Maria Paola Pinna - Psicologa Psicoterapeuta

Maria Paola Pinna - Psicologa Psicoterapeuta 🌿 Psicoterapeuta con le radici in valigia
Psicologia emotiva — senza paroloni
Per chi non si sente mai davvero a casa 🏡✨

LA VALIGIA DI MIA MADRE: il corredo del passato e la gratitudine del presenteCon questo post concludo la trilogia sulle ...
25/09/2026

LA VALIGIA DI MIA MADRE: il corredo del passato e la gratitudine del presente

Con questo post concludo la trilogia sulle 3 persone più importanti le cui date di nascita o di morte cadono a settembre.
Ho scritto del valore di mio padre, del valore di Maria Serra e ora voglio scrivere di mia mamma Filippa.
Oggi dalla mia valigia guardo queste radici. Per tanto tempo non ho compreso il senso di quel voler assolutamente trasmettere i suoi saperi. Ci teneva a che avessi “il corredo” con tutta la serie delle coperte e dei lenzuoli che ogni “sposa del paese di mia mamma” porta con sé nella sua “nuova famiglia”: era il suo modo di prepararmi la valigia per la vita, riempiendola di ciò che per lei era garanzia di protezione e appartenenza.
Aveva dedicato soldi e ore a scegliere “la batteria delle pentole di cucina” — quella buona — e poi c’è la trasmissione del “costume sardo”, l’abito della festa tipico del paese di provenienza (un gioiello di sartoria antica): tutte radici da mettere in valigia, simboli di un’identità forte da custodire e portare con me ovunque andassi.
Quando mi raccontava di tutte queste cose io non riuscivo a sintonizzarmi con lei: erano per me “soldi e tempo perso”. A cosa mi sarebbero serviti in una società moderna dove le lenzuola e le pentole le compri all'Ikea, e il costume non lo puoi indossare mai se non alla festa del paese, a cui non vado da decenni?
Ma le si illuminavano gli occhi... e per me non era una festa.
Mi sentivo non compresa e anche lei non si sentiva compresa: una distanza siderale che alimentava attriti.
Poi abbiamo messo da parte l’ascia di guerra, ma rimane il rimpianto di non aver saputo capire; oggi credo che avrei voluto vivere tutto questo non come una privazione di me, ma come un'espansione.
Era mossa dal rispondere al bisogno di appartenenza, uno dei livelli fondamentali della piramide dei bisogni dello psicologo Abraham Maslow. Secondo questa teoria, per sentirci sicuri e realizzati abbiamo tutti bisogno di radici, di sentir parte di un gruppo e di una storia condivisa. Nel legame tra madre e figlia, questo si traduce spesso nel desiderio materno di trasmettere tradizioni e oggetti simbolici, come il corredo, per proteggere la figlia e garantirle un posto sicuro nel mondo. Ma quando un figlio non risuona con quei modelli, qual è il dilemma che si crea? Spesso si finisce per insistere, aggrappandosi a schemi educativi rigidi, con il rischio — del tutto in buona fede — di far sentire l'altro inadeguato o non pienamente visto nella sua unicità.
Perché qui, in questa pagina, sono ispirata a condividere i limits della mia figura di riferimento primaria? Colei che è stata la mia prima agenzia formativa e sociale?
Perché quel modello di relazione ha dato un imprinting che non è stato funzionale: un modello che si basava su regole e schemi educativi. Ma perché condividere questo in una pagina? Sto parlando male di mia mamma? No.
Il lavoro identitario necessita del riconoscimento dei piombini energetici, cioè di quelle aree della nostra vita e della nostra storia in cui sono rimaste bloccate le nostre energie. Finché lasciamo in ombra quelle incomprensioni, continuiamo a reattivamente subire i vecchi schemi o a combatterli. Quando invece impariamo a riconoscerli con lucidità, quell'energia bloccata si libera: il peso dell'incomprensione si trasforma in consapevolezza, e ciò che sembrava un limite diviene la radice della nostra vera forza.
Dove mi ha portato tutto ciò? La mia scelta professionale nell’ambito della relazione d’aiuto si è mossa da qui; qui ci sono altre radici.
Alice Miller, nei suoi studi, ricorda che chi sceglie di operare nella relazione d'aiuto porta spesso con sé l'eredità di storie familiari in cui la comunicazione ha dovuto cercare strade nuove. La mia ricerca è iniziata proprio da quella "distanza siderale" con mia madre. Ero interessata ai processi di apprendimento, così per dieci anni ho lavorato contemporaneamente come educatrice per la disabilità sensoriale e come psicologa nelle scuole superiori, toccando con mano la complessità delle relazioni e dei linguaggi.
Lì si è consolidata la mia domanda fondamentale: come si apprende davvero? Come si trasmettono i saperi quando i canali e i modelli tradizionali non funzionano o non possono per natura (come con i non vedenti) essere quelli tradizionali? Quali e quanti modi ha l'essere umano per sintonizzarsi, integrarsi e fiorire?
Questo è il cuore del metodo che ho costruito e di ciò che condivido qui: imparare a guardare alle proprie radici non per rimanerne prigionieri, ma per riradicarsi con una nuova intenzione, scegliendo quali consapevolezze tenere e portare con noi. Riconoscere e trasformare i propri piombini energetici è il primo passo per trasformare i blocchi del passato nel proprio sguardo unico sul mondo.

