25/09/2026
LA VALIGIA DI MIA MADRE: il corredo del passato e la gratitudine del presente
Con questo post concludo la trilogia sulle 3 persone più importanti le cui date di nascita o di morte cadono a settembre.
Ho scritto del valore di mio padre, del valore di Maria Serra e ora voglio scrivere di mia mamma Filippa.
Oggi dalla mia valigia guardo queste radici. Per tanto tempo non ho compreso il senso di quel voler assolutamente trasmettere i suoi saperi. Ci teneva a che avessi “il corredo” con tutta la serie delle coperte e dei lenzuoli che ogni “sposa del paese di mia mamma” porta con sé nella sua “nuova famiglia”: era il suo modo di prepararmi la valigia per la vita, riempiendola di ciò che per lei era garanzia di protezione e appartenenza.
Aveva dedicato soldi e ore a scegliere “la batteria delle pentole di cucina” — quella buona — e poi c’è la trasmissione del “costume sardo”, l’abito della festa tipico del paese di provenienza (un gioiello di sartoria antica): tutte radici da mettere in valigia, simboli di un’identità forte da custodire e portare con me ovunque andassi.
Quando mi raccontava di tutte queste cose io non riuscivo a sintonizzarmi con lei: erano per me “soldi e tempo perso”. A cosa mi sarebbero serviti in una società moderna dove le lenzuola e le pentole le compri all'Ikea, e il costume non lo puoi indossare mai se non alla festa del paese, a cui non vado da decenni?
Ma le si illuminavano gli occhi... e per me non era una festa.
Mi sentivo non compresa e anche lei non si sentiva compresa: una distanza siderale che alimentava attriti.
Poi abbiamo messo da parte l’ascia di guerra, ma rimane il rimpianto di non aver saputo capire; oggi credo che avrei voluto vivere tutto questo non come una privazione di me, ma come un'espansione.
Era mossa dal rispondere al bisogno di appartenenza, uno dei livelli fondamentali della piramide dei bisogni dello psicologo Abraham Maslow. Secondo questa teoria, per sentirci sicuri e realizzati abbiamo tutti bisogno di radici, di sentir parte di un gruppo e di una storia condivisa. Nel legame tra madre e figlia, questo si traduce spesso nel desiderio materno di trasmettere tradizioni e oggetti simbolici, come il corredo, per proteggere la figlia e garantirle un posto sicuro nel mondo. Ma quando un figlio non risuona con quei modelli, qual è il dilemma che si crea? Spesso si finisce per insistere, aggrappandosi a schemi educativi rigidi, con il rischio — del tutto in buona fede — di far sentire l'altro inadeguato o non pienamente visto nella sua unicità.
Perché qui, in questa pagina, sono ispirata a condividere i limits della mia figura di riferimento primaria? Colei che è stata la mia prima agenzia formativa e sociale?
Perché quel modello di relazione ha dato un imprinting che non è stato funzionale: un modello che si basava su regole e schemi educativi. Ma perché condividere questo in una pagina? Sto parlando male di mia mamma? No.
Il lavoro identitario necessita del riconoscimento dei piombini energetici, cioè di quelle aree della nostra vita e della nostra storia in cui sono rimaste bloccate le nostre energie. Finché lasciamo in ombra quelle incomprensioni, continuiamo a reattivamente subire i vecchi schemi o a combatterli. Quando invece impariamo a riconoscerli con lucidità, quell'energia bloccata si libera: il peso dell'incomprensione si trasforma in consapevolezza, e ciò che sembrava un limite diviene la radice della nostra vera forza.
Dove mi ha portato tutto ciò? La mia scelta professionale nell’ambito della relazione d’aiuto si è mossa da qui; qui ci sono altre radici.
Alice Miller, nei suoi studi, ricorda che chi sceglie di operare nella relazione d'aiuto porta spesso con sé l'eredità di storie familiari in cui la comunicazione ha dovuto cercare strade nuove. La mia ricerca è iniziata proprio da quella "distanza siderale" con mia madre. Ero interessata ai processi di apprendimento, così per dieci anni ho lavorato contemporaneamente come educatrice per la disabilità sensoriale e come psicologa nelle scuole superiori, toccando con mano la complessità delle relazioni e dei linguaggi.
Lì si è consolidata la mia domanda fondamentale: come si apprende davvero? Come si trasmettono i saperi quando i canali e i modelli tradizionali non funzionano o non possono per natura (come con i non vedenti) essere quelli tradizionali? Quali e quanti modi ha l'essere umano per sintonizzarsi, integrarsi e fiorire?
Questo è il cuore del metodo che ho costruito e di ciò che condivido qui: imparare a guardare alle proprie radici non per rimanerne prigionieri, ma per riradicarsi con una nuova intenzione, scegliendo quali consapevolezze tenere e portare con noi. Riconoscere e trasformare i propri piombini energetici è il primo passo per trasformare i blocchi del passato nel proprio sguardo unico sul mondo.
Oggi quella valigia la apro con gratitudine, tenendo con me l'amore, l'intenzione e il valore profondo di quelle radici, ma scegliendo la forma con cui farle fiorire nel mio cammino...e guardando mio figlio, i pazienti e i clienti con questo sguardo.
Buon compleanno mamma!🕯