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Il   lancia la sua nuova terza maglia Europea ‼️
02/10/2026

Il lancia la sua nuova terza maglia Europea ‼️

Tegola  , si ferma  :Il punto
02/10/2026

Tegola , si ferma :
Il punto

FIGC: “Favasuli salterà Italia-Polonia U21. Oggi il giocatore è tornato a Napoli per una valutazione medica sulle sue condizioni”. Ecco la situazione

Eljif   si racconta a Flash Score, tra l’esperienza al Napoli sotto la gestione di Antonio Conte e le motivazioni che lo...
02/10/2026

Eljif si racconta a Flash Score, tra l’esperienza al Napoli sotto la gestione di Antonio Conte e le motivazioni che lo hanno portato a cambiare squadra in estate.

Elmas a Flash Score: “Conte? Ho giocato al fianco di Kevin De Bruyne, Scott McTominay, Stanislav Lobotka e vari altri giocatori di qualità. Quindi, nessuno può dirmi che non posso giocare in Bundesliga. Se non fossi stato abbastanza bravo da giocare in Bundesliga col Lipsia, non sarei stato in grado di giocare nemmeno al Napoli. Sinceramente, mi aspettavo di restare al Napoli (oltre il 2025/26) perché si parlava da marzo del fatto che mi avrebbero riscattato e tutto il resto, ma alla fine le cose vanno come devono andare. Quando è arrivato maggio, ho capito che avrei dovuto fare un cambiamento e trasferirmi di nuovo da qualche altra parte. Ho avuto un'ottima stagione al Napoli, ho giocato 44 partite. È un onore giocare 44 gare sotto un allenatore come Antonio Conte, poter dire di aver giocato 44 partite per lui è significativo. È esattamente per questo che ho scelto di tornare al Napoli, per Antonio Conte. Volevo lavorare di nuovo con un esperto come lui e, a quanto pare, sono abbastanza fortunato da lavorare con un altro allenatore di alto livello quest'anno, Maurizio Sarri. Se Conte fosse rimasto, sono sicuro che sarei al Napoli ora. Sì, e sarebbe stata la mia settima stagione".

Alex  , portiere del  , ha rilasciato un’intervista a Radio KissKiss.Alex Meret a Kiss Kiss Napoli: “Come sto? Ho fatto ...
01/10/2026

Alex , portiere del , ha rilasciato un’intervista a Radio KissKiss.

Alex Meret a Kiss Kiss Napoli: “Come sto? Ho fatto un lavoro personalizzato, sia sul campo che in palestra e facendo terapie. Questa settimana ho iniziato a fare anche un lavoro più specifico sul campo. Se tutto va come deve andare, la prossima settimana dovrei rientrare in gruppo e spero di poter essere a disposizione per la prossima partita.

Cosa è cambiato dopo tanti anni a Napoli? Sicuramente sono più esperto, riesco a gestire meglio determinati momenti, determinate pressioni. Sono arrivato qua molto giovane, adesso ho anche due figli e con la mia famiglia ci troviamo molto bene a Napoli. Sicuramente sono cresciuto tanto.

Come gestisco la pressione? Lavoro ogni giorno con umiltà e sacrificio. Cerco di isolarmi un po’ da quelle che sono le tante voci che ci sono a Napoli. Cerco di dare importanza al giudizio delle persone che ne capiscono e delle persone che mi sono vicine. Bisogna cercare di mantenere sempre un equilibrio.

La fiducia? È molto importante. La continuità e la fiducia dell’allenatore e dei compagni sono fondamentali. Gli errori fanno parte del processo, possono capitare. Sapere di avere fiducia anche dopo un errore sicuramente aiuta.

Come è cambiato il ruolo del portiere? È cambiato tanto. Adesso con la nuova regola dei cinque secondi hai meno tempo per pensare e per impostare l’azione dal rinvio o dalla rimessa. Il calcio è cambiato, prima si cercava molto di più la costruzione dal basso, mentre adesso, anche per il pressing alto delle squadre, si cerca spesso di giocare più direttamente. Bisogna adattarsi.