Oggi quella valigia la apro con gratitudine, tenendo con me l'amore, l'intenzione e il valore profondo di quelle radici, ma scegliendo la forma con cui farle fiorire nel mio cammino...e guardando mio figlio, i pazienti e i clienti con questo sguardo.
Buon compleanno mamma!🕯


"A 40 anni mollo tutto e faccio le valigie. È il mio Piano B."Perché il Piano B ....Queste sono state le prime parole di...
22/09/2026

"A 40 anni mollo tutto e faccio le valigie. È il mio Piano B."

Perché il Piano B ....

Queste sono state le prime parole di un uomo che è arrivato da me in consulenza.
Imprenditore di successo in Sardegna, per anni aveva vissuto immerso in ritmi h24 estenuanti, schiacciato dalla reperibilità costante e da un telefono che non smetteva mai di squillare.
Ma a far saltare l'equilibrio è stato un cortocircuito profondo: dopo aver combattuto per dieci anni contro una grave malattia, la consapevolezza faticosamente maturata durante la guarigione è entrata in collisione frontale con le logiche della sua quotidianità.
Quella lunga battaglia lo aveva trasformato nell'intimo, rendendo improvvisamente intollerabile continuare a sacrificare il proprio tempo e la propria salute sull'altare di ritmi e priorità che non gli appartenevano più.
Il suo Piano B verso Torino nasceva proprio da un bisogno viscerale di rottura e di rinascita: cercava un terreno nuovo, una grande città e una rinnovata identità personale e professionale per ricominciare a respirare.

Ma dopo un anno e mezzo, il suo racconto non è quello di una rinascita. È quello di un uomo che si sente "spento".

Le aspettative sono state deluse, l'impatto con una cultura e una modalità di interazione diversa lo ha lasciato disorientato. Molti penserebbero: "È andata male, meglio tornare indietro".
Io invece vedo qualcosa di diverso.
Vedo un uomo che, per la prima volta, ha creato la distanza necessaria per vedersi davvero.

Quando viviamo schiacciati dalla nostra quotidianità — dai ruoli che abbiamo costruito, dalle aspettative della nostra comunità, dai ritmi che ci siamo imposti — non vediamo chi siamo. Vediamo solo il riflesso di ciò che gli altri si aspettano da noi.

Il mio paziente non sta fallendo il suo Piano B.
Sta facendo i conti con l'unico ostacolo che non poteva lasciare in aeroporto: se stesso.
Ho vissuto esattamente questo percorso.

Anche io, a 18 anni, ho fatto le valigie per Torino. Anche io ho sentito quel peso, quel confronto costante, quella solitudine che ti scava dentro. Ed è proprio per questo che oggi, come professionista, posso accompagnarlo.

