Montalcino Off

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02/11/2024

👉 🎂 🍾 🎉🎁 Ieri era il compleanno di Stefano Cinelli Colombini e ci teniamo a portare i nostri auguri per lui anche su queste pagine social, per ampliarne 'la forza': un brindisi 🍷 quindi al suo presente e al futuro, certi che il meglio debba ancora ve**re 🍷 Tutta la squadra della




Ilio Raffaelli, BronzinoMontalcino 22 luglio 1926 - 11 giugno 2023
12/06/2023

Ilio Raffaelli, Bronzino
Montalcino 22 luglio 1926 - 11 giugno 2023

«Sono nato a Montalcino il 22 luglio del 1926 in via Cialdini da una famiglia di boscaioli. Boscaiolo era il mio babbo e boscaiolo mio nonno». Ilio Raffaelli - per tutti Bronzino - è stato uno degli attori protagonisti del palcoscenico montalcinese in un momento storico cruciale per il borgo, quello che va dal dopoguerra fino agli anni Ottanta del Novecento. L’intelligenza tagliente e la determinazione sono i suoi tratti fondamentali. Tra pochi giorni compirà 95 anni, ma da quasi quattro non lo si vede più in giro per il paese. La decisione è stata sua: le gambe non riescono a sorreggerlo a lungo e l’udito è quel che è… La mente acuminata, però, è la stessa dell’uomo che con la sola licenza elementare e una determinazione di ferro ha guidato come sindaco Montalcino dal 1960 al 1980.
Per anni l’ho osservato accomodarsi tutti i giorni sulle sedute in velluto rosso della Fiaschetteria con l’immancabile berretto in testa e la mazzetta dei giornali sotto braccio. Quella per l’informazione è un’abitudine che Ilio non ha perso: «Legge ancora ogni giorno tre quotidiani: La Nazione, il Corriere della Sera e La Repubblica» mi racconta sua moglie Franca, che lo accudisce, si direbbe, con lo stesso amore del giorno in cui si incontrarono (era il 1954). Anche nel salotto della sua casa semplice, circondato dai tanti gatti di famiglia, Ilio Raffaelli conserva il tipico portamento con la schiena ben dritta, metafora plastica di una dirittura morale e di una dedizione al proprio ufficio pubblico spesso riconosciutigli anche dai suoi avversari politici. Il viso sembra scolpito in uno degli alberi della macchia che conosce molto bene, avendola frequentato sin da quando era solo un “cittino”: la sua famiglia di boscaioli, infatti, quand’era praticamente ancora in fasce lo portò quasi subito a vivere in un capanno nella selva, dove passavano fino a 9 mesi l’anno a tagliar legna e a costruire carbonaie.

Quello di diventare boscaiolo era anche il suo destino

Quando avevo solo tre anni i miei genitori mi portarono nella macchia di Castiglion del Bosco, in località Bogatto, dove il mio babbo tagliava il bosco. Da allora e fino a quando sono diventato funzionario del Partito Comunista, nel 1945, - fatto salvo il periodo in cui ero a fa’ il soldato prima e il partigiano poi -, ho fatto boscaiolo d’inverno. D’estate invece piantavo gli ulivi. Quando non facevo né l’una né l’altra cosa, andavo a ba***re la coccola (raccogliere le bacche di ginepro, ndr) o a spigolare il grano.

Che vita era?

E come pensa che fosse? Dura. Per nove mesi l’anno si viveva nelle capanne. L’ha mai vista la capanna di un boscaiolo? La macchia cominciavamo a tagliarla dopo il 15 di settembre e di solito si finiva il primo di maggio. Ma a volte si tornava a casa anche il 15 di giugno. Dopo no, perché d’estate era vietato fare le carbonaie.

Quanta gente lavorava nel bosco?

A Montalcino, in quegli anni, 800 persone. Il comune ai tempi si estendeva per 24 mila ettari, 12 mila dei quali erano e sono ancora di macchia mediterranea. E questo bosco ogni 12 anni veniva tagliato perché il mercato ricercava il carbone cannellino, un tipo di carbone peculiare che si ricava da legna particolare. Nei boschi di Montalcino nascono 90 specie di piante diverse, lo sapeva? A lavorare nella macchia si andava in gruppo: mai in meno di quattro persone. Nel mio caso, partivo con tutta la famiglia di cinque persone: io, mio babbo Settimio, mamma Concetta, mio fratello Nello e mia sorella Irma.

Non c'era mai un momento di spensieratezza?

