19/03/2022
La Toscana è terra di caratteri forti, talvolta vulcanici. E vulcanico è l’aggettivo che ricorre più spesso quando si sente parlare di Giuseppe Bianchini ancora oggi, a 18 anni dalla sua scomparsa. Beppe, “il fattorino” o “il Presidentissimo” - un soprannome, quest’ultimo, che lo accompagnò nei 13 anni in cui guidò la squadra di calcio di Montalcino portandola dalla Terza categoria all’Eccellenza - è stato l’artefice della fortuna di Ciacci Piccolomini d' Aragona , una delle etichette più incensate dalla critica vinicola per il suo Brunello di Montalcino. Un vino che sintetizza le tutte le caratteristiche peculiari del sangiovese coltivato nel versante sud orientale della docg: grande potenza al naso e un peculiarissimo finale salino. La qualità del lavoro di questa cantina si riflette nei punteggi altissimi che raccoglie da anni presso la critica internazionale.
L’azienda oggi è guidata dalla seconda generazione di famiglia, i figli Paolo e Lucia, mentre si affaccia la terza, Alex ed Ester, i figli di Paolo che da diversi anni si stanno facendo le ossa tra cantina, vigneti e fiere vinicole in giro per il mondo.
Quand’era ancora solo il fattore - allora si chiamavano ancora così - di questa casa di produzione che ha i terreni in uno degli angoli più suggestivi del montalcinese, 220 ettari lungo la strada etrusca della Sesta, poco sotto Castelnuovo dell’Abate, con i vigneti affacciati come una terrazza sulla val d’Orcia davanti all’incombente quinta scura del monte Amiata, Giuseppe è stato uno dei primi a intuire le potenzialità del Brunello.
Per ricordare la figura del padre e del nonno, e per raccontare le nuove sfide climatiche e green della viticultura, Paolo e suo figlio Alex scelgono lo straordinario museo di memorabilia ciclistiche ospitato in azienda. L’amore per la bicicletta è parte dell’eredità genetica di famiglia: oltre a essere tifosissimo della Fiorentina, Giuseppe Bianchini amava il ciclismo.
Il nome dell’azienda parla di nobiltà, ma Giuseppe aveva tutt’altre origini: partiamo da qui.
Paolo: «I genitori del mio babbo erano di Monte Oliveto. L’azienda invece nasce a metà dell’Ottocento dalla famiglia Ciacci e il nome Piccolomini d’Aragona si aggiunge quando Elda Ciacci si unì in matrimonio con il conte Piccolomini d’Aragona, discendente di papa Pio II, Enea Silvio Piccolomini, il fondatore di Pienza. Elda era proprietaria di un grande lotto di terreni, al tempo 470 ettari. La proprietà partiva da San Polino, sulla strada di Podernovi, e arrivava al podere Colombaio. Contava 12 poderi, e in ogni podere viveva una famiglia di mezzadri: qualcuno allevava buoi, altri pecore, altri ancora maiali. Ma nel 1962, quando il giovane e già attivissimo Giuseppe venne a lavorare qui dopo aver lavorato ad Argiano, di vigneti ce n’erano pochissimi. Agli inizi degli anni ’70, ancora prima dell’avvento di Ezio Rivella e Banfi, mio padre nella riunione che aveva con la proprietà ogni sera dalle 7 alle 8, tutti i giorni, anche a Pasqua e Natale, proponeva spesso di cambiare sistema e virare tutto in vitivinicolo. Sapeva già che il futuro di Montalcino era lì. La contessa però si era sempre opposta, dicendo che quella rivoluzione l’avrebbe fatta chi sarebbe venuto dopo di lei. Tant’è che nel 1978 a mio padre venne chiesto dall’ex mezzadro del podere San Giorgio, poco sopra Castelnuovo, di trovare un acquirente. Babbo si informò sulla richiesta economica e la sera stessa disse alla contessa che, avendo due figli, voleva creare un’aziendina per il loro futuro. “Chi glielo fa fare di mettersi nelle spese?” fu la risposta della contessa. Che tuttavia non si oppose, nonostante Giuseppe fosse un suo impiegato e al tempo non fosse prassi che una figura come la sua diventasse anche un proprietario».
Leggenda vuole che, anche in quel caso, partì in quarta.
P.: «Piantò subito 5 ettari di vigna e costruì la cantina. Lui era fatto così».
Nel 1985 la contessa muore lasciandolo erede universale.
P.: «Lo fece perché, e qui cito le sue parole nel testamento, “così facendo, sapendo le volontà di Giuseppe, la mia azienda rimarrà tale e quale e il mio nome sarà conosciuto in tutto il mondo”».
