19/01/2015
L'abdicazione
Durante i miei quattro anni di "esilio forzato" ho avuto modo di conoscere colleghi provenienti dal sud Italia.
Alla stregua degli impavidi conquistatori spagnoli che sbarcarono anni or sono nelle terre del nuovo mondo provocando lo sterminio di civiltà precolombiane, questi "intraprendenti guerrieri" occupavano le nuove terre del nord, creando scompiglio e facendo "scempio" delle ragazze locali.
Le poverette capitolavano sotto le decise avances dei prodi "sudisti", i loro approcci sfrontati erano supportati da una illimitata fiducia in sè stessi...; le loro azioni decise, seguendo un naturale istinto, erano alimentate dalla consapevolezza di agire secondo le giuste regole che muovono gli ingranaggi della vita.
Sebbene motivata da turbolenti desideri fisiologici piuttosto che da sporadici nobili intenti, la loro audacia veniva alla fine premiata.
Ingolosito da tali risultati mi univo spesso al "branco" nelle loro battute di caccia, ma in occasione dei sporadici rientri a Trieste il confronto era inevitabile: l'apatia regnava sovrana nella mia città, disperdendo in un attimo tutto il potere che ritenevo acquisito in una stantia nuvola di rassegnazione.
Maldestri e patetici tentativi di approccio..., ruffiani e mielosi..., pretattiche e titubanze infinite...; il tutto nella speranza di accattare qualche accenno di corresponsione: ma dov'era finita quella complice ingenuità femminile?...Da quando il maschio triestino aveva deposto la corona consegnando lo scettro sopra un cuscino di raso rosso?
Caso volle, anni più tardi: quando il mio rientro in patria fù definitivo, che la mia città fosse meta di lavoro anche per uno di questi "compagni d'avventura" : Pino.
Io, lui e l'amico Gino ci ritrovammo in un triunvirato solidale, dedito al tacchinaggio delle pollastre locali.
Come avrebbe reagito confrontandosi per la prima volta con la realtà locale l'impetuoso Pino?
La sua partenza fù travolgente: vento in poppa ed all'arrembaggio!..., nuova terra da conquistare..., sguinzagliato l'istinto predatorio ed autostima alle stelle; con tutta la serenità, la sicurezza e l'incoscenza di chi non può sapere.
I suoi approcci erano diretti e spontanei, nessuna sdolcinata sbavatura, nessun sottile umorismo di circostanza.
Pratico ed obiettivo, diritto al punto: -"Ciao, mi chiamo Pino, possiamo conoscerci?"
In suo appoggio anche l'impietoso e sarcastico incoraggiamento di Gino: -"vai Pino...entra deciso: come Cannavaro!"
Audacia e sfrontatezza, tanta e tale da lasciare interdette le triestine, cogliendole impreparate e con le barriere protettive abbassate: chi era costui per stravolgere le più basilari convenzioni?
Nessun triestino osava più da tempo simili affronti...
AI RIPARI!
Come cigolanti ponti levatoi le triestine eressero le loro barriere e giorno dopo giorno, come cavalloni di onde marine, l'entusiasmo di Pino finiva per infrangersi contro di esse.
Alla fine un esausto e spumeggiante riflusso di rassegnazione lo sopraffò in silenzio, consigliandolo a cercare conforto nei suoi periodici rimpatrii al sud..., e non c'era certo di che biasimarlo.