12/08/2026
𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐕𝐈𝐀𝐑𝐄𝐆𝐆𝐈𝐎 𝐄𝐑𝐀 𝐔𝐍 𝐌𝐎𝐃𝐄𝐋𝐋𝐎 𝐂𝐔𝐋𝐓𝐔𝐑𝐀𝐋𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐋'𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈𝐀
𝐷𝑎𝑙 𝑃𝑟𝑒𝑚𝑖𝑜 𝑉𝑖𝑎𝑟𝑒𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝐹𝑖𝑒𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝐿𝑖𝑏𝑟𝑜: 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎̀ 𝑠𝑒𝑝𝑝𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑖𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑚𝑜𝑑𝑒𝑟𝑛𝑖 𝑙𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎𝑙𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑁𝑜𝑣𝑒𝑐𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑜. 𝐸 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑜𝑔𝑔𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑐ℎ𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑛𝑒 𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒. 𝑑𝑖
𝐆𝐮𝐚𝐥𝐭𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐋𝐚𝐦𝐢
Prendo spunto da un articolo dell'amico 𝐀𝐝𝐨𝐥𝐟𝐨 𝐋𝐢𝐩𝐩𝐢. L'ho letto con piacere. Come sempre, Adolfo Lippi scrive con intelligenza e misura. Anche quando critica, non alza mai la voce. Preferisce lasciare parlare i fatti. Condivido quasi tutto ciò che scrive sul Premio Viareggio. Dico "quasi" perché, leggendo il suo intervento, ho avuto la sensazione che si fermasse un passo prima della domanda decisiva. Non chi abbia contribuito al declino del Premio. Ma perché Viareggio abbia progressivamente smesso di considerarlo uno dei pilastri della propria identità culturale. È una differenza enorme. Perché il problema non riguarda una persona. Riguarda una visione. O, forse, la sua progressiva scomparsa.
𝐼𝐿 𝑃𝑅𝐸𝑀𝐼𝑂 𝑉𝐼𝐴𝑅𝐸𝐺𝐺𝐼𝑂 𝐸𝑅𝐴 𝑀𝑂𝐿𝑇𝑂 𝑃𝐼𝑈̀ 𝐷𝐼 𝑈𝑁 𝑃𝑅𝐸𝑀𝐼𝑂
Questa affermazione potrà sembrare paradossale. Eppure è la verità. 𝐈𝐥 𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐕𝐢𝐚𝐫𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨, fin dalla sua nascita nel 1929, non fu mai pensato soltanto come un riconoscimento letterario. Fu concepito come un grande progetto culturale. Un moderno cantiere culturale delle arti, quando ancora questa espressione non esisteva. Un luogo dove letteratura, poesia, teatro, pittura, musica, giornalismo, critica, editoria e cinema si incontravano naturalmente. Oggi parleremmo di festival multidisciplinare.
𝐋𝐞𝐨𝐧𝐢𝐝𝐚 𝐑𝐞̀𝐩𝐚𝐜𝐢, con 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐒𝐚𝐥𝐬𝐚 e 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐂𝐨𝐥𝐚𝐧𝐭𝐮𝐨𝐧𝐢, lo aveva immaginato quasi un secolo fa. E attorno a lui si raccolse una generazione di intellettuali che condivideva la medesima idea della cultura. 𝐄𝐧𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐏𝐞𝐚. 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐕𝐢𝐚𝐧𝐢. 𝐄𝐥𝐩𝐢𝐝𝐢𝐨 𝐉𝐞𝐧𝐜𝐨. E, negli anni successivi, decine di scrittori, critici, artisti e musicisti. Non costruivano eventi. Costruivano relazioni. Ed è questa, probabilmente, la vera grande intuizione del Premio Viareggio.
𝑈𝑁𝐴 𝐶𝐼𝑇𝑇𝐴̀ 𝐶𝐻𝐸 𝐷𝐼𝑉𝐸𝑁𝑇𝐴𝑉𝐴 𝐶𝑈𝐿𝑇𝑈𝑅𝐴
Per settimane la stampa italiana discuteva dei libri candidati. Gli scrittori arrivavano in Versilia con largo anticipo. I caffè diventavano luoghi di confronto. Gli alberghi ospitavano editori, giornalisti e artisti. La città respirava letteratura. Il Premio non durava una sera. Durava mesi.
