Stefano Pedrollo

Stefano Pedrollo Pagina ufficiale di Stefano Pedrollo.

- Consulente di comunicazione e marketing
- Esperto in comunicazione politica
- Scrittore

Scrittore, Value Communication Specialist, Spin Doctor Politico, esperto in marketing e comunicazione.

11/06/2026

Dopo le Garanzie d’Origine per l’energia, servono le Garanzie di Destinazione per le tasse.
Ogni euro pubblico dovrebbe avere una storia leggibile.

Con le Garanzie d’Origine possiamo sapere che una determinata quantità di energia elettrica è stata prodotta da fonti rinnovabili. Non seguiamo fisicamente il singolo elettrone, ma attraverso un sistema certificato, tracciato e verificabile possiamo sapere che, a fronte del nostro consumo, una quota equivalente di energia pulita è stata immessa nel sistema.

Lo stesso principio dovrebbe valere per le tasse.

Non pretendo di seguire materialmente ogni singolo euro che verso allo Stato, perché la finanza pubblica funziona in modo complesso e aggregato. Ma vorrei esistesse una filiera trasparente, certificata e accessibile, capace di informare il cittadino riguardo la destinazione dei soldi versati.

Sapere se una quota abbia finanziato la sanità, una scuola, la sicurezza, la previdenza, la viabilità, un'amministrazione pubblica, il debito pubblico.

Non come slogan. Non come rendiconto generico. Ma come tracciabilità democratica della contribuzione fiscale.

Perché pagare le tasse non dovrebbe essere percepito solo come un obbligo, ma come una forma concreta di partecipazione alla vita collettiva. Il problema è che oggi il cittadino versa, ma poi perde completamente il contatto con la destinazione del proprio contributo.

E quando manca la tracciabilità, cresce la sfiducia.

Quando non sai dove vanno i tuoi soldi, inizi a pensare che vengano sprecati. Quando non vedi il legame tra ciò che paghi e ciò che ricevi, la fiscalità diventa solo imposizione. Quando invece puoi vedere che il tuo contributo sostiene un ospedale, una scuola, una strada, una pensione, un servizio sociale, allora il rapporto tra Stato e cittadino cambia.

Serve una sorta di Garanzia di Destinazione delle Tasse: uno strumento pubblico, digitale, semplice, verificabile, che permetta a ogni contribuente di leggere in modo chiaro la composizione della spesa finanziata anche grazie al proprio contributo.

Non per creare l’illusione che ciascuno possa scegliere individualmente dove destinare tutte le proprie tasse, perché uno Stato non può funzionare come un carrello della spesa. Ma per restituire al cittadino una cosa fondamentale:
la consapevolezza.

Sapere dove vanno i soldi pubblici significa aumentare il controllo democratico. Significa rendere più difficile lo spreco. Significa responsabilizzare chi amministra. Significa trasformare il contribuente da soggetto passivo a cittadino informato.

In fondo, se siamo riusciti a costruire un sistema per certificare l’origine dell’energia, possiamo costruire anche un sistema per certificare la destinazione della fiscalità.

Perché la trasparenza non dovrebbe valere solo per il mercato dell’energia.

Dovrebbe valere soprattutto per lo Stato.

09/06/2026

I dati puri: l’astensione come primo partito

Prima delle analisi politiche, ci sono i numeri.

Ai ballottaggi delle amministrative 2026 erano chiamati al voto 42 Comuni, di cui 6 capoluoghi di provincia: Agrigento, Arezzo, Chieti, Lecco, Macerata e Trani. L’affluenza definitiva si è fermata attorno al 52% / 52,1%, contro il 60,47% del primo turno: un calo di circa 8 punti percentuali in appena due settimane.

Nei 6 capoluoghi al ballottaggio, il risultato politico è finito in parità: 3 città al centrodestra (Arezzo, Lecco e Macerata) e 3 città al centro sinistra (Agrigento, Chieti e Trani).

Il dato più interessante, però, non è soltanto chi vince. È chi non partecipa. Se al primo turno aveva votato circa il 60% degli aventi diritto e al secondo turno poco più della metà, significa che una parte consistente dell’elettorato, davanti alla scelta finale tra due candidati, non ha trovato una ragione sufficiente per tornare alle urne.

La tendenza dei flussi: elettori meno fedeli, più mobili, più disillusi

I flussi elettorali non vanno letti solo come spostamento da destra a sinistra o da sinistra a destra. Il vero movimento oggi sembra essere un altro: dal voto alla non partecipazione.

