25/03/2020
"DANTE E SOMMA"
Oggi è il .
Il 25 Marzo è stata istituita la giornata nazionale dedicata al poeta della Divina Commedia perché secondo gli studiosi in questa data iniziò il suo viaggio negli inferi.
Cogliamo l’occasione sia per intrattenervi con una storia interessante sia per citare alcuni tratti di un articolo di D.Russo “ Dante, de Monfort e Somma “ uscito anni fa su Summana che collegava il sommo poeta guarda caso con la nostra amata città di Somma.
Dante nel capitolo XlI dell'Inferno e precisamente nel settimo girone, quello dei violenti scrive :
“Mostrocci un ombra dall’un canto sola,
Dicendo, colui fesse in grembo a Dio
Lo cuor, ch’en su’l Tamigi ancor si cola.”
In quel girone, i centauri guardiani ferocissimi,
controllano la pena eterna saettando i dannati.
Uno di loro, Nesso, indica a Dante ed a Virgilio,
l’ombra di Guido de Monfort che uccise l'uomo
(cuor) che era accosto a Dio (messa).
Guido de Monfort….questo nome ci suscitò il famoso dubbio
manzoniano: "Chi era costui?“.
Scorrendo le pagine degli Annali delle due Sicilie
di Matteo Camera del 1841, vera e propria cronaca
del regno del Sud dall’inizio fino ai Borbone, troviamo il nome di Guido de Monfort ,il motivo per cui Dante lo cita e il rapporto che costui aveva con la nostra terra.
Il Camera racconta che Guido Conte di Monfort
e di Leicester, vicario di Carlo d'Angiò in Toscana,
venuto alla conquista del regno di Napoli, uccise nel
1271 nella chiesa di Viterbo, durante la messa,
Enrico, principe d'Inghilterra
Su quale chiesa fosse precisamente esistono diverse tesi.
Alcuni scrivono che l'omicidio avvenne in quella
di S. Lorenzo altri invece riportano l'accaduto nella
chiesa di S. Croce di Firenze.
L'agguato fu ideato per vendicare la morte di suo
padre Simone de Monfort, che, sebbene cognato del
re inglese, aveva capeggiato una rivolta, soffocata nella
battaglia di Evesham del 1265 dove p***e la vita.
Dopo lo scontro il suo ca****re fu barbaramente
straziato ed infine la sua testa fu spiccata a mò di trofeo.
Guido, uscito sporco di sangue dalla chiesa, ritornò indietro per profanare allo stesso modo il corpo di suo cugino che aveva appena ucciso, perche' un
cavaliere del seguito gli ricordò lo strazio subito dal
ca****re del padre.
E si calmò solo dopo averlo trascinato per i capelli fin fuori dalla chiesa
Il fratello del morto, successivamente, fece asportare dal corpo il cuore e lo mandò a Londra in una
coppa d'oro, che fu posizionata su una colonna ad
indicare il suo ricordo e la sua sfortuna.
Questo spiega il passo di Dante che cita “ lo cuor “ ma anche qui ci sono più ipotesi.
Per alcuni allude al fatto che il cuore dell'inglese
cugino dell’assassino, fu posto nella coppa d'oro sulla colonna ora citata.
Per lo scalpore e per il tremendo orrore che l’episodio suscitò nel mondo civile e in Toscana,
Dante ce lo ricorda nel capitolo XlI dell'Inferno e precisamente nel settimo girone, quello dei violenti.
Senza soffermarci troppo sugli errori di trascrizione di
Camera della poesia dantesca o di quelli di data o delle varie ipotesi;
che spesso sono riscontrabili, si veda per esempio il testo citato nelle note che riporta l‘evento al
1272 invece che al 1271, o al grande Ludovico Maria Muratori che nel settecento scrisse che il Monfort
morì per il suo atto in carcere, ci piace invece trattare
dei rapporti che Guido de Monfort ebbe con Somma.
Questo cavaliere sanguinario, ma lo erano un po'
tutti i francesi di Carlo I, dopo un effettivo periodo
di carcere, fu messo dal Papa Martino IV alla testa
delle sue truppe per recuperare le terre della Romagna
a lui sottratte dai ghibellini.
Infine anche gli angioini, dopo la secessione della Sicilia, Furono costretti a reintegrarlo nei suoi domini perchè abbisognevoli di condottieri feroci e Validi da impiegare in quella riconquista che non ci Fu.
l Monfort erano un ramo dei re di Francia;
Scipione Ammirato traccia magnificamente la storia
della gens dalle nebbie del medioevo, evidenziando
matrimoni, parentele e specialmente il ruolo della
famiglia nelle prime crociate.
Dopo una crociata, il conte Simone padre di
Guido, da non confondere con il cugino di questi
che in tempi successivi divenne conte di Avellino,
aveva sposato la sorella del re d'Inghilterra Enrico.
Venuto a lite con questi, come abbiamo detto,
morì in battaglia.
A differenza del Camera che lo descrive negativamente, I'Ammirato riporta varie tesi che mettono in
buona luce lo sfortunato cognato del re, mostrando
come egli sembrava ai contemporanei essere morto
per l'osservanza della religione del giuramento e quasi
celebrato per martire.
