KikoVe87

KikoVe87 Cittadino del mondo, pensatore olistico, atipico e divergente. Cerco di capire come funziona davvero quello che ci circonda. Non che ci riesca.

Appassionato,tra le altre cose,di sociologia,ontologia,filosofia, neuroscienze,geopolitica,teoria dei sistemi.

>Ogni parola pubblica ha conseguenze.Ogni narrazione ripetuta abbastanza a lungo modifica il modo in cui una società gua...
12/05/2026

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Ogni parola pubblica ha conseguenze.
Ogni narrazione ripetuta abbastanza a lungo modifica il modo in cui una società guarda gli esseri umani.
E quando chi dovrebbe governare con competenza, razionalità e lungimiranza sceglie invece paura, disinformazione, disprezzo e polarizzazione, non sta semplicemente facendo propaganda: sta contribuendo al degrado morale e funzionale del Paese. E probabilmente anche del mondo e della realtà stessa.
Il 9 maggio, a Taranto, in Piazza Fontana, all'alba, è morto un essere umano che stava andando al lavoro.
Si chiamava Bakary Sako.
Non stava facendo nulla di eroico, e proprio per questo la sua morte pesa ancora di più: stava semplicemente attraversando la città per raggiungere un lavoro duro, invisibile, essenziale. Uno di quei lavori che tengono in piedi pezzi interi di società, mentre la società spesso finge di non vedere chi li svolge.
Bakary era nato in Mali. Lavorava qui da bracciante. Lascia in patria due mogli, entrambe incinte: figli che nasceranno orfani, in un altro continente. Da ciò che raccontano le testimonianze, era una persona rispettosa, presente, integrata nella vita concreta del territorio.
Ma la reciprocità sembra non sia arrivata.
È stato messo tra gli ultimi, come molti altri.
E come molti altri ha continuato comunque a camminare, lavorare, resistere, rimboccarsi le maniche.
Poi l'odio lo ha trovato all'alba.
Le indagini parleranno di "futili motivi". Ma il futile motivo, in un contesto già saturo di disprezzo organizzato, non è mai davvero futile.
Non un odio lucido. Non un odio "politico" nel senso alto del termine. Un odio povero, disumanizzato, irrazionale. Un odio gregario. Un odio che si attiva quando il gruppo dispensa dal pensare. Un odio figlio di una società che da anni normalizza ignoranza, aggressività, disprezzo, semplificazione brutale.
Quando una società perde la capacità di trasformare i concetti in pensiero critico, e il pensiero critico in comportamento umano, il risultato non resta astratto: scende in strada.
E il risultato è questo.
Ragazzi giovanissimi, in gran parte minorenni, senza discernimento sufficiente, senza strumenti relazionali minimi, senza percezione reale dell'altro, arrivano a togliere la vita a un uomo la cui unica "colpa" era esistere in silenzio dentro un sistema che lo aveva già collocato ai margini.
La responsabilità penale sarà dei singoli, e spetterà alla giustizia accertarla.
Ma la responsabilità politica e culturale è molto più ampia.
Quando chi governa, comunica o influenza l'opinione pubblica costruisce consenso su paura, odio, disinformazione, polarizzazione e disprezzo del diverso, non sta semplicemente "facendo politica".
Sta degradando il sistema immunitario morale della società.
Sta trasformando esseri umani in bersagli.
Sta producendo esternalità sociali continue, come se l'odio potesse essere seminato senza mai raccoglierne i frutti.
Ma le esternalità, nella realtà, non esistono.
Tutto accade dentro il sistema.
E prima o poi, ciò che viene immesso nel sistema ritorna.
Ritorna un po' per ciascuno, e un po' a tutti.
Anche l'indifferenza si paga.

💬 Il lavoro non è solo “ciò che facciamo per vivere”.  È uno dei sistemi che più profondamente organizzano il nostro tem...
05/05/2026

💬 Il lavoro non è solo “ciò che facciamo per vivere”.
È uno dei sistemi che più profondamente organizzano il nostro tempo, il nostro reddito e una parte del nostro senso di identità.