Mi chiede se mi divertivo? Le dico di no. Era una fatica tremenda. Si lavorava anche di notte, perché allora, durante l’epoca fascista, si lavorava a cottimo: più si produceva, più si guadagnava. I capo-macchia, quelli che ci consegnavano gli appezzamenti per i tagli, erano tutti fascisti. E quelli che venivano a prendere la legna e il carbone, inviati dai datori di lavoro, come prima cosa salivano sulle cataste per vedere se li avevamo imbrogliati. Era una vita durissima. Il nostro pasto era la “polenda”: farina di granturco cotta nel paiolo, affettata e poi rimessa nel paiolo e condita con il pecorino romano grattuggiato, altrimenti non sapeva di niente. Questo si mangiava a colazione, desìna e cena.

Si dice che fin da giovanissimo lei avesse passione per la lettura.

Senta, nel 1945 diventai un funzionario del Partito comunista. Andai alla Scuola di Partito a Siena, a Firenze e a Roma. È lì che ho imparato. A me ha dato tutto la Scuola di Partito. Si studiava otto ore al giorno. (La moglie Franca però conferma la voce di un Ilio affamato di sapere sin da giovanissimo, tanto che i suoi insegnanti delle elementari si raccomandarono che continuasse gli studi, ndr)

E come decise il partito di candidare lei come sindaco?

Fui eletto nella lista comunista e feci l’assessore delegato per 10 anni. Fui eletto sindaco nel 1960 con la stragrande maggioranza dei voti perché nel tipo di sviluppo che io vedevo, fuori Montalcino non ci credeva nessuno. Io ho dimostrato che si potevano valorizzare le risorse locali, quelle che oggi hanno fatto arricchire tutto il paese.

Fu difficile essere sindaco in quegli anni?

A Montalcino successero cose grosse. C’era una lotta tra la Democrazia Cristiana pilotata dall’America e il Partito Comunista che guardava all’Unione Sovietica. Fui denunciato più di una volta, ma sempre assolto. Ad esempio, una volta riaprii una fabbrica che aveva chiuso, la ICI, e fui denunciato. C’era in Italia una lotta contro il Partito comunista perché c’era paura che andasse al governo. Fatto sta che il Pci al governo non ci andò, ma qui a Montalcino la vita fu migliorata enormemente. Feci piani di sviluppo nell’agricoltura utilizzando le leggi che avevo a disposizione e nel giro di poco tempo riuscimmo a costruire 40 case popolari. A me garbano i fatti, e i fatti sono che in quegli anni a Montalcino il prodotto interno si è sviluppato del 50 per cento.

Com'era la Montalcino fascista della sua infanzia?

La miseria si tagliava con le mani, perché c’era tanta disoccupazione. I proprietari vivevano grazie alla mezzadria. E il comune non investiva nulla per lo sviluppo del territorio. Le faccio qualche esempio: l’acqua corrente a Montalcino arrivò molto più tardi che altrove. La luce nelle case, non c’era. Per illuminare si usavano le candele o il petrolio. Opere pubbliche non se ne facevano. Le uniche risorse di Montalcino, al tempo, erano i suoi artigiani: c’erano più di 50 calzolai e molti sarti e sarte. Qui c’erano dei fabbri speciali, uno prese addirittura una medaglia d’oro per la qualità delle accette che costruiva. C’erano persone che erano capaci di fare tutto.

Quando si accorse che il vino poteva diventare importante?

Feci delle ricerche e scoprii che grazie a un vino chiamato Brunello un tale Riccardo Paccagnini nell’Ottocento aveva conquistato diverse medaglie d’oro. Dissi che il vino era un prodotto che valeva.

Non si sbagliava.

Oggi però la gente preferisce vendere il vino e le altre attività sono quasi tutte state abbandonate.

È un male?

Non è normale, ma ognuno sceglie l’attività che gli conviene. E il Brunello di sicuro non va a male. Più che sta lì e più che costa.

Non sarebbe meglio se si sviluppassero anche altre attività?

Non me lo dica questo! Io mi son battuto per codesto fatto, per un’economia differenziata. Ma alla gente non gli puoi mica dire oh lei, faccia questo! Qui nel territorio comunque ci s’ha anche tante opere d’arte: a Castello Banfi c’è un museo (il Museo della Bottiglia e del Vetro, ndr), ai Barbi, dai Cinelli Colombini, ce n’è un altro (il Museo della comunità di Montalcino e del Brunello, ndr). A Montalcino c’erano 40 chiese e tutte erano affrescate. Se lei va a Castiglion del Bosco vedrà degli affreschi bellissimi, a Sant’Angelo in Colle lo stesso.

