomissione sessuale della regina, per ragioni cultuali, comportasse per lei una sottomissione totale. Essa decideva e regnava con efficiacia sulle cose profane: emanava leggi; giudicava; emetteva sentenze; presiedeva il Consiglio; ed era a capo dell’esercito.
«Capitava spesso che le richieste degli dèi venissero respinte e che la regina pagasse un prezzo salato per la sua riottosità, anche con la morte o la “sparizione”. Vi era il caso, per esempio, della regina Tiss, che venne afferrata da un tentacolo gigantesco, sceso dal cielo, e scomparve, urlando, tra le nubi. Oppure il famoso caso di Rinnad, che, per la sua disobbedienza, fu violentata a turno, dalle dodici divinità, fino alla morte... Un racconto raccapricciante, che aveva assunto il colore di un sinistro apologo morale, a uso delle sovrane poco inclini a rispettare le leggi della città.
«Se, invece, a reclamare il possesso del corpo regale era un prete e se il prete commetteva l’imprudenza di comportarsi in maniera villana, o di essere troppo vecchio, o troppo brutto, la regina poteva farlo giustiziare, dopo avere ascoltato la sua ambasciata, e nessuno avrebbe sollevato obiezioni, né la casta dei preti, né il popolo, né, soprattutto, gli dèi.
«Bisogna tenere conto anche del complesso sistema teologico in vigore presso i saialilliani. Essi non possedevano un pantheon fisso. Gli dèi non erano eterni; anzi, non erano affatto i creatori dell’universo, ma venivano creati dai sacerdoti, con incantesimi, plasmati dalla loro fantasia, inclinazioni, e obiettivi. Ogni volta che un nuovo Sommo Sacerdote veniva eletto, esso compiva le seguenti azioni: prima di tutto scioglieva la casta sacerdotale, nominandone una nuova; quindi compiva un rituale per disperdere l’energia con la quale il suo predecessore aveva plasmato il proprio dio o i propri dèi, e la utilizzava per forgiare (indifferentemente) i nuovi dèi o il nuovo dio.
«Non conosco nessun’altra religione capace di essere, alternativamente, monoteista e politeista, né che possieda una coscienza tanto netta della natura artificiale e utilitaristica delle divinità. Gli dèi di Saialille erano “demoni” fabbricati con la magia, perché servissero gli uomini e i loro desideri. Non per questo erano servi facili da trattare; anzi, esigevano pesanti tributi di sangue, giacché si nutrivano di energia umana, di paura e di dolore, e andavano alimentati costantemente, o si sarebbero potuti rivoltare contro i propri creatori e distruggerli.
«Un’altra particolarità: a Saialille non esistevano stirpi reali. La regina veniva eletta attraverso un concorso di bellezza, e restava in carica dal diciottesimo al trentesimo anno di età; dopodiché era deposta e sacrificata in modo cruento da colei che avrebbe ereditato il suo titolo. Se la regina aveva figliato (cosa non inusuale, dato il cospicuo numero di rapporti sessuali al quale era costretta dalla “cortesia” saialillense), i suoi discendenti ricevevano un modesto appannaggio e continuavano a vivere come privati cittadini.

24/07/2017

Una fiaba erotica e ironica, che unisce (nelle intenzioni) la Favola di Amore e Psiche con quella slava dell'anima esterna al corpo del mago. Anche se gli elementi sessuali sono abbastanza espliciti, spero di non avere mai abdicato all'alto tasso di letterarietà in questo piccolo esperimento, realiz...

20/07/2017

Voi non lo sapete (o non lo ricordate), ma piano piano si avvicina la ripubblicazione di "Rock elfico", il mio primo romanzo compiuto, uno Young adult ambientato a San Donato Milanese. Segnatevelo per dopo le vacanze, mi raccomando. Se vi state chiedendo perché io abbia deciso di scrivere una storia immersa nelle ombre e nell'asfalto della città in cui abito... be', perché essa, in realtà, si prestava benissimo come scenario per un racconto gotico. Inoltre mi piace "fiabizzare" tutto ciò che mi circonda: serve a renderlo più sopportabile e anche più comprensibile.