Negli ultimi decenni, questo sistema è cambiato più velocemente della nostra capacità di comprenderlo.
Ecco cosa emerge da un’analisi sistemica che guarda al lavoro non come ideologia, ma come struttura del vivere umano.

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1️⃣ A cosa serve davvero il lavoro?
Prima di ogni forma storica o distorsione culturale, il lavoro in sé non esisteva, esisteva solo il concetto di "attività ". L'attività tendenzialmente ha quattro funzioni umane principali:
• garantire sussistenza;
• dare struttura al tempo;
• offrire ruoli sociali funzionali riconosciuti;
• generare senso, utilità, contributo.

Non è solo produzione: è un modo per orientarsi nel mondo.

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2️⃣ Come funziona oggi, concretamente?
Il lavoro contemporaneo è dominato da:
• occupazione salariata;
• flessibilità e precarietà crescenti;
• automazione e digitalizzazione;
• reddito legato all’occupazione;
• tempo di lavoro come principale misura di valore;
• lavori riempitivi e bu****it Jobs ma contemporanea mancanza di ruoli potenzialmente fondamentali;
• lavori che massimizzando il profitto personale a discapito di esternalità ed efficienza sistemica;
• paradossale presenza contemporanea: di iper-lavoro, ritmi massacranti, dinamiche estrattive ed aspettative irrealistiche E disoccupazione endemica in aumento globale, impossibilità di accesso al sistema pedagogico ed al mondo del lavoro, oppressione sociale ed asimettrica che impediscono a priori certe possibilità;
• alienazione, violazione di principi, disallineamento rispetto alla funzionalità sistemica.
Il sistema è eterogeneo, ma la logica di fondo resta: tempo → reddito → accesso alla vita materiale. Tutto estrae, poco ritorna funzionalmente. Un circolo vizioso di cicli senza reale sbocco.

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3️⃣ Cosa dicono i dati?
Le evidenze mostrano che:
• nella maggior parte delle professioni oltre una certa soglia, più ore ≠ più produttività;
• condizioni di lavoro instabili aumentano stress e problemi di salute mentale;
• la qualità del lavoro incide sulla qualità della vita più del livello di reddito;
• le esternalità del sistema dell'occupazione ricadono su tutti noi, in ogni ambito e sfera, in ogni angolo del mondo, influenzandosi in negativamente in modo costante, dinamico ed interattivo, causando disfunzionalità a catena;
• gli effetti dell’automazione sul senso e sull’identità sono ancora incerti.

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4️⃣ Dove il sistema si inceppa?
Le criticità non sono individuali, ma strutturali:
• insicurezza economica;
• burnout e alienazione;
• disallineamento tra ciò che si fa e ciò che si sente significativo;
• disuguaglianze crescenti;
• disallineamento nelle funzioni, disaccoppiamento strutturale con l'ambiente sempre più marcato, incapacità di contestualizzazione dei vincoli ontologici reali e perdita netta di capacità computazionale media;
• impoverimento del linguaggio;
• danni socio-ambientali mascherati da esternalità ma sempre più marcati ed in crescita lenta ma costante ed esponenziale;
• costi nascosti su sanità, capacità relazionali, coesione sociale e partecipazione civica.

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5️⃣ Quali alternative esistono?
Non soluzioni universali, ma applicazioni minime, configurazioni migliori, realmente implementabili e possibili:
• riduzione dell’orario in contesti specifici;
• modelli cooperativi;
• redditi di base sperimentali;
• nuove forme di lavoro digitale;
• modelli teorici che separano reddito, tempo e senso.

Ogni modello funziona solo in condizioni precise. Nessuno è “la risposta”, ma aiutano.

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6️⃣ Il lavoro come nodo di un sistema più grande
Il lavoro interagisce con:
• salute fisica e salute mentale;
• produzione e consumi;
• educazione e formazione;
• welfare e governance;
• cultura e identità;
• la società, il sistema, la vita, il mondo, la realtà.