Torniamo per un secondo indietro: mi parlava del suo passato di partigiano.

Furono i partigiani a darmi il soprannome di Bronzino. Ero una staffetta e non istavo mai fermo. Sono anche andato a sequestrare le macchine tedesche che passavano per la strada Siena-Grosseto. Ho girato sempre.

Usò mai le armi?

Per la miseria! Le racconto una cosa: io andai ad accendere i fuochi di segnalazione per il primo lancio di materiali per i partigiani che fecero gli aerei inglesi. Il primo lancio avvenne proprio a Castiglion del Bosco. Paracadutarono armi, soldi e si*****te. Ma bisognava stare attenti. Io i tedeschi li ho visti da vicino. Ad esempio loro volevano minare il ponte di Mattioni che portava l’acqua a Siena e io gli sparai. Lo feci due volte, entrambe per difendere i ponti.

Qual è secondo lei la miglior qualità dei montalcinesi? E quale il peggior difetto?

I Montalcinesi sono anarchici. Si dice che gli italiani sono anarchici, ma a Montalcino c’è un modo particolare di esserlo.

Qual è dunque il pregio più grande dei suoi concittadini?

È l’ingegno! Perché gli anarchici so’ ingegnosi, sa? Ad esempio a noi di Montalcino ci prendevano tutti in giro perché non si aveva le fabbriche. “Eh a Montalcino ci hanno la macchia” dicevano prendendoci in giro. Ora si è visto chi ha avuto ragione, se noi o loro. Prenda Buonconvento: avevano una fabbrica con 150 operai. Ora è chiusa e a Buonconvento non c’è più niente. Li ad esempio si sarebbe potuta sviluppare la coltura del tabacco per produrre ottimi sigari, capisce? A Torrenieri, che è nel comune di Montalcino, nelle fabbriche ci lavoravano 800 persone. Non c‘è rimasto nessuno.

Quindi il contributo di Montalcino potrebbe essere questa "anarchia creativa"?

Anarchia creativa mi garba! Sì, è così. Non siamo bischeri, ecco. Anche ora è così. Io sostenevo lo sviluppo della viticoltura, ma lo sa che per questo spirito anarchico quasi non si riusciva a creare il Consorzio? E se la vuole saper tutta, lo si riuscì a fare perché dei 24 che lo costituirono, 16 erano coltivatori diretti, tutti iscritti al Partito comunista. Anarchia! Anche lo sviluppo del miele lo si deve soprattutto ai piccoli proprietari. Che, diciamolo pure, erano anche loro iscritti al Partito comunista.

Ha nostalgia di quel Partito comunista?

Vuole il mio pensiero? Oggi non c’è più politica. Allora invece la politica c’era. Le dico un’altra cosa: quando c’erano due blocchi, l’Italia si sviluppava. Ora ognuno pensa per sé e il mondo è andato in quest’altro modo. In Italia ci sarebbero volute grandi autonomie, come in America. Il grande danno dell’Italia secondo me è stato non aver fatto come loro, perché tra la Sicilia e la Lombardia c’è troppa differenza di mentalità. Invece si è voluta l’Unità d’Italia, e la si è pagata cara.

Al tempo della sua militanza politica, ci parlava con quelli dell'altra parte?

Guardi, io nel consiglio comunale non ho mai avuto opposizione. E lo sa perché? Perché noi si diceva cose giuste. (G.P.)

A Sant'Angelo in Colle da qualche mese non c'è più il fondo oro trecentesco di una Madonna con bambino di Pietro Lorenze...
22/04/2023

A Sant'Angelo in Colle da qualche mese non c'è più il fondo oro trecentesco di una Madonna con bambino di Pietro Lorenzetti. Il dipinto è stato preso in carico e traslato dalla chiesetta che lo ospitava dalla fine dell'Ottocento dalla Soprintendenza che ne ha deciso il restauro. Quest'opera così importante tuttavia rischia di non tornare a Sant'Angelo: bisogna trovare i fondi per garantirne in futuro l'integrità e la sicurezza. La maggioranza dei paesani ovviamente ne chiede il ritorno: sovente in Italia lo spirito di comunità vive e si aggrega attorno a questi simboli che - va ricordato - hanno una funzione che va ben oltre a quella della loro rilevanza artistica. Un piccolo quadro può essere il simulacro reale di una radice, quella grazie a cui uomini e donne che vivono in un luogo (ri)trovano il proprio senso di identità.
I fondi del Pnrr servono anche a finanziare questo genere di progetti (c'è una voce di spesa che ha questa precisa indicazione). Invitiamo tutti coloro che si sentono coinvolti da questa vicenda - santangiolesi, montalcinesi e non - ad attivarsi e a informarsi, anche solo scrivendo una email all'indirizzo [email protected]
Grazie a Montalcinonews Montalcino per l'articolo particolarmente preciso e a Enzo Caputo per l'energica attività.

