16/12/2025
Il Natale nel Sermone 32 di San Cromazio d'Aquileia
di Marianna Cerno
Dal Bollettino n. 967 - 2015/6 Novembre-Dicembre
L a solennità del Natale è una festa apparsa nel IV secolo nella Chiesa Tanto in Occidente quanto in Oriente, nella Chiesa delle origini era la Pasqua il centro e il fulcro dell’intero anno liturgico, sia intesa come festa annuale, il momento più alto del calendario cristiano, sia come ricorrenza della settimana, metafora della vita di Cristo, nella domenica, letteralmente il giorno del Signore, del Dominus.
Sicuramente la collocazione del Natale al 25 dicembre, data assunta nell’Antichità da quasi tutto il mondo cristiano (con l’eccezione dell’Egitto che lo posponeva al 6 gennaio), ha in parte a che fare con l’opposizione alle feste pagane del solstizio d’inverno e alla figura importante del dio orientale Mitra, che era stata importata anche a Roma e che con Gesù condivide numerose caratteristiche. Ma sarebbe riduttivo ritenere il Natale una sorta di sostituzione, come sempre più spesso si sente dire, così come non considerare il larghissimo patrimonio di codici espressivi condivisi che accomunavano i popoli dell’Impero Romano da Gibilterra al Caucaso, uniti dalla medesima variegata cultura pur nella diversità dei culti professati, e la figura fondamentale dell’imperatore Costantino nella sua personalissima (e inevitabilmente non completamente ortodossa) interpretazione della nuova religione assurta a confessione di stato.
Non sorprende in un simile contesto vedere che a Roma il Natale era festeggiato almeno dal 330, mentre in Oriente, nelle grandi metropoli ecclesiastiche di Antiochia o Costantinopoli, solo dall’ultimo ventennio del IV secolo.
Al tempo di Cromazio, in ogni caso, il Natale era una festa ancora di recente istituzione, alla quale il vescovo dedica il sermone 32, giunto a noi acefalo, ossia privo della parte iniziale.
Nel suo discorso al popolo, Cromazio esprime la propria idea di Natale, portando all’attenzione della sua ecumene alcuni temi ritenuti importanti e offrendo un quadro di valori e di atmosfere che ancora oggi si mantengono in gran parte validi e intatti, dopo quasi duemila anni di storia e di fede.
Come già sottolineato in altre occasioni, Cromazio punta molta attenzione sul mistero del concepimento virginale di Maria per opera dello Spirito santo. Nell’occasione del Natale, il vescovo inserisce questo tema all’interno del discorso sull’Incarnazione del Verbo nel quadro storico restituito da Lc 2,1-11: il censimento di tutta la terra ordinato da Cesare Augusto.
«Se consideriamo ogni singolo fatto secondo il senso spirituale, vi scopriamo importanti misteri. Questo primo censimento di tutta la terra fu interamente compiuto quando il Signore nacque secondo la carne; infatti non sarebbe stato opportuno che il primo censimento di tutta la terra fosse indetto in altro momento se non alla nascita di colui per il quale doveva venir censito il genere umano, né sotto un altro imperatore se non sotto colui che per primo prese il nome di Augusto, perché il vero ed eterno Augusto era colui che nacque da una vergine. Quel Cesare Augusto non era che uomo, questi è Dio; quello era imperatore della terra, questo imperatore del cielo; quello re degli uomini, questo re degli angeli. […] Coloro che sono censiti da un imperatore della terra, vengono registrati perché paghino i tributi dovuti e corrispondano la capitatio prescritta [la capitatio o testatico era l’imposta personale in vigore al tempo]. Anche noi siamo stati censiti da Cristo, eterno re, per versare l’imposta del nostro testatico e per corrispondere la prescritta imposta personale della nostra fede, come fecero soprattutto i martiri, che offrirono la vita stessa per il nome di Cristo».
Con parole molto semplici Cromazio pone in essere un paragone fra il censimento di Augusto e la chiamata di fede di Cristo, in un confronto che continua in ulteriori dettagli del racconto evangelico di Luca attraverso una scia di formulazioni antitetiche tipiche dello stile orientale, al quale i letterati della Chiesa di Aquileia si rifanno sempre con orgoglio: il nome del governatore del tempo, Quirino, il «dominatore» terreno al quale si oppone Gesù, il «dominatore» divino, e l’etimologia del toponimo di Betlemme, la «casa del pane» per il «pane disceso dal cielo», come Giovanni definisce il Cristo nel proprio Vangelo (Io 6, 41).
Non sfuggirà a latere il riferimento ai martiri, il fondamento dell’identità cristiana di Aquileia, la tipologia di santità prediletta dalla chiesa locale - tanto da farne il «mito di fondazione» - e il più forte degli esempi di perfezione offerti all’uomo, quello maggiormente imitativo della vita di Gesù.
Nel quadro del viaggio di Maria e Giuseppe per il censimento, Cromazio esalta l’importanza dell’Incarnazione del Figlio in tutti i suoi aspetti di unicità, prima di sottolineare che il più grande gesto d’amore divino si compie con un atto di umiltà:
«Considera fino a quale umiliazione il Figlio di Dio si abbassa per noi: si adagia in una mangiatoia chi regna in cielo col Padre; si avvolge in fasce chi concede la veste dell’immortalità; si mostra col corpo di un bimbo chi è sublime e potente».