Ho ancora fame di vittorie? Sarebbe grave se fosse il contrario. Napoli è una piazza importante, una squadra importante, che deve ambire sempre a provare a vincere i trofei. Bisogna sempre cercare di avere questa ambizione.

Allegri? Ci stiamo trovando molto bene, sia il gruppo che personalmente. Ci sono richieste diverse, gli allenamenti sono intensi. Il mister dà molto peso al gesto tecnico e all’importanza di ogni pallone. Sicuramente ci sono mancati alcuni risultati, però penso che se continuiamo a seguire quello che ci chiede e facciamo quello che possiamo fare, possiamo toglierci delle soddisfazioni.

Qual è l’obiettivo del Napoli? Essere competitivi su tutti i fronti. La stagione è ancora all’inizio, magari abbiamo lasciato qualche punto per strada, però c’è ancora tanto tempo. Dobbiamo cercare di arrivare il più lontano possibile in tutte le competizioni.

Cosa direi al Meret che è sbarcato a Napoli nel 2018? Gli direi di stare attento al primo allenamento, visto che mi sono rotto il braccio al primo allenamento in ritiro e sono stato fuori quattro mesi. Gli direi di lavorare con umiltà, sacrificio e dedizione, dando il giusto peso a quello che dicono le persone e pensando soprattutto a fare il portiere e a dare il mio contributo”.

🔵 | Pasquale  : “Vincere lo scudetto a Napoli è stato il sogno di una vita. Sono partito da un campetto di periferia di ...
01/10/2026

🔵 | Pasquale : “Vincere lo scudetto a Napoli è stato il sogno di una vita. Sono partito da un campetto di periferia di Napoli e quel sogno era così grande che non l’avrei neanche potuto immaginare. Sono quei sogni che non pensi mai di realizzare, però li metti li e dici: 'Non si sa mai'. Invece ci sono arrivato, sono stato uno dei napoletani che ha coronato questo sogno e lo porterò sicuramente sempre nel cassetto. Napoli è casa mia e lo sarà sempre”.

Aurelio De Laurentiis, presidente del  , ha rilasciato alcune dichiarazioni ad un forum organizzato da TEHA.De Laurentii...
01/10/2026

Aurelio De Laurentiis, presidente del , ha rilasciato alcune dichiarazioni ad un forum organizzato da TEHA.

De Laurentiis: “Siamo qui a parlare di visione, diversificazione e di come si crea valore nel tempo. E di come un imprenditore deve operare in un mondo che cambia sempre più velocemente. Io vorrei farlo attraverso quello che conosco e che faccio tutti i giorni: il cinema e il calcio. Due mondi nei quali ho investito, preso decisioni e cercato di costruire imprese capaci di durare. Perché quando investi in prima persona, capire che cosa sta cambiando diventa una questione molto concreta.

E allora parto dal cinema. Per molti anni, nel cinema, ci siamo preoccupati di quale film il pubblico sarebbe andato a vedere. Oggi dobbiamo porci una domanda prima ancora di quella: siamo sicuri che il pubblico ci vuole andare, al cinema? Perché noi possiamo discutere per ore di registi, attori, investimenti. Poi lo spettatore decide di restare a casa e abbiamo finito di discutere.

Sul telefono o sulla TV, ha a disposizione di tutto, seduto comodamente sul divano. E il tempo è sempre quello. È da qui che dobbiamo partire. E questo vale anche quando parliamo di calcio. Io con il cinema ci sono nato. Il calcio invece l’ho conosciuto poco più di vent’anni fa, quando nel 2004 ho comprato il Napoli. Per anni abbiamo ragionato così: faccio un bel film e la gente viene. Metto insieme una grande squadra e la gente mi segue.

Oggi questo da solo non basta. Perché mentre noi prepariamo il nostro spettacolo, il pubblico ha trovato altre cento cose da vedere. Ed è questo il cambiamento con cui sia il cinema che il calcio devono fare i conti: hanno perso il monopolio dell’attenzione. Il cinema e il calcio hanno avuto una posizione straordinariamente privilegiata nella vita delle persone. Un grande film diventava un avvenimento. Una partita fermava un Paese.

