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23/08/2026

Peppino De Filippo e il legame con Casolla Valenzano: la certezza storica di un'infanzia contadina

Peppino De Filippo, uno dei più grandi interpreti della comicità italiana, porta dentro di sé un pezzo di Caivano. Non è una suggestione, non è una leggenda popolare: è un dato biografico documentato. Il piccolo Giuseppe De Filippo, nato a Napoli nel 1903, trascorse infatti i primi cinque anni della sua vita a Caivano, affidato a una famiglia contadina. È proprio a quegli anni che Peppino avrebbe guardato per tutta la vita con una nostalgia profonda, ricordando quella che definì la «dolce terra della mia infanzia», fatta di campagna, vigneti, sole e semplicità. Un legame così forte da spingerlo, molti anni dopo, a chiamare “Caivanella” la propria villa romana, quasi a voler portare con sé, nella maturità e nella fama, l'impronta indelebile di quella terra che aveva custodito i suoi primi ricordi. Le ricerche locali hanno individuato nella famiglia della balia Maria Consiglia Zampella in Del Gaudio, legata al rione San Giovanni, il nucleo familiare che accolse il bambino. Tuttavia, isolare il rione San Giovanni dal contesto di Casolla Valenzano significa applicare una visione moderna a un territorio che, all'inizio del Novecento, viveva come un unico, indissolubile corpo rurale. Nelle comunità agricole dell'epoca, la vita quotidiana di una famiglia contadina si svolgeva continuamente lungo i terreni, i pioppeti e le vigne che univano San Giovanni alle campagne di Casolla Valenzano. Un bambino affidato a contadini di quella zona non cresceva chiuso tra quattro mura cittadine, ma muoveva i suoi primi passi proprio su quelle strade di terra, tra i casali e i campi che costituivano il cuore battente di Casolla. Se la documentazione anagrafica fissa la residenza formale della balia, è la storia materiale e sociale del territorio a confermarci che i primi ricordi di Peppino — il sole, i vigneti, l'aria aperta — sono con assoluta certezza i ricordi vissuti nella campagna di Casolla Valenzano. Questa infanzia caivanese si sviluppò dentro una comunità nella quale la religiosità popolare e il culto mariano rappresentavano l'identità stessa della vita quotidiana. La devozione alla Madonna di Campiglione e il legame con la Madonna della Sperlonga non erano pratiche astratte, ma presenze fisiche che attraversavano le feste, le processioni, le parole delle donne e le preghiere delle famiglie contadine che accudivano il piccolo Giuseppe. Riconoscere l'impronta di Casolla Valenzano nella vita di Peppino non significa dunque inseguire un mito, ma restituire il giusto valore alla geografia reale della sua infanzia. Prima di diventare il grande attore acclamato nei teatri di tutta Italia, Peppino è stato semplicemente Giuseppe: un bambino cresciuto tra i campi e le strade di Casolla, respirando i colori, le voci e le tradizioni di una terra che non avrebbe mai più dimenticato.

