Stefano Pedrollo

Stefano Pedrollo Pagina ufficiale di Stefano Pedrollo.

- Consulente di comunicazione e marketing
- Esperto in comunicazione politica
- Scrittore

Scrittore, Value Communication Specialist, Spin Doctor Politico, esperto in marketing e comunicazione.

05/09/2026

Per l'inaugurazione della nuova scuola elementare "Anna Frank" di San Gregorio di Veronella ho composto questo piccolo pensiero.
Si intitola "Quindici chili":

Settembre arriva sempre
con uno zaino sulle spalle.
Dentro ci sono quaderni,
libri, astucci, merende,
qualche paura,
qualche sogno
e un po’ di voglia di tornare.
Dicono che uno zaino di scuola
possa pesare anche quindici chili.
Quindici chili di zavorra
da portare sulle spalle,
giorno dopo giorno,
anno dopo anno.
Ma forse il bello della scuola
è proprio questo:
entrare ogni mattina
con uno zaino pesante
e uscirne, un giorno,
con un bagaglio.
Un bagaglio di parole,
di numeri,
di domande,
di amicizie,
di errori fatti e rifatti,
di cose imparate
e di altre che dovremo ancora capire.
Perché la scuola
non serve soltanto
a riempire quaderni.
Serve a capire cosa vale la pena tenere
e cosa, invece, possiamo lasciare andare.
Come i discorsi inutili.
I pregiudizi.
La paura di sbagliare.
La voglia di essere migliori degli altri
invece di essere migliori di ieri.
Queste mura sono nuove.
Ma dentro ricominceranno
le stesse corse nei corridoi,
le risate nei cortili,
la luce accogliente
nei mattini scuri di dicembre,
il profumo dei mezzogiorni di maggio,
le amicizie scritte nel cuore
e le prime pagine
di tanti nuovi racconti.
E migliaia di piccoli passi
faranno una cosa enorme:
cresceranno.
Con quindici chili sulle spalle,
giorno dopo giorno,
fino a portarli
sempre un po’ meno nello zaino,
sempre un po’ più nella testa
e, perché no,
anche un po’ più nel cuore.

Ringrazio tutta l'amministrazione del Comune di Veronella, in particolare il sindaco Matteo Cavallon , il vicesindaco Luca Bellei e la consigliera Renata Storti per avermi dato l'opportunità di creare questo ulteriore ricordo.

17/07/2026

MELONI HA SMASCHERATO UNA SINISTRA sempre più politicamente miope.

Se PD e Movimento 5 Stelle avessero votato a favore dell’emendamento di Futuro Nazionale sulle preferenze nello “Stabilicum”, avrebbero potuto provocare una crisi politica molto seria all’interno della maggioranza.

Su questo tema, infatti, Fratelli d’Italia si è schierata a favore delle preferenze, mentre Lega e Forza Italia hanno votato contro insieme alle opposizioni. Sarebbe bastato approvare quell’emendamento per rendere evidente una frattura profonda tra i partiti di governo, costringendoli a confrontarsi apertamente su una questione fondamentale: chi deve scegliere i parlamentari, i cittadini oppure le segreterie dei partiti?

Invece la sinistra ha preferito salvare la maggioranza dalle proprie contraddizioni.

Una scelta che dimostra due cose. La prima è che probabilmente PD e Movimento 5 Stelle non sono ancora pronti ad affrontare un’eventuale elezione anticipata. La seconda, ancora più grave, è che neppure loro sembrano realmente interessati a restituire agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti.

Le liste bloccate fanno comodo a quasi tutti i partiti: permettono alle segreterie di premiare i fedelissimi, controllare gli eletti e ridurre il peso degli iscritti e degli elettori.

Conosco personalmente questo meccanismo. Nel 2022 i miei rapporti con il Movimento 5 Stelle si incrinarono definitivamente proprio perché mi fu impedito di partecipare alle parlamentarie, nonostante fossi risultato il candidato uomo più votato in Veneto per il Consiglio nazionale.

Da quell’esperienza nacque la mia successiva fuoriuscita dal Movimento.

Per questo considero le preferenze non una questione tecnica, ma una battaglia democratica. Si può essere lontanissimi dalle posizioni politiche di Vannacci e, nello stesso tempo, riconoscere che su questo punto l’emendamento andava votato.

La democrazia non si difende scegliendo al posto dei cittadini. Si difende restituendo ai cittadini il diritto di scegliere.