Se lo aspettava questo lascito, tuo padre?
P.: «No. Fu un fulmine a ciel sereno».
Si dice che fosse una donna austera.
P.: «Lo era: dura, piuttosto rigida con me e mia sorella. Ma covava sicuramente un amore per noi. Ogni trimestre ci controllava le pagelle. E mia sorella Lucia fu fatta nascere nel suo palazzo vescovile a Castelnuovo dell’Abate. Di recente il palazzo è stato oggetto di un furto importante: mia mamma non aveva mai spostato un oggetto, dentro era ancora tutto come lo teneva la contessa quarant’anni fa. È stato uno choc enorme per lei».
Ancora due parole sul babbo. È stato difficile essergli figlio?
P.: «Era difficile per certi versi e facile per altri. Difficile perché era un padre padrone, con uno sguardo dovevi capire se era il momento in cui eri il figlio, l’amico o il fratello. L’anno prima della morte della contessa gli proposero di prendere l’albergo-ristorante il Giglio, che lui ha restaurato per poi mettermi lì a lavorare. A me, uno abituato allo stato brado… Mi sono sentito ingabbiato. Però era anche una persona unica. Un generoso. Non s’è mai sentito il padrone di Ciacci Piccolomini, ma sempre e soltanto l’amministratore, il custode. E questo concetto ce l’ha messo in testa anche a noi. Siamo qui solo di passaggio, siamo i custodi, non ci sentiamo i proprietari».
Tu dove sei cresciuto?
P.: «A Castelnuovo, in via Borgo di Mezzo, la via centrale. Sono del 1961 e Castelnuovo nella mia infanzia era bellissimo. Oggi, quando la sera faccio il giro del paese con il mio jack russell provo un po’ di tristezza. Il paese è ancora bello, ma il silenzio è assordante. Prima nella via centrale c’erano tre alimentari, un fruttivendolo, quattro bar, il barbiere. C’era una vita che non puoi capire».
Chi erano i tuoi amici d’infanzia?
P.: «Due di loro, Marcello Martelli e Gianni Martelli, oggi non ci sono più. Gli altri: Mauro Pieri, Marco e Maurizio Ferretti, la postina del paese, Rosanna Rubegni, sua sorella Raffaella…
Che vita era?
P.: «Finita la scuola ci ritrovavamo ed era tutto uno schiamazzo. Nascondino, guardia e ladri, gare di biglie, oppure si andava al fiume a pescare. Era una vita sicuramente più bella, c’era un altro affiatamento».
Alex, tu hai fatto in tempo a vedere quella Castelnuovo?
Alex Bianchini: «Sono nato a Siena, ma fino a 11 anni ho vissuto qui. Anche noi eravamo un bel gruppo d’amici e d’estate era un paradiso. Il paese è tranquillità e sicurezza. A 11 anni mi sono trasferito a Siena con mia madre e mia sorella e lì ho fatto tutte le scuole. Passare l’ultima estate a Castelnuovo, che per me era la vita, con il bel ricordo nitido del nonno e della sua passione che mi aveva trasmesso per la campagna, per la vigna e per il vino, per me è stato uno choc… Crescendo in città però ho coltivato una grande passione per il calcio. È stata una parte importante della mia vita, ma poi ho scoperto di avere un problema cardiaco e ho dovuto smettere e buttarmi nello studio. Finita l’università di lingue, dal 2015 ho cominciato a lavorare in azienda. È quello che ho sempre voluto fare. Piano piano con babbo e la famiglia cerchiamo di mantenere quello che abbiamo e di migliorarlo. E credo che la crescita che ha avuto l’azienda negli ultimi 15/20 anni sia sotto gli occhi di tutti. Se 40 anni fa i produttori erano solo 60 o 70, ora siamo oltre 200 e la qualità media è cresciuta notevolmente. Per rimanere competitivi l’aspetto qualitativo è fondamentale».
Lo avvertite il cambiamento climatico di cui tanto si parla?
P.: «Per adesso stiamo molto attenti nelle lavorazioni e questa cosa ci aiuta. Abbiamo anche cambiato la gestione agronomica, passando a biologico»
A.: «L’approccio bio ci aiuta ad avere un occhio in più. Prima c’erano le cosiddette lavorazioni a calendario, mentre ora per la difesa fitosanitaria devi andare tutti i giorni in vigna e controllare lo stato di salute delle viti. Con il bio non curi la pianta, ma vai a preve**re eventuali patologie. Questo ci ha portato ad essere fisicamente più vicini alla vite, a programmare le lavorazioni del terreno, le concimazioni. La gestione della terra e del vigneto è più oculata».