Sistemi rigidi amplificano stress e disuguaglianze.
Sistemi più flessibili aumentano sensibilmente la resilienza, ma richiedono più coordinamento.

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📌 Perché parlarne oggi?
Perché il lavoro è uno dei principali mediatori tra struttura economica e vita quotidiana.
Capire come funziona — e dove non funziona — è essenziale per immaginare possibilità future senza cadere in slogan o polarizzazioni.

01/05/2026

**🌱 1° Maggio: festa dei lavoratori? E se invece festeggiassimo l’umanità?**

Oggi celebriamo chi lavora, ma “lavoratore” non è un aggettivo che definisce una persona: siamo esseri umani, non ruoli. L'essere umano è attività, creatività, espressione, funzione, ma non certo lavoro. Differenze piccole ma sostanziali. Quando, per cortesia, chiediamo “che lavoro fai?” invece di “chi sei?”, stiamo riducendo l’identità di qualcuno alla sua mansione. Eppure le ricerche sullo stress mostrano che proprio i mestieri percepiti come inutili o burocratici sono quelli che aumentano di più i livelli di cortisolo e infiammazione, abbassano la DHEA‑S (un ormone collegato alla resilienza) e ci fanno sentire maggiormente svuotati. Ed al contempo estraggono risorse al sistema senza veri ritorni vantaggiosi. Al contrario, la libertà di esprimersi e di dare senso a ciò che facciamo alimenta ormoni “buoni” come l’ossitocina e riduce il carico allostatico.

In questo 1° Maggio, ricordiamoci che la dignità di una persona non nasce dal lavoro che svolge, ma dal fatto di esistere. Chiediamo “chi sei?” prima di “cosa fai?”, costruiamo gerarchie basate sulla competenza e non sulla burocrazia, e rivendichiamo il diritto di svolgere attività che abbiano senso per noi e per la comunità. Solo così il lavoro torna a essere strumento di crescita e non di alienazione. La concezione di lavoro ha pochissimi millenni, quella del mondo del lavoro moderno appena due secoli, l'umanità ha centinaia di migliaia di anni. Restiamo umani.

·—·—·—· Né complotto, né sistema sano? Una terza lettura. ·—·—·—·    ⚕️👨🏽‍⚕️💉💊💰💳💴💵💶💷💸📈🎒📖📘📚🔬👨🏽‍🏫✖️🔃❗Gira in questi giorni...
10/04/2026

·—·—·—· Né complotto, né sistema sano? Una terza lettura. ·—·—·—· ⚕️👨🏽‍⚕️💉💊💰💳💴💵💶💷💸📈🎒📖📘📚🔬👨🏽‍🏫✖️🔃❗

Gira in questi giorni il video di Roy De Vita su La Verità e una più che buona replica (qui sotto riportata) che elenca, punto per punto, i contro-meccanismi che la ricerca clinica si è data negli anni: registri pubblici dei trial, protocolli pre-registrati, comitati etici indipendenti, Dichiarazione di Helsinki, commissioni di monitoraggio. Tutto vero. E tutto, in larga parte, funzionante. Contestualmente "funzionante", diciamo.
Entrambe le visioni hanno alcune falle nelle premesse. Ora ne analizzeremo alcuni perché in modo oggettivo.