17/07/2026

Facciamo attenzione alle parole.

Sono il primo a sostenere che ciò che possediamo, la nostra casa o la nostra azienda non siano semplici beni materiali, ma un’estensione della nostra personalità, della nostra storia e della nostra stessa persona.

Ogni effrazione, ogni intrusione e ogni violazione della nostra sfera privata rappresentano quindi un’aggressione grave e non possono essere minimizzate né lasciate senza conseguenze.

Detto ciò penso che una singola persona possa invocare giustizia.
Un intero popolo, invece, dovrebbe cercare di comprendere le ragioni, il dolore e la disperazione che possono condurre a un gesto estremo. Ma quando è un popolo intero a invocare giustizia, il confine diventa pericolosamente sottile: la giustizia rischia di trasformarsi in vendetta collettiva, in condanna senza processo, in giustizia sommaria.

La comprensione umana per chi reagisce in una situazione estrema non significa giustificare ogni comportamento. Significa riconoscere la complessità dei fatti senza sostituirsi ai giudici.

Spetta infatti alla magistratura ricostruire quanto accaduto e valutare, caso per caso, la proporzionalità della reazione, le circostanze concrete e le responsabilità individuali.

Un singolo episodio, per quanto emotivamente coinvolgente, non deve diventare il precedente con cui mettere in discussione lo Stato di diritto, le sue regole e le garanzie che devono valere per tutti.

La tutela delle persone fragili misura il grado di civiltà di una comunità.Per questo è importante sostenere e valorizza...
06/07/2026

La tutela delle persone fragili misura il grado di civiltà di una comunità.

Per questo è importante sostenere e valorizzare iniziative come quella promossa da Konsumer Italia, associazione impegnata nella difesa dei consumatori, dell’ambiente e dei diritti dei cittadini, insieme ad Alzheimer Italia Verona, Fevoss e alle realtà del territorio.

Il tema dell’Alzheimer non riguarda solo la sanità. Riguarda le famiglie, il welfare, la giustizia sociale, la dignità della persona e la capacità delle istituzioni di non lasciare nessuno solo davanti alla malattia.

Quando una persona viene colpita da decadimento cognitivo, infatti, non cambia solo la sua vita: cambia quella dei familiari, dei caregiver, di chi ogni giorno si prende cura con amore, fatica e spesso con grande solitudine. È qui che una società seria deve essere presente: con servizi adeguati, sostegno concreto, informazioni chiare, percorsi sanitari accessibili e tutele giuridiche efficaci.

L’incontro del 9 luglio 2026 a Verona, dedicato alla tutela sanitaria, sociale e giuridica del malato di Alzheimer, rappresenta quindi un momento prezioso di approfondimento e responsabilità civile.

Difendere i più fragili non è assistenzialismo: è riconoscere il valore della persona, della famiglia e della comunità. È costruire un sistema in cui il diritto alla cura non dipenda dalla solitudine, dalla forza economica o dalla capacità dei parenti di orientarsi tra burocrazia e servizi.

Un ringraziamento a tutte le associazioni, ai professionisti e agli enti coinvolti per aver portato al centro del dibattito una tematica così delicata e necessaria.

Perché una comunità è davvero forte quando sa prendersi cura di chi è più fragile.

Il caso Sara e Gabriele di Temptation Island racconta perfettamente il nostro tempo.Questi programmi sono, in fondo, le ...
26/06/2026

Il caso Sara e Gabriele di Temptation Island racconta perfettamente il nostro tempo.

Questi programmi sono, in fondo, le telenovele degli anni ’80 e ’90: non devono essere necessariamente veri, devono essere verosimili. Devono farci credere che dentro quelle scene ci sia qualcosa di autentico, anche quando tutto è montato, guidato, amplificato e costruito per produrre reazioni.

La differenza è che oggi la telenovela non finisce con la puntata. Continua sui social, nei video ripescati, nei commenti, nei meme, nei processi pubblici. La TV prova ancora a costruire personaggi, ruoli e drammi sentimentali; i social arrivano subito dopo, smontano la narrazione e la trasformano in un tribunale permanente.

Il trash ormai è completamente sdoganato. Non è più un incidente del sistema: è il sistema. Si punta sempre all’eccesso, alla frase fuori controllo, alla gelosia esibita, all’umiliazione emotiva, alla reazione estrema. Più una scena è scomposta, più diventa condivisibile.