Categoria: Cultura & Paesaggi 21 aprile 2023 10:27 A rischio il patrimonio artistico di Sant’Angelo in Colle Sant’Angelo in Colle rischia di non riavere più il dipinto della Madonna attribuito a Pietro Lorenzetti, finora custodito nella chiesetta della Madonna, costruita alla fine del XIX secol...

"Incontro pungente, e inconsueto, camminando sulla strada di crinale che corre tra due vigne. Lui è un bell'arbusto di c...
18/01/2023

"Incontro pungente, e inconsueto, camminando sulla strada di crinale che corre tra due vigne. Lui è un bell'arbusto di casa nei boschi dei dintorni; la biodiversità chiede attenzione"

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«Il libro si intitolerà “The Magpie’s guide to Montalcino”. Magpie è la gazza ladra, l’uccello che ruba le cose luccican...
20/12/2022

«Il libro si intitolerà “The Magpie’s guide to Montalcino”. Magpie è la gazza ladra, l’uccello che ruba le cose luccicanti: io mi vedo un po’ così, in tanti anni che vivo qui ho avuto modo di raccogliere tantissimi aneddoti, fatti e osservazioni su questo territorio e le persone che lo abitano».

Come in una favola di Esopo, la scozzese Laura Gray ha deciso di impersonare se stessa nel simbolico uccellino innamorato dei piccoli oggetti brillanti, che nella sua guida sono i piccoli e grandi fatti, le storie e le curiosità del territorio montalcinese. Un’antologia di aneddoti pensata come una lettura lieve, informata e divertente sul luogo che ha scelto come casa da ormai molti anni.

Figlia di due accademici britannici - sua madre Katie professoressa di linguistica e suo padre Martin di letteratura inglese - Laura ha frequentato sin da piccolissima. «I miei hanno comprato una casa a Camigliano nel 1972, un anno prima erano venuti a trovare un loro amico che aveva preso in affitto il podere Galampio e si erano innamorati del posto. Sono nata nel 1974 e ho sempre passato qui delle lunghe vacanze estive, almeno due mesi all’anno» racconta.

Qual è il tuo primo ricordo di questi luoghi?
«L’ombra di me e di mio padre in Lambretta che corre lungo le mura della scuola di Camigliano mentre lui mi porta a fare un giro. Questo per me era un luogo incredibile, così lontano e diverso dalla mia vita in Scozia, a Stirling, una cittadina a nord di Edimburgo grande più o meno come Siena dove vivevo e avevo tutto il mio mondo. Lì andavo a scuola col buio, tornavo col buio. Il mio zaino aveva i catarifrangenti per non farmi investire dalle auto… D’estate venivamo in Italia e di colpo la porta di casa si apriva, ero libera: i miei qui non mi controllavano più. L’ebrezza delle estati con i miei amici del luogo, i bagni notturni negli invasi di irrigazione… Qui non mi sono mai annoiata. Se a sette anni mi avessi chiesto dove volevo vivere, ti avrei detto in . È il posto dove mi sono sempre sentita me stessa, è lo è diventato ancor di più quando sono diventata adolescente».

L’italiano dove l’hai imparato?
«Ovviamente qui. Nel 1983, quando ho compiuto nove anni, mio padre ha preso un anno sabbatico e siamo restati sei mesi a Camigliano. Sono anche andata a scuola a Tavernelle, in una classe che raggruppava tutti gli alunni dalla prima alla quinta elementare. Quel periodo mi ha aiutato a “scollettare”. Mia madre, poi, è poliglotta e in Scozia ha sempre cercato di nutrire il nostro italiano anche nel resto dell’anno. Io poi sono una cui piace parlare, e questo aiuta! (ride, ndr). Mio fratello Nick invece si faceva pagare dai miei mille lire per ogni parola in italiano che imparava. Conosceva solo i nomi dei gusti dei gelati. È sempre stato più furbo…»

Quando hai conosciuto tuo marito Marco?
«La prima volta che mi ha offerto un succo alla pera alla Fiaschetteria avevo 12 anni. Ci siamo messi insieme nel 1992, quando avevo 17 anni. 30 anni fa esatti».