Oggi non possiamo più darlo per scontato. Quando produco un film non competo soltanto con gli altri film. Competo con Netflix, con una serie TV, con un videogioco, con TikTok, con Instagram, con YouTube. Competo con un ragazzo che dalla propria camera produce un video di trenta secondi e raggiunge milioni di persone. E quando gioca il Napoli succede esattamente la stessa cosa. Sul campo dobbiamo ba***re l’Inter, la Juventus, il Milan.

Ma per conquistare l’attenzione di un ragazzo di quindici anni competiamo anche con YouTube. Noi continuiamo a ragionare per industrie: cinema, televisione, calcio, videogiochi, social media. Il pubblico non ragiona così. Per il pubblico è tutto sullo stesso schermo. E lo schermo che oggi abbiamo sempre in mano è diventato probabilmente il più importante luogo di distribuzione della storia.

Secondo le rilevazioni Nielsen, negli USA YouTube è ormai una delle principali forme di consumo audiovisivo anche sul televisore di casa. Non sto parlando soltanto del telefonino dei ragazzi. Sto parlando dello schermo che per cinquant’anni abbiamo chiamato “televisione”. E poi c’è il formato breve. Noi veniamo da un mondo nel quale chiedevamo due ore allo spettatore. Oggi il primo incontro con una storia, con un attore, con un calciatore o con una squadra può durare dieci secondi. Questo non significa che i giovani non abbiano più attenzione. Questa è una spiegazione troppo facile.

Un ragazzo può stare tre ore davanti a un videogioco. Può vedere dieci episodi di una serie. Può seguire per anni un creator. Quindi l’attenzione esiste. Semplicemente non abbiamo più il diritto di pretenderla. Dobbiamo conquistarla. Io lo vedo anche con i miei nipoti. Noi abbiamo conosciuto il calcio attraverso la partita. Le nuove generazioni possono conoscere un calciatore attraverso un videogioco, poi vedere un suo gol su YouTube, poi seguirlo sui social e soltanto dopo arrivare alla partita.

Il percorso si è rovesciato. Allora possiamo lamentarci e dire che i ragazzi sono cambiati. Oppure possiamo fare il mestiere dell’imprenditore e domandarci: se il pubblico è cambiato, come deve cambiare il nostro prodotto? Perché il pubblico non ha il dovere di interessarsi a quello che produciamo. Siamo noi ad avere il dovere di renderlo interessante.

Nel corso della mia carriera ho sentito annunciare la fine del cinema moltissime volte. È arrivata la television: le sale chiuderanno. Sono arrivate le videocassette, poi la Pay TV: chi uscirà più di casa per vedere un film? Erano cambiamenti enormi. Abbiamo perso spettatori, abbiamo dovuto ripensare il nostro lavoro. Ma il cinema ha trovato nuove forme, nuovi mercati, nuove fonti di ricavo.

Il film usciva dalla sala e continuava a vivere altrove. E quel percorso poteva finanziare il film successivo. Oggi Hollywood è di nuovo in crisi. Sarebbe però un errore dirsi: è già successo, passerà. Questa crisi è più profonda perché questa volta cambiano insieme il pubblico, il modo in cui un film guadagna e chi decide quali film si fanno. Pensate a che cosa rappresentava Hollywood non troppo tempo fa.

Il cinema faceva sognare il mondo. Faceva desiderare una macchina, un vestito, una città. Esportava un’idea dell’America prima ancora di esportare un prodotto americano. I presidenti degli Stati Uniti si eleggevano a Hollywood. Una provocazione, certamente. Ma il cinema aveva un’influenza enorme sull’immaginario, sul consenso, sul modo in cui una società guardava sé stessa.

La rivoluzione dello streaming ha portato i film ovunque. Ha aperto possibilità straordinarie. Ma ha reso l’esperienza della sala meno necessaria. Soprattutto per il pubblico più adulto. La pandemia ha accelerato questo cambiamento. Per molti andare al cinema è diventato un appuntamento occasionale, da riservare a un evento. Il grande successo può ancora arrivare. Ma un’industria deve lavorare tutto l’anno. Deve far vivere anche i film che non sono un fenomeno mondiale.