E allora forse il punto non sono nemmeno i presunti video hot fatti da ragazzi, con tutta la leggerezza, l’incoscienza o la confusione di quell’età. Forse il punto più interessante, e anche più inquietante, è quello che oggi tanti ragazzi decidono consapevolmente di mettere davanti a una telecamera: la propria fragilità, la propria gelosia, la propria rabbia, la propria intimità sentimentale trasformata in spettacolo.

Il problema non è che la televisione mostri il peggio.

Il problema è che il peggio, ormai, spesso viene offerto spontaneamente in cambio di visibilità.

Arrocco a destra di SalviniNegli scacchi l’arrocco è una mossa difensiva e strategica: il re si sposta per mettersi al s...
25/06/2026

Arrocco a destra di Salvini

Negli scacchi l’arrocco è una mossa difensiva e strategica: il re si sposta per mettersi al sicuro, mentre la torre entra in gioco per rafforzare la posizione. Non è una fuga, ma un riposizionamento. In politica, a volte, accade qualcosa di simile: ci si ritrae da una casella per provare a controllarne due.

Matteo Salvini è molte cose, ma non è politicamente ingenuo. Per questo sarebbe un errore leggere la crescita di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale soltanto come una sconfitta personale del leader leghista. È certamente una ferita, perché Vannacci nasce politicamente dentro la Lega salviniana, viene valorizzato da Salvini, intercetta una parte dell’elettorato più identitario e poi si mette in proprio. Ma potrebbe anche essere qualcosa di più complesso: un arretramento tattico, un arrocco a destra, per ridisegnare gli equilibri del centrodestra.

I numeri raccontano una dinamica ormai evidente. Futuro Nazionale non è più soltanto una suggestione giornalistica o una sigla personale costruita attorno all’ex generale. È diventato uno spazio elettorale potenziale, capace di intercettare una parte del voto più radicale, più identitario e più insofferente verso la mediazione politica tradizionale.

La domanda, allora, è: Salvini sta davvero subendo tutto questo? O sta cercando di trasformare una perdita in una doppia rendita politica?

La mia impressione è che Salvini sappia benissimo che l’emorragia della Lega tradizionale sia difficilmente reversibile. La Lega nazionale, sovranista, meridionalista, innamorata del Ponte sullo Stretto e sempre meno radicata nel Nord produttivo, ha progressivamente smarrito il suo baricentro originario. In Lombardia e Veneto una parte della base non si riconosce più in una Lega percepita come troppo romana, troppo nazionale, troppo distante dalle autonomie, dalle imprese, dai territori e dalla vecchia grammatica federalista.

E qui nasce il possibile disegno: creare, o quantomeno tollerare, due Leghe.

Da una parte una Lega identitaria, sovranista, muscolare, incarnata da Vannacci. Una forza capace di parlare all’elettorato più arrabbiato, più radicale, più insofferente verso Europa, immigrazione, diritti civili, mediazione istituzionale. Dall’altra una Lega federale, territoriale, lombardo-veneta, più amministrativa che ideologica, utile a recuperare il rapporto con governatori, sindaci, imprenditori, artigiani e amministratori locali stanchi delle fughe in avanti nazionali.

In questo schema, Vannacci non sarebbe soltanto un concorrente. Sarebbe anche una possibile leva negoziale. Se Futuro Nazionale riuscisse a consolidarsi sopra la soglia psicologica dell’8%, potrebbe diventare un soggetto difficilmente ignorabile dentro il campo del centrodestra. Non solo: potrebbe contendere a Forza Italia il ruolo di terza gamba determinante della coalizione, o addirittura superarla in termini di pressione politica.

A quel punto Salvini potrebbe giocare su due tavoli. Da un lato rivendicare la rappresentanza della Lega istituzionale e territoriale; dall’altro dialogare con l’area vannacciana per spostare a destra l’asse della coalizione. Ma esiste anche un’ipotesi ancora più radicale: Salvini potrebbe decidere, prima o poi, di entrare direttamente in Futuro Nazionale, o comunque di guidarne politicamente l’integrazione nel centrodestra. Sarebbe una mossa clamorosa, certo, ma non impossibile se la Lega dovesse continuare a perdere centralità e se il nuovo contenitore vannacciano diventasse il vero punto di raccolta del voto identitario.

In quel caso Salvini non si limiterebbe più a contenere Vannacci. Proverebbe a rientrare nella partita dalla porta laterale, trasformando una creatura diventata autonoma in una nuova piattaforma politica personale. Non più soltanto segretario di una Lega in difficoltà, ma possibile federatore di un’area nazionale, sovranista e populare, capace di contrattare ministeri, linea politica e peso parlamentare dentro un futuro governo.