Alla manifestazione venne affiancata una grande 𝐅𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐋𝐢𝐛𝐫𝐨, capace di trattenere editori, autori e pubblico. Successivamente nacque il 𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, che portò a Viareggio alcune delle più grandi personalità della cultura mondiale. 𝐏𝐚𝐛𝐥𝐨 𝐍𝐞𝐫𝐮𝐝𝐚, 𝐀𝐥𝐞𝐱𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨𝐬 𝐏𝐚𝐧𝐚𝐠𝐮𝐥𝐢𝐬, 𝐆𝐮̈𝐧𝐭𝐞𝐫 𝐆𝐫𝐚𝐬𝐬, 𝐍𝐨𝐫𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐁𝐨𝐛𝐛𝐢𝐨, 𝐀𝐥𝐭𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐒𝐩𝐢𝐧𝐞𝐥𝐥𝐢. Non era provincialismo. Era l'ambizione di una città che voleva dialogare con il mondo.
𝐿𝐸 𝑃𝐸𝑅𝑆𝑂𝑁𝐸 𝐶𝑂𝑁𝑇𝐴𝑁𝑂
Esiste un modo semplicissimo per misurare il prestigio di un'istituzione culturale. Guardare chi l'ha guidata. Il 𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐕𝐢𝐚𝐫𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨 nasce con 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐢𝐝𝐚 𝐑𝐞̀𝐩𝐚𝐜𝐢, che ne rimane l'anima per oltre mezzo secolo. Alla sua morte non arriva un amministratore qualsiasi. Arriva 𝐍𝐚𝐭𝐚𝐥𝐢𝐧𝐨 𝐒𝐚𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨, probabilmente il più autorevole storico della letteratura italiana del Novecento. Poi 𝐑𝐨𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐕𝐢𝐥𝐥𝐚𝐫𝐢, uno dei grandi storici europei. Successivamente 𝐂𝐞𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐆𝐚𝐫𝐛𝐨𝐥𝐢, forse il maggiore critico letterario italiano del secondo Novecento, oltre che viareggino. Infine, nel 2005, 𝐄𝐧𝐳𝐨 𝐒𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨, scrittore, critico e presidente della RAI. Già questa successione racconta il prestigio del Premio meglio di qualsiasi slogan. Dopo quella stagione, però, qualcosa cambia. Non tanto nelle persone. Quanto nell'idea stessa del Premio. Progressivamente si affievolisce quella capacità di trasformare una premiazione in un grande evento culturale nazionale.
𝐼𝐿 𝑃𝑅𝐼𝑀𝑂 𝐹𝐸𝑆𝑇𝐼𝑉𝐴𝐿 𝐷𝐸𝐿𝐿𝐴 𝐶𝑈𝐿𝑇𝑈𝑅𝐴 𝐼𝑇𝐴𝐿𝐼𝐴𝑁𝐴
Durante l'epoca d'oro del cinema italiano, il 𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐕𝐢𝐚𝐫𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨 non era solo un evento letterario, ma il fulcro di un travaso continuo tra cinema e letteratura. Oggi ogni città organizza un festival. Letteratura, Economia, Filosofia, Scienza, Giornalismo, Cinema. È diventato quasi un modello obbligato. Viareggio aveva già inventato tutto questo. Con decenni di anticipo. Il Premio non viveva isolato. Dialogava con il 𝐆𝐫𝐚𝐧 𝐂𝐚𝐟𝐟𝐞̀ 𝐌𝐚𝐫𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚, con gli ambienti artistici versiliesi, con il 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝐏𝐮𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢𝐚𝐧𝐨, con la 𝐅𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐋𝐢𝐛𝐫𝐨, con il teatro, con la pittura, con la musica. Era una città intera a mettersi in scena. E forse proprio qui si ritrova l'eredità più feconda di quella generazione di intellettuali. Pensavano che la cultura non fosse la somma di tante iniziative. Ma un'unica, grande conversazione fra le arti.
𝑄𝑈𝐴𝑁𝐷𝑂 𝐼𝐿 𝐶𝐼𝑁𝐸𝑀𝐴 𝑃𝐴𝑅𝐿𝐴𝑉𝐴 𝐶𝑂𝑁 𝐿𝐴 𝐿𝐸𝑇𝑇𝐸𝑅𝐴𝑇𝑈𝑅𝐴
Oggi siamo abituati a separare i festival. Da una parte il cinema. Da un'altra la letteratura. Altrove la musica. Viareggio aveva già superato tutto questo. Durante gli anni d'oro del Premio, registi, sceneggiatori, scrittori, poeti e pittori vivevano gli stessi luoghi, frequentavano gli stessi alberghi, discutevano negli stessi caffè. Era un'unica comunità intellettuale.