13/07/2017

Amici, vorrei invitarvi a piacizzare la mia pagina autore, per seguire comodamente le novita' editoriali e i progetti. https://www.facebook.com/fabiolarcherscrittore/

Fabio Larcher (Brescia, 1974): poeta, narratore, illustratore e compositore, vive e lavora a San Don

24/06/2017

Il poemetto che segue non è un componimento ispirato al racconto howardiano "La figlia del gigante del gelo". E', piuttosto, una specie di mia personale parafrasi/rielaborazione. Ho preso, cioè, un testo in prosa e ho cercato di trasformarlo in una poesia ritmata di tipo simil-epico (l'ottonario sciolto, con rime occasionali, mi deriva dalla traduzione che Pavolini fece del poema "Kalevala"). Se vi chiedete a che cosa serva un tale esercizio retorico, non so rispondervi. Probabilmente ho solo voluto rendere omaggio a un racconto che mi ha sempre affascinato. Tuttavia, pur se si tratta di un lavoro ancora grezzo, vorrei che condivideste con me l'arcana atmosfera che dei versi fuori moda potrebbero contribuire a dare alla fantasy d'impianto contemporaneo. Almeno come idea.

ATALI

Il clangore delle spade,
le urla, gli urti echi di tuono
ora tacciono; il silenzio
grava sull’aria e la neve
(lorda e rossa del massacro)
col suo piede senza suono,
col suo piede lieve, lieve.
Mani artigliano, ora, il cielo;
bocche mute ancora invocano,
mute, Ymir, il dio del gelo.
Gli astri fiochi i ghiacci affocano
di spettrali sfavillii.
Le corazze, infrante, bruciano
nel riverbero spietato.
Due guerrieri si fronteggiano,
due superstiti violenti.
Sono entrambi alti, possenti
come tigri. Senza scudo,
cupi, laceri, ammaccati
si avvicinano, armi in pugno.
L’ira affiora su ogni grugno
colmo di sete di lotta.
Uno è privo della barba
ed ha lunghe chiome nere;
mentre i riccioli e la barba
del secondo sono fiere
fiamme. «Dimmi» urla quest’ultimo,
«qual è il tuo nome, ch’io dica
ai miei amici, in Vanaheim,
chi fu l’ultimo a cadere
sotto i colpi di Heïmdul.»
«Non dirai, nel Vanaheim»
gli risponde l’altro, altero,
«ma all’Inferno, che hai incontrato
Conan. Conan il cimmero.»
Heimdul rugge; alza la spada
in un arco micidiale.
Il suo colpo strappa all’elmo
del cimmero aspre scintille,
dal bagliore siderale.
Conan vede rosso; ondeggia
tramortito, ma non cede:
la sua volontà è una scheggia
di vitalità e di fede.
Mentre ondeggia apre un affondo,
che trapassa la corazza
del guerriero rosso e rozzo;
fora ottone, carne e cuore.
Il vanir gli cade morto,
terreo, ai piedi, sbigottito.
Il cimmero si raddrizza.
Assalito, all’improvviso,
da una grande spossatezza,
crolla sui ginocchi. Scaccia,
con fastidio, il buio dagli occhi.

