08/06/2026
“Ho fatto un patto sai con le mie emozioni, le lascio vivere e loro non mi fanno fuori” canta Vasco Rossi. Un patto di convivenza passiva, ma quando si tratta di denaro quella convivenza può costare cara.
Nella gestione del risparmio l’attenzione si concentra quasi sempre sugli aspetti numerici: rendimenti, mercati, tassi d’interesse, inflazione. Eppure le scelte finanziarie sono spesso determinate più dalle emozioni che dai dati. Il denaro non rappresenta soltanto un mezzo, ma sicurezza, libertà, protezione della famiglia e fiducia nel futuro. Per questa ragione, ogni decisione che lo riguarda coinvolge inevitabilmente una dimensione psicologica profonda.
La più potente delle paure è quella della perdita, un meccanismo antico radicato nella natura umana. Gli studi di Kahneman e Tversky sulla “Prospect Theory” hanno dimostrato come il dolore provocato da una perdita sia percepito con un’intensità circa doppia rispetto alla soddisfazione generata da un guadagno equivalente. Quando i mercati attraversano fasi di turbolenza, molti investitori non reagiscono ai dati ma alle emozioni che quei dati suscitano, rischiando di trasformare una flessione temporanea in una perdita definitiva.
Accanto alla paura di perdere si colloca quella di sbagliare. Di fronte a un flusso continuo di informazioni contrastanti, molte persone sviluppano una vera paralisi decisionale: si documentano, confrontano, attendono, mentre il tempo trascorre inutilmente e infruttuosamente. Gli psicologi comportamentali parlano di rimpianto anticipato, ossia la tendenza a bloccarsi per evitare in anticipo il dolore di un eventuale ed ipotetico errore. È uno dei paradossi più frequenti della gestione patrimoniale: il tentativo di evitare un errore diventa l’errore più grande.
Articolo completo di Piero Clarizia su GazzettaTorino