Poi pian piano sei entrata nel mondo del vino.
«Dopo essermi laureata in Letteratura inglese a Oxford già stavo con Marco e ho deciso di avvicinarmi. Sono andata a vivere un anno in Piemonte facendo su e giù con la Toscana in treno ogni venerdì sera. Poco dopo sono venuta a Montalcino pensando di chiudere con lui e di “tornare alla mia vera vita” come avevo detto ai miei genitori. Dissi loro “lo mollo e torno” (ride, ndr). I nostri figli odiano questa storia! Comunque, quando sono venuta a vivere a Montalcino ho aderito a un bando e ho cominciato a lavorare per la pro loco. A questo punto siamo nel 1995 e si è sparsa la voce che in paese c’era una persona che sapeva ba***re velocemente a macchina e parlava due lingue, così mi sono arrivate un sacco di offerte di lavoro. Ho fatto la mia prima vendemmia alla Tenuta Il Poggione e poi sono andata a lavorare a Poggio Antico Montalcino, dove sono rimasta sette anni come prima assistente di Paola Gloder, tra le prime a credere nel Dtc, le vendite dirette di vino in azienda. Al tempo quasi nessuno le faceva, mentre lei teneva aperto anche il giorno di Natale. Ancora oggi avere nel curriculum l’esperienza con Paola è un fatto che accende l’attenzione di molti imprenditori del vino, specialmente delle donne. Nel 2003 sono passata a lavorare per Terralsole e Il Palazzone, sono diventata sommelier e la mia vita è diventata davvero piena. Io e Marco abbiamo deciso di mettere su famiglia e sono rimasta al Palazzone, di cui sono diventata amministratore unico nel 2013 e dove sono rimasta fino al 2022. L’azienda ha cambiato proprietà nel giugno del 2021 e assistere a tutte le fasi della vendita è stato il mio ultimo atto d’amore per quella persona straordinaria che è Richard Parsons, l’ex proprietario con cui ho lavorato per 20 anni. Adesso faccio la consulente per aziende vinicole, aiutandole a sviluppare progetti commerciali e di comunicazione. In questo modo ho tempo di dedicarmi alla mia famiglia e al mio libro».

Torniamo per un momento al libro.
«È molto leggero, ma anche divertente e, come si dice in inglese, “educational”. Sarà organizzato come una guida A-Z e il lettore potrà pescare qua e là senza dover per forza cominciare dall’inizio. Tra i 120 termini ci sono “assedio”, “quercetina”, “mezzadria”… C’è qualcosa per tutti. Ad esempio: lo sapevi che in italiano c’è un colore chiamato Bordeaux che in inglese però viene chiamato Burgundy, ossia Borgogna? È un libro indirizzato sia alle persone già edotte su Montalcino sia a coloro che non conoscono ancora questo angolo di Toscana. È una pubblicazione con contenuti etimologici, antropologici e culturali. Ovviamente tratta anche argomenti relativi al vino e al paese».

Anticipami una chicca.
«Alla lettera U si parla di ufo».

Gli ufo? A Montalcino?
«Vedi che non lo sapevi?! Nella chiesa del Pianello c’è il quadro di un’Annunciazione in cui compare quello che veniva chiamato “lo Sputnik di Montalcino” e che negli anni 80 accese l’attenzione degli ufologi di tutto il mondo».

“Cammino in una notte di plenilunio sentendomi osservata. Non è un gufo e nemmeno un barbagianni ..."•Art: Silvana Biasu...
15/11/2022

“Cammino in una notte di plenilunio sentendomi osservata. Non è un gufo e nemmeno un barbagianni ..."

Art: Silvana Biasutti

Di fronte all'Amiata - Castel Porrona•«Mi sveglia il ronzio dei trattori al lavoro; guardo la terra che si divide in sol...
03/07/2022

Di fronte all'Amiata - Castel Porrona

«Mi sveglia il ronzio dei trattori al lavoro; guardo la terra che si divide in solchi svelati dalla luce. Ogni volta mi chiedo dove ha imparato a disegnare, il trattorista...»