La tendenza è questa:

1. L’elettore di appartenenza resiste, ma pesa meno.
Chi ha una fedeltà politica forte continua a votare. Ma questa quota non basta più a creare entusiasmo collettivo. La politica parla sempre di più ai propri recinti e sempre meno al Paese reale.

2. Gli elettori civici e moderati si disperdono facilmente.
Dove non c’è una proposta riconoscibile, credibile e concreta, l’elettorato meno ideologico tende a non scegliere. Non sempre cambia campo: spesso semplicemente resta a casa.

3. I ballottaggi premiano la mobilitazione, non necessariamente la visione.
Al secondo turno vince chi riesce a riportare ai seggi il proprio blocco elettorale e ad attrarre una parte degli esclusi. Ma quando l’affluenza scende di 8 punti, il tema diventa evidente: la politica riesce ancora a convincere i propri sostenitori più fedeli, ma fatica a coinvolgere chi è fuori dal tifo.

4. Il civismo arretra quando non diventa progetto politico strutturato.
Secondo i conteggi YouTrend sul primo turno nei Comuni sopra i 15 mila abitanti, il centrosinistra aveva vinto subito in 37 Comuni, il centrodestra in 25, mentre candidati civici o di altre aree avevano vinto in 15; altri 41 Comuni erano rimasti da assegnare ai ballottaggi. La fotografia generale racconta un sistema ancora diviso tra poli, ma con un’area civica e mobile decisiva, spesso difficile da trattenere.

Il dato dei ballottaggi non racconta soltanto chi ha vinto e chi ha perso. Racconta soprattutto una cosa più profonda: la politica non scalda più il cuore delle persone.

Ai ballottaggi delle amministrative 2026 l’affluenza si è fermata attorno al 52%, in calo di circa 8 punti rispetto al primo turno. Nei 6 capoluoghi chiamati al voto il risultato è stato politicamente equilibrato: 3 città al centrodestra e 3 al centrosinistra. Ma il dato vero è un altro: quasi un elettore su due non ha partecipato alla scelta finale.

E questo dovrebbe preoccupare tutti.

Perché non votare non è sempre protesta. A volte è stanchezza. A volte è disillusione. A volte è la sensazione che, qualunque sia il risultato, nulla cambi davvero.

Non c’è fermento.
Non c’è attesa.
Non c’è la percezione che dalle urne possa nascere qualcosa di nuovo.

La politica sembra aver smesso di produrre entusiasmo, visione, immaginazione. Si limita troppo spesso a ripetere formule già viste: slogan, appartenenze, contrapposizioni, semplificazioni estreme.

Da una parte c’è l’iper-semplificazione: problemi complessi ridotti a una frase, a un nemico, a una colpa da indicare. Dall’altra c’è una comunicazione burocratica, fredda, incapace di parlare alla vita concreta delle persone.

In mezzo rimangono tanti cittadini che vorrebbero ragionare, capire, contribuire. Persone che non cercano l’uomo forte, né la battuta più aggressiva. Persone che non vogliono essere trascinate dentro il tifo permanente. Persone che hanno ancora rispetto per la complessità.

Ma oggi chi ragiona rischia di sentirsi fuori posto.

I flussi elettorali ci dicono che una parte dell’elettorato non passa semplicemente da destra a sinistra o da sinistra a destra. Si sposta verso il silenzio. Verso l’astensione. Verso il disincanto.

È questo il punto politico più serio: non stiamo perdendo solo voti, stiamo perdendo fiducia.

La vera sfida non è vincere un ballottaggio con qualche punto percentuale in più. La vera sfida è riportare le persone a credere che la politica possa ancora servire a qualcosa.

Non per occupare spazi.
Non per alimentare appartenenze cieche.
Non per trasformare ogni tema in una guerra tra tifoserie.

Ma per costruire soluzioni, comunità, visione.

Perché quando metà dei cittadini resta a casa, non c’è una vittoria piena. C’è un messaggio da ascoltare. E chi fa politica seriamente dovrebbe partire proprio da lì: meno slogan, meno semplificazioni, più coraggio di pensare.

L’EUROPA CI CHIEDE LA MODIFICA DEL REGIME FORFETTARIO: QUANDO L’IPOCRISIA SI FA SISTEMAC’è qualcosa di profondamente sto...
08/06/2026

L’EUROPA CI CHIEDE LA MODIFICA DEL REGIME FORFETTARIO: QUANDO L’IPOCRISIA SI FA SISTEMA

C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui l’Europa affronta il tema fiscale. Da una parte richiama l’Italia alla necessità di modificare il regime forfettario, accusandolo di indebolire la progressività del sistema tributario e di creare distorsioni. Dall’altra, però, continua a convivere con un mercato interno in cui alcuni Paesi hanno costruito per anni la propria attrattività economica su regimi fiscali estremamente favorevoli per grandi gruppi, multinazionali, holding e capitali internazionali.