12/08/2026

QUANDO LA SATIRA SUPERA IL CONFINE

Dopo trent'anni di giornalismo ho imparato una cosa: la libertà di critica non ha bisogno dell'offesa per essere forte.
La satira, naturalmente, è libera. Deve esserlo.
Può essere pungente, irriverente, scomoda. Può ridicolizzare il potere, deformare i personaggi, esasperarne i tratti e utilizzare l'ironia per mettere a n**o contraddizioni e debolezze della politica.
Guai a una società nella quale il potere non possa essere preso in giro. Ma proprio perché credo profondamente nella libertà della satira, credo altrettanto profondamente nella responsabilità di chi la esercita.
Una recente vignetta mi offre lo spunto per una riflessione che non vuole essere un attacco all'autore, che conosco e rispetto come collega, né un processo alle intenzioni di nessuno.
Ma qualche domanda, da giornalista, credo sia doveroso porsela.
Quando una caricatura prende di mira un personaggio pubblico per le sue scelte politiche, per il suo ruolo, per le sue dichiarazioni o per il suo operato, siamo pienamente nel terreno della critica.
Quando, invece, la rappresentazione si allarga ai rapporti familiari, alle persone che circondano il protagonista o utilizza appellativi costruiti per ridicolizzare la persona oltre il suo ruolo pubblico, il confine diventa più delicato.
E lì entra in gioco l'etica.
Non la censura.
Non il moralismo.
L'etica.
Il Codice deontologico oggi in vigore ricorda che la libertà di informazione e di critica deve essere esercitata nel rispetto della dignità delle persone, della lealtà, della buona fede, dell'interesse pubblico e della continenza espressiva. Lo stesso Codice richiama il rispetto della sfera privata quando gli elementi non hanno rilievo sul ruolo o sulla vita pubblica della persona.
E recentemente l'Ordine dei giornalisti, in una massima del Consiglio di disciplina nazionale dedicata proprio alla satira, ha ribadito un concetto significativo: anche la satira, pur costituzionalmente tutelata, non è senza limiti e non può trasformarsi in un'aggressione gratuita alla sfera morale della persona, nell'insulto o nell'invettiva.
Questo non significa pretendere una satira educata, accomodante o innocua.
La satira deve anche saper mordere. Ma una cosa è mordere il potere. Un'altra è colpire la persona. E un'altra ancora è trascinare nella rappresentazione persone o legami che nulla aggiungono alla critica politica.
È qui che, secondo me, ogni giornalista dovrebbe fermarsi un momento e porsi una domanda semplice: “Quello che sto aggiungendo alla mia satira serve a criticare oppure serve soltanto a ferire?”
Non è una domanda da censori. È una domanda da professionisti.
Perché il giornalismo non si misura soltanto dalla capacità di provocare una reazione. Si misura dalla capacità di assumersi la responsabilità di ciò che si pubblica.
Dopo trent'anni continuo a pensare che si possa essere durissimi con un politico senza essere irrispettosi verso l'uomo. Si può contestare un amministratore senza coinvolgere la sua famiglia. Si può ridicolizzare una scelta politica senza trasformare la vita personale nel bersaglio. Si può essere sarcastici senza diventare gratuitamente denigratori. E soprattutto, le regole devono valere sempre, non soltanto quando il bersaglio della satira è qualcuno che non ci piace.
Questo, per me, è il vero tema.
Non difendere gli amici.
Non attaccare gli avversari.
Non prendere le parti di qualcuno.
Difendere un'idea di giornalismo.
Un giornalismo libero, certamente. Un giornalismo coraggioso. Un giornalismo capace di far discutere. Ma anche un giornalismo leale, responsabile e consapevole che dall'altra parte di una vignetta, di un titolo o di un articolo non c'è soltanto un personaggio pubblico.
C'è una persona.
E forse la vera misura della nostra libertà non sta nel domandarci fin dove possiamo arrivare. Sta nel capire, responsabilmente, fin dove è giusto arrivare.