***

Una liquida risata
gli risuona nel cervello,
come un limpido coltello.
Piano piano la sua vista
si schiarisce. Osserva il cielo
remotissimo. C’è un velo,
sulla cupola, un bendaggio
diafano, di luce un ricciolo,
che lo fa apparire piccolo
C’è qualcosa, nel paesaggio,
che gli appare strano, onirico.
Non sa come definire
cosa sia quel lampo pirico,
che lo abbaglia; ma non pensa
tuttavia, a tali questioni:
c’è una donna che gli ancheggia,
nuda, innanzi agli occhi; ha i piedi
scalzi, bianchi, molto lievi
ed un velo le ricopre,
faticosamente, il corpo,
come se fosse tessuto
di pulviscolo ghiacciato.
«Chi sei, tu? da dove vieni?»
le domanda, sbalordito,
raddrizzando torso e reni,
Conan. «Cosa te ne importa?»
ella, fredda, lo schernisce
(ha una voce melodiosa
ma crudele, che ferisce).
«Chiama i tuoi uomini, avanti!»
Conan sfida il suo sorriso
di lussuria e scherno intriso.
«Anche se sono allo stremo,
non mi avranno vivo. Vedo
che sei figlia dei vanir.»
«Non ho affatto detto questo»
ella dice, seria. Conan
guarda meglio: i suoi capelli
scarmigliati, d’oro crespo,
tumultuosi, variegati,
dai riflessi aurei, cangianti,
né dorati né ramati,
come quelli delle fate,
figlie dell’eterna estate,
sono lunghi oltre la vita.
Le sue rosse labbra turgide
gli sorridono e dai piedi
all’abbagliante cascata
dei capelli, appare bella
come un sogno degli dèi.
«Non so dire se tu sia»
dice il barbaro, «dei vani
(dunque mia nemica), o agli asi
(miei compagni) tu appartenga.
Non ho mai veduto (mai!)
una donna del tuo stampo.
Per Ymir...» «Non imprecare»
lo rimprovera l’estranea,
presa da ira subitanea,
«per il Padre della Neve.
Che ne sai tu, della neve
e del ghiaccio? Sei straniero
nella terra dominata
dai Giganti della Brina.»
«Per gli dèi della mia razza!
Ora scoltami, ragazza»
urla lui, furioso. «forse
non avrò i capelli gialli
come un biondo aesir, ma credo
che nessun migliore aedo
della spada troveresti.
Oggi ho visto un centinaio
di guerrieri uccisi e io solo
sono vivo. Dimmi, donna,
hai veduto il lampo argenteo
delle cotte sulla neve?
Hai sentito uomini in arme
che avanzavano sul ghiaccio?»
«Ho veduto luccicare»
ella replica, «la brina
sotto il sole. Ho udito il vento
bisbigliare sulle cime.»
Conan scuote il capo. «Portami
dalla tua tribù. È impossibile,
(questa terra buia è invivibile)
che tu venga da lontano,
nuda e scalza. Sono troppo,
troppo stanco.» «Il mio villaggio
certo sta oltre il tuo coraggio;
è più lontano di quanto
tu potresti camminare,
Conan di Cimmeria» dice
la ragazza e apre le braccia,
ondeggiando sensualmente
la sua bella testa d’oro.
«Dimmi, avanti: sono bella?»
«Come l’alba mentre, nuda,
corre sulla neve» replica
il cimmero, traboccando
di passione. «Allora, prendimi!»
lo punzecchia la ragazza.
«Quale forte guerrïero
può giacere, qui, ai miei piedi?
Resta lì, a morire. Muori
come gli altri idioti, al freddo,
Conan dai capelli neri.
Non potresti mai seguirmi,
dove io vorrei condurti.»
Il cimmero, bestemmiando,
si alza in piedi, cupo in viso,
senza l’ombra di un sorriso.
L’ira gli scuote la mente
(è un sonaglio di serpente);
la passione fa pulsare
le sue tempie, come il mare.
Mette via la spada e grida,
balza addosso alla sua preda,
con le mani aperte, a artiglio;
ma ella ride e, con un guizzo
del suo bel labbro vermiglio,
sguscia via dalla sua presa.
Corre. È già lontana. E ride.
Già la lontananza elide
le sue forme: è nebbia gialla.
Volge il capo, oltre la spalla,
per vedere se la insegue
il guerriero torvo. Conan
corre; ha già dimenticato
i guerrieri morti, il campo
di battaglia, il sangue sparso.
Pensa solo alla figura
bianca ed esile, che corre
sulla neve, sempre un passo
oltre le sue mani tese.
«Non mi puoi sfuggire» tuona.
«Se mi condurrai a una trappola,
accumulerò le teste
della tua gente ai tuoi piedi.
Farò a pezzi le montagne,
per ghermirti. Se dovrò,
correrò fino all’Inferno!»
Il cimmero schiuma, mentre
la risata sconvolgente
della donna istiga e umilia
il suo desiderio ardente.
Il terreno cambia in fretta:
l’ampia landa si fa stretta;
il deserto piano cede
a catene di colline
frastagliate. A nord si scorgono
alte cime che si arrossano
nella luce del tramonto.
Nella volta, adesso, crepita
una serie di astri ignoti.
Strane luci si susseguono
in un lugubre balletto,
sulla testa del guerriero.
Il riverbero spettrale
della neve ha odor di sogno;