È qui che la contraddizione diventa evidente. Anzi, più che una contraddizione sembra un metodo: severità verso il basso, prudenza verso l’alto.

Il regime forfettario italiano può certamente essere discusso. Nessuno dovrebbe avere paura del confronto tecnico. È vero che una tassazione sostitutiva al 15%, o al 5% per le nuove attività che ne hanno diritto, non rispetta pienamente il principio della progressività fiscale. È vero che può creare differenze tra lavoratori dipendenti e autonomi. È vero che, in alcuni casi, può diventare un incentivo a restare artificialmente sotto soglia o a non crescere.

Negare questi problemi sarebbe sbagliato.

Ma è altrettanto sbagliato trasformare il regime forfettario nel grande male del sistema fiscale italiano. Perché dietro quella partita IVA non c’è sempre il furbo che evade. Molto spesso c’è il piccolo professionista, l’artigiano, il consulente, il commerciante, il tecnico, il giovane che prova ad aprire un’attività, la persona che cerca di costruirsi un reddito in un Paese dove lavorare in proprio significa convivere ogni giorno con burocrazia, incertezza, anticipi, contributi, scadenze, norme che cambiano e una pressione amministrativa spesso soffocante.

Il forfettario non è solo un vantaggio fiscale. È anche una risposta, forse imperfetta ma reale, alla complessità italiana.

Chi lavora con una piccola partita IVA non chiede di essere privilegiato. Chiede di poter sapere quanto paga, quando paga e con quali regole. Chiede semplicità. Chiede prevedibilità. Chiede di non dover spendere metà delle proprie energie a difendersi dal labirinto fiscale e burocratico. In un Paese normale, questo non dovrebbe essere considerato un abuso, ma una condizione minima di civiltà economica.

E allora la domanda politica diventa inevitabile: perché l’Europa concentra la propria attenzione sul piccolo autonomo italiano mentre all’interno della stessa Unione, per anni, sono stati tollerati meccanismi fiscali estremamente vantaggiosi per grandi capitali e multinazionali?

Olanda, Irlanda, Lussemburgo: nomi che non possono essere ignorati quando si parla di concorrenza fiscale interna all’Unione europea. Paesi che hanno saputo attrarre sedi, profitti, strutture societarie, holding e flussi finanziari grazie a sistemi fiscali molto competitivi. Tutto legale, certo. Ma proprio qui sta il punto: non tutto ciò che è legale è anche equo. E non tutto ciò che è formalmente europeo è automaticamente giusto.

L’Europa che chiede all’Italia di correggere il forfettario in nome della progressività dovrebbe avere il coraggio di guardare con la stessa severità anche ai grandi meccanismi di ottimizzazione fiscale internazionale. Perché se il problema è l’equità, allora l’equità non può cominciare sempre dal basso. Non può partire dal libero professionista che fattura 35.000 o 50.000 euro l’anno, mentre i grandi gruppi possono spostare profitti, sedi e strutture societarie dentro il perimetro europeo sfruttando differenze normative tra Stati membri.

Questa non è giustizia fiscale. È asimmetria di potere.

Il piccolo contribuente viene visto come un problema da disciplinare. Il grande capitale viene trattato come un soggetto da non disturbare troppo. Il primo deve essere ricondotto alla progressività. Il secondo può muoversi tra regole, eccezioni, trattati, ruling, sedi legali e convenienze fiscali. Al piccolo si chiede trasparenza assoluta. Al grande si concede complessità.

È questa l’ipocrisia che si fa sistema.

Naturalmente non si può nemmeno difendere il forfettario in modo ideologico. Sarebbe un errore. Un sistema fiscale serio deve evitare abusi, distorsioni e ingiustizie. Se il regime forfettario produce effetti negativi, va corretto. Si può ragionare su una maggiore gradualità in uscita, per evitare lo scalone della soglia. Si può valutare una forma di progressività interna. Si può distinguere meglio tra chi ha una vera attività autonoma e chi utilizza la partita IVA in modo improprio. Si può rafforzare il controllo sui casi fittizi.

Ma correggere non significa demolire.

Modificare non significa punire.

Rendere più equo non significa complicare di nuovo tutto.

Perché il rischio è sempre lo stesso: in nome della giustizia fiscale si finisce per produrre un sistema ancora più pesante, ancora più ostile, ancora più lontano da chi lavora davvero. E quando lo Stato diventa incomprensibile, non aumenta il senso civico: aumenta la sfiducia.