Poi guardiamo chi sta dall’altra parte del tavolo. Netflix è nata nella Silicon Valley. Amazon ha comprato la MGM. Larry Ellison, un tech titan, ha comprato tramite suo figlio la Paramount e la Warner. Stiamo parlando della storia di Hollywood. Le aziende tecnologiche sono entrate nella produzione, nei cataloghi, nella distribuzione. E controllano una parte sempre più importante del rapporto con lo spettatore.

Per un produttore un film deve trovare il proprio pubblico e sostenere economicamente il lavoro che verrà dopo. Dentro un grande gruppo tecnologico può servire anche a vendere un abbonamento, a trattenere un cliente, a rafforzare un insieme di servizi. Ma io faccio il produttore. Devo poter decidere su quale storia rischiare, come realizzarla e come portarla al pubblico. Se queste scelte le lascio tutte a chi possiede la piattaforma, del mio mestiere che cosa rimane?

E per riportare uno spettatore in sala devo offrire qualcosa per cui valga la pena uscire di casa. Non posso chiedergli di comprare un biglietto per difendere il cinema. Devo fargli ve**re voglia di vedere quel film. Altrimenti quello resta sul divano. E ha ragione lui.

Quando ho comprato il Napoli, non dovevo convincere la gente ad amare quella squadra. Dovevo capire come fosse possibile che una società con un pubblico del genere fosse fallita. E fare in modo che non succedesse più. Siamo ripartiti dalla Serie C1. Nel 2007 eravamo in Serie A. Poi siamo arrivati stabilmente in Europa, in Champions League, fino agli scudetti del 2023 e del 2025.

Quella passione non l’ho creata io. Il mio compito era costruirci intorno un’impresa capace di durare. Perché la passione può riempire uno stadio anche in Serie C. Ma la passione da sola non fa un bilancio, non compra un calciatore, non costruisce un centro sportivo, non organizza una società. Bisogna creare valore. E qui il cinema mi è stato molto utile.

Quando sono entrato nel calcio, ne sapevo ben poco. Ma sapevo scegliere le persone, mettere insieme competenze diverse, tenere sotto controllo un investimento. Questo me lo aveva insegnato il cinema. Un film che costa cento milioni non è necessariamente migliore di un film che ne costa dieci. E un calciatore che costa cento milioni non è necessariamente dieci volte più bravo di uno che costa dieci.

Il talento bisogna saperlo trovare. E poi bisogna avere il coraggio di prendere decisioni. Qualche volta anche decisioni impopolari. Perché se un imprenditore aspetta che tutti siano d’accordo con lui, probabilmente è già troppo tardi. In vent’anni naturalmente abbiamo anche sbagliato. Si sbagliano calciatori, allenatori, dirigenti, investimenti. Una società solida può correggere l’errore. Una società fragile può esserne distrutta.

Nel calcio italiano si parla moltissimo di quanto spende un presidente. Io vorrei che qualche volta ci domandassimo anche che cosa costruisce. Che organizzazione lascia? Che competenze? Che ricavi? Che patrimonio? Perché spendere è molto facile. Creare valore è molto più difficile.

E qui arriviamo a una cosa che ho imparato anche attraverso il mio rapporto con gli Stati Uniti. Gli americani hanno capito da moltissimo tempo una cosa che noi europei, e soprattutto noi italiani, qualche volta abbiamo quasi paura di dire. Lo sport è competizione. Ma lo sport professionistico è anche spettacolo. È entertainment.Questo non diminuisce lo sport. Lo rende più forte.

In America quando compri una franchigia non stai comprando soltanto la squadra che scende in campo quella sera. Stai comprando un’organizzazione destinata a sopravvivere a generazioni di giocatori. Un campione può rimanere cinque anni. Il club deve esistere per cinquanta, cento anni. E quindi costruisci il brand, il rapporto con la città, il merchandising, i contenuti, l’hospitality, i rapporti commerciali, i dati, l’esperienza del pubblico. Guardate gli stadi americani. Molti sono straordinari.

