01/05/2026
IL GAROFANO PIÙ FRESCO
Primo maggio 2026.
E’ la giornata dei Lavoratori ma, da come si presenta, appare un mattino di festa infrasettimanale come altri.
Il silenzio nel centro storico cittadino è ancora più penetrante della normale quotidianità.
Nonostante che il sole abbia già fatto capolino sopra le Palazze, piazza Garibaldi è vuota di persone.
Non ci sono nemmeno le attempate signore, con tanto di foulard morigerato avvolto sopra la testa, che a buonora camminano frettolosamente, pestacchiando il marciapiede davanti al bar Catarinelli, per entrare devotamente in chiesa.
Sono ormai troppo anziane per esserci.
La piazza è però piena zeppa di passato e di ricordi legati a questa particolare giornata.
Dal 1947 in poi, ogni anno, si è ripetuto il rito celebrativo di tale ricorrenza, fino a quando anche questa consuetudine è scivolata negli scantinati inesorabili delle nostre tante cose perdute.
Chiudo gli occhi e rivedo Orlando, lu scupinu, che alle sei del mattino, ha già terminato il suo lavoro di spazzatura dell’area ed ha riposto il suo magico scopone, dal ma**co lungo come una pertica, sulle ossidate borchie dei due bidoni metallici, incassati nel classico baldacchino.
Orlando Petessi ha già aperto l’edicola dei giornali, mentre Sergio non ha mai chiuso il bar a ridosso del Tessino.
Le pompe del distributore di Emili, davanti al cinema Fiamma, oggi servono solo d’appoggio per qualche bicicletta.
Il primo ad arrivare è Agabito Zenobi, detto Capillinu, militante comunista senza ripensamenti, con la solita caterva di giornali dell’Unità, che tiene a cavalcioni sull’avambraccio.
Inizia subito l’asfissiante distribuzione, per paura che arrivi qualche socialista pronto a smistare l’Avanti.
Anche i primi rappresentanti della triplice sindacale incominciano a fare capolino sotto gli archi di porta San Gregorio, con gli immancabili Elio Montanari e Ugo Borscia, sanguigni rivali che li senti anche se non li vedi.
Incominciano a sfornare bandiere e striscioni, come fa Robusti con le pagnottelle nel vicino forno di vicolo Fornari.
Catanga, col banchetto stantio di cicerchie e noccioline, ha preso posizione davanti al genere alimentari di Bellini, mentre i primi elementi della Banda cittadina, incominciano a collocarsi davanti all’ingresso dell’hotel Lello Caro, che poi, in fondo, non è ne lello, né caro.
Sotto l’arco, dirimpettaio alla rosticceria di Pallucco, con l’aria inebriata ancora dal pungente odore di olio fritto, staziona un apetto con il cassone pieno di garofani: tanti sono rossi, un po' sono rosa, pochissimi sono bianchi.
Come le tessere di partito.
Moltissimi partecipanti, in questo giorno particolare, indossano la giacca, anche chi non vorrebbe.
Qualcuno lo fa perché è festa; qualcun altro perché è abituato; tutti comunque desiderosi di infilare il garofano nell’occhiello del bavero.
I comunisti tengono il giornale di partito, quello di Capillinu, sotto l’ascella; i socialisti lo tengono in tasca; i pochi democristiani presenti..tengono famiglia.
Con passo di chi vuol far vedere che c’è, iniziano ad arrivare anche gli amministratori comunali, pronti a stringere mani, anche quelle che non hanno mai lavorato, e a dare pacche amichevoli sulle spalle, anche quelle che non hanno mai sfiorato.
C’è anche una rappresentanza dei Consiglieri di opposizione, quelli senza giornale, senza garofano e senza tante pretese.
Non hanno nemmeno tante spalle da incoraggiare.
Improvvisamente si incomincia a sentire in lontananza il borbottio delle fumacchianti marmitte dei trattori che, come primaverili processionarie, si stanno dirigendo verso la piazza.
Di questi mezzi agricoli ce ne sono di tutte le dimensioni e colori, tranne quelli a cingoli, per via dell’asfalto.
Nelle cabine richiuse o nei seggioloni sopraelevati, intenti alla guida, genuini giovanottoni ostentano fierezza ed orgoglio. Hanno le gote imporporate e la carnagione dorata dal sole, non certo quello che penetra tra i rami resinosi della giovane piscina di Torricella.
Sui lamierati e larghi parafanghi dei mezzi agricoli, incollati come i francobolli che colleziona Pi***lo, siedono manipoli di persone, con bandiere e cartelli, riportanti slogan diversi, ma probabilmente scritti dalla stessa mano, che non è di chi porta il trattore.
Non è dato sapere se sono saliti sul mezzo per convinzione, per amicizia o per evitare di fare il percorso a piedi.
Tutto è pronto: si parte!!
Davanti la fila dei trattori, che suonano e…sfrollano; quindi la Banda in alta uniforme che, manco a dirlo, intona l’Internazionale socialista.
A seguire il gonfalone della città, scortato da due “Guardie” borchiate come corazzieri.
Subito dietro, l’immancabile pennone e bandiera rossa, portati a spalla dal piccolo Luigi Palmieri, detto Gigino ‘u becchinu, per via del suo lavoro, con a fianco la risoluta moglie Paola, conosciuta però come Carola.
Seguono il Sindaco con la fascia tricolore che gli avvolge i fianchi, alla testa di: Assessori, Consiglieri, Dirigenti di partito, Rappresentati istituzionali e…qualche le****no, che di solito ha in tasca tre garofani di diverso colore.
Quelli cioè che una volta avevano la tessera del fascio, e ora hanno un fascio di tessere.
Poi arriva il corteo dove di tutto si parla, meno che di lavoro.
Le finestre dei palazzi condiscendenti sono aperte, i curiosi sono affacciati, gli occhi critici osservano invece da dietro le persiane.
Iniziando da Borgo, si attraversa tutto il serpentone cittadino per finire in piazza della Libertà, dove si tengono i discorsi di rito, quelli che la gente conosce già, ma ama tanto sentir ripetere.
Fanno tradizione!!
Mentre molti, finita la cerimonia ufficiale, rincasano per il pranzo, altri invece si avviano subito ai giardini dell’Ippocastano, dove i sindacati hanno fatto posizionare banchi di porchettai e damigiane di vino.
Inizia la festa, quella vera!
Si gioca a carte e a morra; si incontrano amici ed avversari; si ascoltano gli stornelli e la genuina musica della Bufera con Cesarino e il suo originale “pugnettone”.
Poi arriva la sera, ed anche i più temerari rientrano a casa e qualcuno, con nostalgia, si sfila la giacca e la ripone nell’armadio, in attesa di un altro primo maggio e di un garofano più fresco da infilare nel bavero.
E, mentre chiude l’anta, io riapro gli occhi e…ritorna il silenzio!
Buon Primo Maggio a tutti.