In questi anni, inoltre, l’Italia ha già introdotto strumenti che hanno favorito l’emersione del nero. L’obbligo di POS, la diffusione dei pagamenti elettronici, la fatturazione digitale, l’incrocio dei dati, la tracciabilità crescente delle operazioni economiche hanno già modificato profondamente il rapporto tra contribuenti e fisco. Chi lavora oggi in modo regolare è molto più tracciabile di quanto non fosse in passato.

Questo significa che la lotta all’evasione non passa necessariamente dalla cancellazione dei regimi semplificati. Può passare, al contrario, da un patto più intelligente: poche regole, chiare, sostenibili, controllabili. Meno burocrazia per chi è trasparente. Più severità per chi evade davvero.

Il problema italiano non è soltanto quanto si paga. È anche come si paga. È il peso psicologico e amministrativo del sistema. È l’idea che chi prova a lavorare in proprio debba sempre sentirsi sotto accusa. È la sensazione che lo Stato non distingua abbastanza tra chi costruisce valore e chi approfitta delle zone grigie.

Per questo la richiesta europea sul forfettario rischia di essere percepita come l’ennesima lezione calata dall’alto. Una lezione magari fondata su alcuni argomenti tecnici, ma politicamente miope. Perché arriva in un Paese dove le piccole attività sono spesso l’ossatura economica dei territori, dove il lavoro autonomo non è sempre ricchezza, ma spesso sopravvivenza, iniziativa, rischio personale.

C’è una differenza enorme tra il grande evasore e il piccolo forfettario. Confonderli è ingiusto. Trattarli allo stesso modo è pericoloso. Usare il tema della progressività per colpire indiscriminatamente le partite IVA significa non capire la realtà produttiva italiana.

L’Europa dovrebbe chiedere all’Italia più equità, certo. Ma dovrebbe anche chiedere a sé stessa più coerenza.

Perché non è credibile un’Europa che fa la morale fiscale ai piccoli autonomi italiani mentre fatica a costruire una vera giustizia fiscale tra Stati membri. Non è credibile un’Europa che pretende armonia dai contribuenti più deboli, ma tollera concorrenza fiscale tra Paesi. Non è credibile un’Europa che parla di progressività, ma non riesce a impedire che i grandi capitali trovino sempre il modo di pagare meno dove conviene di più.

La vera riforma fiscale europea dovrebbe partire da qui: stesso mercato, stesse regole, stessa dignità fiscale. Non si può avere un mercato unico per le imprese e ventisette strategie fiscali in competizione tra loro. Non si può chiedere solidarietà ai cittadini e poi permettere agli Stati di farsi concorrenza attirando imponibili altrui. Non si può invocare la giustizia fiscale soltanto quando si parla dei piccoli.

Il regime forfettario va migliorato, non santificato. Va reso più equo, non usato come capro espiatorio. Va corretto dove genera abusi, non demolito come se fosse la causa principale delle ingiustizie fiscali europee.

Perché l’equità non può essere una parola buona solo per chi non ha forza contrattuale.

Se l’Europa vuole davvero parlare di giustizia fiscale, cominci dai grandi squilibri. Cominci dai paradisi fiscali interni. Cominci dalle multinazionali. Cominci dai profitti che si spostano dove la tassazione è più conveniente. Cominci dalla concorrenza sleale tra Stati membri.

Poi, certo, parliamo anche del forfettario.

Ma non accettiamo che il piccolo professionista italiano diventi il simbolo dell’ingiustizia fiscale mentre i grandi meccanismi dell’elusione internazionale restano sullo sfondo, protetti da un linguaggio tecnico, elegante e apparentemente neutrale.

Perché quando la severità colpisce soprattutto i piccoli e la prudenza protegge soprattutto i grandi, non siamo più davanti a una semplice contraddizione.

Siamo davanti a un sistema.

Oltre l'umano La morte non è l’unico limite dell’essere umano. Forse non è nemmeno il più grande.Siamo abituati a consid...
08/06/2026

Oltre l'umano

La morte non è l’unico limite dell’essere umano. Forse non è nemmeno il più grande.

Siamo abituati a considerare la morte come il confine ultimo della nostra condizione: ciò che interrompe la vita, cancella i progetti, spezza gli affetti, chiude ogni possibilità. Ma esiste un altro limite, più silenzioso e forse ancora più radicale: il fatto che ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, debba ricominciare da capo.

Ogni nascita è una promessa, ma anche una ripartenza da zero.

