07/06/2026
La realtà è come una vecchia foto
Quel bambino sulla giostra ero io. Ma io dov’ero?
Un editoriale sulla memoria, sui sogni lucidi, sull’inerzia del sonno dentro il sogno e su quella domanda che ci prende alla gola quando guardiamo una fotografia antica: se quello ero io, perché oggi mi sembra quasi un sogno?
C’è un momento in cui la realtà non crolla. Si incrina appena. Non fa rumore. Non urla. Non chiede permesso. Succede mentre cammini per casa e guardi una vecchia fotografia.
C’è un bambino su una giostra.
Ha il corpo leggero, lo sguardo dentro un mondo che ancora non conosceva, l’espressione di chi non sa quante versioni di sé dovrà attraversare per diventare adulto.
Quel bambino ero io.
O almeno così mi dice la fotografia. Così mi dice la memoria. Così mi dice la famiglia. Così mi dice la storia che ho imparato a raccontarmi.
Ma la verità è un’altra, più scomoda, più nuda.
Io non mi ricordo davvero di essere stato lui.
So di esserlo stato. Ma non lo abito più. Non sento quel corpo. Non penso con quella mente. Non guardo il mondo da quegli occhi.
Lo riconosco. Ma lo riconosco come si riconosce un sogno al mattino.
Forse il passato non è così diverso dal sogno. Forse la memoria non conserva la vita. La ricostruisce.
Ed è qui che la fotografia smette di essere carta, pixel, archivio. Diventa una porta. Ma una porta crudele: ti mostra che sei passato da lì, senza permetterti di rientrare. | CONTINUA | NELLE STORIES trovi il link -