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La Toscana è terra di caratteri forti, talvolta vulcanici. E vulcanico è l’aggettivo che ricorre più spesso quando si se...
19/03/2022

La Toscana è terra di caratteri forti, talvolta vulcanici. E vulcanico è l’aggettivo che ricorre più spesso quando si sente parlare di Giuseppe Bianchini ancora oggi, a 18 anni dalla sua scomparsa. Beppe, “il fattorino” o “il Presidentissimo” - un soprannome, quest’ultimo, che lo accompagnò nei 13 anni in cui guidò la squadra di calcio di Montalcino portandola dalla Terza categoria all’Eccellenza - è stato l’artefice della fortuna di Ciacci Piccolomini d' Aragona , una delle etichette più incensate dalla critica vinicola per il suo Brunello di Montalcino. Un vino che sintetizza le tutte le caratteristiche peculiari del sangiovese coltivato nel versante sud orientale della docg: grande potenza al naso e un peculiarissimo finale salino. La qualità del lavoro di questa cantina si riflette nei punteggi altissimi che raccoglie da anni presso la critica internazionale.
L’azienda oggi è guidata dalla seconda generazione di famiglia, i figli Paolo e Lucia, mentre si affaccia la terza, Alex ed Ester, i figli di Paolo che da diversi anni si stanno facendo le ossa tra cantina, vigneti e fiere vinicole in giro per il mondo.
Quand’era ancora solo il fattore - allora si chiamavano ancora così - di questa casa di produzione che ha i terreni in uno degli angoli più suggestivi del montalcinese, 220 ettari lungo la strada etrusca della Sesta, poco sotto Castelnuovo dell’Abate, con i vigneti affacciati come una terrazza sulla val d’Orcia davanti all’incombente quinta scura del monte Amiata, Giuseppe è stato uno dei primi a intuire le potenzialità del Brunello.
Per ricordare la figura del padre e del nonno, e per raccontare le nuove sfide climatiche e green della viticultura, Paolo e suo figlio Alex scelgono lo straordinario museo di memorabilia ciclistiche ospitato in azienda. L’amore per la bicicletta è parte dell’eredità genetica di famiglia: oltre a essere tifosissimo della Fiorentina, Giuseppe Bianchini amava il ciclismo.

Il nome dell’azienda parla di nobiltà, ma Giuseppe aveva tutt’altre origini: partiamo da qui.
Paolo: «I genitori del mio babbo erano di Monte Oliveto. L’azienda invece nasce a metà dell’Ottocento dalla famiglia Ciacci e il nome Piccolomini d’Aragona si aggiunge quando Elda Ciacci si unì in matrimonio con il conte Piccolomini d’Aragona, discendente di papa Pio II, Enea Silvio Piccolomini, il fondatore di Pienza. Elda era proprietaria di un grande lotto di terreni, al tempo 470 ettari. La proprietà partiva da San Polino, sulla strada di Podernovi, e arrivava al podere Colombaio. Contava 12 poderi, e in ogni podere viveva una famiglia di mezzadri: qualcuno allevava buoi, altri pecore, altri ancora maiali. Ma nel 1962, quando il giovane e già attivissimo Giuseppe venne a lavorare qui dopo aver lavorato ad Argiano, di vigneti ce n’erano pochissimi. Agli inizi degli anni ’70, ancora prima dell’avvento di Ezio Rivella e Banfi, mio padre nella riunione che aveva con la proprietà ogni sera dalle 7 alle 8, tutti i giorni, anche a Pasqua e Natale, proponeva spesso di cambiare sistema e virare tutto in vitivinicolo. Sapeva già che il futuro di Montalcino era lì. La contessa però si era sempre opposta, dicendo che quella rivoluzione l’avrebbe fatta chi sarebbe venuto dopo di lei. Tant’è che nel 1978 a mio padre venne chiesto dall’ex mezzadro del podere San Giorgio, poco sopra Castelnuovo, di trovare un acquirente. Babbo si informò sulla richiesta economica e la sera stessa disse alla contessa che, avendo due figli, voleva creare un’aziendina per il loro futuro. “Chi glielo fa fare di mettersi nelle spese?” fu la risposta della contessa. Che tuttavia non si oppose, nonostante Giuseppe fosse un suo impiegato e al tempo non fosse prassi che una figura come la sua diventasse anche un proprietario».

Leggenda vuole che, anche in quel caso, partì in quarta.
P.: «Piantò subito 5 ettari di vigna e costruì la cantina. Lui era fatto così».

Nel 1985 la contessa muore lasciandolo erede universale.
P.: «Lo fece perché, e qui cito le sue parole nel testamento, “così facendo, sapendo le volontà di Giuseppe, la mia azienda rimarrà tale e quale e il mio nome sarà conosciuto in tutto il mondo”».

Se lo aspettava questo lascito, tuo padre?
P.: «No. Fu un fulmine a ciel sereno».