Un bambino viene al mondo dentro una civiltà che lo precede di millenni, ma non possiede davvero quella storia. Nasce in un’epoca che ha scoperto la fisica quantistica, decifrato il DNA, costruito satelliti, intelligenze artificiali, reti globali, cure mediche straordinarie. Eppure, nella sua esperienza individuale, deve imparare tutto nuovamente: parlare, leggere, camminare, capire, distinguere, scegliere.

L’umanità accumula conoscenza fuori da sé, nei libri, nelle scuole, negli archivi, nei server, nelle università, nei laboratori, nelle macchine. Ma ogni singolo essere umano deve trasformare lentamente questo sapere esterno in coscienza interiore.

È come se la specie costruisse una montagna immensa di sapere, ma ogni nuovo individuo fosse costretto a ripartire dalla valle.

Qui si apre una domanda inquietante: cosa accadrebbe se questo limite venisse superato?

L’idea non è nuova. La fantascienza l’ha già immaginata molte volte. In *Matrix*, Neo apprende arti marziali e competenze complesse attraverso un software caricato direttamente nella mente. Non studia nel senso tradizionale. Non attraversa anni di disciplina, tentativi, errori, allenamento. Riceve conoscenza come si installa un programma.

“I know kung fu”, dice Neo. E quella frase è diventata il simbolo di un desiderio profondamente umano: non perdere tempo ad apprendere, ma possedere immediatamente la capacità.

Tuttavia, il punto non è semplicemente imparare il kung fu in pochi secondi. Il tema è molto più radicale. Se fosse possibile inserire tutta la conoscenza scientifica, storica, tecnica e filosofica dell’umanità in un chip e installarla nella mente di un bambino di dieci o dodici anni, non avremmo soltanto un essere più istruito. Avremmo una nuova forma di intelligenza.

Un’intelligenza capace di unire due dimensioni oggi separate: da una parte l’immenso patrimonio della conoscenza accumulata, dall’altra la freschezza dell’intuizione umana.

Perché ciò che ci distingue davvero dagli animali e dalle macchine non è soltanto la memoria. Non è soltanto il calcolo. Non è nemmeno la capacità di immagazzinare informazioni. Le macchine possono elaborare quantità di dati infinitamente superiori alle nostre. Gli animali possiedono forme di percezione, adattamento e istinto straordinarie. Ma l’essere umano intuisce.

L’intuizione è il salto. È la scintilla che collega ciò che non era ancora collegato. È la capacità di vedere una forma dove gli altri vedono solo disordine. È comprendere prima ancora di riuscire a dimostrare. È il momento in cui il sapere smette di essere archivio e diventa visione.

Una macchina può sapere tutto.
Un uomo può intuire qualcosa che ancora non esiste.

Ma questa ipotesi apre anche un problema morale enorme. Perché non basta aumentare la conoscenza. Non basta potenziare la memoria. Non basta velocizzare l’apprendimento. La vera domanda è: quale coscienza guiderà tutto questo?

Viviamo già in un mondo dominato dalla velocità. Chi rallenta rischia di soccombere. La politica deve reagire in tempo reale. L’economia brucia strategie in pochi mesi. La comunicazione vive di istanti. I social premiano la reazione immediata, non la profondità. Il corpo stesso è diventato un campo di accelerazione: c’è chi cerca il dimagrimento rapido attraverso una sostanza, chi cerca il divertimento immediato, chi pretende performance sempre più alte, chi non accetta più il tempo lento della fatica, dell’attesa, della costruzione.

Non vogliamo più trasformarci. Vogliamo aggiornarci.

Il nostro tempo non sopporta il limite. Non sopporta la lentezza del corpo, la gradualità dell’apprendimento, la pazienza della formazione. Tutto deve essere più rapido: guarire, dimagrire, produrre, comunicare, sedurre, combattere, vincere.

Anche la guerra è cambiata. Non si vince più soltanto con il numero delle armi, dei carri armati, dei soldati o delle munizioni. Si vince con la velocità di apprendimento. Si vince con la capacità di adattare tecnologie, sviluppare droni, aggiornare software, interpretare dati, anticipare il nemico, correggere gli errori più rapidamente dell’avversario. La superiorità militare non è più solo potenza di fuoco: è potenza cognitiva applicata alla velocità.

Chi apprende più in fretta, sopravvive.
Chi innova più in fretta, domina.
Chi resta fermo, viene superato.

In questo scenario, l’idea di una conoscenza installabile non appare più soltanto fantascienza. Diventa la proiezione estrema di una tendenza già presente: eliminare il tempo dell’apprendimento, comprimere l’esperienza, trasformare la conoscenza in prestazione immediata.