Non cerchiamo di "aggiustare" il suo Piano B. Non cerchiamo di farlo tornare quello di prima.
Stiamo radicando il suo cuore, smettendo di correre per placare l'urgenza di "dover essere".
Attraverso un lavoro di ristrutturazione identitaria, stiamo imparando a trasformare quella distanza in uno spazio di osservazione.

Perché la DISTANZA, anche quando fa male, è l'unico luogo dove possiamo smettere di essere ciò che gli altri vogliono, per iniziare a chiederci chi siamo.
Non è il luogo a essere sbagliato.
È che la pianta, quando cambia terreno, ha bisogno di tempo per capire come affondare le radici nel nuovo suolo.
A volte la distanza non è una fuga, ma il primo atto di ascolto verso se stessi. Cambiare terreno può disorientare, ma è spesso in quel vuoto apparente che sorge la possibilità di una nuova consapevolezza.
Accettare di attraversare un momento di sospensione significa darsi il permesso di ripartire da ciò che conta davvero, ritrovando una luce più autentica.

MARIA  SERRA: LA DONNA CHE CHIAMAQUANDO LA MEMORIA DIVENTA UNA RADICE PORTATILEIl 16 settembre non è soltanto una data d...
16/09/2026

MARIA SERRA: LA DONNA CHE CHIAMA
QUANDO LA MEMORIA DIVENTA UNA RADICE PORTATILE

Il 16 settembre non è soltanto una data del calendario o una ricorrenza affettiva per la mia architettura interiore.
È l'anniversario della scomparsa di Maria Serra, la donna che per prima, a Thiesi, ha saputo scorgere e chiamare alla luce una parte della mia identità che io stessa non vedevo ancora.

Maria è stata la mia prima mentore, una donna che ha operato nel sociale, una pioniera. Capace di coinvolgere le persone, di motivarle. Riconosceva i bisogni della comunità locale e trasformava le idee in progetti, in cooperative, in esperienze di aggregazione per i giovani, per le disabilità, per gli anziani e per gli stranieri. Aveva l’effetto di essere un esempio e una ispirazione.
Aveva l’energia di chi lotta, sopporta il dolore e non si lascia sconfiggere.
Nel mio percorso clinico oggi la riconosco come un pilastro fondante della mia struttura. Ricordo quando, al momento della mia laurea, mi fece un dono profetico: l'abbonamento alla rivista Animazione Sociale.

Quel gesto non è stato un semplice regalo, ma un primo mattoncino nella costruzione della mia bussola professionale: orientare lo sguardo alla comunità, alla cura dei legami e all'architettura sociale della persona.
Ma Maria Serra era, soprattutto, "la donna che chiama".
E la sua chiamata è il perfetto esempio di come una figura del passato possa smettere di essere un ricordo nostalgico e trasformarsi in una radice portatile.

Nel gennaio del 2022, all'indomani della scomparsa di mia madre, mi trovavo nel buio fitto e disorientante del distacco. In quel tempo sospeso, segnato anche dal sovraccarico emotivo e dalle restrizioni della pandemia, arrivò la sua telefonata. Non una chiamata di conforto formale, ma un atto d'urgenza trasformativa: mi propose di entrare nella cooperativa Terranimada Fattoria Sociale

Nel Metodo "Radici in Valigia", questo è il punto di svolta che definisco passare dal "sentire la ferita" al "canalizzare la risorsa". Maria Serra ha intercettato la mia paralisi emotiva e l'ha trasformata in un cantiere aperto.

Mi ha permesso di prendere la carica dolorosa del lutto e ricollocarla all'interno di un servizio concreto verso la mia terra d'origine, anche se vissuto a distanza dal Piemonte.

Nel mio lavoro clinico di ristrutturazione identitaria insegno che le radici non sono catene che ci legano al passato né monumenti statici da venerare, ma strutture attive che viaggiano con noi. Maria non è rimasta bloccata nella mia memoria come un ricordo nostalgico: è diventata una funzione guida interiorizzata.

La sua voce è la prova che quando facciamo decluttering emotivo e liberiamo la valigia dalle zavorre della sofferenza, ciò che resta sono le "radici portatili" — risorse etiche e affettive che continuano a orientare le nostre decisioni adulte e la nostra postura nel mondo.