Perché hanno capito che lo stadio non è semplicemente un campo con delle tribune intorno. Lo stadio è parte dello spettacolo. Deve essere bello, comodo, tecnologico. Deve avere ristoranti, negozi, servizi. Un posto dove una famiglia abbia piacere di passare alcune ore. Perché se io chiedo a una persona di uscire di casa, prendere la macchina, trovare parcheggio, spendere dei soldi e dedicarmi quattro o cinque ore della propria giornata, devo darle qualcosa in cambio.

Non posso dirle: tu sei tifoso, quindi devi ve**re. No. Io devo meritarmi il suo tempo. Da una parte abbiamo YouTube e TikTok, dove magari abbiamo quindici secondi per convincere un ragazzo a non passare al video successivo. Dall’altra abbiamo lo stadio, dove gli chiediamo quattro ore della sua vita. Sembrano due mondi opposti. In realtà il problema imprenditoriale è lo stesso. Che cosa gli offro in cambio del suo tempo?.

Ecco perché credo che anche il calcio europeo debba imparare qualcosa dalla cultura americana dello sport. Non dobbiamo copiarne il modello. Abbiamo una storia diversa, competizioni diverse, un rapporto con il territorio che in Europa è unico. Ma dobbiamo imparare dalla loro mentalità. Il prodotto deve essere spettacolare. Il campionato deve essere comprensibile. Lo stadio deve essere un’esperienza. E soprattutto dobbiamo capire che la qualità della competizione crea valore per tutti.

Guardate che cosa fanno le leghe americane. NBA, NFL, MLB: sono macchine commerciali enormi. Lavorano sul prodotto, sulla distribuzione, sugli sponsor, sui mercati internazionali. Fanno conoscere i campioni. Sono al servizio delle squadre. Creano valore. E tutto questo dove va a finire? Nei ricavi delle società e nel valore delle franchigie. Vogliamo mettere tutto questo a confronto con la nostra Lega? Io voglio una Lega che mi aiuti a far valere di più il Napoli. E per riuscirci deve far valere di più tutto il campionato.

Dobbiamo avere il coraggio di discutere il “prodotto calcio” sotto ogni punto di vista. A cominciare dal gioco, dalla durata della partita, dalle interruzioni. Non esistono regole sacre soltanto perché esistono da cent’anni. Se vogliamo riavvicinare i giovanissimi, dobbiamo domandarci che cosa li fa andare via. Prendiamo l’intervallo. Quindici minuti. Ma perché non possiamo discutere se accorciarlo, o perfino eliminarlo?

Chi è allo stadio vive l’atmosfera, sta insieme agli altri, aspetta. Ma il ragazzino a casa? Gli fermi la partita per un quarto d’ora e pensi che rimanga lì ad aspettarti? Prende il telefonino, torna alla PlayStation, trova qualcos’altro da fare. E poi tu ricominci il secondo tempo. Ma lui nel frattempo è andato via. I gol se li guarda dopo, negli highlights. Allora dobbiamo porci il problema. Come rendiamo la partita più continua, più spettacolare, capace di tenerlo davanti allo schermo? Non possiamo pretendere che sia lui ad adattarsi alle nostre abitudini. Dobbiamo essere noi a capire le sue.

Perché nel frattempo YouTube non aspetta la Lega. TikTok non aspetta la UEFA. Il mondo digitale in cui vivono i nostri giovani corre a una velocità straordinaria. E noi non possiamo pensare che il calcio sia immortale soltanto perché è stato importantissimo per cento anni.

E il rapporto con quel ragazzo non può cominciare al calcio d’inizio e finire al fischio finale. Le squadre di oggi devono diventare anche media company. Ogni giorno abbiamo storie. Abbiamo calciatori che arrivano da Paesi diversi. Abbiamo allenamenti, viaggi, vittorie, sconfitte. Abbiamo Napoli, una città che ha continuamente qualcosa da raccontare.

Abbiamo memoria, immagini, personaggi. Dobbiamo produrre contenuti continuamente. Nel 2004 il mio lavoro era ricostruire un’impresa intorno a una passione che esisteva già. Oggi la sfida è diversa. Dobbiamo continuare a meritare quella passione e contemporaneamente andare a cercare persone che ancora non ci conoscono. Soprattutto le nuove generazioni.