Ma proprio qui nasce il rischio.

Se la conoscenza diventa soltanto velocità, perde profondità. Se l’intelligenza diventa soltanto performance, perde umanità. Se l’apprendimento viene ridotto a un aggiornamento tecnico, l’essere umano rischia di diventare una macchina più efficiente, non una coscienza più evoluta.

Perché sapere non significa necessariamente capire. E capire non significa necessariamente essere giusti.

Lo stesso vale per l’empatia. Siamo abituati a considerarla una qualità positiva, quasi automaticamente morale. Ma l’empatia non è buona in sé. È la capacità di sentire l’altro, di comprenderne la condizione, la paura, il desiderio, la fragilità. Ma proprio per questo può diventare anche uno strumento di manipolazione.

Posso soffrire insieme a te e aiutarti.
Ma posso anche capirti profondamente e usare la tua debolezza contro di te.

La politica, il marketing, la propaganda, le relazioni personali e perfino alcune forme di potere funzionano anche così: comprendere l’altro non per liberarlo, ma per orientarlo. Non per proteggerlo, ma per usarlo. L’empatia senza etica può diventare dominio.

Allora il problema del post-umano non è soltanto tecnico. Non riguarda solo la possibilità di inserire un chip nella mente, potenziare il cervello, caricare competenze o accelerare l’apprendimento. Il vero problema è spirituale, morale, politico.

Che tipo di essere umano vogliamo costruire?

Un bambino dotato di tutta la conoscenza dell’umanità sarebbe un miracolo o un pericolo? Dipenderebbe da ciò che saprebbe fare, certo. Ma soprattutto da ciò che saprebbe essere. Perché la conoscenza senza coscienza può diventare dominio. L’intuizione senza responsabilità può diventare inganno. L’empatia senza morale può diventare manipolazione. La velocità senza senso può diventare distruzione.

Forse, allora, andare oltre l’umano non significa creare un essere più veloce, più forte, più informato, più performante.

Significa creare un essere capace di non usare la propria potenza contro ciò che resta fragile.

La vera evoluzione non sarà sapere tutto.
Non sarà imparare in pochi secondi.
Non sarà eliminare la fatica, il dubbio, l’attesa, il limite.

La vera evoluzione sarà riuscire a unire conoscenza e coscienza, velocità e profondità, intuizione e responsabilità.

Perché la vera condanna dell’uomo non è morire.
È nascere ogni volta senza conoscenza di sé e del mondo.

Ma la sua vera salvezza non sarà soltanto sapere prima.
Sarà capire meglio cosa fare di tutto quel sapere.

08/06/2026

Congratulazioni a Leonardo Frigo nuovo sindaco di San Bonifacio.

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05/06/2026

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San Bonifacio verso il ballottaggio, Verona Domani: “Nessun apparentamento formale, ma il nostro riferimento resta il centrodestra”

Verona Domani San Bonifacio non ha sottoscritto apparentamenti formali in vista del ballottaggio per l’elezione del nuovo sindaco, ma conferma la propria collocazione politica nell’area del centrodestra. Al primo turno abbiamo sostenuto la candidatura a sindaco di Valeria Geremia, portando avanti una proposta amministrativa seria, concreta e radicata nel territorio.
Il risultato ottenuto ha confermato la presenza, a San Bonifacio, di un’area civica, moderata e di centrodestra che merita rispetto e attenzione. Auspichiamo che gli ultimi giorni di campagna elettorale siano dedicati ai temi reali della città: sicurezza, viabilità, attenzione alle frazioni, cura del territorio, servizi ai cittadini e sviluppo economico.
Nel rispetto del percorso fatto, dei candidati e degli elettori che ci hanno dato fiducia, non abbiamo ritenuto opportuno procedere con apparentamenti formali in vista del secondo turno. Questo però non significa rinunciare alla nostra identità. Verona Domani è e resta un movimento civico di centrodestra, con una visione amministrativa fondata su responsabilità, concretezza, buon governo e attenzione alle esigenze della comunità.
In questa prospettiva, invitiamo gli elettori a valutare con attenzione quale proposta possa rappresentare, per San Bonifacio, una fase nuova.
La città ha bisogno di guardare avanti, non di tornare a soluzioni già sperimentate. San Bonifacio non può limitarsi a ripercorrere esperienze amministrative del passato: serve un’amministrazione capace di aprire una stagione diversa, con energie nuove, ascolto e una visione orientata al futuro.
Il nostro contributo continuerà a essere coerente con i valori, la storia e la collocazione politica che abbiamo sempre rappresentato.
Verona Domani - San Bonifacio

Ferrari elettrica e nostalgia italiana: quando il futuro disturba i simboliC’è qualcosa di profondamente politico nella ...
02/06/2026

Ferrari elettrica e nostalgia italiana: quando il futuro disturba i simboli

C’è qualcosa di profondamente politico nella discussione nata attorno alla Ferrari elettrica. Non perché un’automobile debba diventare per forza materia da comizio, ma perché alcuni oggetti, in Italia, non sono mai soltanto oggetti. Sono simboli. E quando un simbolo cambia forma, motore, suono e linguaggio estetico, non produce soltanto una discussione tecnica: apre una ferita culturale.