È il classico “prendere due piccioni con una fava”: contenere la crisi interna al Nord e, insieme, usare l’avanzata di Vannacci come massa critica per chiedere più peso nel futuro governo.

Naturalmente il rischio è enorme. Perché un conto è usare Vannacci come argine elettorale alla dispersione del voto radicale; un altro è consegnargli una legittimazione piena dentro il perimetro di governo. Il centrodestra, se vuole governare stabilmente, non può vivere soltanto di rabbia, nostalgia e provocazione. Ha bisogno di credibilità internazionale, cultura amministrativa, serietà economica, rapporto con l’Europa e con il mondo produttivo. Se la coalizione venisse trascinata troppo a destra, perderebbe proprio quella parte moderata che le consente di essere maggioranza nel Paese.

Ecco perché la partita vera non riguarda solo Salvini e Vannacci. Riguarda l’identità futura del centrodestra italiano.

Salvini potrebbe anche aver capito che la Lega, da sola, non tornerà più quella del 2019. Ma invece di accettare un ridimensionamento lineare, potrebbe provare a trasformare la sconfitta in una ristrutturazione del campo: una Lega territoriale per il Nord e una Lega ideologica, non dichiarata, affidata a Vannacci. Una forza federale e una forza sovranista. Una gamba amministrativa e una gamba identitaria.

Oppure potrebbe fare un passo ulteriore: abbandonare progressivamente la vecchia Lega e cercare una nuova centralità proprio dentro Futuro Nazionale.

È una strategia astuta, ma anche pericolosa. Perché quando si crea un doppio contenitore politico, poi non è detto che il contenuto resti sotto controllo. Salvini ha pensato di usare Vannacci. Vannacci potrebbe finire per usare Salvini.

Il punto è tutto qui: l’arrocco a destra può proteggere il re per qualche mossa. Ma se la scacchiera cambia troppo rapidamente, può anche trasformarsi nell’inizio dello scacco matto.

Mi sono divertito a pensare ad una "vendetta" di Coca Cola, dopo che Ronaldo le ha fatto perdere milioni di euro spostan...
18/06/2026

Mi sono divertito a pensare ad una "vendetta" di Coca Cola, dopo che Ronaldo le ha fatto perdere milioni di euro spostando due bottigliette durante una conferenza stampa e pronunciando una sola parola: “Acqua”.

Da quell’episodio, apparentemente banale, nacque una delle lezioni di marketing più potenti degli ultimi anni: oggi un gesto spontaneo, se compiuto dalla persona giusta nel momento giusto, può valere più di una campagna globale.

E allora mi sono chiesto: come potrebbe Coca-Cola trasformare quella ferita mediatica in un’azione creativa, elegante e ironica?

L’idea è questa: durante le interviste post-partita dei Mondiali di calcio in Messico, Stati Uniti e Canada, dietro ai calciatori potrebbe essere installato un grande led-wall dinamico.

Mentre l’atleta risponde alle domande dei giornalisti, sullo schermo compare un fumetto, come se rappresentasse il suo pensiero. Dentro il fumetto: una Coca-Cola ghiacciata, fresca, desiderabile, quasi inevitabile.

Il concept della campagna sarebbe:

“Think about Coke? Get a Coke”

Un’idea semplice, visiva, immediata.

Non obbliga il testimonial a bere.
Non forza il prodotto in mano all’atleta.
Non rischia un nuovo “caso Ronaldo”.

Fa qualcosa di più sottile: entra nel pensiero, non nel gesto.

Il punto non è più mettere la bottiglia sul tavolo, sperando che nessuno la sposti. Il punto è trasformare il desiderio in immaginario, la presenza del brand in una piccola narrazione ironica, il led-wall in uno spazio pubblicitario vivo e reattivo.

In un’epoca in cui gli atleti sono media company ambulanti e ogni conferenza stampa può diventare virale, il brand non deve solo comparire: deve saper giocare con il contesto, con la memoria collettiva e con l’ironia.

La vera “vendetta” di Coca-Cola non sarebbe contro Ronaldo, ma contro l’idea che un brand globale debba subire passivamente la viralità.

La risposta migliore non è cancellare l’episodio.
È trasformarlo in campagna.

