17/10/2026
Parigi, lunedì 21 agosto 1911. Il Louvre è chiuso al pubblico; dentro lavorano custodi e operai, molti con lo stesso camice bianco. Uno di loro conosce il museo: ci ha lavorato, e sa che la Gioconda è dipinta su una tavola di legno. La stacca dal muro, toglie cornice e vetro su una scala di servizio e, secondo le ricostruzioni, un idraulico gli apre la porta chiusa in fondo. Il giorno dopo un pittore trova quattro ganci di ferro. Si pensa ai fotografi del museo; solo a mezzogiorno si capisce che è un furto. Il Louvre chiude per una settimana e, alla riapertura, la folla fa la fila per vedere lo spazio vuoto.
La polizia trova un'impronta sul vetro, ma non riesce a collegarla a nessuno. Il poeta Apollinaire viene arrestato e rilasciato, Picasso interrogato. Il vero ladro viene perfino interrogato due volte a casa sua, senza risultato. Si chiama Vincenzo Peruggia, decoratore nato nel 1881 a Dumenza, in provincia di Varese, e al Louvre aveva lavorato proprio alle protezioni di vetro dei quadri. Per più di due anni la Gioconda resta nella sua stanza a Parigi.
Nel novembre 1913 l'antiquario fiorentino Alfredo Geri riceve una lettera firmata "Leonardo". L'11 dicembre, con il direttore degli Uffizi Giovanni Poggi, all'Hotel Tripoli di Firenze, vede il quadro: è l'originale. Il giorno dopo Peruggia viene arrestato. Prima di tornare al Louvre, nel gennaio 1914, la Gioconda viene esposta a Firenze, Roma e Milano. Al processo Peruggia dice di averla voluta restituire all'Italia, convinto che l'avesse rubata Napoleone; in realtà in Francia l'aveva portata Leonardo stesso. Condannato a un anno e quindici giorni, in appello la pena scende a sette mesi e otto giorni, già scontati. Fuori dal carcere, per lui viene raccolta una colletta di 4.500 lire. Ladro o patriota?
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