Oggi onoro la sua eredità non semplicemente ricordandola, ma incarnando la sua lezione nella mia clinica: aiutando i miei pazienti a sentire quelle chiamate interne che ci chiedono di fare spazio, consolidare l'architettura interiore e mettere le nostre competenze al servizio della vita.

Questo post è un invito a guardare dentro la tua valigia interiore e individuare una figura guida che ha saputo chiamarti nei momenti di buio e che oggi vive in te come una radice portatile?
Oggi dedico questo giorno a quel legame invisibile ma solido che continua a farmi da guida.
Accenderò una candela per lei e per la forza delle radici che viaggiano con noi.
🕯

Il primo passo deve essere minuscolo"Se vuoi ve**re ma hai dubbi, scrivimi semplicemente un messaggio privato con scritt...
15/09/2026

Il primo passo deve essere minuscolo
"Se vuoi ve**re ma hai dubbi, scrivimi semplicemente un messaggio privato con scritto 'TORINO.
Ti rispondo io direttamente per capire insieme se è il momento giusto per te."
Ti spiego esattamente cosa succederà perchè?
Primo ho imparato e so che a volte non ci si avvicina a una esperienza nuova e diversa perché non si sa cosa le aspetta.
Secondo quando un workshop è in gruppo si ha paura di essere costrette/i a parlare davanti a tutti dei propri problemi, o di sentirsi a disagio.

Nel workshop del 19 settembre non faremo terapia di gruppo, nè terapia di gruppo forzata.
Nessuno/a sarà obbligato a raccontare la propria storia.
Perchè?
Perchè non è un gruppo che ha questo scopo.
Abbiamo costruitto un modo di “accompagnarci” alla scoperta degli INFINITI PROCESSI in cui la rinascita di manifesta con gli strumenti del suono, del movimento consapevole, dell’immaginale, dell’energia dell’intuizione, della natura.
Per questo sarà uno spazio protetto, di ascolto e di pratiche corporee delicate. cioè non parleremo per 4 ore di fila, ne ascolterete spiegazioni teoriche per tutta la mattina.
Si partecipa nella libertà di scegliere .
Puoi ve**re anche solo per sederti, ascoltare e fare spazio dentro di te, in totale silenzio."
La porta è aperta.
Ci sono ancora gli ultimi 5 posti disponibili…

IL workshop del 19 settembre a Torino è nato proprio per questo: per essere un luogo accogliente e senza pressioni. Non dovrete mettere a n**o la vostra vita davanti a sconosciuti. Sarà un tempo di pausa, di ascolto e di strumenti pratici per alleggerire la valigia interna, quel luogo dove stippiano di tutto.

Se senti una risonanza con quello che scrivo, non restare a guardare da lontano. La porta è aperta.
Scrivimi qui in privato un semplice “torino”: ti rispondo io personalmente per spiegarti come funziona e riservarti un posto."

Nei post vi ho raccontato tanto.DOMANDA Ma se fare spazio fosse prima di tutto un regalo che ci facciamo? Un po' come li...
11/09/2026

Nei post vi ho raccontato tanto.
DOMANDA
Ma se fare spazio fosse prima di tutto un regalo che ci facciamo? Un po' come liberare spazio per qualcosa di bello , con la stessa energia di un invito a una festa. Con il post di stasera sulla pagina di B:Well vi presento il cuore del nostro workshop .Leggete ...non sarà una lezione seriosa, ma un esperienza viva e in cerchio per muoverci, respirare e festeggiare il nostro benessere.

Perché un approccio integrato? Quando la mente incontra il corpo

Ti sei mai chiesto perché a volte "capire" il problema con la testa non basta a risolverlo? È perché noi non siamo solo pensieri: siamo un insieme complesso di corpo, emozioni e spirito.

Nel nostro workshop del 19 settembre, non ci limitiamo a "parlare". Usiamo un approccio integrato che lavora su più livelli, proprio perché il cambiamento vero avviene quando tutto te stesso è allineato.