Il problema maggiore forse è che il dibattito si incastra sempre sulla stessa falsa alternativa: o c'è un complotto dell'industria, o il sistema è sostanzialmente sano con qualche bug da limare. Io penso che manchi il piano di lettura che conta davvero, ed è quello sistemico.
Le criticità che De Vita elenca — publication bias, outcome switching, selezione dei pazienti tirata, confronti con placebo quando non dovrebbero, interruzioni anticipate per beneficio — esistono davvero. Sono reali eccome. Così come esistono anche i contro-meccanismi sottolineati da Fabio e dalle fonti citate da lui.
Ma il punto è che entrambi vivono dentro un ecosistema di incentivi che non è neutro: carriere accademiche misurate in pubblicazioni e impact factor, funding privato che pesa su una quota enorme della ricerca, time-to-market che decide il ritorno sul capitale investito, brevetti che hanno una scadenza, dipartimenti in competizione per le stesse risorse, riviste che premiano risultati positivi e nuovi. In questo ambiente, la scorciatoia metodologica non ha bisogno di malafede per emergere: emerge come comportamento che il sistema stesso premia, esattamente come un terreno in pendenza seleziona la direzione dell'acqua che ci scorre sopra. Non serve una regia. Serve una pressione costante nella stessa direzione.
Ed è qui che il "ma esistono i registri pubblici, i comitati, le linee guida" diventa una risposta vera ma parziale. I controlli esistono e funzionano finché rincorrono.
Il punto è che gli incentivi a monte continuano a generare, senza sosta, i comportamenti che i controlli a valle devono contenere. I controlli sono episodici e reattivi; gli incentivi sono continui e strutturali. Non è una partita ad armi pari. Come avviene in quasi ogni ambito, anche sociale, dove le pressioni delle dinamiche sistemiche portano a negatività e disfunzionalità diffuse come ultima derivazione e conseguenza.
Per questo trovo fuorviante sia il racconto complottista ("è tutto truccato") sia quello rassicurante ("è tutto sotto controllo"). Il primo cerca un colpevole dove c'è una dinamica. Il secondo scambia l'esistenza dei guardrail per la soluzione del problema che i guardrail cercano di contenere.
La domanda vera, per me, non è "chi manipola la ricerca". È: che tipo di scienza produce un sistema socio-economico che misura il valore in termini di ritorno, velocità e competizione aggressiva?
So bene che l'ambiente scientifico è tra i più aperti e cooperativi, ma il punto è che oggi questa è una scelta soggettiva ed un'opzione per gli agenti in causa, quindi non la premessa imprescindibile e base solida che dovrebbe essere. Se nemmeno in ambito scientifico riusciamo ad applicare una logica di pensiero "win-win" e comportamenti "tit-for-tat", allora forse la situazione dell'intero Sistema (umanità/società/individuo-ambiente/pianeta/strutture) è anche più grave di ciò che emerge ad una prima analisi.
Tornando al focus sulla validazione scientifica delle metodologie ed alla trasparenza dei processi di divulgazione della ricerca clinica, direi quindi che finché non guardiamo lì, alla base del Sistema, della Realtà, della Società e del Mondo, continueremo a discutere dei sintomi pensando che siano la malattia.
Ricordiamoci sempre che viviamo in un mondo regolato da vincoli ontologici, questo aiuta qualsiasi considerazione su di esso dando maggior valore ed efficacia a qualunque conclusione personale giungeremo, su qualsiasi cosa.
Non è complottismo riconoscere che una struttura produce certi effetti. È analisi sistemica. E a differenza del complottismo, non cerca un nemico: cerca di capire come è fatto il terreno su cui tutti — ricercatori onesti inclusi — sono costretti a camminare.
Ho aggiunto nel primo commento un suggerimento per alcune fonti utili per chi ha piacere di informarsi da sé e farsi un'idea.

"Si vis amari, ama" e pensate tanto, che fa bene al mondo. ℹ️🧠💚

In questi giorni sta circolando un video del dott. Roy De Vita, pubblicato su "La Verità" (link nei commenti) in cui vengono descritti alcuni presunti "meccanismi" con cui l'industria manipolerebbe gli studi clinici. Il problema non è tanto l'elenco in sé, quanto il modo in cui viene presentato: come se si trattasse di pratiche opache, sistematiche e sostanzialmente incontrollate.

In realtà, ciò che viene descritto è in larga parte un insieme di criticità note della ricerca clinica, che da anni sono oggetto di regolamentazione, controllo e discussione nella letteratura scientifica.