Nell'estate del 𝟏𝟗𝟔𝟐 un giovanissimo 𝐁𝐞𝐫𝐧𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐞𝐫𝐭𝐨𝐥𝐮𝐜𝐜𝐢, appena ventunenne, ricevette il 𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐕𝐢𝐚𝐫𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐎𝐩𝐞𝐫𝐚 𝐏𝐫𝐢𝐦𝐚 per la raccolta poetica In cerca del mistero. A presentarlo fu Pier 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐨 𝐏𝐚𝐬𝐨𝐥𝐢𝐧𝐢, che pochi anni prima aveva vinto il Premio con Le ceneri di Gramsci. Fu quasi un passaggio di testimone. Pochi mesi dopo Bertolucci avrebbe lasciato definitivamente la facoltà di Lettere per dedicarsi al cinema.
Anche quella storia passò da Viareggio. Nelle stesse estati si incontravano 𝐄𝐧𝐧𝐢𝐨 𝐅𝐥𝐚𝐢𝐚𝐧𝐨, 𝐂𝐞𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐙𝐚𝐯𝐚𝐭𝐭𝐢𝐧𝐢, 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐢𝐜𝐞𝐥𝐥𝐢, 𝐒𝐮𝐬𝐨 𝐂𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢 𝐃'𝐀𝐦𝐢𝐜𝐨, 𝐀𝐠𝐞 e 𝐒𝐜𝐚𝐫𝐩𝐞𝐥𝐥𝐢, 𝐌𝐢𝐜𝐡𝐞𝐥𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐨 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐋𝐮𝐜𝐡𝐢𝐧𝐨 𝐕𝐢𝐬𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢. Le cene del Premio erano veri laboratori creativi. Non esistevano confini fra cinema e letteratura. Esisteva soltanto la cultura.
𝑁𝑂𝑁 𝑆𝑂𝐿𝑂 𝐼 𝐿𝐼𝐵𝑅𝐼. 𝐿𝐸 𝑃𝐸𝑅𝑆𝑂𝑁𝐸.
Una volta 𝐌𝐚𝐧𝐥𝐢𝐨 𝐂𝐚𝐧𝐜𝐨𝐠𝐧𝐢 mi disse una frase che non ho più dimenticato: «𝐶𝑟𝑒𝑑𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑉𝑖𝑎𝑟𝑒𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑠𝑖𝑎 𝑙'𝑢𝑛𝑖𝑐𝑜 𝑝𝑟𝑒𝑚𝑖𝑜 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑎𝑔𝑜𝑛𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑎𝑙 𝐺𝑜𝑛𝑐𝑜𝑢𝑟𝑡.»
Non era una battuta. Era una constatazione. Basta leggere i nomi che hanno composto le giurie: 𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐏𝐢𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨, 𝐄𝐮𝐠𝐞𝐧𝐢𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞, 𝐒𝐚𝐥𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐐𝐮𝐚𝐬𝐢𝐦𝐨𝐝𝐨, 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐔𝐧𝐠𝐚𝐫𝐞𝐭𝐭𝐢, 𝐄𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐂𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢, 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐅𝐥𝐨𝐫𝐚, 𝐂𝐨𝐧𝐜𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐬𝐢, 𝐀𝐥𝐟𝐨𝐧𝐬𝐨 𝐆𝐚𝐭𝐭𝐨, 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐒𝐚𝐥𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢, 𝐑𝐨𝐦𝐚𝐧 𝐕𝐥𝐚𝐝, 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐌𝐨𝐫𝐚𝐯𝐢𝐚, 𝐏𝐢𝐞𝐫 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐨 𝐏𝐚𝐬𝐨𝐥𝐢𝐧𝐢. E molti altri. Il 𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 non celebrava soltanto libri. Riuniva il meglio della cultura italiana. Ed era proprio questo a renderlo unico.
La sua autorevolezza emergeva anche dalla capacità di riconoscere, prima di altri, i protagonisti destinati a segnare la letteratura italiana.
Nel 𝟏𝟗𝟒𝟔 la giuria assegnò il Premio a 𝐒𝐢𝐥𝐯𝐢𝐨 𝐌𝐢𝐜𝐡𝐞𝐥𝐢 per 𝑃𝑎𝑛𝑒 𝑑𝑢𝑟𝑜, romanzo che la critica considera uno dei testi fondativi del Neorealismo italiano e, per molti, il primo grande romanzo neorealista del dopoguerra.
𝐌𝐢𝐜𝐡𝐞𝐥𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐮 𝐮𝐧 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐬𝐢𝐚𝐬𝐢. La scelta di 𝑃𝑎𝑛𝑒 𝑑𝑢𝑟𝑜 dimostrò che il Premio Viareggio sapeva individuare la letteratura destinata a fare storia prima che diventasse patrimonio condiviso della critica. Micheli seppe raccontare, con una lingua nuova e una straordinaria autenticità, il mondo popolare e la trasformazione dell'Italia uscita dalla guerra. Eppure oggi, paradossalmente, il suo nome sembra essersi affievolito proprio nella memoria della città che gli diede i natali. Come se Viareggio avesse finito per dimenticare uno dei suoi interpreti letterari più significativi. In quella giuria sedeva anche Elpidio Jenco. L'anno successivo, nel 𝟏𝟗𝟒𝟕, il Premio conferì il riconoscimento, alla memoria, ad 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐆𝐫𝐚𝐦𝐬𝐜𝐢 per i 𝑄𝑢𝑎𝑑𝑒𝑟𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑎𝑟𝑐𝑒𝑟𝑒. Due scelte diversissime, ma accomunate dalla stessa capacità di leggere il proprio tempo: da una parte la nascita della nuova narrativa italiana, dall'altra il riconoscimento di uno dei maggiori pensatori del Novecento.