sembra un sogno ogni dettaglio
di quel buio regno mutevole.
Solo la donna cedevole
sembra solida; essa danza
sopra il ghiaccio, ma a distanza.
Conan ostinatamente
sempre più si addentra in mezzo
a quel luogo ostile ed algido,
a quel labirinto vitreo.
Non lo turba la stranezza
delle cose e non si turba
neanche quando due figure
gigantesche, all’improvviso,
come apparse dalla terra,
gli impediscono il cammino,
cinte in abiti da guerra.
Hanno cotte d’oro, pallide
di galverna; barbe squallide,
incrostate dalla neve;
armi sporche di ghiaccioli.
«O fratelli!» esclama lei,
mentre danza fra i giganti.
«Osservate chi mi insegue.
Vi portai un uomo da uccidere.
Uccidetelo! Prendete
il suo cuore palpitante,
e mettiamolo sul tavolo
del signore nostro padre.»
I giganti le rispondono
con boati simili ad iceberg.
Alzano le scuri al cielo,
scintillanti al tetro argento
delle stelle aliene, mentre
infuriato Conan corre
verso i due nemici. Attacca.
Una lama gli lampeggia
(di una gibigianna scheggia)
innanzi agli occhi e egli reagisce:
mena un colpo formidabile
alla gamba di un colosso:
sprizza forte, il sangue rosso,
dalle arterie e vene aperte.
Crolla. Ma anche Conan cade,
come un sasso fiacco, inerte:
il secondo lo ha colpito
con l’amara scure, al braccio,
ma di striscio. Sente il braccio
insensibile per l’urto,
ma è fallito il fiero furto
della vita: è ancora vivo.
L’ha salvato la corazza
che ha forgiato un fabbro estivo.
Ora l’avversario enorme
giganteggia controluce,
come una montagna informe;
alza l’ascia. L’uomo rotola
nella neve; si alza in fretta.
Il gigante estrae, a fatica,
l’arma dalla terra dura;
ma, in quel mentre (come un fulmine)
Conan cala un gran fendente
e il gigante crolla al suolo,
soffocando nel suo sangue.
Conan si gira di scatto:
vede la fanciulla d’oro
che, sgomenta, orripilata,
resta immobile a fissarlo,
senza più traccia di scherno
sulle labbra d’alba e Inferno.
Il cimmero urla, selvaggio:
«Cosa aspetti, su, coraggio.
Chiama gli altri tuoi fratelli!
Darò il loro cuore ai lupi.
Oramai non puoi sfuggirmi.»
Con un grido di terrore,
ella scappa via, veloce,
spaventata. Conan scatta,
ma, per quanto tenda i nervi,
schianti i tendini ed i muscoli,
la ragazza si allontana
sempre più, rimpicciolendo,
nelle fiamme del bizzarro
cielo di quel mondo arcano.
Conan non si arrende e, cupo,
la rincorre, resistendo
fieramente al collasso.
Lentamente, a passo a passo,
la distanza si riduce.
Conan già può udire chiaro
il respiro irto d’affanno
della donna; già può cogliere
nel suo sguardo lampi verdi
di terrore. Con un urlo
disumano, il cimmero
la ghermisce e se la stringe
contro il petto. Getta l’arma
nella neve. Ella combatte,
si contorce inutilmente
(molle femmina di latte,
tra le sue braccia di ferro).
Egli ha un mostro nella mente:
più ella struscia il suo bel corpo,
più egli brucia di lussuria,
più vorrebbe farle ingiuria.
I capelli della donna
lo colpiscono sugli occhi,
luminosi come fiocchi,
accecandolo. Egli affonda
le sue dita nella monda
carne bianca morbidissima
e la trova fredda e liscia,
come il ghiaccio. Sembra un essere
fatto di ghiaccio e di fiamme.
«Tu sei fredda» dice Conan,
«ma ti scalderò col sole
del mio sangue.» Con un urlo
e uno sforzo disperati,
lei si libera, lasciandogli
tra le grinfie il velo ambiguo.
Scatta indietro e gli si para
proprio in fronte, scarmigliata,
con il bianco petto ansante,
gli occhi immensi di terrore.
Il cimmero la contempla,
sbalordito dal suo corpo,
dalla sua bellezza nuda
(la terribile bellezza!)
sulla neve. La ragazza
alza ambe le braccia al cielo
e, con voce disumana,
grida: «Padre Ymir, ti prego,
salva me!» Il cimmero, attonito,
vede il cielo andare in pezzi
a quel disperato monito;
tutto il cielo esplode in stelle
diacce. La fanciulla è avvolta
da una fredda luce e sciolta,
così forte che il cimmero
è costretto a ripararsi
gli occhi, con le braccia tese.
Per un breve istante il mondo
è inondato da fulgori
crepitanti, dardi azzurri,
lampi cremisi. Poi il barbaro
caracolla, emette un grido.
La fanciulla, ora, è scomparsa,
come se il fuoco l’abbia arsa.
Si ode un rombo, simile a un carro
da battaglia, i cui destrieri
fanno sprigionare lampi
dalla neve, echi dai cieli.
Poi: l’aurora, le colline...
tutto ondeggia nella mente
del cimmero come il moto
di una frusta, di un serpente.
Tutto il mondo si solleva,
come un’onda e l’uomo sviene.

