08/06/2026
L’EUROPA CI CHIEDE LA MODIFICA DEL REGIME FORFETTARIO: QUANDO L’IPOCRISIA SI FA SISTEMA
C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui l’Europa affronta il tema fiscale. Da una parte richiama l’Italia alla necessità di modificare il regime forfettario, accusandolo di indebolire la progressività del sistema tributario e di creare distorsioni. Dall’altra, però, continua a convivere con un mercato interno in cui alcuni Paesi hanno costruito per anni la propria attrattività economica su regimi fiscali estremamente favorevoli per grandi gruppi, multinazionali, holding e capitali internazionali.
È qui che la contraddizione diventa evidente. Anzi, più che una contraddizione sembra un metodo: severità verso il basso, prudenza verso l’alto.
Il regime forfettario italiano può certamente essere discusso. Nessuno dovrebbe avere paura del confronto tecnico. È vero che una tassazione sostitutiva al 15%, o al 5% per le nuove attività che ne hanno diritto, non rispetta pienamente il principio della progressività fiscale. È vero che può creare differenze tra lavoratori dipendenti e autonomi. È vero che, in alcuni casi, può diventare un incentivo a restare artificialmente sotto soglia o a non crescere.
Negare questi problemi sarebbe sbagliato.
Ma è altrettanto sbagliato trasformare il regime forfettario nel grande male del sistema fiscale italiano. Perché dietro quella partita IVA non c’è sempre il furbo che evade. Molto spesso c’è il piccolo professionista, l’artigiano, il consulente, il commerciante, il tecnico, il giovane che prova ad aprire un’attività, la persona che cerca di costruirsi un reddito in un Paese dove lavorare in proprio significa convivere ogni giorno con burocrazia, incertezza, anticipi, contributi, scadenze, norme che cambiano e una pressione amministrativa spesso soffocante.
Il forfettario non è solo un vantaggio fiscale. È anche una risposta, forse imperfetta ma reale, alla complessità italiana.
Chi lavora con una piccola partita IVA non chiede di essere privilegiato. Chiede di poter sapere quanto paga, quando paga e con quali regole. Chiede semplicità. Chiede prevedibilità. Chiede di non dover spendere metà delle proprie energie a difendersi dal labirinto fiscale e burocratico. In un Paese normale, questo non dovrebbe essere considerato un abuso, ma una condizione minima di civiltà economica.
E allora la domanda politica diventa inevitabile: perché l’Europa concentra la propria attenzione sul piccolo autonomo italiano mentre all’interno della stessa Unione, per anni, sono stati tollerati meccanismi fiscali estremamente vantaggiosi per grandi capitali e multinazionali?
Olanda, Irlanda, Lussemburgo: nomi che non possono essere ignorati quando si parla di concorrenza fiscale interna all’Unione europea. Paesi che hanno saputo attrarre sedi, profitti, strutture societarie, holding e flussi finanziari grazie a sistemi fiscali molto competitivi. Tutto legale, certo. Ma proprio qui sta il punto: non tutto ciò che è legale è anche equo. E non tutto ciò che è formalmente europeo è automaticamente giusto.
L’Europa che chiede all’Italia di correggere il forfettario in nome della progressività dovrebbe avere il coraggio di guardare con la stessa severità anche ai grandi meccanismi di ottimizzazione fiscale internazionale. Perché se il problema è l’equità, allora l’equità non può cominciare sempre dal basso. Non può partire dal libero professionista che fattura 35.000 o 50.000 euro l’anno, mentre i grandi gruppi possono spostare profitti, sedi e strutture societarie dentro il perimetro europeo sfruttando differenze normative tra Stati membri.
Questa non è giustizia fiscale. È asimmetria di potere.
Il piccolo contribuente viene visto come un problema da disciplinare. Il grande capitale viene trattato come un soggetto da non disturbare troppo. Il primo deve essere ricondotto alla progressività. Il secondo può muoversi tra regole, eccezioni, trattati, ruling, sedi legali e convenienze fiscali. Al piccolo si chiede trasparenza assoluta. Al grande si concede complessità.
È questa l’ipocrisia che si fa sistema.
Naturalmente non si può nemmeno difendere il forfettario in modo ideologico. Sarebbe un errore. Un sistema fiscale serio deve evitare abusi, distorsioni e ingiustizie. Se il regime forfettario produce effetti negativi, va corretto. Si può ragionare su una maggiore gradualità in uscita, per evitare lo scalone della soglia. Si può valutare una forma di progressività interna. Si può distinguere meglio tra chi ha una vera attività autonoma e chi utilizza la partita IVA in modo improprio. Si può rafforzare il controllo sui casi fittizi.