Cosa accade durante le 4 ore insieme?
Immagina un percorso che parte dal basso (dal corpo) per arrivare in alto (alla consapevolezza):
✨ Tecniche "Bottom-up": Partiamo dal corpo. Attraverso il movimento, il respiro e il suono (Nada Yoga), calmiamo il sistema nervoso. Quando il corpo si sente al sicuro, la mente smette di essere all'erta e diventa più disponibile ad aprirsi.
✨ Psicologia e Counselling: Una volta che il terreno è fertile, usiamo la parola e il confronto guidato per dare un nome a ciò che senti e per trasformare i vecchi schemi in nuove consapevolezze.
✨ Yoga sciamanico e Naturopatia: Integrare la saggezza dei ritmi naturali e la connessione profonda con la tua essenza ti aiuta a ritrovare il tuo centro, quello che spesso dimentichi tra mille impegni.

Il risultato?
Non è una lezione teorica. È un'esperienza che ti "smuove" da dentro. Non usiamo solo la logica, ma creiamo un'armonia tra il tuo sentire (corpo), il tuo pensare (mente) e il tuo agire (spirito).

È questa "alleanza" tra tecniche diverse che ti permette di fare decluttering non solo in casa, ma nella tua intera esistenza.

🗓 Sabato 19 settembre dalle 9 alle 13.00 | Via San Donato 92, Torino

Se cerchi un modo per evolvere che non sia solo mentale, ma che coinvolga tutto il tuo essere, sei nel posto giusto.

👉 Posti limitati per garantire la massima cura. Prenota il tuo tramite il link in bio!

IL BATTESIMO 11 settembre 2001Guardando oggi il Gasometro di Vanchiglia avvolto nella nebbia, rivedo esattamente quella ...
11/09/2026

IL BATTESIMO 11 settembre 2001
Guardando oggi il Gasometro di Vanchiglia avvolto nella nebbia, rivedo esattamente quella sensazione del 2001: una struttura imponente e solida che fatichiamo a scorgere quando la nebbia del trauma ci avvolge.
Ma la struttura è lì, immutata. Imparare a vederla è il lavoro di una vita.
L'11 settembre 2001 non è stata solo una data storica, è stata il momento in cui ho imparato che il trauma ha un odore e una temperatura.
Ero al mio primo giorno di tirocinio post-laurea all'ASL. Ricordo l'entusiasmo di quella mattina, la formazione, l'entrare nel vivo del lavoro clinico.
Poi, l'arrivo delle notizie, il SILENZIO, e quel FREDDO IMPROVVISO che mi è passato lungo la schiena.
Non era paura intellettuale, era una risposta del corpo. Fu la mia prima, vera lezione sulla psicotraumatologia: capire che il TRAUMA non abita solo nei pensieri, ABITA nel SISTEMA NERVOSO.
Da quel giorno, la mia ricerca clinica si è focalizzata su una domanda: cosa succede alla nostra struttura identitaria quando il mondo, improvvisamente, crolla?
Nel mio lavoro con il metodo "Radici in Valigia", incontro spesso persone che vivono sotto il peso di "MACERIE" invisibili.
Non sono palazzi crollati, ma pezzi della propria storia rimasti incastrati: un trauma irrisolto, una ferita mai bonificata, una lealtà familiare che soffoca il presente. Questo è ciò che chiamo radice traumatizzata: un frammento di memoria che non è passato, ma che continua a dettare legge nel presente, impedendo alla linfa vitale di scorrere.
Il trauma è, per sua natura, un accumulo di materiale non integrato.
E il lavoro che svolgo — sia nella clinica quotidiana che nel percorso Decluttering d'autunno — è un'opera di precisione: non si tratta di "buttare via", ma di riconoscere cosa è maceria e cosa è struttura solida. È un atto di architettura interiore che serve a liberare lo spazio necessario per respirare ancora.
Lavorare sul Decluttering d'autunno (il 19 settembre a Torino) significa esattamente questo: imparare a distinguere tra ciò che è eredità che ti sostiene e ciò che è peso che ti blocca.
Significa smettere di trascinare macerie e iniziare a integrare i frammenti della propria storia in una bussola che sia davvero tua.
Mi chiedo spesso: qual è l'evento o il blocco che, nel tuo percorso, ti ha fatto sentire "incastrata" sotto il peso della memoria? E in quale parte della tua vita senti oggi il bisogno di ritrovare quel "via libera" che restituisce movimento al futuro?
Mi chiedo spesso: qual è l'evento o il blocco che, nel tuo percorso, ti ha fatto sentire "incastratO/A" sotto il peso della memoria? E in quale parte della tua vita senti oggi il bisogno di ritrovare quel "via libera" che restituisce movimento al futuro?
Scrivo queste parole con l'intenzione di aprire un punto di dialogo su quel sentire umano che spesso custodiamo nel silenzio.
Se senti di voler dare voce al tuo filo rosso, questo spazio è aperto