Prendiamo il primo punto: gli studi negativi non pubblicati. Il fenomeno esiste, si chiama publication bias, e significa che gli studi che non trovano risultati favorevoli a un farmaco hanno meno probabilità di essere pubblicati rispetto a quelli che li trovano.

È un problema reale, da tempo tuttavia esiste l'obbligo di registrare ogni studio clinico in appositi registri pubblici internazionali (ClinicTrials negli Stati Uniti, il sistema CTIS nell'Unione Europea) prima ancora di arruolare il primo paziente. Ciò vuol dire che chiunque può verificare quanti studi sono stati avviati su un certo farmaco e quanti hanno poi pubblicato i risultati. Sarebbe disonesto dire che il sistema funziona perfettamente: uno studio del New England Journal of Medicine del 2015 rilevava che solo il 13,4% dei trial registrati aveva depositato i risultati entro i dodici mesi.

https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMsa1409364

Le cose sono poi migliorate: uno studio pubblicato su The Lancet nel 2020 ha rilevato che, su 4.209 trial soggetti all'obbligo di rendicontazione, il 40,9% aveva depositato i risultati entro il termine previsto.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31958402/

Il trend è quindi positivo, ma la compliance rimane incompleta: un'analisi pubblicata nel gennaio 2025 sul Journal of the Academy of Public Health ha riscontrato miglioramenti nei tassi di rendicontazione dopo l'entrata in vigore delle nuove regole del 2017, in particolare negli studi finanziati dal NIH, ma molti trial risultano ancora non conformi agli obblighi di rendicontazione.
https://www.fda.gov/news-events/fda-voices/fda-focuses-closing-clinical-trial-reporting-gap-research-integrity

L'aspetto da sottolineare, però, è un altro. Prima dell'implementazione dei registri, il bias era molto difficile da misurare. Oggi invece è tracciabile e oggetto di ricerche sistematiche. Se il sistema fosse davvero opaco, non permetterebbe di studiare i propri difetti.

Secondo punto: la scelta degli obiettivi dello studio, gli endpoint. L'accusa implicita è che i ricercatori potrebbero decidere cosa misurare dopo aver visto i dati, scegliendo a posteriori il risultato più favorevole. Anche questo è un rischio reale, che si chiama outcome switching. Ma gli obiettivi di uno studio devono essere dichiarati nel protocollo e registrati pubblicamente prima dell'inizio. Il sistema di controllo editoriale non è infallibile, il progetto COMPare di Ben Goldacre, pubblicato su Trials nel 2019, ha analizzato 58 grandi studi clinici e trovato che in molti casi gli obiettivi erano stati cambiati rispetto al protocollo originale, spesso senza che nessuno lo segnalasse. Tuttavia, è proprio grazie all'esistenza dei registri pubblici che questa analisi è stata possibile. Le modifiche sono dunque identificabili, documentabili, denunciabili.

https://link.springer.com/article/10.1186/s13063-019-3173-2

Terzo punto: la selezione dei pazienti. Viene presentata come un trucco per scegliere solo chi risponde bene al farmaco. In realtà, stabilire chi può partecipare a uno studio (criteri di inclusione ed esclusione) è una pratica scientifica fondamentale. Serve a capire in quali condizioni specifiche un trattamento funziona, eliminando variabili che potrebbero distorcere i risultati. Tali criteri devono essere scritti nel protocollo prima dell'inizio e approvati da un comitato etico. Non sono uno strumento di manipolazione, ma una condizione di rigore metodologico.

Quarto punto: il confronto con il placebo invece che con la terapia migliore disponibile. L'idea che i ricercatori possano scegliere liberamente di confrontare un nuovo farmaco con una pillola di zucchero, anche quando esiste già una cura efficace, è semplicemente sbagliata. La Dichiarazione di Helsinki (il documento etico di riferimento per la ricerca medica a livello mondiale) e le linee guida internazionali stabiliscono che il placebo è ammesso solo quando non esiste ancora uno standard di cura efficace, o in situazioni molto specifiche e giustificate. Quando una terapia efficace esiste, il confronto deve essere fatto con quella. Sono comitati etici indipendenti a verificare che tali regole vengano rispettate.