Ferrari non è semplicemente un marchio automobilistico. È una delle grandi icone dell’immaginario nazionale. È Maranello, è Enzo Ferrari, è il rosso, è il rombo, è la Formula 1, è l’idea stessa che l’Italia possa ancora costruire bellezza, potenza e desiderio. È una reliquia laica del nostro orgoglio industriale. Per questo l’arrivo di una Ferrari elettrica non poteva essere accolto come una normale innovazione di prodotto. È stato percepito da molti come un passaggio di civiltà.

La domanda economica, in fondo, è abbastanza chiara: perché Ferrari ha deciso di produrre un’auto elettrica? La risposta non è ingenuamente ambientalista. Ferrari non sta cercando di diventare Tesla, né di inseguire il mercato di massa. Sta facendo qualcosa di molto più sofisticato: vuole presidiare il cliente del futuro. Vuole dire ai nuovi ricchi globali, ai giovani imprenditori, alla finanza tecnologica, alle élite internazionali, che anche nell’era della batteria, del software e della mobilità silenziosa, il lusso assoluto può ancora parlare italiano.

È una scelta economica prima ancora che tecnica. Ferrari sa che il suo valore non dipende dai volumi, ma dal desiderio. E il desiderio, per restare vivo, deve saper cambiare linguaggio senza perdere identità. Qui sta la sfida: trasformare l’elettrico non in una concessione alla moda, ma in una nuova forma di esclusività.

La Ferrari elettrica non nasce quindi per vendere milioni di auto, ma per impedire che il cliente Ferrari del 2035 appartenga a un altro immaginario. Non è una rinuncia al mito, ma un tentativo di trasportarlo dentro un’epoca diversa. Un’epoca in cui il lusso non sarà più soltanto rumore, cilindri, scarichi e benzina, ma anche silenzio, tecnologia, personalizzazione, sostenibilità simbolica, esperienza digitale.

Eppure il problema nasce proprio qui. Perché Ferrari non ha scelto una strada rassicurante. Non ha cercato di disegnare una vettura elettrica il più possibile simile alle Ferrari del passato. Non ha provato a tranquillizzare i puristi con una nostalgia stilistica. Ha scelto, al contrario, una rottura. Una rottura estetica, comunicativa, quasi antropologica.

La nuova Ferrari elettrica non vuole sembrare una vecchia Ferrari privata del motore. Vuole dichiararsi diversa. Vuole dire: non sono una variante, sono un inizio. Non sono una concessione, sono una nuova specie.

Da un punto di vista di design, questa scelta ha una logica. Un’auto elettrica ha proporzioni diverse, esigenze diverse, architettura diversa. Fingere il passato sarebbe stato forse più comodo, ma anche più debole. Sarebbe sembrato un esercizio nostalgico, una Ferrari termica svuotata del suo cuore meccanico. La rottura, invece, serve a comunicare che l’elettrico non viene subito, ma interpretato.

Il rischio, però, è enorme. Perché Ferrari non è un marchio qualsiasi: non può permettersi di essere soltanto innovativa. Deve essere desiderabile. Non può limitarsi a dire “questa è una scelta coraggiosa”. Deve far pensare, immediatamente: “questa è una Ferrari”.

E qui la discussione diventa italiana, profondamente italiana.

Il nostro è un Paese sempre più anziano, sempre più impaurito, sempre più legato ai propri punti fermi. La nostalgia non è più soltanto un sentimento privato: è diventata una postura collettiva. In un’Italia che fatica a immaginare il futuro, il passato diventa rifugio, criterio di giudizio, garanzia morale. Tutto ciò che cambia viene spesso percepito non come evoluzione, ma come perdita.

La Ferrari rossa, bassa, rumorosa, con il motore come anima, appartiene a questo patrimonio emotivo. È uno di quei simboli che danno sicurezza. Ci ricorda un’Italia capace di vincere, costruire, esportare fascino, produrre eccellenza. Un’Italia che non chiedeva il permesso per essere ammirata.