E, forse, farlo diventare anche un format partecipativo: perché quella nuvoletta potrebbe essere personalizzata, reinterpretata, riempita dagli utenti con desideri, pensieri, battute, prodotti, meme.

A quel punto il brand non sarebbe più soltanto sponsor dell’evento.

Diventerebbe parte della conversazione.

Cosa ne pensi The Coca-Cola Company
Coca-Cola ?

11/06/2026

Dopo le Garanzie d’Origine per l’energia, servono le Garanzie di Destinazione per le tasse.
Ogni euro pubblico dovrebbe avere una storia leggibile.

Con le Garanzie d’Origine possiamo sapere che una determinata quantità di energia elettrica è stata prodotta da fonti rinnovabili. Non seguiamo fisicamente il singolo elettrone, ma attraverso un sistema certificato, tracciato e verificabile possiamo sapere che, a fronte del nostro consumo, una quota equivalente di energia pulita è stata immessa nel sistema.

Lo stesso principio dovrebbe valere per le tasse.

Non pretendo di seguire materialmente ogni singolo euro che verso allo Stato, perché la finanza pubblica funziona in modo complesso e aggregato. Ma vorrei esistesse una filiera trasparente, certificata e accessibile, capace di informare il cittadino riguardo la destinazione dei soldi versati.

Sapere se una quota abbia finanziato la sanità, una scuola, la sicurezza, la previdenza, la viabilità, un'amministrazione pubblica, il debito pubblico.

Non come slogan. Non come rendiconto generico. Ma come tracciabilità democratica della contribuzione fiscale.

Perché pagare le tasse non dovrebbe essere percepito solo come un obbligo, ma come una forma concreta di partecipazione alla vita collettiva. Il problema è che oggi il cittadino versa, ma poi perde completamente il contatto con la destinazione del proprio contributo.

E quando manca la tracciabilità, cresce la sfiducia.

Quando non sai dove vanno i tuoi soldi, inizi a pensare che vengano sprecati. Quando non vedi il legame tra ciò che paghi e ciò che ricevi, la fiscalità diventa solo imposizione. Quando invece puoi vedere che il tuo contributo sostiene un ospedale, una scuola, una strada, una pensione, un servizio sociale, allora il rapporto tra Stato e cittadino cambia.

Serve una sorta di Garanzia di Destinazione delle Tasse: uno strumento pubblico, digitale, semplice, verificabile, che permetta a ogni contribuente di leggere in modo chiaro la composizione della spesa finanziata anche grazie al proprio contributo.

Non per creare l’illusione che ciascuno possa scegliere individualmente dove destinare tutte le proprie tasse, perché uno Stato non può funzionare come un carrello della spesa. Ma per restituire al cittadino una cosa fondamentale:
la consapevolezza.

Sapere dove vanno i soldi pubblici significa aumentare il controllo democratico. Significa rendere più difficile lo spreco. Significa responsabilizzare chi amministra. Significa trasformare il contribuente da soggetto passivo a cittadino informato.

In fondo, se siamo riusciti a costruire un sistema per certificare l’origine dell’energia, possiamo costruire anche un sistema per certificare la destinazione della fiscalità.

Perché la trasparenza non dovrebbe valere solo per il mercato dell’energia.

Dovrebbe valere soprattutto per lo Stato.

09/06/2026

I dati puri: l’astensione come primo partito

Prima delle analisi politiche, ci sono i numeri.

Ai ballottaggi delle amministrative 2026 erano chiamati al voto 42 Comuni, di cui 6 capoluoghi di provincia: Agrigento, Arezzo, Chieti, Lecco, Macerata e Trani. L’affluenza definitiva si è fermata attorno al 52% / 52,1%, contro il 60,47% del primo turno: un calo di circa 8 punti percentuali in appena due settimane.

Nei 6 capoluoghi al ballottaggio, il risultato politico è finito in parità: 3 città al centrodestra (Arezzo, Lecco e Macerata) e 3 città al centro sinistra (Agrigento, Chieti e Trani).

Il dato più interessante, però, non è soltanto chi vince. È chi non partecipa. Se al primo turno aveva votato circa il 60% degli aventi diritto e al secondo turno poco più della metà, significa che una parte consistente dell’elettorato, davanti alla scelta finale tra due candidati, non ha trovato una ragione sufficiente per tornare alle urne.

La tendenza dei flussi: elettori meno fedeli, più mobili, più disillusi

I flussi elettorali non vanno letti solo come spostamento da destra a sinistra o da sinistra a destra. Il vero movimento oggi sembra essere un altro: dal voto alla non partecipazione.