Il cinema ha ancora una capacità straordinaria di emozionare. Il calcio ha ancora una capacità straordinaria di creare appartenenza. Ma nessuno dei due può più dare per scontata l’attenzione del pubblico. Oggi un rapporto può cominciare con un video di quindici secondi. La nostra responsabilità, come imprenditori, è fare in modo che non finisca lì. L’attenzione può durare pochi secondi. L’appartenenza può durare una vita. È su quella distanza che dobbiamo imparare a costruire valore”.

Siamo giunti alla seconda metà di questa lunga sosta per le Nazionali. Il Napoli tornerà in campo tra nove giorni, quand...
01/10/2026

Siamo giunti alla seconda metà di questa lunga sosta per le Nazionali. Il Napoli tornerà in campo tra nove giorni, quando al Maradona arriverà il Frosinone di Alvini, una delle sorprese di questo avvio di Serie A.

La ripresa si avvicina, anche se è ancora abbastanza lontana. Nelle ultime settimane, oltre agli impegni della Nazionale di Roberto Mancini, uno dei temi principali è stato quello degli stadi italiani selezionati dalla FIGC in vista di Euro 2032. Tra le città candidate c’è anche Napoli, con lo stadio Maradona che dovrebbe essere oggetto di un importante intervento di ristrutturazione da parte del Comune di Napoli, ente proprietario dell’impianto, e della Regione Campania, per un investimento complessivo di circa 200 milioni di euro.

Sulle strutture da De Laurentiis solo promesse

La candidatura dello stadio Maradona per gli Europei del 2032 rappresenta un punto di partenza significativo e testimonia come l’azione di Fico e Manfredi, al netto di ogni discussione di merito sul progetto, sia concreta. Il presunto progetto di De Laurentiis per un possibile nuovo stadio nell’area dell’ex raffineria Q8, a Napoli Est, ad oggi resta invece solo qualcosa di aleatorio. Questa è la mera cronaca al 1° ottobre 2026.

Dal presidente del Napoli sono arrivate, negli anni, tantissime proposte sullo stadio e sul centro sportivo. È però triste constatare come, al 1° ottobre 2026, la situazione non sia sostanzialmente cambiata. Potrebbero esserci novità nei prossimi mesi per il centro sportivo, che potrebbe sorgere a Qualiano, ma sullo stadio, allo stato attuale, la SSC Napoli è ancora in alto mare. E questo non può che rappresentare un enorme campanello d’allarme.

De Laurentiis è stato abile a sfruttare la decadenza della Serie A, ma per competere ancora servirà di più di quanto fatto

Chi scrive è un estimatore dell’attuale presidenza azzurra e la considera la migliore mai vista a Napoli per i risultati sportivi conseguiti. De Laurentiis ha portato il Napoli a risultati incredibili, che vanno rimarcati: due scudetti, tre Coppe Italia e due Supercoppe Italiane. Nelle ultime 16 stagioni, il Napoli è arrivato per 14 volte nelle prime cinque posizioni. Si può quindi affermare, senza timore di smentita, che sia stata la terza squadra italiana per risultati ottenuti, alle spalle di Juventus e Inter.

Quanto conseguito è storico, perché il Napoli non era mai riuscito a mantenersi competitivo ai vertici per un periodo così lungo. Tutti, giustamente, ricordano il quinquennio dell’era Ferlaino nella seconda metà degli anni Ottanta, ma una continuità di questo livello il Napoli non l’aveva mai avuta. Inoltre, i risultati ottenuti da De Laurentiis sono arrivati mantenendo i conti in ordine, cosa che Ferlaino non poteva dire e le cui conseguenze, purtroppo, sono ben note.

Fatta questa doverosa premessa, però, è necessario sottolineare come questo modello – perché, piaccia o meno, De Laurentiis è stato e forse è ancora un modello da seguire – sia destinato a entrare in difficoltà. Il motivo è il cambiamento del contesto nel quale si muove il campionato italiano. De Laurentiis è stato senza dubbio molto bravo a consolidare il Napoli in questo sedicennio, ma ha anche beneficiato del crollo delle milanesi, che tra il 2012-13 e il 2018-19 hanno attraversato una fase di grande difficoltà, oltre che di un livello medio della Serie A più basso rispetto a quello attuale.

