28/10/2025
Davanti alla Prefettura dell’Aquila, in questi giorni, si è formato un piccolo gruppo di persone, una trentina circa che rappresentano uno dei volti meno raccontati dell’immigrazione in Italia: i Dublinanti, richiedenti asilo di ritorno da altri Paesi europei. Il termine dublinante deriva dal Regolamento di Dublino III (n. 604/2013), una normativa dell’Unione Europea che stabilisce quale Stato membro sia responsabile dell’esame di una domanda di protezione internazionale.
In base a questo regolamento, il Paese nel quale una persona viene identificata per la prima volta (attraverso foto-segnalamento o impronte digitali) è quello tenuto a esaminare la richiesta d’asilo.
Questo significa che molti migranti, dopo essere approdati in Italia via mare o via terra, e successivamente aver tentato di proseguire verso altri paesi del Nord Europa come Germania, Francia o Svezia, vengono rinviati in Italia una volta che le autorità europee scoprono che la loro prima registrazione è avvenuta qui.
Da un punto di vista operativo e sociale, questo sistema genera un effetto imbuto per l’Italia, che si trova a gestire un numero crescente di persone senza poter contare su un’equa redistribuzione tra gli Stati membri.
È una normativa che molti operatori sociali considerano ormai superata e poco solidale, perché scarica sui Paesi di frontiera, come l’Italia e la Grecia, il peso maggiore dell’accoglienza.
Al momento, L'Aquila pare non dispone di un centro pubblico fortemente strutturato per i senza fissa dimora con ampia capienza di persone, ma solo piccoli progetti meritori come ad esempio quello gestito dalla Croce Rossa Italiana, ma si tratta di iniziative limitate, non sufficienti a rispondere all’attuale emergenza.
Dopo aver ricevuto l’invito alla formalizzazione della richiesta d’asilo presso la Questura, alcuni dublinanti si trovano temporaneamente in attesa di una sistemazione idonea.
Nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) pare vi sia una disponibilità molto ridotta di posti, e pare che la Prefettura stia incontrando difficoltà oggettive nel reperire ulteriori sistemazioni.
Credo che questa situazione ponga una domanda essenziale,
come può una città garantire dignità a chi, anche solo temporaneamente, si trova senza un tetto e senza risorse economiche?
Non si tratta solo di migranti, ma anche di italiani in difficoltà, persone senza fissa dimora, famiglie in emergenza abitativa.
Servirebbe un progetto quantomeno triennale strutturato, sostenuto da enti pubblici e privati, con almeno 50 posti letto, servizi igienici, supporto psicologico e orientamento sociale.
Dietro ogni dublinante c’è una storia di fuga, di perdita, di speranza.
Il Regolamento di Dublino a mio parere deve essere riformato in chiave solidale e condivisa, ma nel frattempo le comunità locali devono poter rispondere ai bisogni immediati, con strumenti sociali concreti, rispettosi della dignità e del diritto alla vita.
Molti dei presenti hanno riferito di soffrire di problemi di salute, alcuni parlano di allergie cutanee, malattie e sintomi riconducibili alla scabbia, una patologia parassitaria che, se non trattata per tempo, può diffondersi rapidamente in contesti di promiscuità e carenza igienico-sanitaria.
Diversi migranti hanno espresso bisogno urgente di cure mediche, farmaci di base, prodotti igienici e cibo, oltre alla necessità di un medico o presidio sanitario che possa effettuare valutazioni dirette sul posto.
Si tratta di condizioni che rientrano pienamente nei determinanti sociali della salute, ossia quei fattori ambientali e sociali che incidono sulla possibilità di mantenere un buono stato di benessere fisico e mentale.
La situazione, così com’è oggi, rischia di degenerare se non vengono attivate rapidamente misure minime di tutela sanitaria e sociale.
È importante ricordare che l’art. 32 della Costituzione italiana garantisce il diritto alla salute a tutti gli individui presenti sul territorio nazionale, indipendentemente dallo status giuridico.
Anche la normativa europea in materia di protezione internazionale prevede che i richiedenti asilo abbiano accesso all’assistenza sanitaria essenziale, specialmente nei casi di vulnerabilità.
È auspicabile un approccio coordinato e multidisciplinare, che valorizzi la collaborazione tra Prefettura, ASL, Comune e realtà del Terzo Settore, al fine di garantire una risposta coerente e rispettosa dei bisogni sociali e sanitari delle persone coinvolte.
Davanti alla Prefettura dell’Aquila, in questi giorni, si è formato un piccolo gruppo di persone, una trentina circa che rappresentano uno dei volti meno rac...