La tendenza è questa:

1. L’elettore di appartenenza resiste, ma pesa meno.
Chi ha una fedeltà politica forte continua a votare. Ma questa quota non basta più a creare entusiasmo collettivo. La politica parla sempre di più ai propri recinti e sempre meno al Paese reale.

2. Gli elettori civici e moderati si disperdono facilmente.
Dove non c’è una proposta riconoscibile, credibile e concreta, l’elettorato meno ideologico tende a non scegliere. Non sempre cambia campo: spesso semplicemente resta a casa.

3. I ballottaggi premiano la mobilitazione, non necessariamente la visione.
Al secondo turno vince chi riesce a riportare ai seggi il proprio blocco elettorale e ad attrarre una parte degli esclusi. Ma quando l’affluenza scende di 8 punti, il tema diventa evidente: la politica riesce ancora a convincere i propri sostenitori più fedeli, ma fatica a coinvolgere chi è fuori dal tifo.

4. Il civismo arretra quando non diventa progetto politico strutturato.
Secondo i conteggi YouTrend sul primo turno nei Comuni sopra i 15 mila abitanti, il centrosinistra aveva vinto subito in 37 Comuni, il centrodestra in 25, mentre candidati civici o di altre aree avevano vinto in 15; altri 41 Comuni erano rimasti da assegnare ai ballottaggi. La fotografia generale racconta un sistema ancora diviso tra poli, ma con un’area civica e mobile decisiva, spesso difficile da trattenere.

Il dato dei ballottaggi non racconta soltanto chi ha vinto e chi ha perso. Racconta soprattutto una cosa più profonda: la politica non scalda più il cuore delle persone.

Ai ballottaggi delle amministrative 2026 l’affluenza si è fermata attorno al 52%, in calo di circa 8 punti rispetto al primo turno. Nei 6 capoluoghi chiamati al voto il risultato è stato politicamente equilibrato: 3 città al centrodestra e 3 al centrosinistra. Ma il dato vero è un altro: quasi un elettore su due non ha partecipato alla scelta finale.

E questo dovrebbe preoccupare tutti.

Perché non votare non è sempre protesta. A volte è stanchezza. A volte è disillusione. A volte è la sensazione che, qualunque sia il risultato, nulla cambi davvero.

Non c’è fermento.
Non c’è attesa.
Non c’è la percezione che dalle urne possa nascere qualcosa di nuovo.

La politica sembra aver smesso di produrre entusiasmo, visione, immaginazione. Si limita troppo spesso a ripetere formule già viste: slogan, appartenenze, contrapposizioni, semplificazioni estreme.

Da una parte c’è l’iper-semplificazione: problemi complessi ridotti a una frase, a un nemico, a una colpa da indicare. Dall’altra c’è una comunicazione burocratica, fredda, incapace di parlare alla vita concreta delle persone.

In mezzo rimangono tanti cittadini che vorrebbero ragionare, capire, contribuire. Persone che non cercano l’uomo forte, né la battuta più aggressiva. Persone che non vogliono essere trascinate dentro il tifo permanente. Persone che hanno ancora rispetto per la complessità.

Ma oggi chi ragiona rischia di sentirsi fuori posto.

I flussi elettorali ci dicono che una parte dell’elettorato non passa semplicemente da destra a sinistra o da sinistra a destra. Si sposta verso il silenzio. Verso l’astensione. Verso il disincanto.

È questo il punto politico più serio: non stiamo perdendo solo voti, stiamo perdendo fiducia.

La vera sfida non è vincere un ballottaggio con qualche punto percentuale in più. La vera sfida è riportare le persone a credere che la politica possa ancora servire a qualcosa.

Non per occupare spazi.
Non per alimentare appartenenze cieche.
Non per trasformare ogni tema in una guerra tra tifoserie.

Ma per costruire soluzioni, comunità, visione.

Perché quando metà dei cittadini resta a casa, non c’è una vittoria piena. C’è un messaggio da ascoltare. E chi fa politica seriamente dovrebbe partire proprio da lì: meno slogan, meno semplificazioni, più coraggio di pensare.