Nel frattempo le proprietà dei club italiani si sono avvicendate e lo scenario è profondamente cambiato. L’Inter rappresenta oggi una delle principali potenze del calcio italiano, fattura già molto più del Napoli, è controllata da un fondo statunitense e dispone di un proprio centro sportivo, che si appresta a essere ulteriormente rinnovato. Inoltre, sta lavorando insieme al Milan al progetto del nuovo stadio.

Il Como può contare su una delle proprietà economicamente più solide della Serie A e, al secondo anno dalla promozione dalla Serie B, ha già conquistato la qualificazione in Champions League, accompagnandola a un progetto molto ambizioso per il futuro. Anche il club lariano sta lavorando a un nuovo stadio.

La Roma è tornata in Champions League dopo sette anni, dispone già di un centro sportivo moderno e si appresta ad avviare, nei prossimi mesi, i lavori per il proprio stadio. Il Milan vive una fase di transizione, ma sta lavorando con l’Inter al nuovo impianto, fattura già più del Napoli ed è controllato da un importante fondo statunitense. La Juventus dispone da anni di strutture all’avanguardia ed è controllata da Exor. L’Atalanta è di proprietà di un fondo americano, ha strutture di proprietà e rappresenta ormai una realtà consolidata ai vertici del calcio italiano. La Fiorentina viene da una stagione difficile, ma ha alle spalle una proprietà solida che ha già realizzato uno dei centri sportivi più importanti d’Europa. E nei prossimi anni potrà contare anche su uno stadio moderno.

Tutti questi esempi servono a spiegare come il Napoli non sia soltanto oggettivamente indietro sul piano delle infrastrutture, ma anche come la situazione stia diventando sempre più delicata. Con una concorrenza che dispone già di strutture moderne o si sta attrezzando per averle, il Napoli rischia di andare incontro a un progressivo ridimensionamento della propria competitività sportiva se sul fronte infrastrutturale non arriverà una decisa inversione di rotta.

Il Napoli deve aumentare il fatturato

Questa conclusione non appartiene soltanto a chi scrive, ma è stata espressa anche da un dirigente importante del club azzurro come Tommaso Bianchini, che in un’intervista dello scorso marzo ha ribadito come il Napoli non possa aumentare significativamente il proprio fatturato senza dotarsi di infrastrutture adeguate.

Dalla consapevolezza, però, bisogna passare ai fatti. E in questi sei mesi questo passaggio non è ancora avvenuto. Nessun tifoso vuole trasformarsi in immobiliarista, sia chiaro, ma nel futuro di medio-lungo periodo della Serie A sarà sempre più difficile competere ai massimi livelli senza strutture moderne, adeguate e, soprattutto, di proprietà.

Si può dire qualsiasi cosa di De Laurentiis, ma difficilmente gli si può negare una caratteristica: è una persona profondamente competitiva. Proprio per questo, chi scrive è convinto che sarebbe il primo a non accettare una situazione di perenne mediocrità alla quale il Napoli rischia di essere destinato nel medio-lungo periodo se non riuscirà a invertire la rotta sul fronte delle strutture.

L’auspicio, dunque, è che si possa finalmente passare dalle tante parole ai fatti. Perché, diversamente, il rischio di un declino sportivo diventerà sempre più concreto. Sarà soltanto una questione di quando, non di se.