Ma correggere non significa demolire.
Modificare non significa punire.
Rendere più equo non significa complicare di nuovo tutto.
Perché il rischio è sempre lo stesso: in nome della giustizia fiscale si finisce per produrre un sistema ancora più pesante, ancora più ostile, ancora più lontano da chi lavora davvero. E quando lo Stato diventa incomprensibile, non aumenta il senso civico: aumenta la sfiducia.
In questi anni, inoltre, l’Italia ha già introdotto strumenti che hanno favorito l’emersione del nero. L’obbligo di POS, la diffusione dei pagamenti elettronici, la fatturazione digitale, l’incrocio dei dati, la tracciabilità crescente delle operazioni economiche hanno già modificato profondamente il rapporto tra contribuenti e fisco. Chi lavora oggi in modo regolare è molto più tracciabile di quanto non fosse in passato.
Questo significa che la lotta all’evasione non passa necessariamente dalla cancellazione dei regimi semplificati. Può passare, al contrario, da un patto più intelligente: poche regole, chiare, sostenibili, controllabili. Meno burocrazia per chi è trasparente. Più severità per chi evade davvero.
Il problema italiano non è soltanto quanto si paga. È anche come si paga. È il peso psicologico e amministrativo del sistema. È l’idea che chi prova a lavorare in proprio debba sempre sentirsi sotto accusa. È la sensazione che lo Stato non distingua abbastanza tra chi costruisce valore e chi approfitta delle zone grigie.
Per questo la richiesta europea sul forfettario rischia di essere percepita come l’ennesima lezione calata dall’alto. Una lezione magari fondata su alcuni argomenti tecnici, ma politicamente miope. Perché arriva in un Paese dove le piccole attività sono spesso l’ossatura economica dei territori, dove il lavoro autonomo non è sempre ricchezza, ma spesso sopravvivenza, iniziativa, rischio personale.
C’è una differenza enorme tra il grande evasore e il piccolo forfettario. Confonderli è ingiusto. Trattarli allo stesso modo è pericoloso. Usare il tema della progressività per colpire indiscriminatamente le partite IVA significa non capire la realtà produttiva italiana.
L’Europa dovrebbe chiedere all’Italia più equità, certo. Ma dovrebbe anche chiedere a sé stessa più coerenza.
Perché non è credibile un’Europa che fa la morale fiscale ai piccoli autonomi italiani mentre fatica a costruire una vera giustizia fiscale tra Stati membri. Non è credibile un’Europa che pretende armonia dai contribuenti più deboli, ma tollera concorrenza fiscale tra Paesi. Non è credibile un’Europa che parla di progressività, ma non riesce a impedire che i grandi capitali trovino sempre il modo di pagare meno dove conviene di più.
La vera riforma fiscale europea dovrebbe partire da qui: stesso mercato, stesse regole, stessa dignità fiscale. Non si può avere un mercato unico per le imprese e ventisette strategie fiscali in competizione tra loro. Non si può chiedere solidarietà ai cittadini e poi permettere agli Stati di farsi concorrenza attirando imponibili altrui. Non si può invocare la giustizia fiscale soltanto quando si parla dei piccoli.
Il regime forfettario va migliorato, non santificato. Va reso più equo, non usato come capro espiatorio. Va corretto dove genera abusi, non demolito come se fosse la causa principale delle ingiustizie fiscali europee.
Perché l’equità non può essere una parola buona solo per chi non ha forza contrattuale.
Se l’Europa vuole davvero parlare di giustizia fiscale, cominci dai grandi squilibri. Cominci dai paradisi fiscali interni. Cominci dalle multinazionali. Cominci dai profitti che si spostano dove la tassazione è più conveniente. Cominci dalla concorrenza sleale tra Stati membri.
Poi, certo, parliamo anche del forfettario.
Ma non accettiamo che il piccolo professionista italiano diventi il simbolo dell’ingiustizia fiscale mentre i grandi meccanismi dell’elusione internazionale restano sullo sfondo, protetti da un linguaggio tecnico, elegante e apparentemente neutrale.
Perché quando la severità colpisce soprattutto i piccoli e la prudenza protegge soprattutto i grandi, non siamo più davanti a una semplice contraddizione.
Siamo davanti a un sistema.