11/08/2026

IL RISCATTO DI MATTEO: QUANDO L’ELOQUENZA VINCE OGNI OSTACOLO
​FRATTAMAGGIORE – Ci sono storie di scuola che non si limitano a riempire i registri di voti e presenze, ma tracciano vere e proprie rotte di speranza. Quella di Matteo Marseglia, studente dell’ISIS "Gaetano Filangieri" di Frattamaggiore, è una di queste. Matteo ha appena sostenuto l'esame di maturità ottenendo un brillante 94/100, un traguardo eccezionale che racconta di riscatto, talento e di una profonda vittoria personale.
​Dietro quel punteggio non c’è solo un percorso scolastico supportato da un Piano Educativo Individualizzato (PEI) per far fronte a diagnosi di discalculia, disortografia e dislessia. C’è soprattutto una straordinaria forza d’animo e una dote naturale che ha incantato la commissione d’esame: la sua eccezionale arte oratoria.
​La prova orale di Matteo non è stata un semplice colloquio, ma un’esibizione di padronanza del linguaggio, proprietà di linguaggio e magnetismo polilocutorio. Laddove i numeri e la grafia potevano rappresentare uno scoglio, la parola parlata si è rivelata il suo terreno di conquista. Con una fluidità disarmante, unita a un'empatia e a una chiarezza argomentativa fuori dal comune, Matteo ha dimostrato come la mente umana sappia trovare strade maestre e inaspettate per esprimere il proprio valore.
​Ma il successo di Matteo nasce molto prima del giorno dell'esame. È il frutto del lavoro di una madre caparbia e tenace, che non si è mai arresa di fronte alle etichette o alle difficoltà oggettive. Con determinazione e amore incrollabile, Anna Di Donato ha saputo dare al figlio quel "click", quella spinta motivazionale fondamentale per fargli scattare la consapevolezza dei propri punti di forza. È la dimostrazione che quando una famiglia crede fermamente nel potenziale di un ragazzo, i limiti percepiti si sgretolano e i talenti nascosti riescono finalmente a emergere. Ad arricchire questo traguardo sono giunte le parole colme d'amore e d'orgoglio di papà Sandro: ​"Vedere Matteo parlare davanti alla commissione con quella sicurezza, con quella luce negli occhi, mi ha sciolto il cuore. Dietro questo risultato ci sono anni di sacrifici, di dubbi, ma soprattutto di una resilienza infinita. Vederlo oggi così forte, cosciente del proprio valore e pronto a conquistare il mondo con le sue parole, è la gioia più grande che un padre possa provare. Io e sua madre siamo immensamente orgogliosi dell’ uomo che sta diventando".
​Questo risultato straordinario sottolinea un'altra grande verità: il valore dell'alleanza educativa. L’ISIS "Gaetano Filangieri" si è confermato una comunità educante inclusiva, capace di accogliere la sfida e affiancare il ragazzo nel suo percorso, grazie al lavoro della Dirigente Scolastica Immacolata Corvino e l'équipe didattica del ragazzo. Quando il connubio tra scuola e famiglia funziona con sinergia, rispetto e fiducia reciproca, il successo è garantito per tutti, come dichiara la sua insegnante Angela Ferro.
​E la storia di Matteo non si ferma qui: per lui si spalancano ora le porte dell'università. Il suo prossimo passo sarà l'iscrizione al corso di laurea in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale", una scelta perfetta per valorizzare la sua spiccata vocazione diplomatica e la sua grande dote oratoria. Anche per questa nuova avventura accademica, Matteo potrà contare su un percorso personalizzato attentamente progettato dalla mamma Anna, pronto ad affiancarlo per permettergli di esprimere al meglio tutto il suo potenziale.
​A Matteo e alla sua famiglia va un caloroso augurio per un futuro brillante, con la certezza di avere una voce forte, capace di farsi ascoltare e guidare ovunque.

03/08/2026

Eufemia Del Prete alla guida del Consiglio comunale: una giovane professionista al servizio delle istituzioni.