✍🏻 Guido Olivares

Il Napoli è il problema di De BruyneL’entusiasmo di una delirante giornata estiva, la ciliegina sulla torta Tricolore ch...
30/09/2026

Il Napoli è il problema di De Bruyne

L’entusiasmo di una delirante giornata estiva, la ciliegina sulla torta Tricolore che i tifosi azzurri avevano insperatamente conquistato, un annuncio che parve quasi irreale: De Bruyne al Napoli era tutto
questo, forse qualcosina in più.
In una cittadina sempre impreparata al grande salto psicologico prima ancora che qualitativo, le malelingue sibilline trovano uno spazio che altrove difficilmente troverebbero. Questo è anche il caso dell’arrivo del belga al Napoli, reo di strapagare un giocatore definito “finito” prima ancora di prenderlo in esame. Una stagione travagliata ma da trascinatore assoluto al suo ritorno in campo era il suo biglietto da visita. Trascinatore del Manchester City, che ha eretto addirittura una statua in suo onore e gli ha intitolato una via del centro sportivo.

Il primo anno di De Bruyne è stato positivo

Per quanto tribolato, il primo anno del belga a Napoli non racconta assolutamente la storiella che sentirete raccontarvi dalle stesse persone che hanno reso il
tema una vera e propria guerra ideologica. Cinque le reti in campionato, due alle milanesi, con due assist. Nonostante uno schieramento tattico non esattamente esaltante, anche per la difficile coesistenza forzata da Antonio Conte, la prima stagione del belga ha mostrato acuti che bastano a confermarne l’utilità per una squadra impoveritasi tremendamente sul piano tecnico sin dall’addio di Kvaratskhelia. Su tutte, spiccano le prestazioni incoraggianti fornite contro Udinese e Sporting Lisbona, corroborate da tre splendidi assist sempre in favore di Rasmus Hojlund. Ma con Massimiliano Allegri la sua posizione tecnico-tattica è realmente cambiata?

De Bruyne è vittima di Allegri

L’allenatore italiano, reduce dal più grande suicidio sportivo degli ultimi tempi in Italia avendo bruciato ben nove punti in dieci partite sul quinto posto nella stagione passata, viene presentato dalla stampa amica come grande gestore di spogliatoi e campioni. Il brillante ingresso contro il Genoa (che si svelerà essere squadra più in difficoltà di questo avvio), fa ben sperare i tifosi azzurri. All’insorgere delle difficoltà, il belga prende per mano la squadra e cerca di predicare nel deserto concettuale che si trova davanti. Indovina un tracciante da sogno per pareggiare la sciagurata partita contro l’Arsenal, ma viene vanificato dalla povertà tecnica di un attaccante risaputamente inadeguato che continua ad essere schierato in campo nella stessa frazione di gioco, indipendentemente dal risultato. Cambi preimpostati come nei videogiochi? Gli stessi che non lo fanno rifiatare, benché il Napoli abbia la fortuna di avere un co-titolare di valore come Vergara. È leader indomito nel secondo tempo della partita contro il Bologna, nella sua accezione più anarchica e dominante, ma resta in campo fino agli sgoccioli della gara. Poi, dopo 270 minuti in neanche 10 giorni, alla veneranda età di 35 anni manca di lucidità e sbaglia il rinvio da cui nascerà il fortunoso gol del pareggio viola nella partita del Franchi. Ma davvero?
Un trentacinquenne non può giocarle tutte?
P.s.: nella stessa partita ha giocato la stessa palla della gara contro l’Arsenal. Difficile valorizzare un giocatore dalla così spiccata visione di gioco se si schierano calciatori incapaci anche solo di interpretare un banale attacco al secondo palo.

✍🏻 Tommaso Alise

🔵 |   al Corriere dello Sport: “  è il calcio, è il pallone, non ci sono rivali. A cascata vengono poi tutti gli altri”
29/09/2026

🔵 | al Corriere dello Sport: “ è il calcio, è il pallone, non ci sono rivali. A cascata vengono poi tutti gli altri”

🔵 | Fabrizio Romano al Corriere della Sera:“Sono nato e cresciuto a  , che è sempre dentro di me: Troisi, De Crescenzo s...
27/09/2026

🔵 | Fabrizio Romano al Corriere della Sera:
“Sono nato e cresciuto a , che è sempre dentro di me: Troisi, De Crescenzo sono i miei riferimenti.

Una notizia di mercato che avrei voluto dare? al . Non ero ancora nato, ma il suo arrivo ha cambiato la mia città per sempre. Vorrei la macchina del tempo per tornare all'estate del 1984”

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