Un po’ di preoccupazione tuttavia il clima ve lo dà.
A.: «I vivai producono piante sempre più resistenti a determinate condizioni climatiche, ma è chiaro che il clima pone dei temi. I dati consortili dicono che negli ultimi 20 anni i tempi di vendemmia si sono accorciati di un giorno all’anno. Se prima nel nostro versante cominciava a fine settembre, a volte a ottobre inoltrato, ora a fine settembre è sempre terminata. In un’annata come la 2017, noi il 13 settembre avevamo finito di raccogliere l’ultimo grappolo di sangiovese».
P.: «La vite si sta abituando piano piano a determinate situazioni di stress, però in agricoltura oggi l’acqua sta diventando il vero oro blu. Il disciplinare del Brunello prevede solo le irrigazioni di soccorso, ma credo sia sempre più necessaria per il sostentamento della pianta. La nostra fortuna è la struttura scheletrica dei terreni aziendali: i primi 30/40 centimetri sono di terra sciolta galestrosa e roccia friabile, ma a 50 cm c’è uno strato d’argilla che trattiene l’acqua. Nei periodi più caldi rompiamo la crosta della terra con lavori superficiali per non farla spaccare e limitare l’evaporazione. L’80% dei nostri terreni ha questa ricchezza di argilla che aiuta, ma nelle annate siccitose non può fare miracoli».
Tuttavia la qualità dei vostri vini è sempre altissima.
A.: «Quello che cerchiamo di fare, è dare identità al sangiovese. Facciamo tre Brunello: quello classico, poi il cru Pianrosso che, nelle annate migliori, dà vita anche a una riserva. Nelle annate a 5 stelle, poi, quest'ultima viene battezzata Riserva Santa Caterina d’oro. Un nome dedicato al nonno, perché nel 2004, 15 giorni dopo che ci aveva lasciato, era stato insignito di questo premio dal Comitato Cateriniano in qualità di miglior agricoltore dell’annata precedente. Infine facciamo due Rosso di Montalcino, uno classico e un cru, Rossofonte. Questi vini costituiscono il 90% della produzione».
Avete anche due etichette storiche con uvaggi meno comuni a Montalcino.
A.: «C’è l’Ateo, nato nel 1989 come me, fatto con merlot e cabernet. Ha una storia curiosa: quell’annata fu disastrosa per il vino. Nonno, che aveva l’azienda solo da 4 anni, non credendo di poter fare un grande Brunello, fece un blend che, a differenza di oggi, conteneva anche il sangiovese».
P.: «Più tardi, nel 1995, babbo piantò delle barbatelle di syrah perché aveva in mente di fare un taglio mezzo bordolese, un blend di merlot, cabernet e syrah. Ma alla prima vendemmia, nel 1998, fu così entusiasta che decise di farne un vino in purezza che oggi si chiama Fabivs, come Fabius de’ Vecchis, il primo vescovo di Sant’Antimo che era stato residente nel palazzo Ciacci Piccolomini. La nostra zona si presta al syrah e ne nasce un vino con caratteristiche molto territoriali. Non è uno di quei syrah potenti che puoi trovare nel bolgherese o in Sicilia e non ha nemmeno quella potenza mista a eleganza che trovi in Francia nei Côtes du Rhône. Ha identità e personalità tutte sue. Deve il suo successo al fatto che nel 1998 fu fatta una degustazione in cui fu messo insieme a 50 altri syrah di tutto il mondo, soprattutto francesi, classificandosi una volta al primo posto e poi al secondo. Diciamo Giuseppe diede vita a un pesciolino che si comporta bene in mezzo agli squali».
È stato difficile per voi quando è mancato a soli 65 anni?
P.: «Era il momento di sviluppo della nuova cantina che lui aveva progettato. Aveva appena comprato dei nuovi terreni nel Montecucco. Era tutto in costruzione e fu uno choc. Io e mia sorella Lucia abbiamo fatto scudo e siamo andati avanti, ma la nostra fortuna è stata avere l’aiuto del nostro staff che è veramente incredibile. Oggi tra interni ed esterni, mensilmente qui lavorano tra le 24 e le 26 persone, di cui 10 fisse. Anche gli avventizi sono parte della nostra famiglia allargata, come pure le persone che sono andate in pensione o i mezzadri diventati operai che mi hanno visto quando avevo 10 mesi e si ostinano a darmi del lei, mettendomi in imbarazzo. Ciacci Piccolomini è fatta da tutte queste persone».
(G.P.)