30/08/2026
L’ULTIMO SALTO NEL BUIO
Anche allora era fine agosto, ma del 1964. Le pagine locali del Messaggero, quotidiano più venduto in città, evidenziavano alcune notizie: dove sottoporsi al Vaccino Sabin contro la poliomielite; lo scandalo delle modelle squillo spoletine in quel di Terni; l’elezione di Paola Paoli a Miss Spoleto; tutti i dettagli sul nuovo “Fungo” di Montefalco; l’inaugurazione dell’Istituto Nazzareno e quella della strada Monteluco-Patrico. Un quarto di pagina era però riservato alla notizia del mese: la conquista della grotta del Chiocchio! La grotta, quinta in Italia per profondità, era stata interamente esplorata da un gruppo di speleologi spoletini e perugini.
Riavvolgiamo il nastro per meglio comprendere. Nel 1961, il prof. Carlo Cattuto, per gli amici Carletto, futuro ordinario di geografia fisica e geologia, aveva fondato il Gruppo Speleologico Spoletino, associandolo alla Polisportiva Spoletina, guidata dall’eclettico farmacista dott. Francesco Merini. Una azzardata novità per quei tempi, visto che tutti cercavano di guardare avanti e al di sopra della testa, piuttosto che scoprire cosa ci fosse sotto i piedi.
Alcuni giovani però, nel corso dei mesi, trasformando la curiosità in passione, si avvicinarono a Carletto per acquisire i primi rudimenti utili a scoperchiare il mondo sotterraneo: Cesare Cattuto, Achille Battaglia, Pierluigi Felici, Giorgio Lucarini, Ferruccio Martinelli, Tonino Proietti, Pietro Rindinella, Federico Venturi, Lamberto Gentili, Paolo Morichini, Franco Ciaramellari, Giancarlo Grifoni ed altri.
Acquistarono l’attrezzatura strettamente necessaria per poter essere assimilati ai fanti alpini pronti a partire per la guerra.
La loro prima missione invece fu meno carsica, visto che, il dodici febbraio del 1961, si portarono nella vicina cavità di San Bettone, caverna adiacente all’omonimo ex eremo, sul versante che da San Giuliano porta verso Patrico.
Una buchetta o poco più rispetto ai futuri traguardi. Fu quella però un’esperienza istruttiva, tanto per assaporare il clima che si trova scendendo sotto il proprio limite visivo, illuminati solo dal desiderio della scoperta e da quelle indispensabili lampade a carburo, conosciute come acetilene.
In poco tempo incominciarono a prenderci gusto e, mentre i loro coetanei, spinti dalla forza del boom economico del tempo, cercavano le occasioni per emergere, loro andavano a caccia di quelle per sprofondare. Insieme ad alcuni colleghi speleologi di Perugia e Terni, scovarono una grotta nei pressi di Castagnacupa, vicino a Catinelli, al di sopra di Baiano, il cui ingresso era stato individuato dalle famiglie del luogo, che avevano usato quella cavità come rifugio antiaereo durante la guerra.
La particolare visione rupestre bastò però per iniziare ad immaginare pozzi, frane, meandri, sifoni, laghetti, strettoie, salti, stalattiti.
Tra aprile e luglio dello stesso anno, Ciccuto, Ciaramellari, Battaglia, Martinelli, Proietti, Venturi e Felici, iniziarono ad esplorarla e, insieme all’esplorazione, incominciò anche la rivalità con il Gruppo Speleologico perugino. Sapevano che, per toccare il cielo con un dito, dovevano impegnarsi a toccare il fondo! Nel pomeriggio del 25 aprile, per esempio, Ciccuto, trafelato ed eccitato, entrò al cinema ad avvertire Felici e Venturi del fatto che i “perugini” si erano accampati nei pressi della grotta.
Apriti cielo! Via di corsa a rastrellare l’attrezzatura di rito per correre verso Catinelli.
Di solito, come mezzo di trasporto, utilizzavano la millecento di proprietà della Polisportiva, chiedendo al disponibile Italo Lattugoni, tassinaro di piazza Garibaldi, di guidarla per portarli sul posto. Come finì la competizione di quel giorno? Ovviamente a cena, a casa di Nazzareno a Castagnacupa, per consumare un film più appetitoso di quello interrotto al cinema Corso. Sta di fatto che, una volta gli speleologi perugini, una volta quelli spoletini, più volte insieme, l’esplorazione della cavità andava avanti velocemente, tanto che qualcuno, azzardando con l’ottimismo, incominciava a chiamarla “abisso”. Nel corso del 1961, furono programmate due discese, il 27 agosto e il 24 settembre, quando fu scoperta una “sala” ampia dedicata poi alla memoria di Luigi Novello, presidente del CAI perugino.