La riflessione di Cromazio sui simboli del presepe continua in una serie di spiegazioni che all’uditore moderno appariranno talora un po’ forzate, utili a caricare i dettagli della Natività di intense atmosfere spirituali. Cromazio esprime le proprie considerazioni attraverso una forma semplice, la consueta scelta di un linguaggio diretto e concreto ma non privo di meraviglia, e l’adozione di una logica consequenziale elementare, che rende immediatamente comprensibili concetti difficili, esattamente come farebbe un buon padre rivolgendosi ai piccoli figli.
Nel suo discorso, Cromazio riprende immagini e idee espresse anche da sant’Ambrogio, il vescovo di Milano che verosimilmente lo ha consacrato sul soglio aquileiese secondo l’antica tradizione locale, e allarga l’orizzonte dottrinale del discorso sul Natale a una dimensione ecclesiale (Flavio Placida):
«Questi stessi fatti della vita del Signore hanno, tuttavia, anche misteriosi significati. Egli fu avvolto in panni, perché ha preso su di sé i nostri peccati come dei panni, secondo quanto è scritto: Egli si fa carico dei nostri peccati e soffre al posto nostro [Is 53, 4]. Egli fu dunque avvolto in fasce per spogliare noi delle fasce dei nostri peccati; egli fu avvolto in fasce per tessere, per opera dello Spirito santo, la preziosa tunica della sua Chiesa; egli fu certo avvolto in fasce per chiamare i diversi popoli di quelli che credono in lui. Infatti siamo venuti alla fede da differenti nazioni e cingiamo Cristo come di fasce, noi che già fummo delle fasce, ma che ormai siamo diventati la preziosa tunica di Cristo. Che poi il Signore e Salvatore nostro sia stato adagiato in una mangiatoia, significava ch’egli doveva essere il nutrimento dei credenti. La mangiatoia è il posto in cui gli animali vengono insieme per prendere il cibo. […] La nostra mangiatoia è l’altare di Cristo, attorno al quale ci riuniamo ogni giorno per prendere da esso il cibo della salvezza offertoci dal corpo di Cristo».
Nelle parole appena espresse da Cromazio si legge, proprio nelle ultime righe, una delle più antiche testimonianze letterarie dell’idea che l’Eucarestia sia il momento di attuazione effettiva del mistero celebrato nella messa.
L’efficace metafora della mangiatoia, il praesepium, vede la grande Chiesa riunirsi intorno al Salvatore. L’attenzione di Cromazio verso i dettagli e la sua spiccata propensione didattica non potevano non includere nella descrizione del gruppo ecumenico le guide della comunità cristiana, i vescovi:
«Un angelo annunciò questa nascita umana del Signore in primo luogo ai pastori, che vegliavano sul loro gregge. Era doveroso che i pastori per primi apprendessero la nascita del principe dei pastori. Secondo il senso spirituale, pastori di greggi sono i vescovi delle Chiese, che custodiscono le greggi loro affidate da Cristo perché non abbiano a soffrire le insidie dei lupi».
Il ruolo della guida dei cristiani è carico della stessa umiltà della mangiatoia, e l’integrità dei pastori è la prima a dover essere vigilata e garantita per l’armonia della comunità. Cromazio, fortemente consapevole dell’importanza del proprio compito, non si esime da un continuo esame di coscienza:
«Se dunque siamo sempre vigilanti nella fede di Cristo e nei precetti del Signore, custodiamo come si deve le greggi affidateci da Cristo e portiamo a buon diritto il titolo di pastori della Chiesa. Se, al contrario, ci lasciamo opprimere dal sonno della negligenza e dell’infedeltà, non potremo custodire non solo le greggi affidateci ma neppure noi stessi […]. Sia sempre vigilante anche la vostra devozione, perché, come l’insegnamento del vescovo sollecita il suo popolo alle opere di bene, così la devozione del popolo è un incoraggiamento per i vescovi; e ne risulta che il gregge fa la gioia del suo pastore e il pastore la gioia del suo gregge».
Il discorso di Cromazio si conclude con un inno alla gioia universale del Natale, potente dal cielo alla terra e viceversa:
«L’angelo disse dunque ai pastori, come avete appena udito, miei cari, nella presente lettura: Io vi annunzio una grande gioia: oggi è nato a voi, nella città di Davide, un salvatore, che è Cristo Signore. [Lc 2, 10-11] Grande gioia è certo per i pastori: è nato il Principe dei pastori, per custodire le sue pecore e mettere in fuga quei lupi dei demoni. Perciò la nascita di Cristo secondo la carne fu la gioia dei pastori, la sicurezza delle greggi, la fuga dei lupi. […] Tuttavia la presente lettura ci ha manifestato che non solo i pastori, ma anche gli angeli si rallegrarono per la nascita del Signore […], poiché egli era creatore degli uomini, creatore degli angeli e Dio onnipotente. Poiché dunque, in questo giorno, il Signore e Salvatore nostro si è degnato di nascere secondo la carne, anche noi rallegriamoci con gli angeli di celeste esultanza e allietiamoci di spirituale letizia con fede, con devozione e con santità di cuore». Buon Natale.
[I brani del sermone 32 sono tratti dal volume J. LEMARIÉ (ed.) - G. TRETTEL - G. CUSCITO (trad.), Cromazio, vescovo di Aquileia. Sermoni, Roma-Gorizia 2004 (Corpus scriptorum ecclesiae Aquileiensis, 4.1)].