Primo passo fare spazio
Maria Paola

10/09/2026

Ci sono eventi che cambiano il mondo.
E dentro quel cambiamento — cambiano anche te.
L'11 settembre è stato uno di quelli.
Non solo collettivamente.
Anche dentro di me — in modo che non mi aspettavo.

Guarda il video completo su YouTube — link in bio. 👆

SON SBARCATA A TORINO Il conflitto delle radici doppieScrivo qui la mia memoria dell'inizio del MIO radicamento in un nu...
10/09/2026

SON SBARCATA A TORINO Il conflitto delle radici doppie

Scrivo qui la mia memoria dell'inizio del MIO radicamento in un nuovo spazio.
Quando nel 1992 arrivai a Torino, non lo feci per una vacanza o per curiosità passeggera, avevo un mandato preciso: formare la me del futuro.
LA PRIMA VOLTA
Ricordo il giorno in cui entrai in convitto, dalle suore in Via Giulio
La memoria è molto sensoriale:
Ricordo il BUIO del LUNGO corridoio che portava alla mia camera e il PESO DELLE VALIGIE sulle braccia.
Lì ho sentito la SOLITUDINE profonda.
Era la prima volta che mi staccavo dalla mia famiglia per un tempo diverso , con una distanza tale.
Ero una giovane sarda studentessa in psicologia o come mi dicevano “sardina”.
Che tsunami di emozioni contrastanti
Avevo scelto Io, quindi non potevo lamentarmi.
“Devi essere forte”, mi ripetevo
Tutto era diverso: : le persone, l'accento, i codici sociali.
Ero entrata nel continuo confronto.
Quando nasci e cresci in un territorio, appartieni a "usi e costumi" endemici. Quando ti sposti, il cervello fa esattamente quello che oggi vediamo fare a Google Foto: attiva un confronto automatico e incessante tra la versione "di prima" e quella "di adesso".
Quello che vive chi si trasferisce non per vacanza,
ma per costruire la propria vita,
è una COSTANTE NEGOZIAZIONE IDENTITARIA.
Si sente il giudizio, si avverte la pressione di dover dimostrare chi si è.

La mia mente continuava a misurare il mondo con il metro di ciò che avevo lasciato.

"Da noi, in Sardegna, si fa così...", pensavo mentre camminavo per le strade di Torino.
"Su, a Torino, si fa così...", mi sorprendevo a ripetere appena tornavo in paese, a casa.

Era un continuo, estenuante rimbalzo. È la stessa dinamica di quella domanda CRUDELE che talvolta si fa ai bambini: "Vuoi più bene a mamma o a papà?". Una lotta silente per uno schieramento, una richiesta di scegliere da che parte stare. , come se il cuore dovesse dividersi in due.

Per anni ho vissuto le mie radici come un campo di battagli: meglio la Sardegna? Meglio il Piemonte?
Meglio la terra che ho lasciato o quella che mi accoglie?
Come se fossi costretta a scegliere una sola casa, una sola identità, un'unica verità.