Quinto punto: lo studio interrotto quando i risultati sono favorevoli. L'immagine che si evoca è quella di qualcuno che ferma la partita quando sta vincendo. Ma non funziona così. I criteri per un'interruzione anticipata (quando e perché fermarsi) devono essere definiti nel protocollo prima dell'inizio dello studio, e la decisione spetta a commissioni indipendenti di monitoraggio, non ai finanziatori. Detto questo, la letteratura scientifica ha documentato un limite reale in questo meccanismo, e lo ha fatto con crescente precisione nel tempo.

Lo studio di Bassler e colleghi su JAMA nel 2010 ha mostrato empiricamente che i trial interrotti anticipatamente per beneficio tendono a sopravvalutare l'efficacia del trattamento rispetto a studi analoghi condotti fino alla fine.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/20332404/

Più di recente, uno studio di simulazione pubblicato su Trials nel 2022 da Sharon Liu et. ha quantificato il problema su un milione di trial simulati, rilevando che quelli interrotti anticipatamente per beneficio sovrastimano la riduzione del rischio relativo di circa il 50% ovvero il beneficio reale era in media due terzi di quello osservato al momento dell'interruzione.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36064448/

Anche questo è un problema noto, studiato, pubblicato. È scienza che analizza sé stessa.

Sicuramente alcune criticità descritte da De Vita esistono. Nessuno lo nega. Presentarle però come prova di una manipolazione sistematica e incontrollata significa ignorare decenni di lavoro costruito proprio per arginarle (registri pubblici, comitati etici, linee guida internazionali, strumenti di controllo indipendente). Un sistema con difetti noti e monitorati non è un sistema totalmente corrotto. È un sistema che funziona abbastanza bene da sapere dove fallisce.

Può migliorare? Assolutamente sì, anzi deve.

Quello che però dovrebbe preoccuparci di più è quella parte del sistema che non lo sa o che fa finta di non saperlo.

Saltare dalla descrizione di problemi reali alla conclusione che tutto sia manipolato rischia di essere molto fuorviante.

[Chiudo con una richiesta semplice: nei commenti restiamo sul merito delle affermazioni ed evitiamo insulti personali. Criticare ciò che viene detto è legittimo, attaccare le persone non lo è mai.]

"Complessità e Crisi: Pillole di Senso" - A volte, per provare a capire un po' il mondo, abbiamo bisogno di affidarci a ...
10/04/2026

"Complessità e Crisi: Pillole di Senso" - A volte, per provare a capire un po' il mondo, abbiamo bisogno di affidarci a punti di vista più ampi e visioni divergenti, per crearci la nostra dose di saggezza.
In un mondo sempre più complesso e interconnesso, le crisi non sono più eventi isolati, recentemente l'abbiamo visto sempre più spesso nella quotidianità, sulla nostra pelle. Le crisi di oggi sono manifestazioni di dinamiche profonde del Sistema, questa Babilonia spreca-valori in cui siamo immersi. La vera sfida odierna non è solo risolvere i problemi, ma vederli. Comprendere la loro origine nella complessità intrinseca dei sottosistemi di questo mondo che sta perdendo sempre più senso. Nel canale KikoVE87 https://www.youtube.com/channel/UCIjMhslwNPOZELnw-1kfBfQ?sub_confirmation=1 troverete una playlist video in cui offro alcune "pillole di senso" per navigare in questa complessità, cercando di contribuire a trasformare le crisi in un'opportunità di apprendimento e riorganizzazione. Non si tratta di semplificare, ma di trovare chiarezza nella complessità. Penso sia d'obbligo cercare di creare senso e trovare soluzioni alternative volte a creare un mondo ed una vita migliore per tutti, partendo da oggi. Non dal futuro. Condividete le vostre impressioni, fare rete è una cosa importante. Reti reali, per il progresso sociale e l'evoluzione della nostra civiltà.