Si dice che fosse una donna austera.
P.: «Lo era: dura, piuttosto rigida con me e mia sorella. Ma covava sicuramente un amore per noi. Ogni trimestre ci controllava le pagelle. E mia sorella Lucia fu fatta nascere nel suo palazzo vescovile a Castelnuovo dell’Abate. Di recente il palazzo è stato oggetto di un furto importante: mia mamma non aveva mai spostato un oggetto, dentro era ancora tutto come lo teneva la contessa quarant’anni fa. È stato uno choc enorme per lei».

Ancora due parole sul babbo. È stato difficile essergli figlio?
P.: «Era difficile per certi versi e facile per altri. Difficile perché era un padre padrone, con uno sguardo dovevi capire se era il momento in cui eri il figlio, l’amico o il fratello. L’anno prima della morte della contessa gli proposero di prendere l’albergo-ristorante il Giglio, che lui ha restaurato per poi mettermi lì a lavorare. A me, uno abituato allo stato brado… Mi sono sentito ingabbiato. Però era anche una persona unica. Un generoso. Non s’è mai sentito il padrone di Ciacci Piccolomini, ma sempre e soltanto l’amministratore, il custode. E questo concetto ce l’ha messo in testa anche a noi. Siamo qui solo di passaggio, siamo i custodi, non ci sentiamo i proprietari».

Tu dove sei cresciuto?
P.: «A Castelnuovo, in via Borgo di Mezzo, la via centrale. Sono del 1961 e Castelnuovo nella mia infanzia era bellissimo. Oggi, quando la sera faccio il giro del paese con il mio jack russell provo un po’ di tristezza. Il paese è ancora bello, ma il silenzio è assordante. Prima nella via centrale c’erano tre alimentari, un fruttivendolo, quattro bar, il barbiere. C’era una vita che non puoi capire».

Chi erano i tuoi amici d’infanzia?
P.: «Due di loro, Marcello Martelli e Gianni Martelli, oggi non ci sono più. Gli altri: Mauro Pieri, Marco e Maurizio Ferretti, la postina del paese, Rosanna Rubegni, sua sorella Raffaella…

Che vita era?
P.: «Finita la scuola ci ritrovavamo ed era tutto uno schiamazzo. Nascondino, guardia e ladri, gare di biglie, oppure si andava al fiume a pescare. Era una vita sicuramente più bella, c’era un altro affiatamento».

Alex, tu hai fatto in tempo a vedere quella Castelnuovo?
Alex Bianchini: «Sono nato a Siena, ma fino a 11 anni ho vissuto qui. Anche noi eravamo un bel gruppo d’amici e d’estate era un paradiso. Il paese è tranquillità e sicurezza. A 11 anni mi sono trasferito a Siena con mia madre e mia sorella e lì ho fatto tutte le scuole. Passare l’ultima estate a Castelnuovo, che per me era la vita, con il bel ricordo nitido del nonno e della sua passione che mi aveva trasmesso per la campagna, per la vigna e per il vino, per me è stato uno choc… Crescendo in città però ho coltivato una grande passione per il calcio. È stata una parte importante della mia vita, ma poi ho scoperto di avere un problema cardiaco e ho dovuto smettere e buttarmi nello studio. Finita l’università di lingue, dal 2015 ho cominciato a lavorare in azienda. È quello che ho sempre voluto fare. Piano piano con babbo e la famiglia cerchiamo di mantenere quello che abbiamo e di migliorarlo. E credo che la crescita che ha avuto l’azienda negli ultimi 15/20 anni sia sotto gli occhi di tutti. Se 40 anni fa i produttori erano solo 60 o 70, ora siamo oltre 200 e la qualità media è cresciuta notevolmente. Per rimanere competitivi l’aspetto qualitativo è fondamentale».

Lo avvertite il cambiamento climatico di cui tanto si parla?
P.: «Per adesso stiamo molto attenti nelle lavorazioni e questa cosa ci aiuta. Abbiamo anche cambiato la gestione agronomica, passando a biologico»
A.: «L’approccio bio ci aiuta ad avere un occhio in più. Prima c’erano le cosiddette lavorazioni a calendario, mentre ora per la difesa fitosanitaria devi andare tutti i giorni in vigna e controllare lo stato di salute delle viti. Con il bio non curi la pianta, ma vai a preve**re eventuali patologie. Questo ci ha portato ad essere fisicamente più vicini alla vite, a programmare le lavorazioni del terreno, le concimazioni. La gestione della terra e del vigneto è più oculata».