Questa guerra era tutta invisibile, ma consumava un’energia enorme.
Ci ho messo anni a capire che quella competizione era una trappola.
Le mie nuove radici, più giovani e tenere, che crescevano in terra piemontese, non stavano "tradendo" quelle sarde. Si stavano semplicemente intrecciando.
Oggi, nel mio lavoro clinico di Ristrutturazione Identitaria con il Metodo "Radici in Valigia", incontro spesso persone bloccate esattamente qui.
Pazienti che sentono di dover scegliere tra chi sono diventate e chi erano, come se l'aggiunta di un nuovo tassello identitario richiedesse necessariamente la rimozione di un altro.

Ma la verità clinica e umana è che l’identità non è un gioco a somma zero. NON SIAMO UN PUZZLE a cui dobbiamo sottrarre un pezzo per far spazio a un altro. Non dobbiamo schierarci. Le nostre radici non sono un territorio da difendere contro il nuovo, sono il terreno solido su cui poggiamo i piedi per riuscire a guardare più lontano.

Le nostre radici non sono un territorio di confine da difendere contro il nuovo, e nemmeno spazzatura da eliminare per sentirci leggeri: sono il terreno solido su cui poggiamo i piedi per riuscire a guardare più lontano.

Le radici che ho piantato in terra piemontese, più giovani e tenere, non hanno tradito quelle sarde. Si sono semplicemente intrecciate.

Il mio confronto interiore non è più una competizione, è diventato una sintesi.
Porto con me la luce e gli odori della mia terra, e porto con me la struttura e il rigore che ho costruito qui, a Torino.

Dietro questa lotta, spesso, si nasconde un senso di colpa invisibile: il timore che evolvere significhi tradire le nostre origini. Ma fare spazio per una nuova identità non è un atto di tradimento; è un atto di cura. Significa smettere di dover scegliere tra due parti di noi, per accoglierle entrambe in un'unica architettura.

Ma, osservando la dinamica nei miei percorsi, ho compreso che questo senso di colpa è, prima di tutto, una dispersione energetica.

È energia bloccata, "archiviata" in un deposito buio dove non può alimentare il nostro motore vitale. Ogni volta che ci colpevolizziamo per aver scelto la nostra strada, stiamo sprecando una risorsa preziosa che ci servirebbe per abitare il nostro presente. È come un motore che gira a vuoto: la potenza c'è, è tutta nostra, ma non scarica a terra perché è trattenuta da una lealtà invisibile verso un passato che non nutre più il nostro futuro.

Fare spazio significa proprio questo: recuperare quell'energia, sbloccarla e usarla finalmente per alimentare la nostra nuova identità.

Mi chiedo spesso cosa resti, nel profondo, dell'eredità che ci abita. Non parlo di oggetti, ma di quel 'segno' invisibile che portiamo con noi: un gesto, un silenzio o una competenza che oggi, guardandoti allo specchio, riconosci finalmente come radice profonda. Qual è il filo rosso che ti guida e che, passo dopo passo, hai scelto di integrare nella tua bussola?

Chi sente di voler dare voce a questo filo, troverà qui uno spazio di ascolto.

Il primo passo è sempre fare spazio.
Maria Paola

9/9/1935 Quel vuoto del 2020 è stato “ABITATO”Oggi, nel giorno in cui mio padre avrebbe compiuto gli anni, voglio portar...
09/09/2026

9/9/1935 Quel vuoto del 2020 è stato “ABITATO”

Oggi, nel giorno in cui mio padre avrebbe compiuto gli anni, voglio portare questa riflessione nel mio spazio professionale in questa pagina.
Perché il Metodo "Radici in Valigia" non nasce dal nulla; nasce anche dall'aver saputo integrare la figura di mio padre, trasformando il vissuto personale in uno strumento di bussola per chi si affida a me.

Nel mio lavoro clinico, incontro spesso persone che vivono l'energia paterna — quella orientata alla costruzione, alla pianificazione e alla regola — come un limite rigido, quasi una zavorra.
Spesso, rieducare la propria struttura identitaria significa proprio questo: passare dal "sentire il dolore" di quel limite al "capire il meccanismo" della cura.
Spesso, è proprio il vuoto dell'assenza a rendere meno percepibile quanto l'eredità di quella funzione sia già viva in noi. L'abbiamo introiettata nel tempo: ci appartiene già, perché è stata trasmessa nel profondo, ben oltre le parole o i gesti.