L’EUROPA CI CHIEDE LA MODIFICA DEL REGIME FORFETTARIO: QUANDO L’IPOCRISIA SI FA SISTEMAC’è qualcosa di profondamente sto...
08/06/2026

L’EUROPA CI CHIEDE LA MODIFICA DEL REGIME FORFETTARIO: QUANDO L’IPOCRISIA SI FA SISTEMA

C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui l’Europa affronta il tema fiscale. Da una parte richiama l’Italia alla necessità di modificare il regime forfettario, accusandolo di indebolire la progressività del sistema tributario e di creare distorsioni. Dall’altra, però, continua a convivere con un mercato interno in cui alcuni Paesi hanno costruito per anni la propria attrattività economica su regimi fiscali estremamente favorevoli per grandi gruppi, multinazionali, holding e capitali internazionali.

È qui che la contraddizione diventa evidente. Anzi, più che una contraddizione sembra un metodo: severità verso il basso, prudenza verso l’alto.

Il regime forfettario italiano può certamente essere discusso. Nessuno dovrebbe avere paura del confronto tecnico. È vero che una tassazione sostitutiva al 15%, o al 5% per le nuove attività che ne hanno diritto, non rispetta pienamente il principio della progressività fiscale. È vero che può creare differenze tra lavoratori dipendenti e autonomi. È vero che, in alcuni casi, può diventare un incentivo a restare artificialmente sotto soglia o a non crescere.

Negare questi problemi sarebbe sbagliato.

Ma è altrettanto sbagliato trasformare il regime forfettario nel grande male del sistema fiscale italiano. Perché dietro quella partita IVA non c’è sempre il furbo che evade. Molto spesso c’è il piccolo professionista, l’artigiano, il consulente, il commerciante, il tecnico, il giovane che prova ad aprire un’attività, la persona che cerca di costruirsi un reddito in un Paese dove lavorare in proprio significa convivere ogni giorno con burocrazia, incertezza, anticipi, contributi, scadenze, norme che cambiano e una pressione amministrativa spesso soffocante.

Il forfettario non è solo un vantaggio fiscale. È anche una risposta, forse imperfetta ma reale, alla complessità italiana.

Chi lavora con una piccola partita IVA non chiede di essere privilegiato. Chiede di poter sapere quanto paga, quando paga e con quali regole. Chiede semplicità. Chiede prevedibilità. Chiede di non dover spendere metà delle proprie energie a difendersi dal labirinto fiscale e burocratico. In un Paese normale, questo non dovrebbe essere considerato un abuso, ma una condizione minima di civiltà economica.

E allora la domanda politica diventa inevitabile: perché l’Europa concentra la propria attenzione sul piccolo autonomo italiano mentre all’interno della stessa Unione, per anni, sono stati tollerati meccanismi fiscali estremamente vantaggiosi per grandi capitali e multinazionali?

Olanda, Irlanda, Lussemburgo: nomi che non possono essere ignorati quando si parla di concorrenza fiscale interna all’Unione europea. Paesi che hanno saputo attrarre sedi, profitti, strutture societarie, holding e flussi finanziari grazie a sistemi fiscali molto competitivi. Tutto legale, certo. Ma proprio qui sta il punto: non tutto ciò che è legale è anche equo. E non tutto ciò che è formalmente europeo è automaticamente giusto.

L’Europa che chiede all’Italia di correggere il forfettario in nome della progressività dovrebbe avere il coraggio di guardare con la stessa severità anche ai grandi meccanismi di ottimizzazione fiscale internazionale. Perché se il problema è l’equità, allora l’equità non può cominciare sempre dal basso. Non può partire dal libero professionista che fattura 35.000 o 50.000 euro l’anno, mentre i grandi gruppi possono spostare profitti, sedi e strutture societarie dentro il perimetro europeo sfruttando differenze normative tra Stati membri.

Questa non è giustizia fiscale. È asimmetria di potere.

Il piccolo contribuente viene visto come un problema da disciplinare. Il grande capitale viene trattato come un soggetto da non disturbare troppo. Il primo deve essere ricondotto alla progressività. Il secondo può muoversi tra regole, eccezioni, trattati, ruling, sedi legali e convenienze fiscali. Al piccolo si chiede trasparenza assoluta. Al grande si concede complessità.

È questa l’ipocrisia che si fa sistema.

Naturalmente non si può nemmeno difendere il forfettario in modo ideologico. Sarebbe un errore. Un sistema fiscale serio deve evitare abusi, distorsioni e ingiustizie. Se il regime forfettario produce effetti negativi, va corretto. Si può ragionare su una maggiore gradualità in uscita, per evitare lo scalone della soglia. Si può valutare una forma di progressività interna. Si può distinguere meglio tra chi ha una vera attività autonoma e chi utilizza la partita IVA in modo improprio. Si può rafforzare il controllo sui casi fittizi.