Per un approfondimento, guarda la playlist: https://youtube.com/playlist?list=PLOUqenXd5AbJdpcrOoIAX7-nQOMOKBsQ3&si=3peXUWh0ndHouiHm

Note di manutenzione per Gaia: strumenti e riflessioni per chi vuole navigare consapevolmente l'epoca della Metacrisi e della Policrisi. In questa serie espl...

💻🧠🚫🌏   L’ERA DEI PARADOSSI  📰✅📚❎🎻🎺🎹🗣️💬                                  💭🙊📖📩📇          📲  📺📱🌍 📵 📳🫀🫁  🌎 🌐 💚♻️ ---+---+---...
08/04/2026

💻🧠🚫🌏 L’ERA DEI PARADOSSI 📰✅📚❎
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• Perché il progresso sta generando entropia sociale❓
—·—·—·—·—·—·
Avete presente quella sensazione?
Scrollate il feed per dieci minuti e venite bombardati da indignazione, meme, fake news, clickbait empatici e appelli accorati. Chiudete l’app e vi sentite più esausti, vuoti e confusi di prima.
Quella sensazione non è un caso. È un sintomo.
Non è una lamentela, è una diagnosi.
Miliardi di vite umane, la loro caducità, tutto il sapere accumulato nei secoli… evidentemente non sono bastati a sviluppare anticorpi sociali adeguati al nuovo ecosistema iperconnesso e iperinformato che abbiamo creato.
E qui arriva il paradosso più feroce e controintuitivo della nostra epoca:
Siamo nell’era dell’accesso illimitato alla conoscenza, con strumenti e mezzi mai così potenti e immediati… eppure stiamo vivendo un’involuzione cognitiva, sociale e culturale che sembra accelerare in modo esponenziale.
Più supporti a disposizione, meno capacità diffuse di usarli.
Più dati accumuliamo, meno distribuzione equa di saggezza produciamo.
Maggiori mezzi e saperi, minor numero di persone che ne può usufruire.
Ed oggi quella capacità elitaria viene sprecata dal Sistema, deviata per futilità e resa disfunzionale.
Più siamo “connessi”, più ci isoliamo in camere dell’eco (Echo Chambers) che atrofizzano il pensiero critico.
Il cuore della crisi non è certo la mancanza di mezzi.
È un software mentale collettivo diventato obsoleto.
Operiamo ancora dentro un gioco globale win-lose, a somma zero, dove il “progresso” di pochi scarica esternalità negative sull’intero sistema. Immaginate il pianeta non come un mercato come è oggi, ma come un unico organismo vivente: il nostro approccio è identico a quello di un fegato che, per “vincere”, trattiene tutti i nutrienti per sé, condannando il corpo intero – e quindi anche se stesso – al collasso.
È un suicidio mascherato da competizione.
Le echo chambers non sono semplici gruppi. Sono un’orchestra in cui ogni musicista suona per conto suo, convinto di essere l’unico a seguire lo spartito giusto. Il risultato non è armonia: è caos e rumore assordante.
Non è un destino inevitabile.
È la conseguenza logica di un pensiero che ha smesso di essere funzionale al livello di complessità che NOI stessi abbiamo raggiunto. Abbiamo reso noi il gioco più difficile del dovuto e meno efficiente di come potrebbe, e dovrebbe, essere.
Per questo la vera domanda non è “come risolviamo i singoli problemi?”.
La vera domanda è: perché continuiamo a crearli con una precisione così chirurgica?
Oggi sarebbe opportuno aprire un’analisi necessaria. Il tema dovrebbe far parte del dibattito pubblico con costanza ed a tutti i livelli, vista l'importanza. E l'urgenza. O emergenza, dipende dai punti di vista.
Smettiamola di applaudire allo spettacolo, mentre l'incendio divampa nel Teatro.
È il momento di cercare di interpretare la mappa della nostra stessa irrazionalità.

