23/07/2026
Michele Vitale e le biciclette Viemme: l'artigiano che costruiva sogni su due ruote
Ci sono uomini che lasciano il segno non perché abbiano cercato la notorietà, ma perché hanno saputo trasformare il proprio lavoro in un'opera d'arte. A Frattamaggiore, uno di questi era senza dubbio Michele Vitale, fondatore delle biciclette Viemme, il cui piccolo laboratorio artigiano di via Cavour rappresentò, per oltre una generazione, un autentico tempio del ciclismo.
Varcare quella porta significava entrare in un mondo fatto di passione, amicizia e sapienza artigianale. Tra telai appesi, attrezzi consumati dall'uso e il profumo del ferro lavorato, prendevano forma biciclette uniche, costruite interamente a mano con una cura quasi maniacale. Non erano semplici mezzi di trasporto: erano creature alle quali Michele dedicava tempo, pazienza e una parte della propria anima.
Da giovane aveva amato profondamente la bicicletta. Pedalare era la sua libertà, fino a quando un grave incidente compromise irrimediabilmente la funzionalità della sua gamba, impedendogli di continuare a praticare lo sport che più amava. Ma ciò che il destino gli tolse sulle strade lo restituì, forse in misura ancora maggiore, nella sua straordinaria capacità di costruire biciclette. Non potendo più gareggiare, decise di far correre i sogni degli altri.
Pochi sapevano che Michele Vitale era il cognato di Giuseppe Mauso, tra i ciclisti più conosciuti e apprezzati del territorio. Eppure non se ne vantò mai. La modestia era una delle sue qualità più autentiche: preferiva che a parlare fossero il lavoro delle sue mani e la qualità delle sue biciclette.
Le biciclette Viemme erano ricercatissime. Ogni telaio era realizzato con lavorazioni completamente manuali, rifinito con precisione artigianale e personalizzato secondo le esigenze del ciclista. Oggi quei modelli sono autentici pezzi da collezione, ricercati dagli appassionati e dotati di un valore storico ed economico difficilmente quantificabile.
In un'epoca dominata da marchi prestigiosi come Colnago, Losa, Atala, Pinarello, Wilier Triestina e Bottecchia, le Viemme non avevano nulla da invidiare ai grandi nomi del ciclismo italiano. Anzi, molti sostenevano che, per qualità costruttiva e cura dei dettagli, fossero persino superiori.
Eppure Michele Vitale non inseguì mai il successo commerciale. Non gli interessavano il marketing, la pubblicità o il profitto. Non cercò mai di trasformare la propria officina in un'industria. Se avesse scelto quella strada, probabilmente le biciclette Viemme avrebbero gareggiato e vinto sulle strade di tutto il mondo, diventando un marchio internazionale. Ma quella non era la sua ambizione.
La sua felicità aveva un'altra misura.
Ogni volta che completava una nuova bicicletta la osservava con gli occhi di un padre davanti a una creatura appena venuta al mondo e, con un sorriso che tutti ricordano ancora oggi, pronunciava sempre la stessa frase: «Mi è nata una nuova figlia.»
Era quello il momento del brindisi. Si stappava una bottiglia di vino Asprinio e si festeggiava insieme agli amici di sempre.
Attorno a quel piccolo laboratorio si ritrovavano ogni sera uomini uniti dalla stessa passione: Ferdinando Pezzella, il ragioniere Carlo, il celebre Mizziotto di Frattaminore, il Maresciallo dei Carabinieri Franco Vitale, Mauro Mariotti "il Torinese", Sossio Bencivenga, instancabile sperimentatore delle ruote con cuscinetti – una vera innovazione per quei tempi –, Gennaro, prezioso collaboratore di Michele, il Bergamasco Tiski-Toski (soprannome per il suo accento incomprensibile) e tanti altri il cui ricordo vive ancora nella memoria di chi ebbe la fortuna di condividere quelle serate.
Si parlava di Coppi e Bartali, delle grandi classiche, del Giro d'Italia, delle biciclette, dei telai, dei rapporti, delle ruote, delle imprese dei campioni e delle gare locali. Le ore scorrevano senza accorgersene. Quelle conversazioni durarono anni, anzi decenni, contribuendo a fare di quel piccolo laboratorio un autentico cenacolo del ciclismo frattese.
Oggi non resta soltanto il ricordo di un grande artigiano. Resta la testimonianza di una stagione della nostra città in cui il lavoro era ancora sinonimo di passione, le amicizie si coltivavano davanti a un bicchiere di vino e le competenze si tramandavano con l'esempio, più che con le parole.
La storia di Michele Vitale merita di essere raccontata alle nuove generazioni. Non è soltanto la vicenda di un costruttore di biciclette, ma quella di un uomo che, senza clamore, contribuì a dare prestigio a Frattamaggiore con il proprio talento e con la propria umanità.
Sarebbe bello se la nuova amministrazione comunale riscoprisse figure come Michele Vitale e tanti altri artigiani che hanno scritto pagine importanti della storia cittadina. Una mostra, una pubblicazione, un riconoscimento civico o l'intitolazione di uno spazio pubblico sarebbero modi concreti per custodire una memoria che appartiene all'intera comunità.
Perché una città non vive soltanto attraverso i grandi eventi o i personaggi celebri. Vive soprattutto grazie agli uomini semplici che, con il proprio lavoro quotidiano, ne hanno costruito l'identità.
Michele Vitale appartiene a questa schiera di maestri silenziosi. Le sue biciclette Viemme continuano ancora oggi a raccontare una storia fatta di passione, talento e autenticità. E chi ha avuto la fortuna di entrare nel suo laboratorio di via Cavour non ricorda soltanto un artigiano, ma un luogo dove ogni sera si celebravano l'amicizia, il ciclismo e la bellezza del lavoro fatto con il cuore.
In un tempo in cui tutto sembra prodotto in serie, Michele Vitale ci ricorda che esisteva un'epoca in cui una bicicletta nasceva dalle mani di un uomo e portava con sé un'anima. Forse è proprio per questo che le sue Viemme non sono soltanto biciclette d'epoca: sono frammenti di storia di Frattamaggiore, testimonianze preziose di un mondo che non c'è più, ma che merita di essere ricordato.