***

In un freddo, tetro mondo,
il cui sole sembra estinto,
Conan sente il movimento
delle vita. «Ora rinviene»
dice un uomo. «Fate presto:
strofinategli le membra,
se no non sarà più destro
a brandire un arma. Usate
tutt’e due le mani. In fretta!»
Conan apre gli occhi e fissa
i barbuti visi, chini,
su di lui. «Sei vivo, amico.»
«Crom e Niord!» dice il cimmero.
«Sono vivo o siamo tutti
nel Valhalla?» «Siamo vivi»
lo assicura l’altro. «Quando
siamo giunti al luogo atroce
del massacro, tu non c’eri.
Per Ymir, perché hai vagato
ore in queste lande nordiche?»
«I vanir ci hanno aggredito»
spiega Conan. «Sono il solo
che è scampato. Ero intontito.
Il deserto si estendeva
tutt’intorno, come un sogno.
Poi è arrivata la ragazza
e ha iniziato a provocarmi.
Era bella come il fuoco
dell’Inferno. Una follia
mi ha accecato e l’ho seguita,
incurante della vita,
come un uomo quando dorme.
Non avete visto le orme
dei suoi piedi o i due giganti
che abbattei, poco più avanti?»
Gli altri scuotono la testa.
«Nella neve abbiamo scorto
solo, Conan, le tue impronte.»
«Forse, allora, sono pazzo.»
«Niente affatto!» dice un uomo
vecchio, dallo sguardo strano.
«Era Atali. Atali, figlia
del Gigante della Brina.
Ella arriva sopra i campi
di battaglia, fra i cadaveri,
e i feriti incanta e adesca.
Li conduce a morte certa,
con la sua bellezza fresca,
nella landa più deserta,
nelle braccia dei suoi simili,
come un olocausto umano
a suo padre, Ymir del gelo.»
«Gorm è un po’ toccato in testa»
dice un biondo aesir. «Di certo
hai seguito solo un sogno.
Era un’allucinazione.
Tu sei solo un forestiero,
non conosci Atali. Pensaci!»
«Forse, amico, dici il vero»
Il cimmero è pensieroso.
«Era tutto molto strano;
strano e magico... Per Crom!»
Si interrompe e fissa attonito
ciò che stringe nella mano:
una nuvola di velo
mai tessuta da arte umana.

(Fabio Larcher, 23/24 giugno 2017)

Grazie all'egregio Stefano Sacchini, per aver apprezzato e recensito IL MOSTRO DELLA MOSTRA (seconda avventura dell'elfo...
21/06/2017

Grazie all'egregio Stefano Sacchini, per aver apprezzato e recensito IL MOSTRO DELLA MOSTRA (seconda avventura dell'elfo detective Wylo Helig) sulle pagine di Cronache di un sole lontano (http://cronachediunsolelontano.blogspot.it/).

Articoli e recensione di romanzi e film di fantascienza e fantastico, dal fantasy all'horror al weird.

29/05/2017

Nuovo grande appuntamento per gli amanti dei libri!

14/05/2017

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