L’Ammirati riesce. con le sue notizie, anche a con-
ciliare l’apparente errore del Muratori che ci riferiva
essere Guido morto in carcere per l’assassinio di
Viterbo.
Infatti dopo il sanguinoso evento, Guido non si
presentò per discolparsi davanti a Carlo I d'Angiò e
fu privato dei suoi feudi; successivamente lo ritroviamo in Sicilia nel 1287 a combattere per Carlo ll.
Fatto infine prigioniero morì in carcere in Sicilia
nel 1291.
Il Muratori aveva detto quindi la verità sulla fine
di Guido anche se la prigionia non era legata all'assassinio famoso. ma alla guerra in Sicilia.
Guido si sarebbe ammalato, per quanto riferisce
un cronista siciliano del tempo, di una patologia (sic!)
guaribile con il coito e sarebbe poi morto per non
essersi voluto contaminare con l'adulterio.
Non ebbe figli maschi ma lasciò una figliuola, il
cui nome era Anastasia, e che sposò poi Romanello,
figlio di Gentile Orsino, onde portò a quella famiglia la potentissima contea di Nola.
Guido de Monfot aveva numerosi possedimenti in Somma.
Detto questo passiamo all'esame dei documenti
e delle fonti che attestano la presenza dei Monfort a
Somma.
Dobbiamo ammettere che il ricchissimo corredo
di citazioni dei registri angioini su tale questione.
manca del più importante e cioè della prima concessione feudale emanata a favore di Guido nella terra
di Somma.
Certo è come abbiamo descritto nei nostri studi
sui de Rebursa e sugli Spinelli di Somma, che Carlo
I spazzò via fisicamente tutte le famiglie di parte sveva.
A Somma infatti sono diversi gli avventurieri ed i
cavalieri del seguito di re Carlo, citati nei registri
angioni, che si divisero le terre dei de Rebursa e di
tutta la fazione sveva.
Rimandiamo al Di Crollalanza per conoscere l'assegnazione di tutti i titoli feudali concessi ai Monfort
e cioè a lui, ai fratelli ed a suo cugino Simone.
I riferimenti relativi alla presenza di Guido a Somma, o meglio alle sue concessioni feudali, sono
evidenziabili in uno dei manoscritti inediti dell'avv.
Francesco Migliaccio, che appuntò notizie e documenti sulla nostra città a cavallo fra ottocento e novecento .
Altre notizie potremo trarre dai frammenti residui dei registri angioini ricostruiti a cura di RiccardoFilangieri per l'Accademia Pontaniana .
Il primo riferimento, tra l‘altro citato ma senza
testo anche dal Maione nella sua opera del 1703, è il
seguente: "
Nicola Capograsso de Summa mandatum
ad ponendam rationem de officio procurationis terrarum quondam Guidonis de Monforte"
(Reg. Ang. 1292 E.f. 202t) .
E' questa la revoca dell'incarico di procuratore
delle terre di Somma dei Monfort a Capograsso.
Per gli altri riferimenti rimandiamo all’articolo della rivista.
Tornando a noi “…Come abbiamo detto la nostra Anastasia sposò
Romanello Orsino portando in dote oltre alla contea
di Nola , le terre demaniali di Somma di cui abbiamo parlato.
Dove e quali fossero non c'è dato di sapere, almeno per ora.
E’ ipotizzabile però, alla luce della considerazione
che gran parte delle terre assegnate ai vincitori appar-
tenevano ai de Rebursa, che esse fossero quelle poste
sul lato sud est dell'attuale territorio comunale.
Ci riferiamo a quell'area che partendo da via
Marigliano, dov’era l’antica selva Laya, si lega all'antico piano dei Mazzei, attuale Rione Trieste, fino a
legarsi alle selve montane del comune di Ottaviano .
Il nostro lettore potrebbe pensare che il tempo invidioso avesse cancellato ogni traccia di questa sanguinaria
stirpe, notata finanche da Dante ma non è così.
Nell’elenco ufficiale della nobiltà italiana del 1922
troviamo non solo i Monfort, nobili di Nola discendenti da Antonio e Giacomo, inoltre troviamo una ultima Monforte-d'Aquino
Era questa. l'ultima traccia del matrimonio trecentesco di Martuccia de Monfort forse nipote o
cugina di Anastasia, che nel 1337 aveva sposato
Francesco d'Aquino.
Quei d‘Aquino, stirpe di S. Tommaso
consanguinei degli Spinelli, conti di Acerra, antichi
anche in Somma. che ebbero tanto a soffrire per
loro fedeltà alla parte sveva, nell'avvento degli Angiò.
Dei rapporti di Adenulfo d'Aquino con Filippo
di Fiandra, con gli Spinelli, o con la novella di
Andreuccio da Perugia del Boccaccio, abbiamo già
parlato in altre pagine della vecchia rivista “ Summana”
Ma questa è un'altra storia e ci ripromettiamo di pubblicarla presto visto il periodo di quarantena quasi allegorica di quella di Decameroniana Memoria.