Una professionista preparata, una donna determinata e una consigliera comunale che, fin dal suo ingresso nella vita amministrativa, ha saputo conquistare la fiducia dei cittadini. È questo il profilo di Eufemia Del Prete, avvocato civilista di 37 anni, eletta nuovo presidente del Consiglio comunale di Grumo Nevano nella seduta del 30 luglio.
La sua elezione arriva al termine di un passaggio istituzionale importante, resosi necessario dopo le dimissioni del presidente uscente Giovanni Landolfo, che ha lasciato l'incarico dopo circa due anni dall'insediamento dell'attuale amministrazione comunale.
L'assemblea cittadina ha scelto Del Prete con 9 voti favorevoli sui 16 consiglieri presenti, affidandole il compito di dirigere i lavori del
Consiglio comunale e di garantire imparzialità, correttezza e pieno rispetto delle regole dell'assemblea. Contestualmente è stato eletto
vicepresidente il consigliere Vincenzo Orefice, chiamato ad affiancare la nuova presidente nello svolgimento delle attività istituzionali.
L'elezione rappresenta un riconoscimento significativo per una figura che, pur essendo alla sua prima esperienza amministrativa, ha saputo distinguersi per serietà, disponibilità e senso delle istituzioni.
Alle elezioni comunali, infatti, Eufemia Del Prete era risultata la candidata più votata della lista "Per Cimmino Sindaco", ottenendo ben 260 preferenze, un risultato che ha confermato il forte rapporto di fiducia costruito con gli elettori.
Dietro il consenso ottenuto nelle urne c'è un percorso professionale caratterizzato da competenza e dedizione. Nel suo studio legale si occupa prevalentemente di diritto civile, con particolare attenzione alle controversie in materia di famiglia e previdenza sociale. Due ambiti che richiedono non solo una solida preparazione giuridica, ma anche una spiccata sensibilità umana, poiché spesso riguardano persone che attraversano momenti delicati della propria vita.
L'esperienza maturata nell'attività forense le ha consentito di sviluppare qualità preziose anche nell'impegno pubblico: capacità di ascolto, equilibrio, predisposizione al dialogo e attenzione ai diritti delle persone. Caratteristiche che oggi rappresentano un valore aggiunto nell'esercizio di una funzione istituzionale delicata come quella di presidente del Consiglio comunale.
Il presidente dell'assemblea, infatti, non è un semplice coordinatore delle sedute. È la figura chiamata a garantire il regolare svolgimento del confronto democratico, assicurando pari dignità a tutte le componenti politiche, favorendo il rispetto delle regole e tutelando il ruolo del Consiglio quale principale luogo di rappresentanza della comunità cittadina.
Per Eufemia Del Prete si apre dunque una nuova fase del proprio percorso pubblico, affrontata con la consapevolezza che il ruolo istituzionale impone responsabilità, equilibrio e capacità di mediazione. Doti che, secondo molti osservatori, hanno già caratterizzato il suo operato nei primi anni di mandato consiliare.
La sua elezione assume anche un significato che va oltre il semplice avvicendamento alla guida dell'assemblea. Rappresenta infatti il riconoscimento del valore delle nuove generazioni impegnate nella politica locale e conferma come competenza professionale e partecipazione civica possano procedere insieme nella costruzione di un'amministrazione moderna ed efficiente.
In un contesto in cui i cittadini chiedono sempre più trasparenza, dialogo e concretezza, la nuova presidente del Consiglio comunale è chiamata a interpretare il proprio incarico con spirito di servizio e senso delle istituzioni, contribuendo a mantenere il Consiglio comunale il luogo privilegiato del confronto democratico e delle decisioni che incidono sul futuro della città.
Per Grumo Nevano si apre così una nuova pagina amministrativa, affidata a una giovane professionista che ha saputo trasformare la fiducia ricevuta dagli elettori in un percorso di crescita istituzionale, nel segno della competenza, dell'impegno e della responsabilità.

29/07/2026
23/07/2026

Michele Vitale e le biciclette Viemme: l'artigiano che costruiva sogni su due ruote