📌 Segui la Pagina per analisi approfondite su sistemi complessi, nuovi paradigmi e le grandi sfide dell’Antropocene.
Qual è il paradosso che senti più forte nella tua vita quotidiana o nella società odierna? Scrivilo nei commenti, lascia una tua opinione.
Il dialogo aiuta il pensiero critico costruttivo ad emergere e la visione sistemica ed olistica a svilupparsi. Facciamo nascere Reti solide e resilienti.
Creiamo senso, insieme.
Ognuno di noi è un seme da cui può nascere qualunque cosa, anche il cambiamento necessario per un mondo migliore. Siamo creatori di realtà, ricordatelo.
Si vis amari, ama. 🧠💚🤎🤍🖤💜💙🩷🧡❤️
Per approfondire i temi vi consiglio:
• Donella Meadows, Thinking in Systems – il testo fondativo sul perché i sistemi win-lose portano al collasso dell’organismo intero.
• University of Rochester (2026), studio su algoritmi ed echo chambers (IEEE Transactions on Affective Computing).
• Nicholas Carr, The Shallows – sul paradosso tra iper-informazione e perdita di saggezza profonda.

Pensavo agli scoiattoli. Che curiosi animaletti. Mi è sorto un dubbio, secondo voi gli scoiattoli come si comportano se ...
05/04/2026

Pensavo agli scoiattoli. Che curiosi animaletti. Mi è sorto un dubbio, secondo voi gli scoiattoli come si comportano se uno scoiattolo inizia ad accumulare tutte le ghiande per sé, senza dare l'opportunità di accedervi agli altri scoiattoli? Del tipo, così tante ghiande da sapere per certo che non potrà mai riuscire a mangiarle tutte.
Poi viene naturale proseguire la speculazione verso esempi ancora più improbabili ed assurdi, no? Così, giusto come esercizio mentale "simpatico", diciamo, ok?
Dunque immaginiamo che questo scoiattolo inizi anche ad occupare TUTTE le tane degli altri scoiattoli. Senza usarle né averne bisogno ovviamente, d'altronde è solo uno scoiattolo mica è onnipresente.
Non sembra uno scoiattolo molto simpatico. Io non lo vorrei come vicino di casa. E nemmeno come scoiattolo lo vorrei.
Bene, poniamo ora che per accumulare le ghiande ed appropriarsi delle tane, questo scoiattolo abbia anche distrutto metà del bosco. È uno scoiattolo molto dannoso, e lo fa con metodo ed applicazione.
Bene, o male, dipende dai punti di vista, comunque dicevo, bene a questo punto mi sorge automatico chiedermi, "cosa ne penserebbero gli altri scoiattoli?"
Dico 'penserebbero', ma non credo servano chissà quali elucubrazioni complesse, no? Se fossimo noi nei panni degli scoiattoli non avremmo problemi a capire cosa sta accadendo, no? Dopotutto sono certo che gli scoiattoli nella loro semplicità di scoiattoli, lo capirebbero comunque che «il dannoso» fa cose prive di senso ed è sicuramente, in qualche modo, "malato" o negativamente deviato insomma. Il suo comportamento è totalmente irrazionale — anche per la "ratio" degli scoiattoli — ed è disfunzionale all'intero bosco dove vivono gli scoiattoli ed altri animaletti.
Non serve uno scoiattolo Nobel per capirlo.

Che situazione surreale, pensate se accadesse nella realtà?
Ah sì, comunque gli scoiattoli non credo arriverebbero alla terza fase. Dopo un paio di ghiande di troppo sottratte ed accumulate dallo scoiattolo dannoso, mi sa che gli altri scoiattoli lo fermerebbero.
Mica sono scemi. Gli scoiattoli.

Indirizzo

Piazza Fontana
Taranto
74123

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