L’elettrico, invece, per molti comunica altro: transizione imposta, regolamenti europei, Cina, Silicon Valley, batterie, software, fine della meccanica, perdita del suono, omologazione globale. Anche quando nasce a Maranello, viene percepito come qualcosa che arriva da fuori. Come se il futuro non fosse una nostra costruzione, ma una pressione esterna.

Per questo la reazione alla Ferrari elettrica non è solo estetica. È politica nel senso più profondo del termine: riguarda il rapporto tra una comunità e la propria idea di futuro.

Una parte dell’Italia guarda a questa macchina e vede un tradimento. Non tanto perché sia elettrica, ma perché sembra rompere il patto emotivo con il passato. Un’altra parte, invece, vede in questa rottura un atto necessario: se anche Ferrari non sperimenta, se anche Ferrari si limita a custodire il museo di sé stessa, allora che cosa resta della nostra capacità di innovare?

Qui si apre il vero conflitto culturale: identità contro nostalgia.

L’identità è una cosa viva. Cambia, si adatta, attraversa il tempo. La nostalgia, invece, tende a fermare tutto. Conserva, protegge, rassicura, ma rischia di trasformare il mito in reliquia. E l’Italia, oggi, sembra spesso confondere le due cose. Difende la nostalgia pensando di difendere l’identità.

Questo accade in politica, nell’economia, nella cultura, perfino nel modo in cui guardiamo alle imprese. Ogni innovazione viene sottoposta a una domanda implicita: assomiglia abbastanza a ciò che conoscevamo già? Se la risposta è no, allora scatta il sospetto. Non ci chiediamo se quella scelta possa costruire futuro; ci chiediamo se ci faccia sentire ancora a casa.

La Ferrari elettrica, piaccia o no, ha avuto il merito di rendere visibile questa contraddizione. Ha costretto il Paese a guardarsi allo specchio. Siamo ancora capaci di accettare che un simbolo italiano cambi pelle? Oppure vogliamo che i nostri simboli restino immobili, rassicuranti, fedeli all’immagine che abbiamo costruito nella memoria?

La questione non è scegliere tra passato e futuro. Sarebbe una semplificazione banale. La vera sfida è capire come si possa innovare senza sradicarsi. Come si possa cambiare senza diventare irriconoscibili. Come si possa entrare nel futuro senza buttare via ciò che ha reso grande il passato.

Ferrari cammina esattamente su questo crinale. Da una parte deve proteggere il proprio mito. Dall’altra deve evitare che il mito diventi una prigione. Da una parte deve rassicurare i suoi clienti storici. Dall’altra deve parlare a quelli che arriveranno. Da una parte deve restare Ferrari. Dall’altra deve dimostrare che Ferrari può esistere anche oltre il rombo.

Questa è anche la sfida della politica italiana. Conservare non può voler dire immobilizzare. Innovare non può voler dire cancellare. Una destra matura, una cultura moderata, una classe dirigente seria dovrebbero saper stare esattamente in questo punto: difendere le radici, ma non avere paura dei rami nuovi.

Il problema dell’Italia non è amare il passato. Il problema è quando il passato diventa l’unico luogo in cui ci sentiamo al sicuro. Un popolo anziano, impaurito e disilluso tende a scambiare la memoria per programma politico. Ma nessuna nazione può vivere solo di memoria. E nessun grande marchio può sopravvivere limitandosi a riprodurre sé stesso.

La Ferrari elettrica, allora, è molto più di un’auto controversa. È una domanda rivolta all’Italia: vogliamo ancora produrre futuro o vogliamo solo proteggere le fotografie del nostro passato?

La risposta non è semplice. Perché la nostalgia ha una forza emotiva enorme. Offre calore, appartenenza, continuità. Ma se diventa l’unico criterio, finisce per spegnere il coraggio. E senza coraggio non c’è industria, non c’è politica, non c’è comunità nazionale.

Ferrari ha scelto di rischiare. Forse ha rischiato troppo. Forse il design divide perché la rottura è arrivata prima della bellezza. Forse una parte del pubblico non era pronta. Ma il punto resta: un marchio che vive di esclusività non può limitarsi a custodire la propria aura. Deve continuamente ricrearla.

La vera domanda, quindi, non è se una Ferrari elettrica sia ancora una Ferrari. La vera domanda è se noi italiani siamo ancora disposti ad accettare che i nostri simboli migliori possano cambiare per restare vivi.

Perché un Paese che pretende dai propri miti soltanto fedeltà al passato, prima o poi smette di avere miti. E comincia ad avere solo ricordi.

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