Gli speleologi erano e sono soliti chiamare gli spazi che scoprono con nomi ricavati dalla propria sfera intima. A maggio del 62, scoprirono invece la sala delle Rocce Verdi e il pozzo delle Frane ma, cosa più importante, sul fondo si avvertiva una corrente d’aria, per loro più salubre di quella di Fionchi, visto che era un prezioso indizio: la grotta scendeva ancora!
A livello di motivazione, veniva rimesso l’olio sul lume. Organizzarono in prescia, in prescia, una escursione significativa, che avvenne fra il 16 e 18 agosto del 1963, con un campo di sei giorni.
Per facilitare la discesa, costruirono le scale con corde di canapa e pioli di ferro, della lunghezza di cinque e dieci metri, trasportandole poi in sacchi di iuta. Furono previsti turni di scavo 24 ore su 24, ma non ne avvertirono la differenza visto che, come in alcune località polari, dormivano e lavoravano sempre al buio. A causa dell’asperità dell’habitat, lo sterramento avveniva in posizione carponi, ovvero in ginocchio.
Lo scavatore rimuoveva la terra e la faceva transitare sotto le proprie gambe per essere poi raccolta da un compagno che stava alle sue spalle: e così via! In tale frangente, furono scoperte: la sala dei Sassi Frenanti, la sala dei Cristalli, la sala Marcella, la galleria delle Marmitte, un lago profondo e, alla fine, un’ampia sala che denominarono del Centenario, in omaggio all’anniversario del CAI nazionale.
Sotto di loro c’era un nuovo precipizio che terminava col pozzo dei Ciclopi, ma erano rimasti solo 35 metri di scala che terminavano nel vuoto.
Non potendo rischiare più di tanto, ob torto collo, fecero marcia indietro: erano comunque già scesi a 345 metri!
L’anno successivo, sempre nei primi giorni di agosto, ci riprovarono, piazzando subito il campo base laddove erano arrivati l’ultima volta, la sala del Centenario.
Arrivarono nella sala bagnati fradici, prima di riposarsi un po', si asciugarono alla meno peggio, installarono due tende stile canadese, consumarono un adeguato pasto, raccogliendo le scorze della frutta in un sacchetto.
Dei sette che dovevano inizialmente scendere nella cavità ancora da scoprire, ovvero F. Salvatori, F. Giampaoli, L. Passeri, D. Amarini, G. Viani, F. Martinelli e il capo guida spoletino Tonino Proietti, alla fine si avviarono in sei, tre perugini e tre locali.
Due perugini dovettero però lasciare subito la spedizione, unitamente al nostro Ferruccio Martinelli: erano rimasti in quattro.
Le scalette restavano spesso impigliate nelle tante lamine rocciose che sporgevano dalla parete, rendendo tutto più difficile.
Le ore passavano inesorabili fra umidità, buio, smottamenti, fango e calcare.
Era rimasta l’ultima striscia di scala, ma di toccare il fondo non se ne parlava.
Proietti la lanciò nel vuoto e incominciò prudentemente a scendere, piolo dopo piolo.
Sotto di lui il vapore acqueo rendeva la visibilità ai minimi termini. “Mi sembra di vedere del ciottolato” – gridò ai suoi compagni di cordata.
Il “mi sembra” però, in quelle condizioni, era più rischioso del pericolo.
Incurante di ciò che poteva accadere, Tonino si lasciò andare ciondolante nel vuoto, reggendosi con le mani nell’ultimo piolo.
Attimi di vero panico, fin quando l’uomo, con tutta la voce che gli era rimasta in corpo, urlò: “E’ finita!!!!”.
Non si riferiva però alla sua vita, ma alla profondità della grotta: aveva realmente toccato il fondo!!! Erano le 11,25 del 5 agosto 1964. Con grande fatica, ma corroborati dal risultato conseguito, i quattro escursionisti risalirono fino al campo base Centenario, recuperando man mano le scalette di corda.
Erano stremati ed affamati ma, purtroppo, non avevano altre scorte di cibo.
Si ricordarono però di quel sacchetto contenete le scorze della frutta e, emulando il pinocchiesco personaggio, le divorarono in un attimo.
Fuori dalla grotta nessuno era a conoscenza della loro sorte. Quando spuntarono all’aperto, c’era una grande folla entusiasta ad attenderli, unitamente a giornalisti e fotografi.
Erano trascorse ben settanta ore dal loro ingresso nella cavità.
Erano scesi nell’abisso per 514 m. e, visto che l’imbocco era ad una altitudine di 750 m., il fondo della grotta si trovava di conseguenza a 200 m. sul livello del mare, ovvero 40 metri sotto San Giacomo.
Tanta notorietà per i protagonisti d’allora, ma poi, come spesso accade, l’acetilene della popolarità pian piano si è spenta.
Bisognerebbe rinverdire quei momenti, non solo per calamitare gli appassionati, ma anche i turisti. Sarebbe anche il modo migliore per ricordare degnamente coloro che, per passione o per incoscienza, riuscirono comunque a fare quell’ultimo salto nel buio. Buona domenica a tutti.-