𝐼𝐿 𝐷𝐸𝐶𝐿𝐼𝑁𝑂 𝑁𝑂𝑁 𝐸̀ 𝑈𝑁 𝐷𝐸𝑆𝑇𝐼𝑁𝑂
Sarebbe troppo facile dire che tutto dipende dai cambiamenti dell'editoria. Oppure dalla televisione. O dai social network. Sono spiegazioni vere. Ma non sufficienti. Perché proprio quando il mondo cambia servono idee nuove. Negli ultimi decenni, invece, il Premio ha progressivamente rinunciato alla propria funzione originaria. Oggi vive pochi giorni. Gli scrittori arrivano. Partecipano alla cerimonia. Ripartono. La città continua quasi normalmente la propria vita. La stampa nazionale dedica poco spazio. Il dibattito culturale si esaurisce rapidamente. Quello che era stato uno dei grandi appuntamenti europei della cultura rischia ormai di sopravvivere come una delle tante manifestazioni del calendario estivo. Non era inevitabile. È stata una scelta. O, forse, la rinuncia ad avere una visione.
𝐿𝐴 𝑅𝐸𝑆𝑃𝑂𝑁𝑆𝐴𝐵𝐼𝐿𝐼𝑇𝐴̀ 𝐷𝐸𝐿𝐿𝐴 𝑃𝑂𝐿𝐼𝑇𝐼𝐶𝐴
Qui entra in gioco la città. E con essa le amministrazioni che si sono succedute negli ultimi decenni. Non si tratta di attribuire colpe personali. Si tratta di chiedersi quale idea di Viareggio abbiano coltivato. Ogni anno si trovano risorse importanti per grandi eventi sportivi o di spettacolo. Scelte legittime. Ma viene spontaneo domandarsi perché la stessa determinazione non venga impiegata per rafforzare una delle istituzioni culturali che più hanno contribuito a costruire il nome di Viareggio nel mondo. La cultura non è una spesa. È un investimento. Produce economia. Produce turismo. Produce reputazione. Produce futuro.
𝑅𝐼𝑇𝑅𝑂𝑉𝐴𝑅𝐸 𝑈𝑁'𝐼𝐷𝐸𝐴 𝐷𝐼 𝐶𝐼𝑇𝑇𝐴̀
Il 𝐂𝐚𝐫𝐧𝐞𝐯𝐚𝐥𝐞, il 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝐏𝐮𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢𝐚𝐧𝐨 e il 𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐕𝐢𝐚𝐫𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨 sono tre istituzioni profondamente diverse, ciascuna con una propria storia, una propria autonomia e una propria identità. Proprio per questo rappresentano, insieme, la ricchezza culturale di Viareggio. La sfida non è modificarne gli assetti istituzionali, ma restituire alla città una politica culturale capace di valorizzarle tutte, nel pieno rispetto della loro autonomia. La grande stagione di Rèpaci, Jenco, Pea e Viani ci insegna una cosa semplice: la forza di Viareggio nasceva dalla capacità di mettere in relazione le arti, le persone e le idee. È questa, forse, la vera lezione da recuperare. Non per celebrare il passato, ma per costruire il futuro.
La vera domanda non è come salvare il Premio Viareggio, ma se Viareggio vuole ancora essere una città della cultura. Perché il Premio, da solo, non può bastare. Occorre ritrovare quella visione d'insieme che animò Leonida Rèpaci e la straordinaria generazione di intellettuali che lo accompagnò, facendo del Premio una delle espressioni di un tessuto culturale più ampio. Era questo il segreto di Viareggio: non l'esistenza di un'unica istituzione dominante, ma una costellazione di realtà autonome capaci di alimentarsi reciprocamente.
È questa l'eredità più preziosa che il Novecento ci consegna. Non un modello organizzativo, ma un'idea di città. Perché una città diventa davvero grande non quando concentra il potere culturale, ma quando crea le condizioni perché le sue migliori istituzioni possano crescere, ciascuna nella propria autonomia, rafforzando insieme il prestigio e l'identità della comunità.