Un po’ di preoccupazione tuttavia il clima ve lo dà.
A.: «I vivai producono piante sempre più resistenti a determinate condizioni climatiche, ma è chiaro che il clima pone dei temi. I dati consortili dicono che negli ultimi 20 anni i tempi di vendemmia si sono accorciati di un giorno all’anno. Se prima nel nostro versante cominciava a fine settembre, a volte a ottobre inoltrato, ora a fine settembre è sempre terminata. In un’annata come la 2017, noi il 13 settembre avevamo finito di raccogliere l’ultimo grappolo di sangiovese».
P.: «La vite si sta abituando piano piano a determinate situazioni di stress, però in agricoltura oggi l’acqua sta diventando il vero oro blu. Il disciplinare del Brunello prevede solo le irrigazioni di soccorso, ma credo sia sempre più necessaria per il sostentamento della pianta. La nostra fortuna è la struttura scheletrica dei terreni aziendali: i primi 30/40 centimetri sono di terra sciolta galestrosa e roccia friabile, ma a 50 cm c’è uno strato d’argilla che trattiene l’acqua. Nei periodi più caldi rompiamo la crosta della terra con lavori superficiali per non farla spaccare e limitare l’evaporazione. L’80% dei nostri terreni ha questa ricchezza di argilla che aiuta, ma nelle annate siccitose non può fare miracoli».

Tuttavia la qualità dei vostri vini è sempre altissima.
A.: «Quello che cerchiamo di fare, è dare identità al sangiovese. Facciamo tre Brunello: quello classico, poi il cru Pianrosso che, nelle annate migliori, dà vita anche a una riserva. Nelle annate a 5 stelle, poi, quest'ultima viene battezzata Riserva Santa Caterina d’oro. Un nome dedicato al nonno, perché nel 2004, 15 giorni dopo che ci aveva lasciato, era stato insignito di questo premio dal Comitato Cateriniano in qualità di miglior agricoltore dell’annata precedente. Infine facciamo due Rosso di Montalcino, uno classico e un cru, Rossofonte. Questi vini costituiscono il 90% della produzione».

Avete anche due etichette storiche con uvaggi meno comuni a Montalcino.
A.: «C’è l’Ateo, nato nel 1989 come me, fatto con merlot e cabernet. Ha una storia curiosa: quell’annata fu disastrosa per il vino. Nonno, che aveva l’azienda solo da 4 anni, non credendo di poter fare un grande Brunello, fece un blend che, a differenza di oggi, conteneva anche il sangiovese».
P.: «Più tardi, nel 1995, babbo piantò delle barbatelle di syrah perché aveva in mente di fare un taglio mezzo bordolese, un blend di merlot, cabernet e syrah. Ma alla prima vendemmia, nel 1998, fu così entusiasta che decise di farne un vino in purezza che oggi si chiama Fabivs, come Fabius de’ Vecchis, il primo vescovo di Sant’Antimo che era stato residente nel palazzo Ciacci Piccolomini. La nostra zona si presta al syrah e ne nasce un vino con caratteristiche molto territoriali. Non è uno di quei syrah potenti che puoi trovare nel bolgherese o in Sicilia e non ha nemmeno quella potenza mista a eleganza che trovi in Francia nei Côtes du Rhône. Ha identità e personalità tutte sue. Deve il suo successo al fatto che nel 1998 fu fatta una degustazione in cui fu messo insieme a 50 altri syrah di tutto il mondo, soprattutto francesi, classificandosi una volta al primo posto e poi al secondo. Diciamo Giuseppe diede vita a un pesciolino che si comporta bene in mezzo agli squali».

È stato difficile per voi quando è mancato a soli 65 anni?
P.: «Era il momento di sviluppo della nuova cantina che lui aveva progettato. Aveva appena comprato dei nuovi terreni nel Montecucco. Era tutto in costruzione e fu uno choc. Io e mia sorella Lucia abbiamo fatto scudo e siamo andati avanti, ma la nostra fortuna è stata avere l’aiuto del nostro staff che è veramente incredibile. Oggi tra interni ed esterni, mensilmente qui lavorano tra le 24 e le 26 persone, di cui 10 fisse. Anche gli avventizi sono parte della nostra famiglia allargata, come pure le persone che sono andate in pensione o i mezzadri diventati operai che mi hanno visto quando avevo 10 mesi e si ostinano a darmi del lei, mettendomi in imbarazzo. Ciacci Piccolomini è fatta da tutte queste persone».
(G.P.)

Indirizzo

Sant'angelo In Colle
53024

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