Il 9 settembre 1935 nasceva mio padre. Oggi avrebbe compiuto 91 anni; di questi, cinquanta sono quelli che abbiamo condiviso insieme.

Settembre, per me, è Cabudanni: il tempo in cui la natura ci mostra il decluttering: come fa spazio, pianifica, sceglie cosa portare nel prossimo ciclo vegetativo. È in questo orizzonte che ho scelto di riflettere sulla figura paterna e sulle radici che essa rappresenta nella mia struttura identitaria.

Ho scelto queste immagini per raccontare un processo che va ben oltre il semplice ricordo.
Se guardo la libreria del mio studio vedo la sintesi di questa eredità.

Nella prime, scattate a maggio 2020 durante il lockdown, e nel video, la libreria è vuota e in montaggio, nell'inquadratura ci sono mio padre e mia sorella al lavoro . Chi oggi frequenta il mio studio la vede colma di libri, di faldoni, di storie e di strumenti clinici; ma in quel momento era solo una struttura di legno grezzo che aspettava di essere messa in piedi.

Uno spazio non vuoto ma LIBERO-fertile.

Nella seconda immagine, quella di oggi, in primo piano c'è una candela che riproduce la Creazione di Adamo dalla Ca****la Sistina, e dietro la libreria è piena di tutti i miei strumenti clinici .

In quel primo scatto emerge tutta la praticità assoluta che apparteneva a mio padre. .
Quando era necessario mettere in forma qualcosa, lui era capace di pianificare il lavoro, scegliere i materiali, recuperarli e avviarlo.
Gli piaceva farlo e, da buona Vergine, era “molto preciso”.

Quel vuoto del 2020 è stato “ABITATO”: quell'energia pragmatica, fatta di cura e di radici solide, è ciò che mi ha permesso, PEZZO DOPO PEZZO, di costruire qui il mio posto nel mondo.

Quell'immagine della Creazione, per me ha un significato profondo è la radice energetica dello scheletro, la struttura, la base solida.
Il mio lavoro clinico, invece, si compie nell'incontro: io resto in quello spazio come una presenza di ascolto e cura e struttura in cui la scintilla si trasforma in la forza per rinascere.

Quella stessa cura silenziosa, quella dedizione che portava mio padre a costruire, è ciò che ha guidato l’ultimo tratto del suo cammino: il viaggio che lo ha portato a Torino.
Quel viaggio, ha permesso di stargli vicino è stato il test più grande: mi ha insegnato quanto le radici non siano fatte per stare ferme.
Le radici sono profonde, solide e capaci di viaggiare, capaci di attraversare ogni distanza pur di proteggere ciò che conta.

Imparare ad amarlo non è sempre stato semplice, perché "amare" — nel mio metodo — non è un sentimento passivo, ma un processo di sbrogliamento attivo. Significa comprendere come è fatta l'energia che ci lega alle nostre origini, sia nei ricordi visibili che in quelli invisibili.
Amarlo ha significato scegliere di non rimanere più legata a energie di lealtà familiari che non appartengono a me.
Ha significato trasformare tutte quelle reazioni emotive che un tempo attraversavano il mio corpo, infiammandolo e facendomi disperdere energie inutili nella rabbia o nella resistenza.
Quella reattività corporea era tutta energia mia: oggi l'ho recuperata, l'ho ripresa indietro per metterla al servizio della mia vita e della mia clinica.

Oggi, guardando la libreria del mio studio a Torino, vedo ancora le sue mani precise che stringono quelle viti.

Scrivo queste parole con l'intenzione di aprire un punto di dialogo su quel sentire umano che spesso custodiamo nel silenzio.

Mi chiedo spesso cosa resti, nel profondo, dell'eredità che ci abita. Non parlo di oggetti, ma di quel 'segno' invisibile che portiamo con noi: un gesto, un silenzio o una competenza che oggi, guardandoti allo specchio, riconosci finalmente come radice.

Il primo passo è sempre fare spazio.
Maria Paola

Indirizzo

Turin
10152

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