Ma correggere non significa demolire.

Modificare non significa punire.

Rendere più equo non significa complicare di nuovo tutto.

Perché il rischio è sempre lo stesso: in nome della giustizia fiscale si finisce per produrre un sistema ancora più pesante, ancora più ostile, ancora più lontano da chi lavora davvero. E quando lo Stato diventa incomprensibile, non aumenta il senso civico: aumenta la sfiducia.

In questi anni, inoltre, l’Italia ha già introdotto strumenti che hanno favorito l’emersione del nero. L’obbligo di POS, la diffusione dei pagamenti elettronici, la fatturazione digitale, l’incrocio dei dati, la tracciabilità crescente delle operazioni economiche hanno già modificato profondamente il rapporto tra contribuenti e fisco. Chi lavora oggi in modo regolare è molto più tracciabile di quanto non fosse in passato.

Questo significa che la lotta all’evasione non passa necessariamente dalla cancellazione dei regimi semplificati. Può passare, al contrario, da un patto più intelligente: poche regole, chiare, sostenibili, controllabili. Meno burocrazia per chi è trasparente. Più severità per chi evade davvero.

Il problema italiano non è soltanto quanto si paga. È anche come si paga. È il peso psicologico e amministrativo del sistema. È l’idea che chi prova a lavorare in proprio debba sempre sentirsi sotto accusa. È la sensazione che lo Stato non distingua abbastanza tra chi costruisce valore e chi approfitta delle zone grigie.

Per questo la richiesta europea sul forfettario rischia di essere percepita come l’ennesima lezione calata dall’alto. Una lezione magari fondata su alcuni argomenti tecnici, ma politicamente miope. Perché arriva in un Paese dove le piccole attività sono spesso l’ossatura economica dei territori, dove il lavoro autonomo non è sempre ricchezza, ma spesso sopravvivenza, iniziativa, rischio personale.

C’è una differenza enorme tra il grande evasore e il piccolo forfettario. Confonderli è ingiusto. Trattarli allo stesso modo è pericoloso. Usare il tema della progressività per colpire indiscriminatamente le partite IVA significa non capire la realtà produttiva italiana.

L’Europa dovrebbe chiedere all’Italia più equità, certo. Ma dovrebbe anche chiedere a sé stessa più coerenza.

Perché non è credibile un’Europa che fa la morale fiscale ai piccoli autonomi italiani mentre fatica a costruire una vera giustizia fiscale tra Stati membri. Non è credibile un’Europa che pretende armonia dai contribuenti più deboli, ma tollera concorrenza fiscale tra Paesi. Non è credibile un’Europa che parla di progressività, ma non riesce a impedire che i grandi capitali trovino sempre il modo di pagare meno dove conviene di più.

La vera riforma fiscale europea dovrebbe partire da qui: stesso mercato, stesse regole, stessa dignità fiscale. Non si può avere un mercato unico per le imprese e ventisette strategie fiscali in competizione tra loro. Non si può chiedere solidarietà ai cittadini e poi permettere agli Stati di farsi concorrenza attirando imponibili altrui. Non si può invocare la giustizia fiscale soltanto quando si parla dei piccoli.

Il regime forfettario va migliorato, non santificato. Va reso più equo, non usato come capro espiatorio. Va corretto dove genera abusi, non demolito come se fosse la causa principale delle ingiustizie fiscali europee.

Perché l’equità non può essere una parola buona solo per chi non ha forza contrattuale.

Se l’Europa vuole davvero parlare di giustizia fiscale, cominci dai grandi squilibri. Cominci dai paradisi fiscali interni. Cominci dalle multinazionali. Cominci dai profitti che si spostano dove la tassazione è più conveniente. Cominci dalla concorrenza sleale tra Stati membri.

Poi, certo, parliamo anche del forfettario.

Ma non accettiamo che il piccolo professionista italiano diventi il simbolo dell’ingiustizia fiscale mentre i grandi meccanismi dell’elusione internazionale restano sullo sfondo, protetti da un linguaggio tecnico, elegante e apparentemente neutrale.

Perché quando la severità colpisce soprattutto i piccoli e la prudenza protegge soprattutto i grandi, non siamo più davanti a una semplice contraddizione.

Siamo davanti a un sistema.

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