Ci sono uomini che lasciano il segno non perché abbiano cercato la notorietà, ma perché hanno saputo trasformare il proprio lavoro in un'opera d'arte. A Frattamaggiore, uno di questi era senza dubbio Michele Vitale, fondatore delle biciclette Viemme, il cui piccolo laboratorio artigiano di via Cavour rappresentò, per oltre una generazione, un autentico tempio del ciclismo.
Varcare quella porta significava entrare in un mondo fatto di passione, amicizia e sapienza artigianale. Tra telai appesi, attrezzi consumati dall'uso e il profumo del ferro lavorato, prendevano forma biciclette uniche, costruite interamente a mano con una cura quasi maniacale. Non erano semplici mezzi di trasporto: erano creature alle quali Michele dedicava tempo, pazienza e una parte della propria anima.
Da giovane aveva amato profondamente la bicicletta. Pedalare era la sua libertà, fino a quando un grave incidente compromise irrimediabilmente la funzionalità della sua gamba, impedendogli di continuare a praticare lo sport che più amava. Ma ciò che il destino gli tolse sulle strade lo restituì, forse in misura ancora maggiore, nella sua straordinaria capacità di costruire biciclette. Non potendo più gareggiare, decise di far correre i sogni degli altri.
Pochi sapevano che Michele Vitale era il cognato di Giuseppe Mauso, tra i ciclisti più conosciuti e apprezzati del territorio. Eppure non se ne vantò mai. La modestia era una delle sue qualità più autentiche: preferiva che a parlare fossero il lavoro delle sue mani e la qualità delle sue biciclette.
Le biciclette Viemme erano ricercatissime. Ogni telaio era realizzato con lavorazioni completamente manuali, rifinito con precisione artigianale e personalizzato secondo le esigenze del ciclista. Oggi quei modelli sono autentici pezzi da collezione, ricercati dagli appassionati e dotati di un valore storico ed economico difficilmente quantificabile.
In un'epoca dominata da marchi prestigiosi come Colnago, Losa, Atala, Pinarello, Wilier Triestina e Bottecchia, le Viemme non avevano nulla da invidiare ai grandi nomi del ciclismo italiano. Anzi, molti sostenevano che, per qualità costruttiva e cura dei dettagli, fossero persino superiori.
Eppure Michele Vitale non inseguì mai il successo commerciale. Non gli interessavano il marketing, la pubblicità o il profitto. Non cercò mai di trasformare la propria officina in un'industria. Se avesse scelto quella strada, probabilmente le biciclette Viemme avrebbero gareggiato e vinto sulle strade di tutto il mondo, diventando un marchio internazionale. Ma quella non era la sua ambizione.
La sua felicità aveva un'altra misura.
Ogni volta che completava una nuova bicicletta la osservava con gli occhi di un padre davanti a una creatura appena venuta al mondo e, con un sorriso che tutti ricordano ancora oggi, pronunciava sempre la stessa frase: «Mi è nata una nuova figlia.»
Era quello il momento del brindisi. Si stappava una bottiglia di vino Asprinio e si festeggiava insieme agli amici di sempre.
Attorno a quel piccolo laboratorio si ritrovavano ogni sera uomini uniti dalla stessa passione: Ferdinando Pezzella, il ragioniere Carlo, il celebre Mizziotto di Frattaminore, il Maresciallo dei Carabinieri Franco Vitale, Mauro Mariotti "il Torinese", Sossio Bencivenga, instancabile sperimentatore delle ruote con cuscinetti – una vera innovazione per quei tempi –, Gennaro, prezioso collaboratore di Michele, il Bergamasco Tiski-Toski (soprannome per il suo accento incomprensibile) e tanti altri il cui ricordo vive ancora nella memoria di chi ebbe la fortuna di condividere quelle serate.
Si parlava di Coppi e Bartali, delle grandi classiche, del Giro d'Italia, delle biciclette, dei telai, dei rapporti, delle ruote, delle imprese dei campioni e delle gare locali. Le ore scorrevano senza accorgersene. Quelle conversazioni durarono anni, anzi decenni, contribuendo a fare di quel piccolo laboratorio un autentico cenacolo del ciclismo frattese.
Oggi non resta soltanto il ricordo di un grande artigiano. Resta la testimonianza di una stagione della nostra città in cui il lavoro era ancora sinonimo di passione, le amicizie si coltivavano davanti a un bicchiere di vino e le competenze si tramandavano con l'esempio, più che con le parole.
La storia di Michele Vitale merita di essere raccontata alle nuove generazioni. Non è soltanto la vicenda di un costruttore di biciclette, ma quella di un uomo che, senza clamore, contribuì a dare prestigio a Frattamaggiore con il proprio talento e con la propria umanità.
Sarebbe bello se la nuova amministrazione comunale riscoprisse figure come Michele Vitale e tanti altri artigiani che hanno scritto pagine importanti della storia cittadina. Una mostra, una pubblicazione, un riconoscimento civico o l'intitolazione di uno spazio pubblico sarebbero modi concreti per custodire una memoria che appartiene all'intera comunità.
Perché una città non vive soltanto attraverso i grandi eventi o i personaggi celebri. Vive soprattutto grazie agli uomini semplici che, con il proprio lavoro quotidiano, ne hanno costruito l'identità.
Michele Vitale appartiene a questa schiera di maestri silenziosi. Le sue biciclette Viemme continuano ancora oggi a raccontare una storia fatta di passione, talento e autenticità. E chi ha avuto la fortuna di entrare nel suo laboratorio di via Cavour non ricorda soltanto un artigiano, ma un luogo dove ogni sera si celebravano l'amicizia, il ciclismo e la bellezza del lavoro fatto con il cuore.
In un tempo in cui tutto sembra prodotto in serie, Michele Vitale ci ricorda che esisteva un'epoca in cui una bicicletta nasceva dalle mani di un uomo e portava con sé un'anima. Forse è proprio per questo che le sue Viemme non sono soltanto biciclette d'epoca: sono frammenti di storia di Frattamaggiore, testimonianze preziose di un mondo che non c'è più, ma che merita di essere ricordato.

21/06/2026

Frattamaggiore piange suor Faustina, educatrice di generazioni di bambini

Frattamaggiore perde una delle figure più care e significative della propria storia educativa e religiosa. È tornata alla Casa del Padre suor Faustina, religiosa delle Suore Compassioniste Serve di Maria, che dal 1983 ha prestato il suo servizio presso l'Istituto "Maria SS. di Casaluce", dedicando l'intera esistenza alla formazione umana e cristiana di centinaia di bambini e ragazzi.
Donna dal carattere riservato e schivo, suor Faustina non amava apparire, ma sapeva farsi vicina a tutti con la dolcezza, l'ascolto e la fermezza propria delle grandi educatrici. Nel corso di oltre quarant'anni ha accompagnato generazioni di giovani, trasmettendo non soltanto nozioni e cultura, ma soprattutto quei valori cristiani che hanno rappresentato il fondamento della sua vocazione e della sua missione.
Con la sua morte si spegne l'ultima delle storiche religiose italiane che hanno segnato la vita dell'istituto e di tante famiglie frattesi. Un'eredità preziosa, fatta di sacrificio, preghiera, semplicità e amore per i piccoli, che continuerà a vivere nel ricordo riconoscente dei suoi alunni, dei colleghi e di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerla.
Nella fede della Chiesa, immaginiamo che ad accoglierla nella gioia del Paradiso vi siano le consorelle che l'hanno preceduta: suor Elia, suor Remigia, suor Rosilde, suor Eucaristica, suor Pacifica, suor Rosalia, suor Caterina e suor Michelina, insieme ai loro amati cappellani, don Vincenzo Capasso e don Michele Costanzo. Una schiera di anime consacrate che hanno condiviso la stessa missione di servizio e di amore verso i più piccoli.
Alla comunità delle Suore Compassioniste, ai familiari e a quanti oggi ne piangono la scomparsa giunge l'abbraccio riconoscente di un'intera città. Suor Faustina lascia questa terra in silenzio, come ha vissuto, ma il bene seminato nel cuore di tanti continuerà a fiorire.
«Chi avrà insegnato a molti la giustizia, splenderà come le stelle per sempre» (Dn 12,3).
Che il Signore, che ella ha servito con fedeltà e umiltà, le conceda la ricompensa promessa ai suoi servi buoni e fedeli.

Indirizzo

Via Olanda 49
Sant'antimo
80029

Orario di apertura

Lunedì 16:00 - 23:00
Martedì 16:00 - 23:00
Mercoledì 16:00 - 23:00
Giovedì 16:00 - 23:00
Venerdì 16:00 - 23:00

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